– Prepara le valigie, ho ritrovato il mio primo amore, – annunciò mio marito. Ma un’ora dopo era lui a stare sulla porta con la sua valigia.

Prepara le tue cose, ho incontrato il mio primo amore mi ha detto mio marito stasera. E un’ora dopo era lui a uscire con una borsa in mano.

Domenica sera, Andrea è tornato dalla rimpatriata del liceo. Io, Maria, stavo sistemando gli ultimi piatti in cucina.

C’era qualcosa di strano in lui. Era tutto raggiante, insolitamente di buonumore, come se gli avessero appena dato una promozione o avesse vinto la lotteria. Lho guardato di sottecchi mentre mi asciugavo le mani sullo strofinaccio: “Beh, si vede che si sono proprio divertiti”

Andrea non ha detto nulla. Si è tolto la giacca ed è andato subito a dormire.

La mattina dopo era già seduto in cucina con laria di chi ha preso una decisione importante. Sembrava una scena da film: mani intrecciate sul tavolo, sguardo serio. Gli ho messo davanti il caffè ed ho aperto il frigorifero per finire le polpette avanzate. È stato allora che ha parlato.

Maria, dobbiamo parlare.

“Ci risiamo”, ho pensato. La frase che annuncia sempre la fine di qualcosa.

Ieri ho incontrato Elisa Ti ricordi, te ne avevo parlato. Il mio primo amore.

Me la ricordavo benissimo. Elisa saltava fuori nelle sue storie ogni cinque anni, di solito dopo due bicchieri di vino e un po di nostalgia. “Eravamo così giovani”. Niente di nuovo.

Abbiamo parlato. A lungo. Insomma, Maria prepara le tue cose.

Mi sono voltata. Le polpette sono rimaste lì, in bilico sulla mensola.

Cosa?

Abbiamo deciso di stare insieme. Io ed Elisa. Capisci?

L’ho fissato per qualche secondo.

Lappartamento, comunque, è mio, ha aggiunto Andrea, per sicurezza. Con il tono di chi dice “giusto per dire”. È meglio che ti cerchi unaltra sistemazione.

Ho rimesso le polpette in frigorifero. Ho chiuso lo sportello, lentamente, facendo attenzione che la calamita con la foto di Venezia non cadesse.

Hai già deciso tutto? gli ho chiesto.

Sì.

Ho annuito e sono andata in camera.

Mi sono seduta sul bordo del letto fissando il muro. Lì cera un calendario con i gattini, preso a gennaio al mercato San Lorenzo. Giusto per avere qualcosa su cui segnare le scadenze. Era costato solo due euro. Gennaio era passato da un pezzo, anche febbraio. Ma i gattini erano ancora lì. Quello rosso col fiocco mi guardava pieno di comprensione.

“Eccoci qua”, ho pensato.

Venti anni della mia vita con un uomo che ora era in cucina ad aspettare che io iniziassi a fare la valigia. E venti anni sono tanti.

Era il primo appartamento che abbiamo affittato a San Donato, con lacqua che gocciolava dal rubinetto e il vicino, Vittorio, che urlava di notte.

Era il fallimento del primo negozio, quando Andrea si era spento e facevo finta di non vedere che la sera si chiudeva in balcone col vino.

Era lospedale, le tre di notte, lappendicite e il chirurgo che disse Ancora unora e sarebbe stata unaltra storia. Era la mia prima festa di diploma coi ragazzi, io maestra ditaliano, e Andrea che arrivava con i fiori, goffo e orgoglioso.

Tutto questo cera stato. Ma, ora lo vedevo, evidentemente non contava.

Mi sono alzata, camminato un po in camera, poi mi sono fermata davanti allarmadio.

Lassù, nellangolo in alto, cerano i documenti.

Andrea era ancora seduto a tavola a scrivere al telefono. Di sicuro con Elisa, perché ogni tanto sorrideva. Un sorriso strano, imbarazzato e solenne insieme. Tipico di chi si aspetta lapplauso dopo un grande passo.

Ho portato i documenti e mi sono seduta.

Stai già raccogliendo le carte? ha chiesto Andrea, lanciando unocchiata.

No. Voglio farti vedere una cosa.

Ho aperto la cartellina.

Maria, magari non ora.

Stai zitto un attimo.

Ho trovato il foglio che mi serviva. Glielho passato.

