Déjà vu Lei aspettava lettere. Sempre. Fin da bambina. Per tutta la vita. Cambiavano gli indiriz…

Déjà vu

Ho sempre aspettato lettere. Da sempre. Fin da bambina. Per tutta la vita. Cambiavano gli indirizzi. Gli alberi mi sembravano più bassi, la gente più lontana, le attese più silenziose.

Lui non si fidava di nessuno e non aspettava nulla. Allapparenza era un uomo qualunque, robusto. Aveva un lavoro. E a casa lo aspettava il cane. Viaggiava da solo, qualche volta in compagnia del suo quattro zampe.

Io invece ero la ragazza dai grandi occhi tristi, con un sorriso gentile che non lasciava mai la mia bocca. Qualcuno, un giorno, mi chiese:
Senza cosa non esci mai di casa?
Senza il sorriso! risposi, e le mie fossette sulle guance confermarono la verità.

Sin da piccola, ho sempre avuto più amici maschi che femmine. Nel quartiere mi chiamavano pirata in gonnella. Però, quando restavo sola, mi immergevo in un gioco tutto mio: mi immaginavo mamma con tanti figli, un marito buono, e vivevamo tutti insieme in una grande casa accogliente con un giardino pieno di fiori.

Per lui lo sport era indispensabile. Nel box in garage custodiva una scatola con coppe, medaglie, attestati. Non sapeva nemmeno lui perché li tenesse ancora. Forse per rispetto verso i genitori, così fieri di lui… Da tempo pensava di consegnarglieli. Quei primi posti non erano mai stati fine a se stessi: gli piaceva proprio la fatica, arrivare stremato, sudato, per poi scoprire nuova energia dopo la stanchezza.

I miei genitori sono morti quando avevo sette anni. Mio fratellino ed io finimmo in due orfanotrofi diversi. Così siamo cresciuti, ognuno con le sue battaglie, i suoi dolori, le sue gioie. Quella vita nelle case famiglia era ormai alle spalle. Ora abitavamo di fronte, in un quartiere di palazzine basse, vicoli caldi, cortili fioriti, mercatini ricchi di prodotti freschi. La famiglia di mio fratello era la mia unica, vera compagnia.

Quel giorno era inquieto. Il mio turno era finito. Attraversavo il cortile del deposito mezzi. Mi rincorse il signor Antonio, mi abbracciò come farebbe un padre e mi ringraziò per la crostata.
Dormi un po a casa, okay?
Faccio in tempo! dissi, dandogli un bacio veloce sulla guancia prima di salire in macchina.
Che brava ragazza… sospirò lautista dellambulanza.

Durante le feste spesso ci mettevano nello stesso turnonon era mai facile trovare colleghi disposti a lavorare allora, neppure tra i medici. In squadra cerano altri due uomini. I colleghi non sopportavano il mio modo di essere: ordinata, sempre curata, solarema sapevo che lumore del medico cambia tutto.

Quel giorno lui correva più che poteva. I trofei saltellavano nella scatola, il cane piagnucolava sui sedili dietro. Il padre gli aveva proposto di passare il Capodanno insieme, così aveva sistemato in macchina anche la scatola dei premi. Era entusiasta di non dover lavorare durante le feste, anche se il lavoro coi ragazzi gli mancava. Quei rari incontri con i genitori, però, gli lasciavano sempre dentro un senso di amarezza… Qualche giorno prima di Capodanno il telefono squillò la mattina presto.
La mamma non sta bene la voce del padre tremava. Un uomo di ferro, in pensione dai Carabinieri, incapace di nascondere lansia. I suoi genitori stavano insieme dalle medie. Ancora si guardavano con occhi pieni di luce, come una giovane coppia. Sentiva che dovevano custodire un segreto.

Mi sorrisi allo specchio, stanca ma soddisfatta. Come da tradizione, la notte prima avevo preparato mille dolci diversi e dopo il turno li avevo portati un po ovunque. Per fortuna avevo persino dormito un paio dore nella stanza del riposo; altrimenti il signor Antonio non mi avrebbe lasciato guidare, anzi, sarebbe passato lui stesso a portarmi, felice come un bambino davanti al mio imbarazzo.

Mancavano una decina di chilometri alla casa dei miei genitori adottivi quando, improvvisamente, iniziò una bufera di neve. Mi tornò in mente il cane che, poche ore prima, si era rifiutato di salire in auto, quel rumore nel bagagliaio, e la solita strada… Strade, strade…
Forza, mamma, papà, resistete… Non ho nessuno, solo voi…

Il cane mi leccò il collo, come se avesse letto il mio pensiero.
Scusami, amico mio… sì, tu conti!

Abbassai il motore. Quella nevicata era proprio fuori luogo. Mi rimaneva ancora solo una crostata da consegnare, qualche chilometro lungo la strada di campagna e, dietro una curva, il borgo dove viveva la mia paziente preferitauna vecchina piena di vita e di scintille negli occhi. E il marito? Anche lui con quello stesso sguardo luminoso. Mi facevano pensare ai miei genitori, probabilmente, oggi sarebbero stati così…

Un lampo scuro. Allimprovviso, qualcosa davanti alle ruote. Nella neve che cadeva fitta.
Da dove sei sbucato, cane? Dal bosco? Sei scappato? Hai occhi bellissimi… Perché il collo è appiccicoso? Il maglione è bagnato… Dormire, voglio solo dormire… Dino, Dino, amico… Che dolore… Mamma, sto arrivando, papà, sono vicina… Buio…

Il signor Antonio non rispondeva, era andato a prendere i nipoti. No, lambulanza lì non sarebbe riuscita a passare, la strada era bloccata dalla neve.
Un attimo, ragazzo… Porta pazienza, sto arrivando. Oddio, cè anche il cane…

Mi rimisi in viaggio, proprio mentre una macchina grigia mi sfrecciava accanto.
Qualcuno ha fretta di tornare a casa pensai. Ma dopo pochi minuti vidi la stessa auto ribaltata nel fosso; accanto, un cane nero, ancora vivo per fortuna.

