Anna seduta su una panchina nel giardino della casa di riposo piangeva: oggi compiva 70 anni, ma né …

6 giugno

Oggi compio settantanni. Mi sono seduta sulla panchina del piccolo parco dellospedale e le lacrime hanno iniziato a scendere senza che riuscissi a fermarle. Nessuno dei miei figli né Giulia né Matteo si è fatto vedere. Neanche una telefonata per dirmi auguri. Soltanto la mia compagna di stanza, Elisabetta Veronesi, è venuta a farmi un sorriso, regalandomi un fazzoletto ricamato. La signora Angela, loperatrice sanitaria, mi ha portato una mela: Per il compleanno, signora Anna. Poi basta. In questa casa di riposo qualcuno è cortese, ma quasi tutti ti guardano come fossi invisibile.

Lo sappiamo tutti, noi ospiti qui: ci ha portato qualcuno che non sapeva più che farsene di noi. Non sono diversa dagli altri. È stato mio figlio, Matteo, a scaricarmi qui con la scusa che così ti riposi, mamma, e fai qualche cura. Ma sapevo che a casa ero diventata un peso per sua moglie, Francesca.

La casa era la mia. Ricordo ancora la paura e la dolcezza negli occhi di Matteo quando mi ha convinta a intestargliela: Firmi, mamma, tu resterai sempre con noi. Invece ci sono venuti tutti e tre a vivere con me e poco dopo sono iniziate le discussioni. A Francesca non andava mai bene niente: la cucina, il bagno, il modo in cui sistemavo i vestiti. Prima Matteo mi difendeva, poi ha iniziato a lamentarsi anche lui e spesso li sentivo sussurrare alle mie spalle. Un giorno, lui mi disse che aveva trovato un posto per farmi curare. Non è mica una casa di riposo, mamma. Vedrai che torni presto.

Mi ha accompagnata, mi ha fatto firmare un po di carte e poi è scappato via promettendo che sarebbe passato spesso. Non l’ho più visto, se non una volta: è venuto in fretta, mi ha portato qualche frutto e quasi non mi ha lasciata parlare. E così, sono passati più di due anni.

Dopo un mese che non tornava, ho chiamato al vecchio numero di casa. Mi ha risposto una voce sconosciuta: mio figlio aveva venduto la casa. Nessuno sapeva dove fosse andato. Quella notte ho pianto tanto, ma alla fine ho capito che non cera più niente che potesse riportarmi indietro. La cosa più dolorosa è stata realizzare quanto avessi sacrificato mia figlia Giulia, tutta la vita, solo per accontentare Matteo. Quante volte avevo ignorato i suoi bisogni per aiutare lui.

Sono nata in un paesino dellUmbria. Lì ho sposato Lorenzo, il mio compagno di scuola. Una casetta con lorto, non eravamo ricchi, ma vivevamo con dignità. Poi un amico di Lorenzo, tornato da Firenze, gli parlò della vita in città: Buoni stipendi, una casa subito. Lorenzo si lasciò convincere. Vendemmo tutto e partimmo. E in effetti una casa labbiamo avuta, comprato i mobili, una vecchia Fiat 600. Ma con quella macchina Lorenzo ebbe un incidente e in ospedale, dopo due giorni, se ne andò. Mi ritrovai sola con Giulia e Matteo da crescere. Lavoravo la sera facendo le pulizie nei condomini per mantenere i bambini.

Pensavo che crescendo mi sarebbero stati vicini. Ma Matteo si cacciò in brutti giri e per aiutarlo dovetti chiedere un prestito che mi ci sono voluti anni per restituire. Giulia si sposò, ebbe un figlio, ma il bambino si ammalò subito. Per curarlo, lasciò il lavoro. I medici faticavano a capire cosa avesse. Alla fine arrivò una diagnosi rara, che si curava solo a Milano. Cera una lista dattesa lunghissima. Mentre seguiva il figlio negli ospedali, il marito la lasciò, anche se almeno le lasciò la casa. Conobbe poi un vedovo con la figlia malata della stessa cosa. Si innamorarono e andarono a vivere insieme.

Poi lui si ammalò: servivano soldi per unoperazione urgente. Io avevo da parte qualcosa: li volevo dare a Matteo per lanticipo di una casa. Quando Giulia mi chiese aiuto, non glieli diedi; pensai che era più giusto aiutare mio figlio. Giulia se ne andò via furiosa, dicendomi che per lei non ero più madre, e che non avrei dovuto cercarla quando mi fossi trovata nei guai.

Da allora sono passati ventanni senza una parola.

Giulia alla fine è riuscita a curare suo marito. Hanno preso i figli e si sono trasferiti in Liguria, sul mare. Se potessi tornare indietro, farei tutto diversamente. Ma il passato non si può cambiare.

Mi sono alzata piano dalla panchina, dolorante. Stavo per rientrare quando ho sentito una voce alle mie spalle:

Mamma!

Il cuore ha preso a battere fortissimo. Mi sono voltata. Era Giulia. Mi tremavano le gambe, stavo quasi per cadere, ma lei mi ha afferrata e mi ha sostenuta.

Finalmente ti ho trovata Matteo non voleva dirmi doveri. Lho dovuto minacciare di denunciarlo per la vendita illegale della casa Solo così ha ceduto.

Siamo entrate, lei mi ha fatto sedere su una panchina nel corridoio.

Mamma, scusami. Ci ho messo troppo, lo so. Prima ero arrabbiata, poi ho lasciato passare il tempo. Mi vergognavo. Ma una settimana fa ti ho sognata: ti aggiravi nel bosco e piangevi. Mi sono svegliata con un peso addosso. Ho raccontato tutto a mio marito e lui mi ha detto: vai, cerca tua mamma e fate pace. Sono venuta qui, ma nella tua vecchia casa cerano sconosciuti. Ho trovato lindirizzo di Matteo e poi eccomi qui. Prepara le tue cose, vieni a casa con me. Abbiamo una bella casa grande, proprio davanti al mare. Mio marito mi ha detto che se tua madre sta male, portala con noi.

Mi sono stretta a lei e ho pianto, questa volta di felicità.

Onora tuo padre e tua madre, così vivrai a lungo su questa terra che il Signore tuo Dio ti ha dato.

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