Tulipani
Madonna, che meraviglia, Olga Maria! Sei una maga!
I tulipani dai mille colori riempivano gli occhi di gioia. Io sapevo bene quanto fosse costata questa bellezza a Olga Maria. Anni e anni di lavoro; la vicina aveva trasformato, da sola, un cortile spoglio e grigio in un piccolo giardino fiorito degno di una fiaba. Anche il parchetto dove ora mi avviavo con mia figlia Veronica era tutto merito suo. Aveva un dono speciale, Olga: sapeva portare bellezza dove prima cera solo monotonia. Non si riconosceva più quel cortile! Tutto pulito, spazioso. E quei fiori quelli erano davvero un altro capitolo. Ogni pianta laveva messa a dimora lei, con le sue stesse mani. Da quando i miei si erano trasferiti in quel vecchio palazzo di Torino, saranno almeno quindici anni ormai, mai avevo visto qualcuno prendersi cura dei fiori nel cortile. Solo Olga. Ma anche questo era comparso nella sua vita dopo la scomparsa del marito.
Rimanere soli a certa età è dura. Il figlio abita lontano, altri parenti non ce ne sono. Olga Maria aveva rifiutato categoricamente di trasferirsi dal figlio; troppo legata a Torino, dove era cresciuta, dove aveva amato. E dal figlio beh, la nuora non laveva mai veramente accettata. Lì la mamma era già vicina, cera tutto il supporto che occorreva. Olga era la straniera, sempre gentile, sì, ma comunque unestranea.
Non si lamentava mai, Olga Maria, ma io notavo quanto fosse malinconica. E la solitudine pesa
Lo so bene: dopo il divorzio dal mio primo matrimonio, sono stato davvero male. Forse il matrimonio lo avrei potuto anche salvare, bastava chiudere un occhio su una scappatella. Però, come si fa, quando laltra è la tua compagna di banco delle medie, con cui hai condiviso tutto per otto anni? Guardai Svetlana, la traditrice, dritta negli occhi, presi le chiavi di casa e mi immersi nel dolore più nero, preoccupandomi solo di soffrire come si deve. Presi una settimana di ferie, senza motivo, solo per lasciarmi andare.
Ma il mio lutto non ebbe tempo di compiersi davvero. Stavo sul divano, abbracciato a un barattolo di gelato, gonfio di lacrime e di rabbia, quando alla porta uno cominciò a bussare con una tale insistenza che sembrava una scena di emergenza. Senza pensarci, infilai i jeans e andai ad aprire.
Mai visto Olga Maria così. Io la conoscevo come una donna rassicurante, sempre in giro a chiedere delle gravidanze e dei bambini dei condomini.
Come va lo stomaco di Nicolò? Marco dorme bene? Latte ne hai abbastanza per Sofia, Elena?
Medico pediatra di grande cuore, disponibile con tutti, sempre attenta a tutto e tutti. Ma quella mattina davanti a me non cera lei. Scomposta dal dolore, appena mi vide trovò comunque la forza di prendersi cura degli altri:
Che succede, Caterina? Perché sei così in lacrime? Hai qualcosa che non va?
E io, sentendomi toccare il cuore, compresi subito che il dolore di Olga era ben più denso del mio. Lei aveva veramente perso il marito. Non come una separazione dove almeno sai che esiste altrove. No, il suo se nera andato davvero, per sempre. Nessuna possibilità di recupero.
Il marito di Olga Maria non fece nemmeno in tempo a salire sullambulanza. Aveva trascurato i sintomi come dabitudine, con una pastiglia e via. Ma stavolta fu tardi.
Era stata Olga Maria a trovarlo, tornando affannata dal mercato; era andato incontro a lei, ma non riuscì a scendere le scale. Quel giorno, senza pensarci, prendo il telefono, mi metto una giacca a vento e corro dietro a Olga Maria.
