Vittorio si era appena sistemato alla scrivania, con il portatile aperto e una tazzina di caffè che fumava vicino alla tastiera. Doveva finire un po di lavoro. Ma la tranquillità venne interrotta dal trillo insistente del cellulare. Numero sconosciuto.
Pronto, chi parla?
Vittorio Demetrio? La chiamo dallospedale Maggiore. Conosce per caso una Anna Michelina Isidori? domandò una voce maschile, anziana, stanca.
No, non conosco nessuna Anna Michelina. Posso sapere che succede? Vittorio era perplesso.
Vede… Anna è venuta a mancare ieri, durante il parto. Abbiamo già sentito sua madre. E lei ha detto che lei è il padre della bambina, la voce si fermò, lasciando sospeso il discorso.
Di quale bambina? Che padre? Io non sto capendo nulla! Vittorio cominciava a sudare freddo.
Anna ieri ha avuto una bambina. Lei ne è il padre, sempre che sia davvero Vittorio Demetrio Larioni. Deve venire qui in ospedale domani. Dobbiamo chiarire alcune cose… proseguì, scandendo bene ogni parola.
Chiarire cosa? Insisteva Vittorio senza capire unacca.
Venga alla Maternità di Porta Romana domani. Chieda del dottor Nicolò Petroni. Sono io. E le spiego tutto.
Il telefono tacque, lasciando solo il vuoto. Vittorio rimase immobile, con lo smartphone ancora in mano, come se potesse restituirgli una risposta da solo.
Anna… Ma chi è sta Anna? borbottava mentre girava per il salotto Mai sentita… Aspetta. Vediamo. Quanto dura una gravidanza? Nove mesi, no? Siamo a maggio, quindi bisogna tornare a settembre Che diavolo facevo a settembre?
La tazzina di caffè che aveva ancora tra le dita non gli sembrava più così invitante. Forse ci sarebbe voluto qualcosa di più forte, ma
A settembre ero a Rimini Due settimane Ma certo! Anna!
Il suo viso, ora, lo ricordava appena. Bionda? Occhi azzurri? Ma quante Anne aveva conosciuto in vita sua? Dai, è impossibile ricordarle tutte. Mai stato sposato, quarantanni suonati e zero voglia di figli. Mai e poi mai! Aveva già una vita a modo suo, e non ci pensava proprio a sconvolgerla per una Anna qualunque
Però è morta lampeggiò nella testa, quasi come una sveglia fisica.
Come avrà fatto a morire? disse ad alta voce fissando il soffitto, come se il lampadario potesse dargli una spiegazione. Quanto poteva avere ventanni? Boh
Voglia di fumare ma aveva smesso. Dentro si allargava una strana sensazione, difficile da definire: pietà, confusione, rimorso?
Una figlia… ripeté, come parlando a un fantasma Ma la prenda la madre di Anna questa bambina È la nonna, no? E poi, chi mi dice che sia davvero mia?
Si sentiva già deciso. Domani sarebbe andato in ospedale, avrebbe parlato col medico, firmato per rinunciare alla bimba e amen. Vita come prima.
Eppure la notte non arrivava. Mille pensieri si aggrovigliavano in testa e nel petto qualcosa si agitava, sempre più forte…
Quel corpo freddo, steso da qualche parte, non poteva essere Anna! Vittorio deglutì a fatica, un nodo in gola che si allargava a soffocare tutto. E nella mente improvvisamente lei riapparve la sua risata, la corsa sulla sabbia, quello sguardo innamorato che lui aveva liquidato con una scrollata di spalle appena tornato in città. Ora era morta. Era lei la ragazza sul tavolo dellobitorio…
Vittorio uscì di corsa, con un gesto chiese al dottor Nicolò un momento di pausa…
Chiese una sigaretta al primo sconosciuto e si mise a fumarla voracemente sulle scale dellospedale, poi dritto nellufficio del primario.
Non vuole vedere sua figlia? domandò il dottor Nicolò.
