«Rimetti a posto e il camion è tuo», il direttore rideva sopra la testa del bidello. Ma dopo un attimo non rideva più nessuno.
Eccoci qua disse lautista del tir, saltando giù dalla cabina e schiacciando la sigaretta sotto la scarpa.
Il motore tossì unultima volta e si spense per sempre. Sotto il telone del rimorchio, cerano dodici tonnellate di pomodori che dovevano, entro quattro ore, essere sistemati nei frigoriferi di una grande catena di supermercati. Il tir era bloccato proprio sulla rampa del deposito ortofrutticolo, ostruendo luscita a tutti gli altri.
Boris Arcangelo, il proprietario della base, si agitava intorno al cofano. Accanto a lui si accalcavano il meccanico, due autisti e il fabbro invitato apposta uno con la giacca di pelle e una catena doro al polso.
Sergio, che dici? Il direttore afferrò il fabbro per la spalla.
Il motore è andato, lelettronica è fritta. Solo carro attrezzi e smontaggio. Dieci ore almeno.
Ma ho un contratto in ballo! Un solo errore e sono finito!
Il fabbro fece spallucce e si cercò il tabacco in tasca. Lautista si mise a fissare il telefono. Arcangelo urlò contro il meccanico, contro gli autisti, contro tutti accusando di non aver controllato, di non aver seguito, di avergli scaricato sempre tutto addosso.
Pietro si avvicinava con la scopa dal magazzino sul fondo. Vecchio piumino, stivali di gomma, faccia solcata da rughe profonde. Tutto il giorno aveva spostato cassette e pulito la zona, un lavoro che i giovani autisti deridevano, chiamandolo il professore della scopa.
Si avvicinò alla folla e guardò in silenzio il cofano.
Arcangelo, fammi dare unocchiata, disse piano. Questione di cinque minuti.
Tutti si girarono di scatto. Sergio scoppiò a ridere per primo, subito seguito dagli autisti.
Che, nonno, ci spazzi il cofano?
Arcangelo si rabbuiò, poi gli scattò qualcosa rabbia, disperazione, voglia di sfogarsi. Si raddrizzò e, a voce alta affinché tutti sentissero, proclamò:
Sai che ti dico, Pietro? Facciamo così. Se rimetti a posto in cinque minuti, il camion è tuo. Questo qui, te lo intestiamo sul serio. Se non lo fai, ti scalano i danni dalla paghetta da bidello. Va bene?
La folla esplose in una risata fragorosa. Cera chi fischiava, chi già tirava fuori il cellulare per registrare.
Adesso il nonno diventa ricco!
Coraggio, professore, facci vedere!
Pietro annuì senza alzare gli occhi. Posò la scopa, si pulì le mani sul piumino e tirò fuori dalla tasca un vecchio cacciavite dalla maniglia crepata.
Togliete il morsetto, disse semplicemente.
Arcangelo continuava a ridere, mentre Pietro si infilava sotto il cofano. Sergio stava lì con la sigaretta, strizzando gli occhi dal fumo. Gli autisti si scambiavano occhiate chi già si impietosiva, chi aspettava lo spettacolo.
Pietro si muoveva senza fretta, ma preciso. Mani segnate da cicatrici e macchie dolio, andavano da sole stringeva un contatto, soffiava dentro un tubicino, passava il dito sulla cablatura. I giovani riprendevano tutto col telefono, commentando sottovoce.
Accendi il quadro, mormorò Pietro senza voltarsi.
Lautista sbuffò, ma si adeguò. Girò la chiave. Il motore tossì una volta, poi unaltra e infine si mise a cantare. Regolare, potente, senza esitazioni.
Il silenzio era tale che si sentiva un corvo sulla tettoia. Non rideva più nessuno, nemmeno lombra.
Sergio lasciò cadere la sigaretta. Arcangelo spalancò la bocca ma non riuscì a dire niente. Lautista in cabina fissava il cruscotto, sperando fosse solo unallucinazione.
