Langelo che pesava cento chili e sapeva di caffè scadente
Nella sala giochi del reparto oncologico regnava un silenzio fragile, interrotto solo dallo sfregare della carta e dallo scricchiolio dei pennarelli. Era un silenzio particolarissimo, sottile come il vetro. Si sentiva tra quei bambini, tutti sotto i dieci anni, una serietà quasi adulta. Il compito era semplice: disegnare il proprio Angelo Custode. I bambini si impegnavano con tutta lanima.
Per me, che mi chiamo Ernesto e sono un volontario da poco, quel giorno fu una vera prova. Ero abituato al bello secondo i canoni: quello dei mosaici nelle chiese, dove gli angeli sono giovani leggeri come piume, con riccioli dorati e occhi di un azzurro celestiale. Passeggiavo tra i tavolini, incantato: Lucio aveva disegnato un angelo con una grande spada, Benedetta uno con ali soffici come batuffoli di cotone. Tutto canonico, tutto commovente tutto un po simile.
Poi mi avvicinai a Caterina.
La bambina aveva sette anni. La testa liscia e lucida come una pallina da biliardo dopo la chemio, la pelle sottile da vedere le venine. Caterina disegnava attentamente, con la punta della lingua fuori dalla bocca.
Buttai locchio sul foglio, trattenendo a stento lo stupore.
Sulla carta non cera alcun messaggero celeste. Al suo posto, una figura curiosa. Un uomo tondo, enorme, occupava quasi tutto il disegno. Niente ali. Ma una grossa pancia fasciata in una camicia bianca, una testa calva, larga come una patata, e grandi occhiali storti che pendevano sul naso come bottoni.
Caterina le domandai piano, inginocchiandomi accanto. Chi è? Dovevamo disegnare un angelo.
È un angelo rispose lei tranquilla, senza smettere di colorare il pancione di bianco.
Ma è un po particolare cercai di scegliere le parole. Perché non ha le ali? E perché è così grosso?
Le ali ce le ha mi corresse Caterina. Solo che le tiene sotto il camice. Sennò si sporcano. Qui si sporca tutto.
Sorrisi, un po commosso. La fantasia dei bambini non ha limiti.
Quasi ogni giorno, in corsia, si sentiva quel respiro pesante, fischiante, che avanzava nei corridoi come il ruggito di un treno. Sciap, sciap. Passi pesanti che parevano far tremare il linoleum.
La porta della sala giochi si aprì di scatto ed entrò lui.
Il dottor Paolo Rinaldi, primario della rianimazione. Un uomo enorme. Oboeso, con tre doppi menti, il camice sempre aperto che non riusciva mai a chiudere sulla pancia. Il viso grondante sudore, pallido come cera. Gli occhiali dalla montatura tartarugata scivolavano sul naso, e lui li sistemava con un dito spesso. Da lui veniva un aroma di tabacco, sudore e di forte caffè istantaneo, quello proprio cattivo che si trova nei distributori. Erano tre giorni che dormiva qui, sdraiato, quando ci riusciva, su una vecchia poltrona in guardiola.
Io vedevo solo un uomo esausto, trasandato, che da tempo avrebbe meritato la pensione o almeno una doccia.
Allora, artisti? tuonò con quella voce di basso che sembrava venire dalla pancia. Si respira?
Si respira, dottore! gridarono le voci, stonate ma contente.
Passò tra i tavoli, appoggiandosi alle sedie che cigolavano sotto la sua mano.
Si fermò accanto a un bambino pallido con la flebo. Gli posò una mano enorme sulla fronte.
Coraggio, eroe borbottò. Gli esami sono arrivati. Ce la possiamo fare.
Poi si chinò su Caterina. Vidi gli occhi della bimba che si accendevano. Gli allungò le braccia, cercando il contatto con quelluomo che sapeva di sudore e caffè.
Che disegni? chiese lui. E dietro le grosse lenti, improvvisamente, non vidi più gli occhi stanchi: brillava un blu insonne, immenso.
Te sussurrò Caterina.
Paolo ridacchiò, sistemando gli occhiali.
Non serve disegnarmi, che tanto la carta si rompe!
Proprio in quellistante, un allarme iniziò a suonare nel corridoio. Un suono acuto, urgente.
In un attimo Paolo cambiò. Sparito quellaffanno, sparito il lento trascinarsi. Con una rapidità insospettabile per uno della sua stazza, si voltò e uscì.
State tutti seduti! urlò già da fuori. Giulia, il kit di rianimazione, presto!
Io rimasi lì, il cuore in gola. Dietro il muro si sentivano voci spezzate, comandi brevi, il tintinnio dei ferri, e la voce del dottore: ora non più bonaria, ma dacciaio.
Respira! Dai! Resta con noi! Respira!
Quella voce mi gelò. Era insieme supplica e ordine. Chiusi gli occhi. Avevo paura.
Quaranta minuti. Eterni, elastici come la gomma. Nella sala giochi cala il gelo. Nessuno disegna più. Tutti fissano la porta.
Alla fine la porta si apre. Paolo Rinaldi rientra, aggrappato allo stipite. Zuppo, il camice ancora più scuro per il sudore, una macchia rossa sulla manica. Si sfila gli occhiali, si sfrega gli occhi, spalmando la stanchezza sul viso. Poi si lascia cadere, pesante, sulla sediolina di un bimbo, che cigola sotto di lui, quasi a spezzarsi.
Ce labbiamo fatta sussurra nel vuoto. Ora dorme.
Lo guardai. E, come se mi avessero tolto una benda dagli occhi, capii.
Guardai il disegno di Caterina. Quellomone buffo, goffo. Poi il vero Paolo Rinaldi.
Non vidi sudore, né peso. Vidi la massa. Unenorme, sicura massa damore, lancora che tiene qui le anime leggere di quei bambini, che volerebbero via. Langelo con le ali doro, qui, non servirebbe niente: troppo leggero, volerebbe insieme a loro.
Ci voleva uno così, grosso, terreno, che sa di caffè e di terra, che trattiene la vita scivolante tra le mani giganti e rauco dice: Non ti mollo.
La testa calva brillava sotto la luce sostituendo laureola: non dorata, ma operaia, sudata.
Caterina scese dalla sedia, andò dal medico seduto a capo chino e gli abbracciò la gamba massiccia più su non arrivava.
Te lho detto mormorò, guardandomi con occhi adulti. Le ali le nasconde. Così non ci arriva il vento.
Paolo Rinaldi le posò una mano pesante sulla testa liscia.
Le dita gli tremavano.
Resistete, piccoli sussurrò. Ancora un po.
Mi girai verso la finestra: non riuscivo più a trattenere lo sguardo.
Le lacrime, quelle che temevo da sempre, mi inondarono. Piangevo per la mia cecità. Cercavo la bellezza nel luccichio della perfezione, e invece la Bellezza vera era lì, seduta su una seggiolina scheggiata, che si asciugava il sudore col camice dura, pesante, ruvida e più sacra di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quel giorno ho capito che, a volte, la santità indossa un camice sgualcito e puzza di caffè. E questo basta per credere, ancora, nella forza degli uomini.