Ritornai a sera, gettai via il gelato sciolto, rassettai la casa e restai in cucina, a fissare una tazza di tè ormai freddo, riflettendo. Il giorno dopo, feci i bagagli e chiesi il divorzio. Mi resi conto che della vita non bisogna rimandare mai nulla. O vai avanti, o resti bloccato per sempre. La vita è una e ogni istante è irripetibile. Perché sprecarla con il rancore? Meglio scrollarsi la polvere di dosso e ripartire.
Ci sono riuscito, lentamente ma sono uscito dalla buca. Nuovo lavoro, nuova relazione. Non è stato facile, ma adesso ho Dario e Veronica, e la vita ha ripreso colore.
Però Olga Maria non era rinata altrettanto. Dal dolore si era ripresa, per quanto possibile. Ma la scintilla di un tempo sembrava persa. Il sorriso era diventato solo unabitudine. Sembrava congelata, spenta.
Con la pensione era quasi sparita alla casa di campagna in provincia di Asti, ma dovette venderla quando il figlio ebbe bisogno di soldi per una casa a Milano. Come poteva negarsi? Figlio unico
Dopo la vendita della casa di campagna, capii che non si poteva abbandonare qualcuno che era stato accanto a te per anni, sempre pronto ad aiutare, a correre se ce ne fosse bisogno. Non ci si volta dallaltro lato. I miei mi avevano insegnato così:
Non restare indifferente, Caterina! Aiuta, per quanto puoi. Così magari, quando avrai bisogno tu, qualcuno ci sarà. Magari non risolverà i tuoi problemi, ma ti prenderà per mano. E a volte è tutto quello che serve: sapere di non essere soli.
Li avevo sempre ascoltati. Per me la famiglia era questo lunione fa la forza. Anche ora che loro sono andati a vivere vicino a mia sorella a Genova, io li sento ogni giorno. So che mi vogliono bene, che si preoccupano. E questo è fondamentale: sapere che da qualche parte cè qualcuno che ti ama.
Ma con Olga Maria le parole non bastavano. Lei ascoltava, annuiva, ma la vita la stava abbandonando a vista docchio. Dimagrita, trascurata, la vedevo sempre meno. Trascinava le giornate senza speranza. Continuava a vivere, sì, ma era come assente.
Il figlio non sarebbe mai tornato a Torino; aveva la sua vita altrove. E lei rimaneva con poco: i bambini dei vicini, qualche rara amica.
E tutto ciò che restava era la solitudine. Quando spegni la TV la sera e il silenzio ti fa quasi paura, vorresti urlare alla luna.
Un giorno capii che le nostre chiacchierate non servivano a nulla, anzi forse la intristivano di più. Allora pensai: se le parole non funzionano, ci vogliono i fatti.
La soluzione mi balenò allimprovviso, ricordando quando mio marito Dario mi sorprese con unenorme mazzetto di tulipani, poco prima che nascesse Veronica. Fu una rivelazione: Ecco!, esclamai, tanto che Dario pensò che ero impazzita (un classico da futura mamma!). Gli spiegai, e il giorno dopo bussavo da Olga Maria, spingendo col piede una scatola piena di bulbi comprati al mercato di Porta Palazzo. Dario sparì, lasciandomi fare da sola.
Lidea funzionò.
Mentii così bene, raccontando che non potevo resistere allanziana che vendeva i bulbi, che quasi ci credetti anchio.
Poi mi sono ricordata che da te in campagna ci sono sempre stati tulipani splendidi! Olga Maria, aiutami! Il nostro cortile fa piangere! Se piantassimo dei fiori? Ma io non ci so fare e col pancione non riesco ad abbassarmi… dissi, portandomi le mani alla pancia con aria implorante.
Olga Maria esaminò i bulbi, mi fece il dito ammonitore e, per la prima volta da mesi, la vidi sorridere.
Faremo un angolo bellissimo! Solo che i tulipani sono troppo effimeri. Bisognerà piantare qualcosa che ci accompagni tutto lanno.
Così partì lepopea del cortile che divenne oasi verde.
Nessuno aveva tanta voglia di dedicarsi al verde, ma tutti contribuirono volentieri per semi e piantine. Allinizio mi occupai degli acquisti, poi, quando nacque Veronica, Olga prese tutto nelle sue mani.
