Il Lupo Solitario

Oh, quanto sei severo, Vittorio Calzavara! Non per niente ti chiamano Il Lupo Solitario! Nemmeno un sorriso ti si riesce a strappare. E quando ti volti, fai quasi paura. Ti hanno forse congelato il cuore? Cosè, la vita non ti piace più?

Paolina borbottava ancora qualcosa, ma Vittorio già non la ascoltava più. Prese la spesa dal banco della sola bottega del paese, e si incamminò verso luscita.

Sai che Elena è tornata dalla madre, proprio laltro giorno? E cera anche il bambino. Senti, Vittorio Calzavara! Sei proprio sicuro che quello non sia tuo figlio? Che via dovrà crescere, senza padre, in giro per il mondo? Gli somigli pure!

Le parole lo raggiunsero quando era già sulla soglia, tanto che rischiò anche di inciampare sulla bassa pedana. Ma non si voltò. Perché mai? Tanto non avrebbe convinto nessuno. Non aveva mai messo la sua vita al giudizio degli altri. Qui tutti sanno, e dove non sanno, inventano. Non cè da spiegare: di certe cose è meglio non parlare. Sono fatti suoi e di Elena, e agli altri non deve interessare.

Un sole accecante e insolitamente caldo per la primavera lo investì in pieno volto, obbligandolo a socchiudere gli occhi. In quel gesto severo che gli induriva i lineamenti, Vittorio sembrava scolpito nel marmo. Fece un passo avanti, poi un altro, quando una voce di bambino lo scosse di soprassalto.

Attento!

Il ragazzino che aveva urlato si lanciò sulle scale della bottega, raccattando in braccio due cuccioli coinvolti sullo scalino.

Non li schiacci, per favore!

Naso screpolato, occhi scuri, pesanti palpebre e quelle orecchie un po sporgenti che aveva anche lui. Sì, gli somigliava davvero. Non meraviglia che le comari del paese avessero subito da chiacchierare. Ma Vittorio sapeva bene che quel bambino, ora attento su di lui, suo figlio non era. Un parente, sì. Ma non così stretto.

Non vuole un cucciolo? Guardi che zampe! Sembra un lupo! Sarà forte!

Vittorio trovò appena la forza di scuotere la testa, poi infilò la strada più vicina, invece di quella che avrebbe dovuto prendere. E lì, finalmente, la stanchezza lo vinse. Si poggiò alla lunga recinzione in legno della famiglia Smeraldi, cercando daria e dimenticando quasi come respirare.

Perché questo? A cosa è tornata, Elena? Perché portare proprio qui quel ragazzino, che avrebbe potuto essere suo figlio, se solo le cose fossero andate diversamente? O Alberto lha lasciata?

Le domande affollavano i pensieri, il cuore sbandava dolorante, proprio come sette anni prima, quando tutto era crollato. Ricordava troppo, il cuore. E non ci si comanda. Non si può zittire.

Lucia Smeraldi aprì il cancello con una botta, sollevò le sopracciglia e si precipitò verso di lui:

Vittorio! Tutto bene? Vieni, ti do una mano! O vuoi che chiami Giulio?

Le sue mani calde gli passarono sulle spalle, e Vittorio riaprì gli occhi.

Lascia stare, Lucia, grazie… Ora mi passa… Ora me ne vado…

Ma dove vuoi andare, testone! Su, appoggiati! Così, bravo, piano piano. Sai che peso fai? Madonna santa! Calzavara, non puoi farti scoppiare il cuore così! Poi che dicono di me, eh? Sei il mio paziente, dimenticato? Non farmi avere pensieri! Ora ti misuro la pressione e ti faccio uniniezione, una o due, e passerà tutto. Poi torni fresco come un cetriolo, appena colto! Avanti!

Le gambe non rispondevano, ma Lucia era forte. Quasi trascinandolo, lo portò nel suo cortile, chiuse il cancello col piede e chiamò:

Giulio! Vieni ad aiutarmi!

