– Ciao Lù, preparati ad accogliere l’ospite! – disse mia sorella spingendo la valigia nell’ingresso con un piede

Giulia, ciao! Accogli la tua ospite, disse la sorella mentre spingeva la valigia nellingresso con un colpo deciso del piede.

Era sabato, quasi mezzogiorno; Giulia era immersa nei suoi pensieri, senza che nulla di serio le passasse per la testa, quando il campanello suonò.

Due volte. Poi altre tre. Poi insistentemente, senza mai staccarsi.

Matteo, senza staccare gli occhi dalla televisione, commentò pensieroso:

Qualcuno è proprio insistente.

Dietro la porta cera Chiara, la sorella minore. Due valigie enormi, una borsa a tracolla, e laria di chi ha preso una decisione importante, tutta fiera di sé.

Giulia, ciao! Accogli la tua ospite, esclamò infilandosi dentro per prima con una delle valigie. Era proprio esperta, come fossi stata tutta la vita ad allenarsi a fare traslochi d’assalto.

Giulia si fece da parte, istintivamente. Quarantanni di rapporto tra sorelle non sono uno scherzo: il corpo reagisce prima della testa.

Per quanto tempo? chiese osservando la seconda valigia.

Chiara si tolse il cappotto e lo appese accanto al cappotto di Giulia, senza pensarci, con l’occhio di chi deve valutare i lavori in corso.

Per sempre, Giulia. Mi trasferisco. La casa qui è grande, tre camere, e siete solo in due. Una stanza avanza. Così ho deciso.

Giulia la fissò per qualche secondo. Aveva deciso.

Matteo in sala alzò un po il volume della televisione.

Chiara, aspetta. Stai scherzando?

Altro che no! rispose già inoltrandosi nel corridoio, curiosando qua e là. Uh, questa stanza va benissimo. Cè tanta luce. E la finestra dà sul cortile, quindi silenzio.

Era la camera degli ospiti: il vecchio divano, la macchina da cucire e tre scatoloni che Giulia non aveva mai avuto il coraggio di svuotare.

Chiara, si precipitò Giulia davanti alla porta. Non ne avevamo nemmeno parlato!

E che cè da parlare? rispose la sorella, sollevando le sopracciglia. Siamo sorelle, Giulia. In famiglia tutto si condivide. Ce lha sempre detto la mamma. Anche a te.

Giulia pensò che, in quel preciso istante, sarebbe stato meglio non tirare in ballo la mamma.

Dall’altra stanza la tv borbottava le previsioni del tempo per la settimana. Matteo, a quanto pare, aveva deciso di approfondirle fino allultimo dettaglio.

Chiara aprì la sua valigia con aria di chi sta per mettere radici.

Iniziò a sistemarsi di tutto punto. Prima spostò il letto. Non le piaceva che la testata fosse verso la finestra «Ci sono gli spifferi, Giulia! Mi si blocca il collo.» Poi relegò nellangolo la macchina da cucire. «Che ci fa qui? Tu cuci? No? Appunto.» Giulia vide la macchina allontanarsi strusciando e rimase in silenzio.

La sera del primo giorno, nellingresso, comparvero le ciabatte di Chiara: enormi, pelose, con dei grandi pon-pon, un po ridicole come quelle che si trovano nei mercatini troppo caldi. Di fianco, le scarpe eleganti di Giulia sembravano una bibliotecaria vicino a un orso ballerino.

A cena, Matteo mangiava silenzioso, fisso sul piatto, come se cercasse indizi in quel minestrone.

Buono questo minestrone, disse lui.

È un minestrone come un altro, replicò Chiara, pratica. Matteo, avete per caso un ventilatore? Nella mia stanza cè troppa aria ferma.

Matteo alzò lo sguardo su di lei, poi verso Giulia.

Lo cerchiamo, si limitò a dire.

Dentro, Giulia sospirò così profondamente che le vibrazioni le scesero fin sotto i piedi.

Al terzo giorno Chiara si dedicò al frigorifero.

Ma non si limitò a guardare. Cominciò a controllare, proprio come fa uno scienziato con una creatura mai vista.

Giulia, questo yogurt è scaduto.

Lo so, non ho fatto in tempo a buttarlo.

E perché compri tre panetti di burro insieme? Riempiono solo il frigo.

Chiara, è il mio frigorifero.

E allora? Non sono mica unestranea!

Era la sua frase preferita: una chiave passe-partout. Cinque volte al giorno Giulia se la sentiva ripetere, e ogni volta pensava: potrei anche rispondere. Sì, in questo preciso caso, Chiara, sei unestranea. Ma non lo fece mai.

Intanto Chiara prendeva sempre più confidenza.

Scoprì a che ora Matteo usciva per il suo corso di intaglio e quando rientrava. Sapeva quando Giulia guardava la sua soap preferita e proprio in quei minuti spuntava con una tazza di tè e la voglia di chiacchierare di vita, dei vecchi vicini di cui non poteva più sparlare, del tempo, dei giovani doggi lasciati allo sbando, di politica davvero, su questo era inesauribile.

Giulia ascoltava, annuiva, osservando di sottecchi la protagonista del suo programma affrontare un dramma, riflettendo che la sua vita non era poi così diversa, quanto a drammi.

Al mattino Chiara era sveglia per prima.