Era il nostro contratto di matrimonio. Quindici anni fa, quando Andrea ha avviato la sua prima attività commercio di materiali edili lavvocato gli consigliò di farlo per sicurezza. Andrea non sembrava interessato. Dai, Maria, è solo una formalità. Siamo una famiglia. Io firmai tutto dal notaio da sola e portai la copia a casa.

Andrea allora disse solo va bene e mise il foglio nel cassetto. Io segretamente lo spostai poi nellarmadio.

Non ero una stratega. Solo una persona ordinata.

A proposito del business: durò quattordici mesi e finì come finiscono le cose costruite un po così.

I debiti erano pesanti. In quelloccasione, per la prima e unica volta, proposi di vendere la casa per saldare tutto. Andrea: no, ci penso io. E davvero ci pensò; non in tre mesi, come aveva detto, ma in sei anni, a piccoli passi. In quei sei anni io lavoravo due turni e non mi lamentavo mai.

Andrea prese il foglio e iniziò a leggere.

Mi sono versata un po di caffè ormai freddo e lho bevuto.

Aspetta disse Andrea, con unaltra voce, più cauta qui cè scritto

Sì, ho risposto.

Che la casa è tua in caso di separazione.

Esatto.

Ma allora

Andrea rilesse il foglio, poi lo abbassò.

Lho lasciato fare. Quindici anni fa poteva leggere meglio, ora ecco che ci arriva.

E i debiti?

Restano tuoi. Quarto punto.

Andrea taceva. Sul telefono lampeggiava un messaggio: Elisa, probabilmente, chiedeva novità. Stavolta non ha risposto.

Maria, questa cosa Lhai fatto apposta, hai conservato tutto di proposito?

Ho riflettuto e detto semplicemente:

No. Non butto i documenti.

Era la verità. Ho sempre tenuto tutto: scontrini, istruzioni degli elettrodomestici rotti, certificati medici di anni impensabili. Sono solo ordinata. Così è.

Andrea ha ricontrollato il foglio. Poi ha guardato fuori dalla finestra.

Ho raccolto la cartellina e lavato la tazzina. Poi mi sono girata:

Andrea. Uno di noi due dovrà davvero trovarsi unaltra sistemazione, ho detto. Hai ragione.

E sono tornata in camera.

Andrea rimase ancora venti minuti in cucina.

Forse mezzora, non so. Io nel frattempo sistemavo le mie cose come fanno tutte le persone normali quando succede qualcosa di assurdo: niente di speciale. Ho impilato i libri ai piedi del letto. Ho spostato il vaso di gerani dal davanzale alla libreria. Una passata di straccio. Se tieni occupate le mani, la testa fa meno rumore.

Poi, eccolo sulla soglia.

Maria.

Mi sono girata. In mano la carta del matrimonio, come se in quel momento potesse salvarlo o affondarlo.

Dai, parliamone bene.

Daccordo, ho detto. Senza emozione. Solo daccordo.

Quel contratto erano altri tempi. Non avrei pensato che

Che cosa?

Andrea si è fermato. Evidentemente non sapeva come finire la frase. Che non pensavamo di lasciarci? Che non pensavamo che un giorno sarebbe stato importante? Che non pensavamo, punto?

Cè il timbro del notaio, ho detto. È tutto in regola. Ho controllato.

Quando lo hai controllato?

Cinque anni fa. Così, per scrupolo.

Andrea mi guardava come se solo allora si rendesse conto di aver sottovalutato tutto troppo a lungo.

Quindi lo avevi previsto?

Ho riflettuto ancora un attimo.

No. Sono solo una persona ordinata, ho ripetuto.

Era proprio vero. Cinque anni fa avevo chiamato il notaio per faccende sulleredità di mia madre. E tra una cosa e laltra chiesi anche del contratto. Tutto a posto, stia tranquilla. Annuii e dimenticai fino a stamattina.

Andrea è tornato in cucina. Lo sentivo camminare, poi silenzio. Poi di nuovo a rovistare nei mobili.

Mi sono affacciata.

Andrea era lì, immobile che fissava langolo della cucina.

Che stai facendo? gli ho chiesto.

Sto pensando.

A cosa?

Non ha risposto.

Allora ho messo a bollire lacqua del tè.

Andrea, volevo chiederti: hai pensato a dove andrai?

Silenzio.

Capito, ho detto.

