È la figlia di Matteo…
Questa storia è accaduta poco tempo fa, in un appartamento ben curato al quarto piano di un palazzo di nove. Lì viveva una pensionata ancora attiva, una donna sola di nome Giuliana.
La sua esistenza filava senza scosse: pensione, qualche turno come impiegata in una clinica privata, le amiche del cuore, visite ai nipoti a Napoli e assistenza alla madre ultranovantenne che abitava da sola vicino Porta Romana. Un giorno normale, come tanti.
Quella mattina avevo chiamato mamma, chiacchierando della salute. Era domenica. Io, come spesso da pensionata, lavoravo a turni: un giorno sì e tre no, stando alla reception di uno studio medico, rispondendo al telefono e annotando appuntamenti. Oggi… che cera oggi? Ovviamente avrei dovuto preparare qualcosa, poi andare dalla mamma: unodissea che ormai facevo per dovere più che per piacere, tra sospiri e occhi al cielo.
Due cortili da attraversare, semplici. Cucinare qualcosa? Anche quello si fa. Cera ancora la ribollita di ieri e la ciambella fatta in casa. Solo che il quinto piano senza ascensore… ah! E poi quelle litanie infinite sui dolori e le diagnosi. Dovevo ascoltare la lista delle sue sofferenze, ripensate ogni volta e arricchite dai consigli della vicina e delle spiegazioni sentite su Rai 1.
I miei suggerimenti non venivano mai presi in considerazione, anche se avevo passato quasi quarantanni come infermiera di sala operatoria in uno degli ospedali migliori di Milano. Ma tu cosa vuoi sapere? Solo di bisturi capisci! mi liquidava sempre.
E forse in panetteria ci andava bene fare una sosta, giusto per prendere il pane nero e un po di burro per lei. Mentre buttavo il sacchetto della raccolta differenziata nellingresso, mi misi allo specchio a ritoccare il rossetto. Per i miei sessantadue anni portavo bene qualche ruga e le guance un po svuotate, ma non ero poi così messa male: viso piacevole, caschetto biondo cenere, orecchini grandi.
“Devo ricordarmi il pane integrale per mamma, pensavo disegnando le labbra, quando suonò il campanello.
Nella nostra scala cera il videocitofono Chi poteva essere a quellora? Forse la vicina, la signora Sofia, che ogni tanto veniva per un caffè.
Col rossetto ancora in mano, aprii la porta.
Davanti a me una ragazza biondo scuro, capelli raccolti, maglietta a righe, golfino lungo e jeans, zaino sulle spalle. Ricordai i dettagli solo dopo. Nel momento, però, vidi solo il suo volto e un neonato avvolto in una copertina marrone.
Occhi stretti, mascella contratta, prese fiato, mi porse il fagotto e sussurrò:
È per lei.
Lo presi senza pensarci rossetto ancora in mano. Avvertii il peso e abbassai lo sguardo Santo cielo, un neonato!
Quando rialzai gli occhi, la ragazza stava già scendendo.
Feci un passo fuori, ancora confusa. Perché mi aveva lasciato un bambino?
È la figlia di Matteo, io devo studiare… e giù giù, passi rapidi sulle scale.
La porta del portone sbatté.
E tutto finì.
Rimasi sul pianerottolo, in attesa, ancora col muso fuori. Speravo sarebbe tornata a riprendersi il bimbo, che avrebbe spiegato tutto. Poi rientrai e lanciando lo sguardo sulla spazzatura pensai: Non dimenticare il sacchetto quando vai dalla mamma.
Cera anche un sacchetto accanto allingresso, lasciato da quella ragazza senza che me ne accorgessi.
Oddio, ma… Questo bambino è vivo! E che ha detto? La figlia di Matteo, ha detto davvero Matteo?
Entrai in soggiorno, la neonata tra le braccia, mi sedetti sul divano. Sì, aveva detto Matteo.
Ma quale Matteo?
Io ho solo un figlio, si chiama Daniele. Famiglia solida, due bambini, vivono con la moglie a Napoli e io qui a Milano. Mio marito, che si chiamava Vittorio, è mancato da cinque anni.