Ma a lei i fiori non bastavano. Tirò fuori vecchie conoscenze e nel cortile comparvero anche una nuova area giochi e nuove panchine.
Il cortile prese vita.
Anche gli uomini, un giorno di primavera, costruirono una staccionata bianca intorno alle aiuole e Olga Maria quasi piangeva di gioia. Trascorreva le giornate in cortile, piantando o innaffiando, e io la ringraziavo mentalmente ogni volta che passeggiavo con la carrozzina davanti a casa.
Quando Veronica iniziò a camminare, la portavo a vedere i primi tulipani, impaziente.
Eccoli! Che emozione!
Fermo davanti alle aiuole, quasi lasciai la mano di Veronica per la sorpresa. La piccola ne approfittò subito per scappare.
Veronica! mi lanciai allinseguimento, prima che arrivasse al marciapiede.
Olga Maria si raddrizzò mettendo via il pennello con cui dipingeva la staccionata e rise:
Prendila! Ecco il tuo fitness settimanale, Caterina!
Non me ne parlare! afferrai Veronica, che strillava sotto i miei baci. Ma dove li vendono questi razzi in miniatura?!
Senti, ma ti sei accorta che la tua cammina sempre in punta di piedi? Olga si fece seria.
Sì, anche a casa lo fa. È grave?
Falla vedere a un neurologo, per sicurezza.
Me ne consigli qualcuno?
Ci penso, magari chiamo qualcuno. Sai, alla mia età quasi tutte le colleghe sono in pensione o coi nipoti. Certi li conosco da vecchia data, ma tra i giovani ormai pochi.
Radio che? chiesi, confuso.
Il famoso radio cortile! Telefonate e via, vedrai che una soluzione si trova.
Grazie mille!
Figurati. E voi come state?
Bene. Dario lavora sempre tantissimo, lo vedo poco…
Meglio così, no? Piuttosto che vederlo tutto il giorno sul divano.
Ovviamente.
Vedi, tante giovani mogli si lamentano. Soprattutto con il primo figlio: sentono la mancanza di attenzioni. Ma sai che ti dico? Le discussioni coi mariti non servono mai. Se gli gridi contro, non capirà mai il senso vero di quello che gli vuoi dire. Tu gli parli di fatica e routine, lui penserà solo alla sua. Meglio esprimersi senza drammi: digli che ti manca, che la bimba aspetta il papà alla porta. Non si offende così, anzi, si scioglie.
Eh, io a volte non riesco proprio a trattenermi. Lui è un marito perfetto eppure qualcosa scatta.
Devi essere furba, Caterina! Non attaccare tuo marito, attacca la situazione. Parlagli con dolcezza, non dargli addosso. Con il mio Nicola siamo andati quasi cinquanta anni daccordo, litigato seriamente solo una volta.
Davvero? Per cosa?
Non ci crederai: per un cane. Nostro figlio voleva tanto un cucciolo, io non ne potevo più. Sapevo che sarei finita a occuparmene sempre io. Ma alla fine labbiamo preso. Ed è stata la svolta: dieci chili in meno grazie alle passeggiate infinite che ci toccavano. Ma il cane era intelligentissimo, capì presto che con me si divertiva di più che con Nicola!
Che storia! scoppiai a ridere.
Eh, tutta la mia intelligenza finita in lei! E spostò il barattolo di vernice, allontanandolo da Veronica.
Salutata Olga Maria, portai Veronica al parco giochi. Altalene, sabbia, giochi con le mani, la solita routine.
Rientrando vidi qualcosa che mi lasciò senza parole: un ragazzino, poco più grande di Veronica, aveva devastato metà delle aiuole, estirpando o calpestando quasi tutti i fiori.
La madre, appoggiata alla staccionata, osservava sorridendo.
Ma che succede? sentii la mia voce tremare.
Cosa cè? mi rispose, sorpresa, con due occhi azzurri pieni di stupore.
Perché suo figlio distrugge i fiori?
Perché no?
Non si fa!