Giulia credeva fosse tipo da serate lunghe. Macché: unallodola. E, soprattutto, organizzata. Alle sei la cucina era già unorchestra: stoviglie che tintinnavano, la padella che sfrigolava, e il tono squillante di Chiara che invadeva casa come la fanfara della domenica:

Matteo, vuoi le uova strapazzate? Giulia, le preferisci coi pomodori o senza? Ho trovato del formaggio duro in frigo, lho grattugiato, sarebbe stato un peccato buttarlo!

Matteo si sedeva con lespressione di chi è stato svegliato ma non riesce a spiegare perché sia un problema. Mangiava le uova, ringraziava educatamente.

Giulia stava sulla soglia, in vestaglia, osservando la scena.

Sta servendo la colazione a mio marito. Nella mia cucina.

E fu proprio quella mattina che qualcosa dentro Giulia fece clic.

Si versò il caffè, sedette davanti alla finestra e chiamò la figlia.

Martina, sei impegnata?

No mamma, dimmi tutto.

Vieni a casa. Ho bisogno di parlarti.

Martina arrivò domenica, a pranzo. Portò una torta, la mise sul tavolo, abbracciò la madre e le sussurrò:

Allora, racconta.

Giulia raccontò tutto. Le valigie, le ciabatte col pon-pon, la macchina da cucire nellangolo, il formaggio grattugiato, tanto non si butta, le uova della mattina.

Martina ascoltava senza interrompere, solo ogni tanto inarcarva le sopracciglia così tanto che quasi si confondevano con la frangia.

Mamma, almeno ti dà dei soldi? Per la spesa, per le bollette?

Dice che li darà, per il mangiare.

Dice o li ha dati?

Giulia tacque.

Dice.

Martina guardò in direzione della camera degli ospiti, la porta chiusa.

In quellistante Chiara uscì dalla stanza. Vide Martina, la salutò con il sorriso largo di chi non ha nulla da nascondere.

Martina! Hai fatto bene a venire! Giulia, dovè lo zucchero? Nel vasetto è finito.

Sta nella credenza, disse Giulia.

Prendo, eh?

Prendi pure.

Chiara prese, mescolò il caffè, assaggiò, annuendo soddisfatta.

Martina la osservava con quella calma particolare di chi ha già preso una decisione prima ancora di parlare.

Zia Chiara, disse semplicemente, ma la tua casa? Quando lhai venduta?

Silenzio.

Di quelli che non durano tanto ma dicono tantissimo.

Chi te lha detto? Chiara abbassò la tazzina.

La zia Teresa. Per caso. Ha chiamato e lha nominato.

Chiara guardò Giulia. Giulia fissava la finestra.

E allora? Sì, lho venduta, rispose Chiara, e nella voce cera quellintonazione familiare, un po offesa, un po decisa, come di chi viene colto in fallo ma si sente comunque dalla parte della ragione. I soldi li ho. Per ora prendo tempo. Con il mercato così non conviene comprare. Sto un po qui, metto via qualcosa e vedo come va.

Un po quanto, zia? chiese Martina.

Mah, un anno, magari due. Si vedrà.

Giulia si spostò dalla finestra.

Chiara, disse. A bassa voce. Chiara e calma. Quindi tu hai preso i soldi della casa e ti sei trasferita da me per non spenderli. Ho capito bene?

Giulia, ma dai

Ho capito bene?

Siamo sorelle, disse Chiara, ancora una volta. Lultima chiave. Quella più sicura.

Ma su Giulia, stavolta, non funzionò.

Martina e la sua famiglia si trasferiranno in questa stanza. Li ho invitati io. Arriveranno sabato prossimo.

Chiara fissò Martina. Martina sorseggiava il tè e scrutava la tazza, con laria di chi sa più di quanto dica.

Ma quando hai fatto in tempo iniziò Chiara.

Ho fatto in tempo, replicò Giulia.

Non era vero. Martina viveva benissimo per conto suo, e non aveva nessuna intenzione di traslocare. Ma Giulia guardò la sorella con una sicurezza che Chiara, probabilmente, non si aspettava.

Chiara tacque un attimo. Poi si alzò. Si ravviò la vestaglia.

Ho capito, disse, breve. Senza aggiungere nulla.

E tornò in camera.

Ci mise due giorni a prepararsi.

Con la stessa calma con cui era arrivata. Prima frusciavano buste, poi tintinnavano grucce, poi si spostavano i mobili probabilmente per riportare il letto comera prima. Giulia non entrò mai. Neppure Matteo.

Mercoledì mattina Chiara uscì in cucina con entrambe le valigie. Le lasciò vicino allingresso.

Vado da Tamara, disse. Mi invita da un sacco.

Va bene, rispose Giulia.

Sentiamoci ogni tanto.

Ti chiamerò.

Chiara prese la valigia.

Giulia, disse alla porta, senza voltarsi. Sei cambiata.

Giulia rifletté un secondo.

Sì, rispose. Forse.

La porta si chiuse.

Giulia restò un po’ nell’ingresso, osservò l’attaccapanni da cui era sparito il cappotto di Chiara, il pavimento ora senza le ciabatte con i pon-pon. Lo spazio sembrava dilatato.

Entrò nella camera degli ospiti, aprì la finestra.

Poi spinse la macchina da cucire di nuovo vicino alla finestra: il suo posto di sempre.

La sera, Martina telefonò:

Allora, comè andata? È andata via?

Sì, è andata.

E tu come stai?

Giulia rifletté.

Bene, disse. Davvero bene.

Fuori il giorno stava calando, Matteo faceva rumore con i piatti in cucina, e quel suono era così normale, così rassicurante.

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