Tutto confuso Poi la piccola tra le braccia si mosse. Oh!
La adagiai sul divano, aprii la copertina: tutina beige, minuscola creatura con un ciuccio verde a forma di rana, non più di un mese.
Piccolina la accarezzai e la bimba riprese sonno.
Forse la risposta era nel sacchetto: due biberon, latte in polvere, pacco di pannolini, vestitini piccoli.
Ancora attendevo, aspettavo il campanello, che la ragazza tornasse a riprendersi la bambina e facesse finta che nulla fosse: rifiuti, spesa, mamma… la routine.
Finii il make-up e andai alla finestra, cercandola con lo sguardo.
Dove sarà finita? Che indecenza…
Dopo un po la bimba si agitò. Mi trovai a fissarla: non è mia figlia, posso cambiarla e nutrirla? Ho il diritto? Mi sentivo in colpa e tornavo alla finestra. Aspettavo.
Alla fine dovetti cambiare la tutina: sotto aveva una maglietta e una pagliaccetto.
Ed eccolo il vero panico: lenormità della responsabilità mi travolse. Ammetterlo era difficile: mi avevano abbandonato una neonata!
Matteo… Matteo…
Mio figlio Daniele da giovane sera divertito, lho sgridato spesso, aveva avuto un bel giro di ragazze e guai a portarle a casa. Ma ora è felice, almeno così pare: lavoro, problemi familiari, ma recentemente tutto più sereno: pagato il mutuo, nuova macchina, figli grandi…
Amore mio non piangere, adesso ti cambio il pannolino.
Dio mio questa creaturina, la sua mamma lha abbandonata?
Non ne venivo a capo, ma le mani tornarono istintive: cambiato pannolino, vestita di nuovo, presa in braccio la bimba che cominciò a piagnucolare. Andai in cucina per preparare il latte.
In quel momento suonò il telefono, risposi con una sola mano a fatica.
Perché ci metti tanto a rispondere? era mamma.
Sto ancora qui, mamma. Che cè?
Sei già al negozio?
No.
Mi piacerebbero delle pere, ma non quelle dellultima volta, quelle di due settimane fa.
Va bene, mamma.
Te le ricordi?
Sì, vado a memoria
Quelle a punta fine e macchia rossa, dolcissime, però prendile morbide. Non come lultima volta. Quelle erano dure, mi sono…
Stringevo la bimba che si agitava, continuava a lamentarsi.
Certo mamma, va bene.
Coshai lì che si sente?
La TV.
Mah… io ti aspetto, eh? Sbrigati con il pane, che poi finisce!
Chiusi il telefono, cullai la piccola e presi la confezione di latte, lessi come preparare la dose.
E ora? Cosa dovevo fare?
Daniele!
È fine maggio pensai alle date. Sì! Ad agosto aveva fatto una trasferta a Pescara. Si era forse fatto chiamare Matteo? Sarebbe arrivato a tanto?
Forse fu soltanto un flirt, era da ragazzo… io, che lo credevo ormai posato. Ma, sotto sotto, chi lo sa!
Provai il latte sul polso, era troppo caldo, raffreddai un po il biberon sotto lacqua.
Avevo già fiacco il braccio sinistro, che fatica tenere la piccola; ero fuori allenamento. Un tempo ne reggevo anche dieci chili.
Ma ora? Avvertii la tentazione di chiamare il 112, ma il dubbio mi bloccava.
E se fosse davvero figlia di Daniele? La guardai bene: qualche vaga somiglianza con la nipotina Lucia… E se succedesse uno scandalo? Carlotta mai lo perdonerebbe. E i bambini?
Meglio non pensarci.
La bimba succhiava con appetito gli occhi semichiusi. Quanta dolcezza! Mi accorsi quasi con meraviglia che un po mi mancava tutto questo.
Appena si addormentò, la adagiai sul divano, presi il telefono per chiamare mio figlio, ma il numero era spento.
Che guaio!
Decisi di prendermi tempo. Non volevo mettere nei guai Daniele. Speravo ancora che la ragazza si facesse viva. Non sembrava una sbandata: faccia scavata, magra, aria da studentessa.
