— Di nuovo una femmina?… Ma è uno scherzo del destino!.. — Nella nostra famiglia, da quattro generazioni, gli uomini lavorano nelle Ferrovie dello Stato! E tu cosa hai portato? — Io… sono davvero così un fallimento? Come papà?… — E tu che ne pensi?

Ancora una femminuccia? Ma è uno scherzo, dai! sospirò la suocera, con quel tono che ti scava dentro. Sono quattro generazioni che la nostra famiglia lavora nelle Ferrovie! E tu cosa hai portato di nuovo?

Ma sono davvero così scarso? Un papà così così? domandò Andrea, abbassando lo sguardo.

E tu che ne pensi?

Martina stiracchiò la suocera, quasi a gustarsi il suono. Almeno un nome decente! Ma a cosa serve una Martina? Dimmi, chi mai vorrà bene a questa tua Martina?

Andrea stava in silenzio, tutto assorto sul cellulare. Quando la moglie, Laura, provò a tirarlo in mezzo, lui si strinse nelle spalle:

Ormai è fatta. Magari il prossimo sarà un maschio.

A Laura si strinse qualcosa dentro. Il prossimo? E questa bimba, sarebbe solo una prova generale?

Martina è arrivata a gennaio: piccola, con due occhioni nervosi e un cespuglio di capelli scuri. Andrea si fece vedere solo il giorno delle dimissioni dallospedale, portando una magra busta di vestitini e dei garofani comprati al volo.

Bella, mormorò, sbirciando nella carrozzina. Ti assomiglia molto.

Ma il naso è il tuo, sorrise Laura, accarezzando la piccola. E guarda lì che mento volitivo!

Ma va, sbuffò Andrea. I neonati son tutti uguali.

Maria Graziella, la suocera, li accolse in casa con unespressione amara.

La vicina, Paola, voleva sapere se era nipote o nipotina. Mi sono vergognata a dirlo borbottò. Vedi te, alla mia età, ancora a giocare con le bambole

Laura si barrica nella cameretta, stringendo Martina al petto e lasciando cadere qualche lacrima silenziosa.

Andrea intanto lavorava sempre di più. Arrotondava facendo piccoli lavori dai vicini, prendeva tutti i turni extra in stazione. Diceva che con una figlia, ora la famiglia gli costava di più. Tornava a casa esausto, quasi senza parole.

Ti aspetta, sai, diceva Laura quando il marito passava davanti alla stanza della piccola senza nemmeno un saluto. Martina si illumina appena sente i tuoi passi.

Sono stanco, Laura. Domani ho il turno presto.

Ma non la saluti neppure

È così piccola, non capisce niente.

Ma invece Martina capiva benissimo. Laura lo vedeva: la bimba girava la testolina verso la porta, ogni volta che sentiva i passi del padre. Poi restava a fissare il vuoto quando se ne andava.

A otto mesi, Martina si ammala. Prima ha la febbre a trentanove, poi sale a quaranta. Laura chiama subito il pediatra, ma il medico dice che per ora basta darle la tachipirina e tenerla a casa. Il giorno dopo la febbre non scende, anzi peggiora.

Andrea, svegliati! Laura scuote il marito. Martina ha la febbre altissima!

Che ore sono? biascica lui, ancora addormentato.

Sono le sette. Io non ho chiuso occhio. Dobbiamo portarla in ospedale!

Ma così presto? Magari aspettiamo oggi pomeriggio Oggi ho un turno importante

Laura lo guarda come fosse un estraneo.

Tua figlia sta male e tu pensi al lavoro?

Non sta mica morendo! I bambini si ammalano spesso.

Laura chiama un taxi per conto suo.

In ospedale, i medici ricoverano subito Martina nel reparto di malattie infettive. Sospetto di grave infezione: serve la puntura lombare.

E il padre? chiede il primario. Serve la firma di tutti e due.

È al lavoro Arriva presto, balbetta Laura.

Passa il giorno a cercare di chiamare Andrea. Irreperibile. Solo alle sette di sera risponde, distrattissimo.

Laura, sono in stazione, un casino qui

Andrea, Martina forse ha la meningite! Serve la tua firma per la puntura! I medici aspettano te!

Cosa? Puntura dove? Non ci sto capendo nulla

Vieni subito!

Non posso, ho il turno fino alle undici. E poi devo fermarmi con i colleghi

Laura riaggancia senza una parola.

Firma da sola, come mamma: per fortuna la legge glielo consente. Martina entra in sala operatoria, addormentata dallanestesia. Si perde tutta nel lettino da ospedale, così piccola.

I risultati li sapremo domani, la rassicura il dottore. Se fosse meningite, ci vorrà una lunga degenza, almeno un mese e mezzo.

Laura resta la notte in ospedale. Martina è sotto flebo, pallida, immobile, muove appena il petto.

Andrea si fa vivo il giorno dopo a pranzo. Sbarbato male, vestito alla meno peggio.

E allora comè andata? chiede senza guardare la figlia.

Male, risponde Laura secca. Lesito delle analisi non cè ancora.

Ma che le hanno fatto? Quella roba come si chiama

Puntura lombare. Hanno preso liquido dalla schiena per vedere se cera infezione.

Andrea impallidisce.

Le ha fatto male?

Era addormentata. Non ha sentito niente.

