Non c’è gioia senza lotta

Non c’è gioia senza lotta

«Come hai potuto metterti in un guaio simile, sciocca ragazza? Chi ti prenderà ora, con un bambino in grembo? E come pensi di crescerlo? Non contare sul mio aiuto. Ho già allevato te, adesso anche tuo figlio dovrei? Non voglio più averti in casa. Prendi le tue cose e levati di torno!»

Lucia ascoltava in silenzio, la testa china. L’ultima speranza che zia Marina le permettesse di stare lì, almeno finché non avesse trovato lavoro, si scioglieva in bocca come zucchero sotto la pioggia.

«Se solo la mamma fosse viva»

Lucia non aveva mai conosciuto suo padre, e sua madre era stata investita quindici anni prima da un automobilista ubriaco sulle strisce a Napoli. La bambina era sul punto di essere mandata in un istituto, ma allimprovviso comparve un lontano parente, cugina di terzo grado della madre. Zia Marina aveva un lavoro sicuro e una villetta di sua proprietà, così nessuno ostacolò laffido.

Zia abitava nella periferia assolata di un paesino al confine, dove lestate era arroventata e dinverno pioveva senza pietà. Lucia non aveva mai sofferto la fame, era sempre vestita pulita e abituata a lavorare: la casa, il cortile, le galline, sempre qualcosa da sbrigare. Forse le mancava la tenerezza materna, ma a chi importava?

Lucia era brava a scuola e dopo il liceo entrò allistituto magistrale. Gli anni spensierati da studentessa volarono, ma ora tutto era finito: dopo gli esami tornò nella cittadina che ormai sentiva sua. Solo che il ritorno fu amaro come il fondo di una tazzina di caffè bruciato.

Una volta sbollita la rabbia, zia Marina la gelò con lo sguardo.

«Basta, vai via. Non voglio vederti.»

«Zia Marina, posso almeno»

«No! Sono stata chiara.»

Lucia prese la valigia e scese in strada. Mai avrebbe immaginato un ritorno così: umiliata, respinta, e per di più incinta. La gravidanza era ancora allinizio, ma non avrebbe più nascosto la verità.

Doveva trovare un posto dove stare. Camminava assorta, immersa nei pensieri, ignara di ciò che aveva attorno.

Era piena estate nel Sud. Nei frutteti maturavano mele, pere e fichi lucenti di zucchero, mentre le viti traevano grappoli pesanti e sotto le foglie scure si nascondevano le prugne blu. Nellaria si mescolavano profumi di marmellata, carne arrosto e pane appena sfornato. Era così caldo che Lucia sentiva la bocca riarsa. Si avvicinò a un cancello e chiamò una donna davanti alla cucina all’aperto.

«Potrei bere un bicchiere dacqua?»

Paolina, donna robusta di una cinquantina danni, si girò. «Entra, figliola, se sei venuta in pace.»

Riempì una tazza dalla brocca e la porse a Lucia, che, esausta, si sedette sulla panca e bevve a piccoli sorsi.

«Posso riposare un attimo qui? Questo caldo»

«Certo, cara. Da dove arrivi con tutta quella valigia?»

«Ho appena finito listituto, volevo insegnare. Ma non ho dove stare. Conosce qualcuno che affitta una stanza?»

Paolina la osservò: ordinata, ma lo sguardo stanco, torturato da pensieri pesanti.

«Puoi fermarti da me. Almeno do un po di vita alla casa. Non ti chiederò molto, basta che tieni tutto in ordine. Se ti va, ti mostro la stanza.»

A Paolina lidea di uninquilina non dispiaceva: qualche euro in più non guasta, soprattutto da queste parti. Il figlio viveva lontano, passava raramente: dinverno, una compagnia sarebbe stata oro.

Lucia, incredula per il colpo di fortuna, seguì la padrona. La camera era piccina ma calda: finestra sul giardino, un tavolino, due sedie, letto e vecchio armadio. Quanto bastava. Si misero subito daccordo sul fitto, e Lucia si cambiò di corsa per andare allufficio scolastico.

Da quel giorno tutto fu un vortice: lavoro, casa, lavoro. Lucia cambiava con tale rapidità i fogli del calendario che pareva la rincorressero.

Con Paolina si affezionarono: la matrona aveva modi semplici e un cuore premuroso, mentre Lucia portava un po di silenzio e gentilezza. Lei aiutava in casa e la sera, nellaria ancora calda, bevevano tè sotto il pergolato tra luva matura; nel Sud lautunno arriva con discrezione.

La gravidanza procedeva serena. Lucia non aveva nausee, la pelle le rimaneva liscia, solo il viso più tondo e dolce. Raccontò la sua storia a Paolina, come fosse la solita storia di paese.

Al secondo anno aveva perso la testa per Daniele, figlio brillante di professori napoletani: a lui era già segnato il futuro università, tirocinio, carriera accanto alla famiglia. Era bello, elegante, sempre circondato di gente, eppure aveva scelto proprio Lucia. Forse per il suo sorriso timido, o forse per quella resistenza da chi ha visto la fatica fin da bambina. Chissà. In quegli anni furono inseparabili e Lucia sognava solo lui.

