3 giugno 2023
Oggi mi sono sorpreso nel trovarmi davanti a una porta che conosco fin troppo bene. Ancora mi chiedo come le mie gambe mi abbiano trascinato fin qui, davanti allingresso della vecchia casa di Via Giotto, a Torino, dove per quasi venticinque anni ho vissuto insieme a mia moglie. La guardavo con stupore, come se fosse spuntata dal nulla: una porta qualsiasi, simile a tutte le altre di quel palazzo della Crocetta. Eppure, per me, irraggiungibile e satura di ricordi.
Ricordo ogni dettaglio. Il rivestimento di finta pelle, trapuntato a rombi e fermato da borchie dottone. Solo una di quelle borchie, però, luccicava argentata, diversa dalle altre. Quindici anni fa, quando la borchia originale andò persa e la pelle si gonfiò sollevata, mi ci misi personalmente e la riparai, scegliendo quella borchietta argentata perché era lunica che avevo. Adesso risaltava tra le sue sorelle dorate, come una piccola stella fuori posto. Rimasi a fissarla, senza fretta, come se lì si fosse fermato il tempo.
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La mia vita è cambiata un anno fa, proprio quando avevo creduto di essermi preparato a tutto. Il lavoro in banca ormai mi pesava, la sicurezza e la routine mi soffocavano come una palude calda, e in casa con mia moglie sentivo solo il grigiore dei giorni che passano uguali. Cercavo disperatamente una boccata daria, una scossa, un frammento di felicità, qualcosa che mi facesse sentire di nuovo vivo tra colori, risate, compagnia rumorosa e leggera: una vera festa.
E così, come per caso, quella scintilla arrivò. Aveva il nome di una collega giovane e frizzante: Alessia. Entrò nella mia esistenza come una tempesta: profumi intensi, abiti eleganti, la risata squillante di chi la vita la prende a morsi. Mi innamorai. Ricordavo la tenera emozione per la mia futura moglie, tanti anni prima, ma se la paragonavo a ciò che provavo ora per Alessia, tutto mi sembrava sbiadito, come un sogno di gioventù ormai lontano.
Mia moglie, forse sentendo nel cuore il vento del cambiamento e la presenza invisibile di unaltra donna, si era fatta silenziosa. Mi osservava spesso chiedendosi, senza parlarne, ciò che tutte le donne temono di domandare a voce alta al loro compagno.
La storia con Alessia fu un vortice inarrestabile. Ogni giorno cene fuori, spritz sui Murazzi, serate al teatro Carignano, regali nei negozi eleganti di via Lagrange. Non mi ero mai sentito tanto giovane, tanto desiderato. Ma ancora non mi decidevo a lasciarmi alle spalle la mia vecchia vita matrimoniale: la nostalgia dei piccoli gesti, della cucina semplice di casa, mi riportava da mia moglie come unancora: dopo una cena dostriche, mi trovavo ancora a cercare le sue polpette avanzate in frigo di notte.
Non so per quanto sarebbe potuto andare avanti tutto questo, se non fosse stato per Alessia. Stanca di fare lamante, venne a casa nostra decisa a parlare con mia moglie per portarmi via. A casa trovò solo Caterina e nostro figlio Andrea, che studiava alluniversità. Ascoltarono in silenzio la sua dichiarazione, e mentre Caterina, pallida, si rifugiava in cucina con una bustina di camomilla per calmarsi, Andrea fece in fretta le mie valigie. E così, senza una parola, ci accompagnò entrambi alla porta.
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Da quel giorno ho vissuto una vita nuova, diversa. Sembrava una corsa a perdifiato, sempre via, tra aperitivi, boutique, gite al lago e inviti. Talmente intensa, che a un certo punto iniziai a sentirmi esausto, a non reggere più i ritmi forsennati che Alessia pretendeva. Ma ammetterlo con me stesso fu dura.
Così un giorno decisi di fermarmi. Rimasi a casa, su una poltrona, a guardarmi intorno. Quello che vedevo mi colpì prima con stupore, poi con fastidio crescente. Alessia, con tutta la sua bellezza, era inadatta alla vita semplice: non sapeva cucinare, pulire, nemmeno preparare il caffè con la moka. Ma il vero problema era un altro: con lei non riuscivo a parlare di nulla che andasse oltre le apparenze. I suoi discorsi giravano sempre intorno alla moda, ai soldi, ai follower su Instagram. Le rare volte in cui cercavo di condividere con lei le mie passioni un romanzo, un film di Fellini capivo che si annoiava o, peggio, proprio non comprendeva.
Mi arresi. Smettei di tentare di cambiarla. Trascorrevo la sera sorseggiando un tè insapore, preparato in fretta da lei con una bustina, mentre con nostalgia pensavo al tè caldo e profumato di erbe che Caterina sapeva fare, ai suoi risotti allo zafferano, alle nostre serate passate insieme a discutere di libri, di film. Nostalgia anche delle nostre discussioni pacate e delle nostre lunghe passeggiate nei viali del Valentino.
Una volta ho provato a tornare, in gran segreto. Non volevo rientrare davvero, forse cercavo solo un brandello di passato. Era tardi e, appena suonai, nessuno aprì; restai nellandrone umido, e da dietro la porta sentii piangere piano una voce femminile. Andai via, rimasi per un po seduto in cortile a guardare le vecchie finestre della casa. Alla fine le luci si spensero e mi allontanai.
Il tempo passava e con esso cresceva la distanza tra me e Alessia. I nostri mondi erano troppo diversi: mi dava fastidio la sua superficialità, la sua inquietudine giovanile la infastidiva della mia calma. Non uscivamo quasi più insieme, ognuno stava per conto suo.
Oggi, senza nemmeno rendermene conto, mi sono ritrovato qui, davanti a quella porta, di nuovo.
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Fissavo quella borchia argentata, storta, fissata goffamente da me anni prima, e non sapevo che fare. Andarmene? Ma dove, e da chi? Ormai Alessia era indifferente, e io, quello che aveva lasciato tutto per una giovane donna, ero rimasto senza casa e senza amore. Ma sarei stato accolto qui? Mi avrebbero perdonato? Mi avrebbero cacciato?
Mi tormentavo, finché la curiosità ebbe la meglio. Allungai la mano e sfiorai la borchia fredda con il dito. La porta si aprì con facilità e mi raggiunse subito quellaroma intenso e familiare del nostro vecchio appartamento: profumo di pulito, caffè e ricordi. Chiusi gli occhi e ne feci un respiro profondo. Quando li riaprii, Caterina era sulla soglia della cucina. Aveva qualche ruga in più agli angoli degli occhi, ma sorrideva. «Sono a casa», pensai. Mi feci coraggio, entrai e chiusi la porta alle mie spalle.