Ma… era meglio non raccontare tutto a mamma, che avrebbe fatto mille domande, dettomi le peggiori profezie, elucubrazioni tragiche.
Chiamai mio nipote maggiore, Matteo, e mi spiegò che il papà era fuori a lavorare su una linea del gas verso il confine, dove il cellulare non prende; sarebbe tornato dopodomani, ma chiamava ogni sera.
Potevate informarmi, però! brontolai.
Anche se lo sapevo che Daniele viaggiava spesso per lavoro, e mica dovevo essere avvisata ogni volta. Eppure In certi momenti si vorrebbe solo una voce di famiglia. Perciò ero irritata.
Chiamai mia nuora Carlotta, le chiesi di passare il messaggio: che aspettavo con ansia una chiamata da Daniele.
È successo qualcosa? Devo dire altro?
No, solo che attendo la sua chiamata, per favore, Carlotta…
Lei promise.
Poi recitai una scusa al telefono con mamma: Ho preso una storta al piede, non vengo oggi… Però hai ancora il pane, la ribollita…
Mamma sospirava, minacciava di venire lei da me (ma col quinto piano senza ascensore sarebbe stata dura…), chiamava ogni cinque minuti.
Dopo quella telefonata mi sentii finalmente sciolta: via i pantaloni bianchi, messa la vestaglia, mi sedetti accanto alla bimba. Senza più ansia, ragionavo con calma.
Forse ero stata poco lucida ad accettare quella bimba. Ma… chi abbandona i figli sulluscio di casa? Qualcosa mi bloccava dal chiamare le autorità: e se davvero fosse di Daniele? E se la ragazza avesse solo sbagliato piano? E poi, impicciarsi subito con la polizia, spiegare tutto?
E quella ragazza? Mi tornava in mente il suo sguardo: una madre allestremo, disperazione, rabbia e la sicurezza che stesse facendo la cosa giusta.
Dovevo parlarne con unamica. Chi, se non lamica di sempre?
Vichi, ti prego, preparati mi hanno lasciato un neonato!
Vittoria invece che spaventarsi si mise a ragionare come la detective di Poirot, e mi promise che sarebbe venuta dopo il lavoro.
Calma, Giuliana, niente gesti avventati. Vediamo bene come stanno le cose.
Pensi che non dovrei chiamare i carabinieri?
Aspetta un attimo. Bisogna trovare questo Matteo.
Ma quale Matteo, Vichi? Qui ci sono oltre cinquanta appartamenti! E se avesse sbagliato porta?
Può essere, oppure Daniele ha combinato qualcosa. Cerca di contattarlo.
Passai tutta la giornata prendendomi cura della bimba. Cercai su internet la frequenza delle poppate ma, come spesso succede, mi persi in mille consigli di neomamme: le feci un massaggio, la misi sul vasino, le feci il bagnetto, la cremai e perfino le cantai una ninna nanna.
Come va il piede? Domani passi? chiedeva mamma.
Promisi che sarei andata.
Vittoria arrivò nel tardo pomeriggio e partì subito a indagare: esaminò vestiti della bimba e andò a sentire i vicini, inventandosi la storia di una lettera per Matteo…
Trovato! esclamò sbattendo la porta.
Fai piano, la bimba dorme.
Oh, queste creature dormono sempre Ma la piccolina si svegliò e pianse. Ho scoperto che al sesto piano vive un certo Matteo, proprio nelle caratteristiche delluomo che cerchiamo.
Sono sicura che ha solo sbagliato piano! Andiamo, su!
Dove? Da Matteo, ovvio!
E se ci tratta da matte?
Vuoi scoprire la verità, o no?
Desideravo scoprirla. Cullammo la piccola e, senza prendere lascensore, salimmo in punta di piedi al sesto piano, suonando con discrezione.
Chi è? voce anziana.
Cercavamo Matteo, disse Vittoria.
Una signora piccola e curva aprì la porta, ci guardò sospettosa e poi chiamò verso linterno:
Matteo! Di nuovo gente per te…
Vittoria entrò sicura seguita da me più titubante. Dal soggiorno spuntò un ragazzo con la barba, basso e un po spettinato.