Per chi? Per lui? E chi può impedirgli di crescere? Forse lei?
Crescere vuol dire questo? sforzavo la voce di rimanere calma: non volevo spaventare Veronica.
Certo! La crescita consiste nello scoprire il mondo comè. I fiori crescono per essere colti.
Qualcuno ha piantato e curato quei fiori!
Oddio, che sciocchezze! Ma cosa si agita tanto? Ma sono solo tulipani. Ricresceranno.
Perdevo la pazienza, stavo per avvicinarmi inconsultamente, quando il pianto di Veronica mi fece rinsavire.
Prenda suo figlio e si allontani, chiamo i carabinieri! presi in braccio la bambina e tirai fuori il telefono.
Mamma mia che generazione di permalosi! Subito le minacce! Vabbè, me ne vado, per carità!
Strattonò il piccolo, che piangeva e si ribellava.
Vede che ha fatto? Adesso piange!
E me ne infischio! sibilai a bassa voce, ma mi sentirono tutti. Vada via!
Poi vidi Olga Maria sulla soglia: aveva una annaffiatoio in una mano e nellaltra una brioche per Veronica. Ma, appena comprese cosa era successo, depose tutto e, curva, rientrò sconfitta, chiudendo la porta dietro di sé.
Provai a rincorrerla, inutilmente. Bussai alla sua porta, ma nessuna risposta.
La sera, dopo aver chiamato il figlio di Olga Maria per rassicurarlo, presi una decisione. Andai di casa in casa a spiegare laccaduto ai vicini e a proporre una soluzione. La reazione fu sorprendentemente positiva.
La sera seguente, il cortile si riempì di scatole, bulbi e mani pronte a lavorare. Lasciai Dario con Veronica e mi immersi anchio nei preparativi. Avevo un solo pensiero: mia figlia non doveva crescere con la paura negli occhi, non doveva mai pensare che la bellezza del mondo è fragile, distruttibile così facilmente.
Ecco perché, con l’aiuto di molti, cominciammo a piantare di nuovo, a ricreare la bellezza là dove era stata calpestata.
Il sabato mattina salii da Olga Maria.
Olga Maria, per favore, scenda un attimo. È importante!
Alla fine aprì. I suoi occhi spezzati dal dolore mi fecero un nodo in gola.
Cosè successo, Caterina? La bambina sta male?
No, grazie al cielo no. Ma io ho bisogno di lei adesso. Tantissimo. Le chiedo solo di accompagnarmi un momento.
Va bene, solo per poco. Non sto troppo bene
Appena oltrepassò la soglia, il sole la costrinse a socchiudere gli occhi. Ma quando si abituò alla luce, rimase senza fiato. E pianse.
Tulipani. Ovunque. Aiule e nuove siepi, un tappeto di colori che riportava vita al cortile.
Ma da dove?
Olga Maria, venga la accompagnai sulla panchina Siamo dispiaciuti, non siamo riusciti a salvare ciò che avevate creato. Ma vede? Qui ci sono le famiglie, i bambini che avete curato, le mamme che avete aiutato. Tutti noi sappiamo quanto ci avete dato e vi vogliamo bene. Ci aiuterete ancora a tenere vive queste aiuole? Siamo disposti ad aiutarvi noi, se serve. Ma fateci restare un cortile bello, per grandi e piccini, così non dimenticheremo quanto la bellezza, intorno a noi, renda migliore anche il nostro cuore.
Oh, Caterina Grazie disse Olga Maria, asciugandosi le lacrime, mentre già si rialzava.
In quellistante, la triste vecchietta aveva lasciato il posto al suo vecchio spirito combattivo.
Vediamo un po cosa avete combinato! Facciamo un bel giro!
Quella mattina ho capito: nei momenti più bui, la bellezza e il calore umano sono il rimedio più potente. Da allora, non ho mai più sottovalutato il valore di un gesto, un sorriso, una mano tesa. E sono certo che la felicità vuole solo essere coltivata, un bulbo dopo laltro, proprio come i tulipani di Olga Maria.