Che ore sono? Lacqua calda di solito non mi piace, ma quella doccia mi ha salvata. Finalmente la scossa sparì. Mi accucciai sul pavimento del bagno, chiusi gli occhi. Avrei voluto solo dormire…

Come hai fatto a tirarlo fuori, era così robusto! mi risuonava in testa la voce di mio fratello. E subito il corpo mi si irrigidì, sentii il dolore nelle ossa.

Portai luomo e i due cani in ospedale sulla mia macchina. A metà strada mio fratello mi raggiunse e mi aiutò. Quel giorno, tornando verso la casa nel borgo, ricordai della scatola caduta dal baule dellauto grigia; per qualche ragione la presi con me.
Magari è importante per lui. Limportante è che siano salvi. Se si riprende, gliela restituisco.

Il marito della signora che accudivo mi aprì la porta con unaria persa.
È successo qualcosa? chiesi distinto.
Mia moglie è in ospedale… Devo raggiungerla, ma mio figlio non arriva. Non riesco a contattarlo…
Abbassai lo sguardo in silenzio.
E tu stai bene? mi chiese prendendomi la mano.
Vuoi che ti accompagni io? proposi.

Guidammo senza parlare. La bufera finalmente era calata.
La scatola che hai dietro, da dove viene? chiese il colonnello, dopo un po.
Cè stato un incidente. Un uomo ha cercato di schivare un cane scappato dal bosco; la macchina si è ribaltata e la scatola è caduta…
Unauto grigia, dentro cera un cane bianco, vero? E il cane dal bosco nero? Sussurrò.
Fermai la macchina e lo guardai. Il colonnello strinse i pugni e fissò la strada.
È vivo! E anche sua moglie si riprenderà! Gli misi le braccia attorno.
Lo sai, figlia… Posso chiamarti così?
Certo! mi scesero le lacrime.
Mia moglie ha sognato una strana cagna nera, per giorni. Nostro figlio ha il cane bianco… Da dove è saltata fuori quella nera!?

Occhi bellissimi. Incredibili. Tristi… fu il primo pensiero, appena lui riprese conoscenza. Accanto al suo letto, suo padre assopito sulla sedia.
Mamma. Lincidente… Gli tornarono tutto in mente. E gli occhi di quella ragazza…

Festeggiarono il Capodanno alla fine di gennaio. La madre si riprendeva. Il padre era felice. Dino zoppicava ancora un po, ma presto sarebbe passato. Il lavoro lo attendeva: doveva rimettere in forma i ragazzi per le gare dopo la pausa delle Feste. Si era fermato a lungo dai genitori. Era ora di tornare in città. Ma non riusciva a smettere di pensare a quella ragazza…

Era già quasi alla porta, quando dal sottotetto lo chiamò il padre.
Papà, serve una mano?
Il padre sorrideva furbo. Sullarmadio notò le sue vecchie coppe.
Ehi… Da dove saltano fuori queste, comandante?! rise il figlio.
Pensaci su! Vado a far passeggiare Dino prima che parti.

Tornavo a casa prima del solito. Mi aspettava Nina. Non avevo potuto lasciarla dal veterinario, dopo che si era ripresa dallincidente. Altrimenti sarebbe finita in canile. Non era del tutto nera: aveva una macchia bianca a forma di cuore sul petto.

Salii le scale, e quasi per abitudine, aprii la cassetta delle lettere senza guardare. Stavo già per richiuderla quando, con la coda dellocchio, notai una busta bianca.

Dentro, solo poche parole:
Stasera vengo. Grazie di cuore!
Lamore, come una bussola, ci guida verso casa.

Sotto i polpastrelli la carta liscia tremava leggera. Mi sedetti sullultimo gradino, col cuore che martellava come quando si aspetta una sorpresa, e Nina si accucciò accanto a me, appoggiando il muso sulle mie ginocchia. La accarezzai senza staccare lo sguardo dalla busta. La grafia era decisa, il tratto familiare, eppure nuovo.

Trascorsi le ore aspettando un segnale. Mi sorpresi a riordinare la casa, a scegliere una teiera azzurra e due tazze, come se sapessi già che sarebbe arrivato. Ogni tanto mi voltavo verso la porta, ogni tanto sorridevo senza motivo. Nina scodinzolava inquieta, come se anche lei avvertisse lattesa.

Quando si fece sera, il citofono trillò. Scesi senza pensarci. Fuori cera lui, il cane bianco al guinzaglio e nella mano la scatola vissuta dal tempo. I nostri sguardi si incrociarono esitanti, quasi increduli.

Ho pensato che forse esordì, ma si fermò imbarazzato.
Nina e Dino si annusarono felici, come se sapessero che, da qualche parte, erano sempre appartenuti alla stessa casa.
Ho una crostata in forno, dissi piano. Ti va di entrare?

Sorrise, e in quellattimo seppi che la lunga attesa era finita. Entrò piano, portando con sé il profumo di neve e stelle. Sedemmo insieme, il vecchio sogno di una famiglia con un cane, una casa piena di risate e una scatola di vecchie coppe tra noi, diventato improvvisamente reale.

Fuori la notte sembrava nuova, e per la prima volta non avevo paura del domani. Con il cuore colmo e la mano nella sua, pensai che forse, in fondo, le lettere arrivano sempre a chi continua ad aspettare. Anche se ci vuole una vita intera.

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