Non c’è gioia senza lotta

Non esiste gioia senza lotta

Come hai potuto metterti in una situazione simile, sciocca ragazza? Chi mai ti prenderà ora, con un figlio in grembo? E come credi di crescerlo? Non contare su di me. Ti ho già tirata su io, ora dovrei occuparmi anche del tuo bambino? Non sei la benvenuta qui. Fai le valigie e vattene da casa mia!

Giulia ascoltava in silenzio, il capo chino. Lultima speranza, che la zia Patrizia potesse ospitarla almeno finché non trovava un lavoro, svaniva davanti ai suoi occhi.

Se almeno la mamma fosse ancora viva

Giulia non aveva mai conosciuto il padre, e la madre era morta quindici anni prima, investita da un automobilista ubriaco sulle strisce pedonali. La ragazza era quasi finita in orfanotrofio, ma allimprovviso sera fatta viva una parente lontana, cugina della madre, appunto la zia Patrizia. Aveva una posizione stabile, un lavoro presso lanagrafe e una casa tutta sua in un paesino vicino a Ventimiglia, al confine con la Francia. Così era riuscita ad ottenere laffidamento di Giulia senza troppe difficoltà.

La zia abitava in periferia, dove lestate era calda e piena di cicale, linverno mite e piovoso. Giulia non aveva mai patito la fame, era stata sempre vestita in modo dignitoso e abituata fin da piccola ad aiutare in casa. Cera da lavorare nellorto, con i polli nel cortile, e le faccende non mancavano mai. Forse mancava il calore materno, ma chi ci badava?

Andava bene a scuola e dopo il diploma si iscrisse allIstituto Magistrale di Sanremo. Gli anni da studentessa passarono in fretta, ma ora tutto era finito: aveva dato gli ultimi esami e ritornava nel paese che considerava ormai casa propria. Ma il ritorno non fu quello che aveva sperato.

Quando la zia Patrizia si fu sfogata, sembrò un po più calma: Basta, Giulia. Non voglio più vederti. Vattene.

Zia, per favore, posso almeno

No, ti ho già detto tutto!

Giulia prese la valigia e uscì in strada. Mai avrebbe pensato di tornare in questo modo: umiliata, respinta, e per di più incinta di poco, ma ormai non voleva più nasconderlo.

Doveva trovare un posto dove stare. Camminava assorta, tra i suoi pensieri, come se il paese non esistesse intorno a lei.

Era una calda estate ligure. Nei frutteti maturavano mele e pere, le albicocche brillavano doro tra le foglie e le viti erano cariche di grappoli pesanti. Nellaria si mescolavano profumi di marmellata, pane fresco e basilico. Il sole picchiava e una sete intensa la costrinse a fermarsi. Attraverso una cancellata vide una donna allaperto, intenta a preparare il pranzo in una semplice cucina estiva.

Scusi, posso avere un po dacqua? chiese con un filo di voce.

La donna, una robusta cinquantenne, si voltò. Vieni pure, figliola. Qui una goccia dacqua non si nega a nessuno.

Le diede una tazza dacqua fresca presa dal pozzo, e Giulia si sedette stanca sulla panca, sorseggiando piano.

Vuoi riposarti un attimo qui? Questo sole spacca le pietre disse la donna.

Grazie Davvero Ho appena finito gli studi per diventare maestra, ma non so dove andare a dormire stanotte. Forse lei sa se qualcuno affitta una stanza?

La donna, Donata, la osservò: anche se era provata nella persona, nei lineamenti si leggeva la bontà.

Guarda che se vuoi puoi fermarti qui. Avere qualcuno in casa mi farebbe piacere: il mio Enrico lavora in Germania, passa qui solo dinverno E la compagnia è sempre gradita. Laffitto non sarà alto, ma solo se prometti di tenere tutto in ordine. Se vuoi, ti mostro la stanza.

Giulia, incredula per questa fortuna improvvisa, la seguì. La stanza era piccola ma accogliente, con una finestra sul giardino, un letto, un vecchio armadio lucido e un tavolino. Giusto quello che le serviva. In pochi minuti si mise daccordo per il prezzo, poi, cambiatosi dabito, Giulia prese la via del municipio per iscriversi alle graduatorie degli insegnanti.

Così cominciò la nuova vita. Casa, lavoro, casa. Il tempo passava veloce come le rondini dagosto e sembrava che il calendario perdesse i suoi giorni di festa della giovinezza.

Giulia e Donata divennero amiche. Donata era premurosa, madrevole anche se burbera allapparenza, mentre Giulia si dedicava al lavoro e alla casa. Alla sera, con larrivo dellautunno mite della Riviera, bevevano il tè nella pergola, ascoltando i rumori dei grilli.

La gravidanza proseguiva serena; Giulia non aveva nausee, il viso era luminoso e tondo per la gioia segreta. Una sera raccontò finalmente la sua storia a Donata: niente di nuovo, una storia uguale a mille altre.