Ricordava ancora il giorno in cui tutto si rovesciò: una mattina non riusciva più a mangiare, ogni odore la infastidiva, e la nausea era ormai una certezza. La cosa più inquietante: il ritardo. Come aveva potuto non accorgersene? Fece il test in fretta, salì in camera, bevve un sorso dacqua e attese. Due linee. Le osservava incredula, come se fossero uno scherzo della mente ma no, erano due. Gli esami erano alle porte, e questa notizia! Come lavrebbe presa Daniele? I figli non rientravano ancora nei progetti.

Sorpresa, però, dalla tenerezza che provava già per quella minuscola vita.

«Piccolino,» sussurrò, accarezzando il ventre.

Daniele quella sera la portò dai suoi genitori. Un incontro che ancora le faceva tremare la voce. In sintesi, i due le consigliarono senza tanti giri di parole di interrompere la gravidanza e andarsene, perché il figlio aveva una carriera da costruire e Lucia non era alla loro altezza.

Cosa si dissero padre e figlio, Lucia poté solo immaginarlo. Il giorno seguente Daniele entrò in silenzio, depose una busta di soldi sul tavolo e uscì camminando piano.

Allaborto non pensò neanche. Quella creatura la sentiva già sua, solo sua. Ma i soldi li prese: sapeva quanto sarebbero serviti.

Dopo aver ascoltato la storia, Paolina la consolò: «Cè chi sta peggio. Sei stata forte, non hai tolto la vita. I figli sono una benedizione. Forse, tutto succede per il meglio.»

Ma lipotesi di riappacificazione con Daniele suscitava in Lucia solo disgusto. Non avrebbe mai perdonato quellumiliazione, quel suo fuggire senza voltare lo sguardo.

Il tempo passava. Lucia lasciò presto la scuola, e con il passo dondolante delle future mamme, attendeva il nascituro. Il sesso non lo sapeva lecografia non era stata chiara. Non importava, purché sano.

A fine febbraio, un sabato, le contrazioni la presero e Paolina la accompagnò di corsa in ospedale. Il parto fu rapido, nacque un bel maschietto.

«Giannino», sussurrava Lucia, sfiorando la morbida guancia.

In reparto fece amicizia con altre neomamme. Una le raccontò che due giorni prima la compagna di un carabiniere aveva partorito lì una bambina. Non erano sposati, solo convivevano.

«Immagina, lui le portava mazzi di fiori, cioccolatini, bottiglie di liquore alle infermiere, veniva ogni giorno con la macchina nuova. Ma poi hanno litigato: lei non voleva figli, ha lasciato un biglietto e se nè andata, diceva che non era pronta.»

«E la figlia?»

«La nutrono col biberon, ma linfermiera dice che sarebbe meglio se qualcuna la allattasse. Ma ognuna ha il suo.»

Quando portarono la neonata per la poppata, uninfermiera domandò:

«Chi può tenerla un po al seno? È debole.»

«Io per la piccola,» bisbigliò Lucia, posando Giannino addormentato e prendendo la bimba.

«Ma quanto è piccina tutta chiara! La chiamerò Mariella.»

Al confronto col robusto Giannino, Mariella era fatta di zucchero e nuvole.

Lucia la mise al seno; la bimba bevve avidamente e si addormentò subito.

«Lo dicevo che era sfinita,» sospirò uninfermiera.

Così Lucia iniziò a nutrire due creature.

Due giorni dopo, linfermiera annunciò che il padre di Mariella voleva ringraziare chi aveva accolto la figlia a cuore aperto. Fu così che Lucia conobbe il maresciallo Francesco Delfino: basso, occhi color cielo e uno sguardo da uomo di mare.

Quello che accadde poi lo raccontarono in tutto il reparto, e poi per il paese intero: la storia era così strana che parve uscita da un romanzo.

Il giorno delle dimissioni medici, infermiere e addetti si riunirono allingresso. Accanto al portone cera unAlfa Romeo nuova, ornata di palloncini azzurri e rosa. Lufficiale aiutò Lucia a salire, dove Paolina già la aspettava, e porse lei un fagottino azzurro, poi uno rosa.

Tra i clacson festosi la macchina si allontanò curbando dietro la curva.

Così va la vita, non si sa mai dove conducono i propri passi. Lucia guardava dai vetri, abbracciando i due neonati, e Paolina sorrideva in silenzio. Nellaria cera profumo di fiori freschi e borotalco. Francesco, che appena prima le aveva chiesto la mano inginocchiato davanti al letto, ora guidava buttando occhiate allo specchietto: Mariella dormiva serena, stringendo il dito di Lucia.

A casa non li aspettavano solo un tetto e quattro mura, ma amore, marmellata, il vecchio armadio che ora avrebbe accolto i giochi, e, soprattutto, una vita imprevedibile finalmente piena di senso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

3 × 2 =

Non c’è gioia senza lotta