Si avvicina al lettino e si blocca. Martina dorme, un braccio fuori dalle coperte, col cerotto del catetere.

È così piccola, bisbiglia Andrea. Non credevo che

Laura tace.

Alla fine i risultati sono buoni: niente meningite. Solo uninfezione virale difficile, ma si risolve, basterà stare attenti.

Vi è andata bene, sospira il primario. Due giorni in più a casa e sarebbe finita peggio.

In macchina, tornando a casa, Andrea non dice parola. Solo quando arrivano sotto il portone fa la voce piccola:

Ma davvero sono così pessimo? Come papà, dico.

Laura sistema la bimba in braccio meglio e lo guarda dritto.

Tu come pensi?

Mi sono sempre detto che cera tempo. Che era piccola, non avrebbe capito. Invece si interrompe, abbassa lo sguardo Quando lho vista in quel letto, con tutti quei tubicini, mi sono reso conto che potevo perderla. E allora ho capito che non è vero che cè sempre tempo.

Martina ha bisogno di un padre, Andrea. Non di uno che porta solo lo stipendio a casa. Un padre che sappia come si chiama sua figlia, che sappia quali sono i suoi giochi preferiti.

Tipo?

Quel riccio di gomma che stritola sempre e il sonaglino con le campanelle. Quando entri in casa, va a gattoni fino alla porta. Aspetta solo che tu la prenda in braccio.

Andrea si china la testa.

Io non me ne sono mai accorto

Beh, ora lo sai.

A casa Martina si sveglia e piagnucola piano. Andrea istintivamente la prende in braccio, ma si blocca.

Posso? chiede alla moglie.

È tua figlia, certo.

Lui la solleva piano. Martina lo guarda seria, occhi enormi.

Ciao, stella mia, sussurra Andrea. Scusami se non cero quando avevi paura.

Martina stende la manina verso il suo viso, lo tocca piano. Andrea sente un nodo alla gola.

Papà, dice chiaro e tondo Martina.

Era la sua prima parola.

Andrea guarda la moglie con gli occhi sbarrati.

Ha ha detto davvero

Lo dice da una settimana ride Laura. Ma solo quando tu non ci sei. Forse aspettavi il momento giusto.

Quella sera Martina si addormenta sulle spalle di papà. Andrea la mette delicatamente nel lettino. Lei non si sveglia, tiene solo stretto il suo dito.

Non vuole lasciarmi, sussurra.

Ha paura che tu sparisca ancora, spiega Laura.

Andrea rimane così, seduto accanto al lettino, per mezzora, senza il coraggio di staccare il dito.

Domani mi prendo un giorno libero dice a Laura. E anche dopodomani. Voglio conoscere mia figlia, davvero.

E il lavoro? I turni extra?

Ce la caviamo. Magari spenderemo meno. Ma non voglio perdermi altro.

Laura lo abbraccia forte.

Meglio tardi che mai.

Non mi sarei mai perdonato se fosse successo qualcosa e io non avessi nemmeno saputo quali siano i suoi giochi preferiti, sussurra Andrea, fissando Martina. O che sa già dire papà.

Quando Martina guarisce del tutto, una settimana dopo, vanno tutti insieme al parco. Martina sulle spalle di Andrea ride e acchiappa le foglie gialle dautunno.

Guarda che belli questi aceri, Martina! dice Andrea. E quella è una scoiattolina!

Laura cammina accanto e pensa che, a volte, bisogna quasi perdere ciò che si ama di più per apprezzarne davvero il valore.

A casa, li accoglie Maria Graziella col broncio eterno.

Andrea, Paola, la vicina, mi diceva che suo nipote gioca già a calcio. La tua invece solo bambole.

Mia figlia è la migliore del mondo, risponde Andrea calmo, facendo rotolare il riccio di gomma verso Martina. E le bambole sono bellissime.

Ma così il cognome finirà

Non finirà niente. Continuerà. In modo diverso, ma continuerà.

Maria Graziella vorrebbe ribattere, ma Martina le si avvicina e alza le braccia.

Nonna! esclama la piccola e sorride dritto in faccia alla nonna.

La nonna imbarazzata la prende in braccio.

Parla! si stupisce.

La nostra Martina è intelligentissima! dice Andrea con orgoglio. Vero, amore?

Papà! esclama Martina e batte le mani.

Laura guarda la scena e pensa che la felicità, a volte, arriva proprio dopo le battaglie. E che lamore più vero è quello che cresce piano, tra paura e fatiche.

Quella sera, mentre mette a letto Martina, Andrea le canta una ninna nanna. La voce non è un granché, un po roca, ma Martina ascolta beata, occhi aperti.

Non le avevi mai cantato, prima, nota Laura.

Prima non facevo tante cose, risponde Andrea. Ora ho tempo per recuperare.

Martina si addormenta, aggrappata al dito del papà. Andrea resta lì, al buio, ad ascoltarla respirare, e pensa a tutto ciò che si sarebbe perso se non si fosse fermato e guardato davvero.

E Martina dorme serena, con un mezzo sorriso: ora sa che suo papà non la lascerà più.

Questa storia lha condivisa una nostra lettrice. A volte il destino ci mette davanti a prove belle dure, come se avesse bisogno di scuoterci per tirar fuori il meglio di noi. Tu ci credi che una persona può cambiare quando capisce di rischiare di perdere quello che conta davvero?

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