Ci eravamo capiti. Andrea probabilmente aveva immaginato tutto in un altro modo. Lui fa il discorso solenne, io mi metto a piangere e me ne vado da qualche parte. Così lui resta a casa, Elisa arriva. Facile, ordinato.

Nessun documento “strano” che gli rompe il copione.

Lacqua ha iniziato a bollire. Ho preparato il tè.

Io non vado da nessuna parte, gli ho detto. Questa è casa mia, continuerò a vivere qui.

Andrea taceva.

E io dove

Da Elisa, gli ho ricordato. Lo hai deciso tu. State insieme.

Di Elisa non pensavo nulla di speciale, né rabbia né interesse. Lei era una persona di unaltra storia, quella che Andrea si era ricreato tra un Brachetto e i ricordi romanzati del liceo. In quella storia, io ero solo un ostacolo.

E va bene così.

Lei ha cominciato Andrea e poi si è fermato.

Che cè?

Non sa ancora niente di preciso. Non ne abbiamo parlato davvero. Non è proprio pronta.

Ho posato la tazza.

Andrea.

Sì?

Mi hai detto di “preparare le mie cose” ma neanche hai sistemato con Elisa dove andrai a stare?

Silenzio. Dal suo viso si capiva che era proprio così.

Alcuni uomini amano i gesti teatrali. Ma sui dettagli si bloccano.

Sono andata allarmadio, ho preso la sacca marrone delle gite aziendali e lho messa sul tavolo.

Ecco, ho detto. Prendi quello che ti serve.

Maria

Andrea. Tu hai deciso, io lho accettato. Ora mettilo in pratica.

Lui guardava la borsa. E in quellistante si è spezzato qualcosa in lui.

È andato a preparare le sue cose.

Io sono rimasta in cucina. Sentivo larmadio che si apriva e chiudeva, il cassetto che scricchiolava, qualche oggetto d’acciaio il rasoio, forse.

Venti anni. Ma la roba che aveva bastava giusto per una piccola borsa da viaggio.

Dopo unora, Andrea ha attraversato lingresso col borsone. In faccia aveva laria di chi non ha cambiato idea, ma ha calcolato male le conseguenze.

Maria, ha detto. Ti chiamo, eh.

Va bene, ho risposto.

Per i documenti, per per il divorzio.

Sì, chiamami.

È rimasto fermo sulla soglia. Forse aspettava lacrime, suppliche, scenate. O qualcosa che restaurasse la vecchia normalità. Ma non è successo nulla.

Ha aperto la porta ed è uscito.

Tre settimane dopo, ho saputo da Caterina, ex collega e regina del pettegolezzo, che tra Andrea ed Elisa le cose non erano andate.

Elisa, in realtà, abitava dalla sorella. Un bilocale a Sesto, sorella col marito e due bambini. Non esattamente romantico. Andrea lì non è mai andato. Alla fine ha affittato una stanza in zona Lambrate da una vecchia signora che vietava di fumare e chiedeva di avvisarla per ogni ospite.

Quando Elisa lo ha saputo, con la storia della stanza in affitto e della casa mai sua, si è raffreddata in fretta. Forse il principe innamorato che lascia tutto per amore era unimmagine migliore di un uomo con uno zaino e qualche rata sulle spalle. Il primo amore funziona meglio da lontano. Da vicino è unaltra cosa.

Ho ascoltato tutto, ho annuito e versato il tè a Caterina.

E tu come stai? mi ha chiesto con quello sguardo pronto allempatia infinita.

Bene, ho detto.

Era la verità. In queste tre settimane mi sono iscritta a un corso di massaggio lo rimandavo da sempre. Ho chiamato la mia amica Giulia: era quasi tre anni che non ci vedevamo. Ci siamo incontrate in un bar, quattro ore a parlare. Ho comprato un abbonamento in piscina. Piccole cose. Ma alla fine la vita è fatta di questo.

A volte, la sera, nel silenzio di casa, pensavo ad Andrea. Senza rabbia, solo così. Mi sono sorpresa a pensare che era meglio che avesse aperto lui quella porta. Io sarei rimasta lì dentro ancora chissà quanto.

Il calendario dei gattini pendeva ancora da gennaio. Maria guardò quello rosso col fiocco e pensò che avrebbe dovuto girare pagina. Poi decise: cè tempo.

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– Prepara le valigie, ho ritrovato il mio primo amore, – annunciò mio marito. Ma un’ora dopo era lui a stare sulla porta con la sua valigia.