Salve siete qui per il tablet?
No, unaltra cosa. Sentite, la signora Giuliana si è trovata una bimba per caso questa mattina
Si fece una pausa: lui ci fissava sbalordito.
Una bimba? Non è mia!
Siete lunico Matteo nel palazzo, insisteva Vittoria.
Ma io non ho figli!
Questo andrà dimostrato. Forse hanno sbagliato appartamento, si sono solo confuse.
Un attimo, Vittoria, la fermai. Vengo dal quarto piano. Stamattina una ragazza ha lasciato da me una piccola neonata, dicendomi che era la figlia di Matteo poi è corsa via. Da me, non ci sono Mattei in famiglia, capite?
Ma che centro io? si difese lui.
Non volete riconoscere la bimba? lo provocò Vittoria.
Ma quale bimba? Volete vederci?
Avete avuto una relazione, magari la scorsa estate? chiesi, più gentile.
Una relazione? No solo online, ma niente di serio.
Conoscete una ragazza bionda magra, studentessa?
No, davvero mi state confondendo con qualcuno. Come si chiama almeno?
Non si è presentata, mi rattristai. Forse abbiamo sbagliato.
Trascinai via Vittoria. Scendemmo di piano in piano.
Ma magari posso aiutare! il ragazzo ci rincorse. Sono informatico e blogger. Possiamo lanciare un annuncio sulla rete: madre dispersa? Foto della neonata…
No, grazie, mi schermii: sospettava ancora di Daniele e in fondo la legge imponeva di chiamare il 112, non di mettere foto in giro.
Peccato, però se avete bisogno aiuto volentieri. Sono sempre a casa.
Guarda questi ragazzi, borbottò Vittoria. Forse è sincero. Che ne pensi? Bugie?
No, mi sembra un tipo onesto, più nerd che donnaiolo.
Nessuna chiamata da Daniele. Telefonai a Carlotta:
Oh, mamma, mi sono dimenticata! Oggi non ci ho capito nulla, Lucia aveva piscina, Matteo aveva la partita… gira che ti rigira, si è fatto vivo anche Daniele, giornata così!
Se sapesse che giornata veramente ho avuto io…
Domani chiamo la polizia!
Ma appena mi stesi e chiusi gli occhi, mi rivenne la faccia inquieta di quella madre. Cosa ne sarebbe stato della piccola se la lasciavo alle autorità?
Quella notte fu lunghissima. Mi svegliavo ad ogni gemito, la cullavo tra le braccia, preparavo latte, fino allalba, quando ci addormentammo insieme.
Mi svegliò la chiamata di mamma.
Come sta il piede? Vieni?
Guardai fuori e poi la piccola.
Sì, arrivo.
Prendi le pere e
I bambini vanno portati in giro, pensai. Mi giustai uno scialle a mo di marsupio, cambiai con cura la bimba. Aveva vestitini praticamente nuovi, carini. Andammo dal panettiere.
E quasi mi piacque: non ero più sola. Solo… il quinto piano.
Cosè quello? chiese sbalordita mamma.
Non cosè, chi è! Tieni la spesa, e la lasciai con le borse, andandomene in salotto per adagiare la creatura e sedermi sfinita.
Da dove spunta?
Nadia della farmacia mi ha chiesto un favore: tenere la nipotina finché si fa i capelli. Solo unoretta.
E il piede?
Passato, passato.
E ci mettemmo a guardare la bimba. Niente lamentele sulle malattie, niente racconti infiniti. Solo: Guarda, come stringe il dito! E come si chiama?
Non ho chiesto, in effetti era solo per unora.
Si può avere una bimba senza saperne il nome! mamma scosse la testa.
Mentre rincasavo, pensavo a che nome avrebbe mai dato la mamma vera? Fantasie sciocche, ma ci pensavo davvero.
Poi, allimprovviso: un SMS Il numero ora è disponibile! Era Daniele!
Mi sedetti in poltrona, la bimba ancora in braccio. Chiamai subito Daniele.
Cosa?! Mamma, sono sposato! dopo il mio racconto affannato.