Finito, disse Pietro pulendosi le mani sul piumino. Era solo un contatto ossidato, tubicino bloccato. Roba di un minuto.
Riprese la scopa, pronto ad andarsene. Arcangelo restava lì, radicato per terra.
Aspetta un attimo. Ma come da dove?
Pietro si fermò senza voltarsi.
Ho lavorato trentanni in una fabbrica militare. Missili, roba complicata. Poi hanno chiuso tutto, negli anni novanta il caos. Mia moglie se nè andata, mi hanno fregato casa ho firmato senza capirci, mi hanno lasciato nulla. Da allora mi sono arrangiato.
Fece un passo verso il magazzino. Arcangelo, dun tratto, lo rincorse e lo afferrò per il braccio deciso, ma non ostile.
Ferma. No, davvero.
Pietro si girò. Il direttore lo guardava come se lo vedesse per la prima volta.
Il camion non te lo posso dare, ho detto una sciocchezza. Ma ti do un premio lho promesso. Dimmi solo: cosa ti serve davvero?
Pietro alzò gli occhi. Per la prima volta guardò il direttore dritto in faccia.
I soldi non mi servono. Non saprei dove spenderli. Però, se proprio volete fare qualcosa, fate una officina decente. Che la roba non si guasti sempre. Qui è tutto in equilibrio, olio vecchio, filtri intasati. Ora è andata bene, la prossima volta no.
Arcangelo sbatté le palpebre. Sergio si girò e uscì senza salutare. Gli autisti tornarono alle macchine in silenzio.
Va bene, disse secco il direttore. Lofficina la facciamo. E ci lavorerai tu, con uno stipendio vero.
Pietro annuì, riprese la scopa e si diresse verso il magazzino. Camminava come sempre, gobbo e silenzioso ma ora dietro di lui cera una folla che taceva.
Una settimana dopo, sulla base era spuntata una nuova officina non lussuosa, ma con macchinari scelti personalmente da Pietro. Arcangelo spese senza tirarsi indietro. Forse la coscienza lo punzecchiava, o forse solo aveva capito cosa stava perdendo da anni.
Pietro, ormai, veniva chiamato col nome e cognome. I giovani autisti, che un mese prima ridevano del professore della scopa, adesso si mettevano in fila per chiedergli aiuto carburatore che fa i capricci, la frizione che slitta. Lui spiegava senza fronzoli, diretto, e tutti capivano immediatamente.
Sergio-il-fabbro non si presentò più alla base. Arcangelo rescisse il contratto non servivano più servizi. Sergio provò a telefonare, ma il direttore riattaccò senza ascoltare.
E Pietro continuava a girare con lo stesso piumino, gli stessi stivali. Solo che adesso non aveva più la scopa, ma le chiavi. E quando un giovane provava a prenderlo in giro, i veterani lo fermavano subito:
Non fare il buffone. Lui ne ha viste più di quanto potrai mai immaginare.
Arcangelo una volta entrò in officina mentre Pietro trafficava sul motore di un camion. Si fermò sulla soglia, osservando quelle mani che lavoravano.
Pietro, se allora non avessi fatto ripartire il motore io davvero avrei tolto dalla paga. Capisci?
Pietro non si distrasse dal lavoro. Pulì un pezzo, lo posò sul banco.
Capisco. Lì per lì eravate arrabbiato, spaventato. Uno dice di tutto in quei momenti. Io, del resto, non avevo nulla da perdere. Peggio di così
Il direttore restò ancora un po, avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma le parole non vennero. Si voltò e uscì.
A volte la gente cammina, anni e anni, uno accanto allaltro senza vedersi. Giudica dalle mansioni, dai vestiti, da chi finge di essere. Ma la persona è lì, accanto, e aspetta solo di dimostrare che può ancora fare qualcosa. Pietro ebbe la sua occasione. Bastarono cinque minuti per ribaltare tutto il rispetto degli altri, la propria vita. Senza clamore, senza sceneggiate. Semplicemente, fece ripartire un motore.