Da lì in poi, Vittorio ricordava a stento. Si risvegliò sul divano, a casa di Lucia. Sentiva un peso al petto che sembrava opprimergli il respiro: ebbe paura dun attacco di cuore. Ma riaprì gli occhi, sorrise debolmente, e si rassicurò.

Una gatta morbida color fumo, accoccolata al suo fianco, stava leccando uno dei suoi piccoli. Gli altri trotterellavano sulla sua camicia.

La nostra Micia sente come pochi la gente! Se ti ha portato qui i suoi gattini, allora non sei cattivo, Vittorio. Ha fiuto per i buoni, lei! A nessun altro li affiderebbe.

Lucia chiuse il quaderno delle figlie, sui compiti, e girava attenta attorno a Vittorio.

Ecco che va meglio! Quasi fresco come un cetriolo! Il polso è buono, calmo. Ma tu, Vittorio, non mi spaventare così ancora, capito? Le strade sono un disastro, qui lambulanza nemmeno arriva. E tu pensavi di andartene? Troppo presto ancora! Troppa strada da fare.

Quale strada, Lucia? Rimane solo la vacca e Polcano, il cane. Sono quelli i miei impegni ormai.

Quella vacca che hai tu è una signora! E ha bisogno di chi la cura. Se ti ammali, chi la vede?

Solo ora Vittorio si accorse che la stanza aveva le tapparelle abbassate e la luce accesa.

Ma che ora è, Lucia?

Stai sdraiato! È tardi. Da qui non ti muovi stasera. Dormi qui. Non ti preoccupare, la vacca lho vista io, sta bene.

Lucia si stirò, ripose il fonendoscopio, abbracciò al volo il marito, e andò in cucina. Giulio si sedette accanto a Vittorio.

Va male?

Boh… neanchio lo so.

Lo so io. È lei, Elena.

Giulio… risparmiami. Vittorio si voltò, gli occhi nei grandi occhi verdi della micia.

Vedi? Perfino Micia lo sente! Giulio sorrise, e carezzò la gatta. Animali, eh? Sanno quando stiamo male. Guarda, ti ha portato tutti i cuccioli, per consolarti. Prima li ha lasciati nel cesto, poi uno a uno sul tuo petto, finché non andava meglio. Dovremmo imparare da loro, Vittorio. Tu invece ti chiudi tutto dentro, ma quanto pensi di poter reggere? Sei un uomo forte, onesto, da solo affronti tutto. Ma io so come stai, lo vede anche un cieco.

Ma cosa vuoi? Non hai già tanti problemi tuoi?

Ce nho, sì! Giulio aggiustò i baffi e sorrise. Ma quando serviva una mano, tu lhai data senza chiedere nulla. È giusto così, fammi provare a darti una mano. Lo sai che sono fatto così.

E come pensi di aiutarmi, Giulio?

Mia nonna diceva: a volte il dolore basta buttarlo fuori, come viene. Se trovi qualcuno che ti ascolta, bene. Se no, scavi una buca e urli dentro. Non tenerlo dentro, che ti consuma! Tu porti tutto da solo da anni. Non sta bene. Prima non chiedevo, poi sei sparito anni, lassù in cascina. Ma oggi, vedendo Lucia che ti rianimava, ho capito che non va più bene. Il Lupo Solitario ci sta, ma non siamo bestie, Vittorio. Siamo uomini. E da soli si vive male. Son trentanni che ti conosco! Sei arrivato qui in seconda?

In terza…

Vedi te… Siamo già bianchi e ancora ci nascondiamo tutto. E quando succede qualcosa, ognuno scappa in un angolo e nessuno fiata. Scusami! Avrei dovuto parlarne da tempo. Ma se vuoi, io sono qui per ascoltarti. Non sono uno che spiffera.