Ma la piccola lhanno lasciata a me. Ho pensato… magari Matteo sei tu…
Mamma, sono Daniele! Mi hai chiamato così tu. È tutto sbagliato. Chiama subito i carabinieri! Vuoi che chiami io?
No, tranquillo. È che… è affamata, siamo appena rientrate. Ora chiamo.
Mamma, chiama la polizia, dai! Sto iniziando a preoccuparmi per te…
Tranquillo. E poi, la piccina è così…. dolce.
Avresti dovuto prendere il figlio di Pietro, piuttosto! Non mi piaci oggi.
Che sciocchezze! Sistemo tutto. Vittoria mi aiuta.
Ma non chiamai. Diedi la pappa alla piccola, la cambiai: cerano troppe cose da fare, rimandai tutto a dopo, magari dopo averlo detto anche a Vittoria…
Oh, dovrò consegnarla. E dove finirà? In ospedale? In qualche istituto? Come infermiera conoscevo già le strutture e pensavo: da me la bimba sarebbe stata meglio.
Ma lindomani avevo un turno lungo; e poi… non si può tenere un bimbo altrui senza dirlo a nessuno. Tirai il fiato sistemando la neonata. Ero stanca, ma quanto ricca di emozioni era stata la mia giornata!
Ci addormentammo stretti, io e lei, tra latte e sogni, finendo col mio braccio a farle da cuscino.
Improvviso, bussarono. Aprii.
Dovè? Dove lha messa? Perché non mi ha detto tutto subito?
Sulluscio, scompigliata, la ragazza: occhi spauriti, una maglietta e pantaloncini corti contro il fresco del mattino, il respiro affannato.
Perché non ha detto subito che non era lei?
Forse perché non sono io O forse perché lei è scappata subito.
Ma ora… sa dovè? Me la può dire? Lo sa, vero?
Nei suoi occhi la supplica: Deve saperlo, la prego!
Feci un passo indietro.
Entri.
Lei avanzò avvolta nella speranza di sentire lindirizzo della figlia, pronta a correre a riprendersela. Guardava solo me, aspettando.
È qui, confessai, con un filo di voce.
Dovè? Mi dica chiaramente dove…
Sul letto. Sta dormendo.
Feci cenno, la condussi in camera. Lei entrò esitante, senza capire. Poi vide la figlia, si avvicinò, lasciò cadere le ginocchia sul tappeto e scoppiò in un pianto irrefrenabile.
Dovetti tirarla su, farle bere dellacqua e poi un tè dolce in cucina.
Mangia, un pezzo di cioccolata, ché sennò svieni pure qui, le dissi, tornandomi infermiera.
Mentre tra lacrime mi spiegava tutto, io rassicuravo: della bimba non avevo detto niente a nessuno.
Pensavo che mi avrebbero tolto la bimba Grazie Ho sbagliato porta
Alla fine si confidò: si chiamava Alessandra e la piccola, Eleonora.
Una storia banale, quasi comune. Alessandra era studentessa del Corso di Laurea in Infermieristica alla Statale, proprio come avevo fatto io tanti anni fa, quando si chiamava ancora Scuola per Infermieri.
Veniva da un paesino del Molise. Si era innamorata di un ragazzo milanese di nome Matteo, conosciuto lestate precedente; avevano passato qualche giornata insieme nellappartamento 21 del palazzo, una volta sola.
Lui aveva promesso che avrebbe aiutato con la bimba, anche la madre di lui, a sentire i racconti. E invece, appena finito lanno, lui sparì: cellulare bloccato, nessuna risposta.
Aveva solo saputo che Matteo studiava Politecnico, aveva qualche dato. Ma, alla fine, era risultato essersi trasferito a Torino. Nessuno che lo conoscesse davvero o almeno così le avevano detto.
A casa, il padre e la matrigna non la volevano più. Lavevano accusata e cacciata, la sosteneva a malapena la zia. E Alessandra studiava e stringeva i denti.
Ogni tanto Matteo rispondeva a dei messaggi online, ma poi spariva e non voleva saperne della bambina.