No. Voglio parlare prima con la madre di Anna. È qui?
Certo. È quella signora in nero seduta in fondo.
Arrivo subito, rispose Vittorio mentre si dirigeva verso la donna.
La riconobbe subito: esile, un velo nero sul capo, seduta come unombra in attesa. Bastarono pochi passi.
Buongiorno, disse quasi sussurrando.
Mamma Anna sollevò lo sguardo. Vittorio quasi si perse in quel mare di dolore.
Spiccicata ad Anna pensò allistante. Uguale.
Sono Vera. Vera Demetria. La mamma della mia piccola Annina, mormorò lei.
Io sono Vittorio… sempre Demetrio, precisò senza pensarci.
Lo so, Annina mi ha parlato di lei. Ora però non potrà più farlo Vera si mise a piangere.
Vittorio era completamente spiazzato. Che doveva fare? Che senso avrebbe mai avuto tutto questo adesso?
Vera si asciugò le lacrime.
Non rinunci a questa bambina, glielo chiedo per favore. Non posso lasciare che il mio sangue cresca in un istituto! Capisce?
Ma perché dovrebbe? Lei è la nonna, lo stato gliela darà! cercò di rassicurarla, ma dentro di sé pensava: Ma quanto mai può avere? È giovane quasi quanto me…
Non possono darmela Ho problemi al cuore Solo se lei la riconosce. Basta che la riconosca! Il resto faccio tutto io. Non la disturberemo, glielo prometto! e le mani di Vera si strinsero sulle sue.
Andiamo! e la trascinò con sé dal dottor Petroni.
Il medico alzò gli occhi dai documenti.
Che serve per il riconoscimento? chiese Vittorio, già col batticuore.
Un test del DNA, rispose serio Nicolò, e avete pensato al nome?
Il nome di chi? balbettò Vittorio.
Della bambina. Come la vogliamo chiamare? il primario sorrise.
Non vuole almeno vederla? insistette.
Vittorio sospirò, guardò Vera e borbottò:
No, non ce la faccio.
Le formalità si risolsero più in fretta del previsto. Il test confermò: la bimba era proprio sua. Vittorio si sentiva in mezzo a una tempesta. Non aveva mai pensato a un figlio. E di punto in bianco non ce la faceva a escluderla, lasciarla a Vera e via. Non riusciva proprio a dire la parola FIGLIA. Per lui, era solo la bambina.
Le aiuterò come posso. Manderò dei soldi, un passeggino, quello che serve… aveva deciso poco prima che la piccola uscisse dallospedale.
Quando vide linfermiera portare quel fagottino rosa acceso, pieno di pizzi e fiocchetti, la gola si chiuse.
Vera prese in braccio la bimba, scoprì un po la copertina.
Vuoi vedere la piccola? disse.
Ma non fece in tempo a rispondere: la porta dellufficio si aprì e Nicolò richiamò Vera.
Lei gli affidò il fagotto. Vittorio rimase pietrificato, incapace di parlare, incapace anche solo di muoversi. Il fagotto era caldo, profumava di latte e zucchero. Allimprovviso la neonata cominciò a emettere un rumore che pareva il miagolio di un gattino e subito urlò con tutta la voce che aveva. Spaventato, Vittorio guardò in faccia la piccola… e ci trovò il suo riflesso! Era la sua fotocopia! La fissava e lui vedeva solo sé stesso…
Col sentore che le gambe gli stessero cedendo, si sedette su una sedia accanto, prese a cullarla piano. La piccola si zittì e lo fissò negli occhi. Per un attimo parve sorridergli davvero.
Dopo un minuto, ecco Vera.
Dai, me la dai? e allungò le braccia.
No, ci penso io! sbottò Vittorio, Mi ha appena sorriso! e si lasciò andare a un sorriso che gli illuminò tutto il volto.
Andiamo a casa, Vera aggiunse piano. E poi risoluto:
Andiamo tutti insieme a casa!