Lo so… Vittorio posò la mano sui gattini, li accarezzò piano, e parlò. Di che dovrei raccontarti, Giulio? Mi vergogno. Fra uomini non si parla di certe cose. Tuttavia sai quanto ho amato Elena. Te lo ricordi. Da ragazzi, in classe, allesercito… Era lei che aspettavo. E tu eri lì, in Comune. Sai tutto.

So, sì. Quello che non ho mai capito è che diavolo sia successo fra voi due. Stavate bene, poi allimprovviso, puff! Lei va in città, tu vai in cascina. Così, di punto in bianco. Tua madre vendeva la vostra vacca, piangeva, e non sapeva perché.

Non sapeva, appunto. Le ho detto che non amavo più Elena, che non potevo stare con lei. Mio padre e mia madre quasi mi hanno rinnegato…

Ma non succede mai così, Vittorio. Perché siete finiti così?

Vittorio si voltò via, non rispose. Le lacrime non sgorgavano più, tanto aveva già pianto correndo nel bosco, come una bestia. Chiamava Elena, e poi cadeva e piangeva come un bambino. Senza riuscire a perdonare, né a vivere senza di lei.

Io solo una cosa non credo: che ti abbia tradito. Non da lei.

Vittorio respirò a fatica e gli occhi gli scintillarono nerissimi.

Io li ho visti. Con i miei occhi. Se me lo avesse detto un altro, non avrei mai creduto…

Giulio sgranò gli occhi e scosse la testa.

Non ci credo! Racconta come è stato! Qualcosa non quadra qui.

Niente quadra, Giulio. Lei mi mentiva. Diceva di amare solo me, ma intanto… Per lei ho perso non solo una moglie, ma anche la famiglia. I miei non mi hanno compreso, tutti gli altri pure voltato le spalle. Da noi conta avere forza, conta luomo. E che forza hai, se la tua donna preferisce un altro? Nessuna…

Calmati. Serve fare chiarezza.

Che chiarezza, Giulio? Ricordi quando sparii in città due mesi per quella storia dei cavalli? Stavamo per aprire la stalla, fare il latte di cavalla. Era stata Elena la prima a volerlo, ci teneva. Suo padre, ricordi? Esperto di cavalli! Fu lei a convincermi ad andare in città, trattare gli affari. Ci cascai. Mentre ero via…

Qui si viene a sapere tutto, lo sai. Ma su questo, niente era trapelato. Non era tipo.

Nessuno sapeva, perché tutto accadde a casa nostra, a porte chiuse. Vittorio abbassò le palpebre. È dura, Giulio. Ho taciuto per anni. Avevi ragione: non si può tenere tutto dentro. Oramai ho una montagna dentro, che mi schiaccia.

Giulio, stupito, balbettò:

Ma con chi, scusa? Non con…

Sì, con Alberto. Il mio cugino. Arrivò colla madre, volevano fermarsi qui. Stettero dai miei per mesi. Noi con Elena finivamo casa, la cascina, volevamo sposarci, fare i figli… Lei li voleva, io ero daccordo. Ma non succedeva niente. Ci abbiamo messo testa: come viene, viene… E venne… ma non a me…

Ho visto il bambino… È un bravo ragazzo. Giulio si prese una pausa, poi scosse la testa. Eppure io non credo che lei abbia fatto una cosa simile!

Ma che dubbi puoi avere, se li ho sorpresi io, con i miei occhi?! Vittorio tentò di alzarsi, ma la Micia si mise a miagolare grossa come non mai, bloccandolo con una zampata, e afferrando il collo dun cucciolo col morso senza far male. Scusami, Micia… Non volevo…

Li radunò sotto le mani.

Vedi, Giulio… la natura non tradisce: la madre difende i figli, anche prima di partorirli. Elena li voleva davvero. Io invece non andavo mai dal dottore, non pensavo mai che il problema fosse in me. E lei, evidentemente, ha deciso. Se non da me, qualcun altro…

Non fare film nella testa! Metti via quei pensieri!