Aveva partorito qui, a Milano. Era rimasta due settimane dallamica, ma non poteva rientrare in dormitorio con una neonata. Desiderava solo superare la sessione di esami e passare allultimo anno. Ma, quando la vita decide di colpire, lo fa tutta insieme: lamica la mandò via, i soldi finirono, e in rete vide la foto di Matteo con una nuova fidanzata.
Ricordò allora le promesse di Matteo: mia madre ti aiuterà. E andò, in uno stato di estraneità, trascinando i piedi, con Eleonora in braccio fino al portone 21… Lui però abitava nello stesso tipo di palazzo, ma nel cortile accanto, anche lui al 21.
Correndo via, pianse fino allautobus, passò la notte a ripassare anatomia, cercando di non pensare alla bimba. Dormì poco o niente.
La mattina dopo riscrisse a Matteo: avrebbe ripreso la bimba dopo gli esami. Scoprì solo allora che lui non ne sapeva nulla.
Accorse subito: sottoveste e pantaloncini, in stato di panico, convinta che la neonata fosse finita in mani sconosciute.
Ma assomigliava a te anche tua madre, lavevo vista in una foto! Capelli corti, stessa aria piangeva, col capo tra le mani.
Dicevano che il gesto più stupido è creare un capolavoro e poi rinnegarlo. Guardavo tua figlia e pensavo: che madre mai lascerebbe questa meraviglia. È stato bene che tu sia tornata. Ma ora che farai? Porterai davvero la bimba da Matteo o da sua madre?
Mai più! scosse il capo. Sono impazzita in un giorno solo! Una notte senza dormire, cercando con le mani Eleonora anche nel sonno Basta. Ora torno in dormitorio, vedremo dopo Anzi, mi dispiace di averti coinvolta. Sei stata spaventata?
Sì in realtà sì. Avevo già sospettato di mio figlio, e se avesse avuto delle storie, e invece… E poi dovrei chiedere scusa anche al vicino Matteo! mi misi le mani in faccia, quasi ridendo, Ma che pasticcio abbiamo combinato!
Le raccontai la scenetta dal vicino; la ragazza scoppiò a ridere.
Non ho coraggio, devo almeno andare a scusarmi e dire che mi sono sbagliata.
Ma dove vuoi andare così? Con questi occhi gonfi. E poi, Alessandra: resta da me stanotte. Vivo sola, e da tempo Daniele e Carlotta mi suggeriscono di dare la stanza a qualche ragazza affidabile. Fai così: trasferisciti qui.
Ma non posso Non ho i soldi. Meglio il dormitorio
Vedrai che una soluzione si trova. Gli esami quando li hai?
Dopodomani ma
Si lasciò cadere nella poltrona larga. Io preparai lenzuola, sistemai tutto.
Domani lavoro. Tu qui a studiare. Oggi vai a prendere le tue cose e libri. In frigorifero trovi quello che vuoi Eleonora dorme molto. E il latte va bene, ma puoi anche allattarla tu.
Guardai verso Alessandra: si era già addormentata. Vicino a lei, la sua piccola Eleonora nel lettone.
Vichi, ciao… sussurrai al telefono, No, non è di Daniele. Lho sentito. E nemmeno del vicino! Senti È qua con me. Dorme. Sì È tornata. E no, cara, non la caccerò. E meno male che non ho chiamato i carabinieri!
Il latte materno non era andato sprecato. Gli esami li passò egregiamente. E ora da mia mamma andava spesso anche Alessandra, su per cinque piani senza fiatare.
E, miracolo, mamma ascoltava le sue indicazioni e le seguiva religiosamente.
Lei sì che ha studiato di recente. Una ragazza in gamba!
Dopo la sessione trovò un lavoro, io per conoscenze le procurai qualche turno di notte sullambulanza. Chiedeva spesso consigli, la medicina la appassionava davvero.
Il vicino Matteo, intanto, scoprì che la nonna aveva proprio bisogno di una cura lunga: le iniezioni le faceva Alessandra.
Poi, in autunno, lei traslocò due piani più in su, con Eleonora, per prendersi cura della vecchia vicina e continuare a scrivere, con la maturità acquisita, una nuova pagina questa volta della sua storia.