Al secondo anno distituto, si era innamorata di Matteo, figlio di professori universitari della vicina Imperia. Il suo futuro era già scritto: laurea, specializzazione, poi lavoro garantito nelluniversità paterna. Era ben educato, attraente, piaceva a molte, ma aveva scelto proprio Giulia forse per la sua modestia, o per lo sguardo buono che aveva. Chi può dirlo? Per lei lui era tutto; vivevano insieme ogni giorno libero.

Quel giorno lo ricordava ancora. Al mattino, improvvisamente, sentiva strane nausee, i profumi la infastidivano e il ciclo in ritardo. Comera possibile? Un test, e due linee rosa, nitide davanti agli occhi. Restò un attimo senza fiato così vicina al diploma, proprio adesso! Come avrebbe reagito Matteo? Non avevano certo programmato figli.

Poi, una tenerezza verso la piccola vita dentro di lei.

Figlio mio, aveva sussurrato, accarezzandosi piano la pancia lieve.

Matteo, appena seppe, la accompagnò dai suoi genitori. Quella sera devastante la fa ancora piangere. In breve le dissero che era meglio abortire, finire gli studi in silenzio e sparire, lasciando Matteo libero per la sua carriera: Lui ha da costruire il suo futuro, tu non lo aiuti restando.

Chissà cosa si dissero dopo, lui e sua madre. Il giorno seguente Matteo entrò silenzioso nella stanza di Giulia, appoggiò una busta con degli euro sul tavolo e se ne andò.

Per Giulia, lidea di eliminare il bambino non era nemmeno da prendere in considerazione. Quella creatura era già parte di lei soltanto sua. I soldi li prese; sapeva che sarebbero stati indispensabili.

Donata, ascoltando, le diede una carezza sulle spalle. In fondo poteva andarti peggio. Hai fatto bene, i figli sono sempre una benedizione, anche quando la vita sembra difficile. Vedrai che qualcosa di buono arriverà.

Giulia non pensava più a Matteo; ogni ricordo portava solo amarezza.

Il tempo passò. Lasciò il lavoro poco prima del parto, trascinando faticosamente il pancione per casa, indovinando il sesso solo dal cuore materno: Basta che sia sano.

Nellultimo sabato di febbraio, partorì in ospedale a Ventimiglia, aiutata da Donata. Fu un parto veloce: nacque un bel maschietto.

Mio piccolo Enzo, sussurrava Giulia accarezzando la guancia morbida.

In reparto fece amicizia con altre mamme. Una le raccontò che la moglie di un carabiniere di frontiera vi aveva partorito due giorni prima una bambina. Non erano sposati ufficialmente, solo convivevano.

Ah, lui è venuto ogni giorno con i fiori, i cioccolatini e una bottiglia di Amaro ai dottori, sempre in giro con la Jeep Ma la ragazza niente, diceva che non voleva figli, poi ha lasciato solo una lettera spiegando che non era pronta. E se nè andata.

E la piccola?

La nutrono col biberon, ma linfermiera dice che sarebbe meglio il latte materno. Peccato che nessuna possa aiutarla.

Quando portarono la neonata per la poppata, uninfermiera domandò:

Cè qualcuna che può darle il seno? Altrimenti rimane troppo debole.

Io bisbigliò Giulia, posando con delicatezza Enzo sul letto e prendendo la bimba tra le braccia.

Comè piccina! Bionda e leggera. La chiamerò Lucia, per darle un po di luce.

Accanto a Enzo, Lucia sembrava davvero fragile. Giulia lallattò e la bimba si addormentò subito.

Lo dicevo io che aveva bisogno di latte vero, mormorò linfermiera.

Giulia cominciò così a nutrire entrambi.

Due giorni dopo, linfermiera la chiamò: Il papà della bimba vorrebbe ringraziare chi la sta nutrendo. Così Giulia incontrò il carabiniere, il capitano Gabriele Mari, uomo sulla quarantina, non alto, ma dallo sguardo limpido e deciso.

Quellincontro fu il preludio a qualcosa che ancora si racconta in paese.

Il giorno delle dimissioni, davanti allospedale cerano dottori, infermiere e signore anziane del quartiere. Una Jeep nera, ornata di palloncini azzurri e rosa, li aspettava alla porta. Lufficiale in divisa aiutò Giulia a salire, con Donata accanto, porgendole un fagottino celeste e poi uno rosa.

Fra i sorrisi e il suono del clacson che salutava, la Jeep scomparve dietro langolo.

Nessuno sa dove porterà una scelta. Giulia premeva a sé i due bambini, Donata la guardava con orgoglio. In macchina si diffondeva il profumo di primavera e talco. Gabriele, che la notte prima si era inginocchiato accanto al suo letto e le aveva chiesto di sposarlo, era ora silenzioso e sereno, lanciando sguardi ai piccoli nello specchio retrovisore: Lucia stringeva il mignolo di Giulia tra le dita.

A casa li attendeva non solo un focolare, ma amore, tazze di tè con confettura, il vecchio armadio dove sistemare piccole coperte, e una vita nuova non quella che avevano sognato, ma finalmente piena di senso.

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