Ho avuto tanto tempo.

Che sia stato per questo che te ne sei scappato nel bosco, Vittorio Calzavara? Qualche dubbio?

Occhio a parlare, Giulio! Vittorio alzò la voce, ma Lucia apparve in cucina e gli fece segno di stare calmo. So fare due conti anchio. Non tornano.

Cosa non torna?

La madre di Alberto venne in cascina quando Lucia era incinta. Mi spiegò tutto.

E la prova? E che hai visto davvero, il giorno del ritorno?

Erano abbracciati in cucina. Alberto la baciava. Lei non si divincolava! La voce gli si spezzò. Giulio si girò a controllare che Lucia non ascoltasse.

Ora ti faccio unaltra iniezione, Vittorio, e poi riposi. Ci penseremo dopo. Devi calmarti.

Vittorio annuì, senza nascondere la commozione, e si lasciò andare a un sonno pesante.

Giulio chiamò Lucia, uscirono in sala e chiese:

Hai sentito tutto?

Sì.

Che ne pensi?

Vado a fare due passi, Giulio. È ora che questa storia venga a galla. Basta far soffrire due persone così. Ho visto Elena ieri: sembra un fantasma. Sta male davvero, ma non credo sia per rimorso. Se fosse colpa, abbasserebbe lo sguardo; invece ti guarda in faccia, senza paura. Cè dellaltro. Vado io!

Dove?

Prima dalla zia di Vittorio. Poi da Elena. È tardi, ma non si può più tirare avanti. Il cuore di Vittorio non mi piace. Si sta distruggendo.

Lucia indossò la giacca ed uscì. Giulio rimase seduto sui gradini, accese una sigaretta e si perse nei pensieri.

Questa vita è proprio strana. Pensi di aver afferrato la felicità, ma ti resta solo una piumetta tra le mani, e quella scappa via. Ne avevano passate tante, lui e Lucia. Avevano salutato i genitori, perso un figlio, accolto le gemelle come un dono, ma solo dopo cinque anni di dolore. Lucia aveva vissuto nella paura, si incolpava come medico per non aver capito in tempo il male del figlio. Nessuno la biasimava, ma lei non si perdonava. Quando rimase incinta delle gemelle, fu crisi, non gioia: la paura la torturava. Solo col tempo superò tutto. E ora, ogni volta che guardava il figlio di Elena, capiva che crescere senza genitori distrugge un bambino. Il ragazzino non conosce il padre, e la madre sembra unombra, si regge solo per lui, ma quanto può durare? In una famiglia, i genitori sono pilastri; qui invece il ragazzo cresce da solo, senza appoggio.

Giulio rimase sul gradino a lungo. Andò a vedere Vittorio, lo trovò che dormiva, agitato. Tornò a sedersi, si strinse nel plaid, aspettando Lucia. Ormai faceva quasi giorno.

Quando la sentì rientrare, si tirò su, la accolse sotto la luce del portico e labbracciò.

È pesante?

Ah, Giulio! Che gente che cè al mondo… Meglio le bestie!

Lucia pianse, come una bambina, asciugandosi le lacrime con le mani, e prese a raccontare, vedendo quanto il marito stava aspettando:

È figlio di Vittorio, ora ne sono certa. Lo ha confessato la zia, Tamara.

Ma come hai fatto?! Dopo tutti questi anni?

Non lo so. Forse perché in fondo non è tutta marcia. Forse perché mi ha vista arrabbiata. Prima sono andata proprio da lei, volevo sentire comera andata davvero quel giorno. E lì anche Elena mi ha raccontato: era incinta già allora, ma non aveva fatto in tempo a dirlo a Vittorio prima della sua partenza, e magari aveva anche paura, dopo tre aborti che non aveva mai confessato a nessuno. Si vergognavano a dirsi le cose, questi due! Così, invece di parlare, il casino.

Lucia quasi urlava, la voce rotta dalla rabbia e dal pianto. Giulio la abbracciò ancora.

E dopo?

Elena impastava in cucina. Alberto arrivò, la bloccò e la baciò. Ma lei pensava solo al bambino, già sapeva di essere incinta, e come chiamarlo. Poi, confusa, non riuscì a reagire, Vittorio li sorprese e scappò subito. Nessuno parlò più. E andò a rotoli tutto.

E Tamara che centra?

Centra, sì! Lucia gridò, quasi spaventandosi da sola, tappandosi la bocca. È lei lartefice di tutto. Ha spinto il figlio a fare quel gesto, solo per vendicarsi di sua sorella. Porta rancore da una vita! Perché? Per un uomo, per una vecchia invidia. La sorella era sempre migliore, più spigliata, e le portò via luomo che le piaceva. Da allora la vendetta. Da giovane non lo disse mai a nessuno, ma covava rabbia. Alla morte del marito tornò dalla famiglia, e la madre di Vittorio la accolse, ignara. Non sospettava niente di quella malizia. E Tamara sapeva che rovinando Vittorio, colpiva tutta la famiglia.

Giulio ascoltò, scuotendo la testa.

Sì, sono state da Tania, la madre di Vittorio. Tamara si è inginocchiata, ha chiesto perdono.

E Tania?

Lha schiaffeggiata, poi ha pianto tanto. È come Vittorio, buona danimo. Forse la perdonerà, ma ora ha mandato via Tamara e Alberto, via dal paese. Poi è corsa da Elena, a promettere di aiutarla. Sono rimasta pure io: una stava male, laltra sveniva. Tania ha pressione alta, difficile reggere queste cose. Ho passato la notte da loro. Il ragazzino si chiama Sergio, come il nonno di Vittorio.

Giulio strinse la moglie e la baciò sulla fronte.

Sei stata brava, amore mio.

Troppo tardi, Giulio, sempre troppo tardi! Perché le persone si nascondono così? Basterebbe parlare, invece…

Adesso siediti un po, preparo da mangiare. Ho una fame da lupi!

E dove hai lasciato il frigo, tu non te lo ricordi? Lucia lo accarezzò. Vai a farti la barba, così ti preparo le frittelle. Tra poco si svegliano le ragazze, e anche Vittorio va aiutato. Avrà una giornata dura.

Il sole saggrappò allorizzonte color oro, scese sulle strade del paese, riempendo di luce il cortile di Lucia.

Vittorio uscì sul portico, ancora debole, strofinandosi gli occhi per la luce abbagliante, e si fermò di colpo quando sentì:

Sei tu, quindi, mio papà?

Il ragazzino era seduto sul gradino, stringendo ancora il cucciolo.

Guarda che zampe che ha! Sembra un lupo! Secondo te verrà fuori un bel cane?

Vittorio tirò il fiato, si sedette accanto a lui sullo scalino della casa Smeraldi, e accarezzò il cucciolo sulla testa.

Verrà su bello forte. Ottima scelta.

Gli occhi scuri, uguali ai suoi, non lo distoglievano. Vittorio, ancora incerto, posò la mano sulla spalla del ragazzo, la strinse, e annuì:

Sì. Sono io tuo papà, Sergio.

Bene! Dai, andiamo a casa. La mamma sta preparando la colazione. E anche la nonna è venuta, mi ha promesso che oggi mi porta a vedere i cavalli. Possiamo?

Vittorio sentì che il nodo che lo aveva soffocato per anni un groviglio di dolore, parole taciute e rimpianti si era improvvisamente sciolto, lasciando via libera al respiro e alla voce. Riprese il cucciolo in braccio, si alzò, annuì e rispose, sereno:

Andiamo! Abbiamo tante cose da fare insieme, figlio mio. Tante cose…

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