Diario di Maria
– Non puoi andare a questa festa così vestita, ha detto Riccardo senza nemmeno voltarsi verso di me. Era davanti allo specchio dellingresso che si sistemava la cravatta, blu scuro, di seta, quella che aveva comprato il mese scorso e di cui io avevo scoperto il prezzo solo per caso, mentre cercavo lo scontrino del frigorifero. Parlo sul serio.
– Riccardo, è il decimo anniversario della tua azienda. Io sono tua moglie.
– Proprio per questo. Finalmente si è girato e mi ha guardata: cera in quello sguardo qualcosa che mi ha stretto il petto, un senso di riconoscimento amaro, già visto tanti anni fa. Sei mia moglie. E ti chiedo di restare a casa.
– Ma perché?
Ha sospirato, quel sospiro pesante che mi fa sempre capire che mi considera noiosa e che gli faccio perdere tempo.
– Maria. Ci saranno partner d’affari, persone importanti, magari la stampa.
– E allora?
– Tu si è fermato, cercando la parola giusta. Sei una signora normale, capisci? Una zia. Con quel tuo vestito blu a bottoni. Lì ci saranno donne che si presentano in tuttaltro modo.
Sono rimasta sulla soglia della cucina, con lo strofinaccio che avevo appena usato. Vecchio, il motivo era ormai sbiadito. Lo guardavo, chiedendomi in quale momento tutto questo fosse diventato normale. Quando parole come queste hanno smesso di dover essere giustificate.
– Allora ci va Lucia con te?
Non cè stato un cenno, nessuna reazione. E questa era la cosa più terribile: nessuna rabbia, nessun imbarazzo. Solo uno sguardo calmo, fisso.
– Lucia è la mia assistente. Sta organizzando la serata.
– Riccardo.
– Maria, non ricominciare.
– Ho solo chiesto.
– Non è vero che hai solo chiesto. Ha preso la giacca dallattaccapanni, con quellabituale eleganza. Alludi sempre. Io non ne posso più di queste insinuazioni.
Ho appoggiato il canovaccio sul bracciolo della poltrona, con lentezza, sentendo le mani lievemente tremaree sperando che neanche se ne accorgesse.
– Va bene, ho detto. Va bene, Riccardo.
– Ecco, brava. Si è guardato di nuovo allo specchio, soddisfatto. I ragazzi sono a casa?
– Chiara è da una sua amica. Matteo alluniversità, torna verso le otto.
– Digli di non far rumore quando torno. Farò tardi.
La porta si è chiusa. Sono rimasta lì, nell’ingresso, circondata dal profumo del suo dopobarba che un tempo mi piaceva ma ora mi appariva estraneo. Costoso e distante.
Sono andata in cucina. Ho messo su il bollitore. Guardavo il vapore uscire e pensavo a come ventitré anni fa sposai un uomo che allora mi guardava in modo del tutto diverso. Gli piaceva il mio modo di ridere, diceva che il mio era un riso da campanella. Mi imbarazzavo, allora.
Lacqua è arrivata a bollore. Mi sono preparata una tisana e sono rimasta molto tempo a osservare il colore scuro diffondersi nellacqua.
Zia. Mi ha dato della zia.
Ho cinquantadue anni, non cento, non ottanta. Cinquantadue, e in fondo sto bene. Non sono una copertina, certo, ma nemmeno quella donna che lui ha trasformato con quella parola. Ho ancora buoni capelli, castani, quasi senza fili bianchi; mi curo, ci tengo. Ho mani che sanno fare tutto: cucinare una torta, rammendare le tende, consolare un figlio di notte, sistemare i conti all’inizio della sua “Monolito” quando lui non sapeva nemmeno dove mettere le mani tra le ricevute.
Chi è che lo aiutava allora? Chi passava le notti con le sue fatture?
Zia. Che assurdità.
Non ho pianto. Le lacrime erano lì, dietro lo sterno, ma non uscivano. Forse perché non era la prima conversazione di quel tipo. La prima era stata tre anni fa, quando lui mi disse: “Potresti vestirti meglio.” Allora mi ero ferita. Poi mi sono abituata. Poi ho cominciato a dargli ragione. E ora sono qui in cucina, sola, mentre mio marito va al suo gala aziendale senza di me, con Lucia, sua assistente, ventotto anni, nessuna torta in forno, nessuno strofinaccio scolorito, nessun ventitré anni di vita insieme.
Fuori il cielo scurisce lentamente. Una sera di maggio, calda, profumata di caprifoglio che arriva dal cortile. Ho finito la tisana, lavato la tazza e sono andata allarmadio.
Nel fondo, dietro ai cappotti invernali, cera il vestito. Color amarena, di velluto: lo avevo preso tre anni fa ai saldi della Rinascente, mai messo se non per provarlo a casa. Riccardo lo aveva visto e commentato: “Dove vuoi andare così? Troppo vistoso alla tua età. Volgare.” Lho rimesso nel sacchetto, in fondo allarmadio. Pensavo di regalarlo, ma non l’ho mai fatto.
Lho tirato fuori ora. Lho scrollato. Il velluto era morbido, caldo, vivo tra le dita. Me lo sono accostato e mi sono guardata allo specchio.
No. Non sono zia.
Dallingresso è arrivato il rumore delle chiavi. Matteo. Lho sentito togliersi le scarpe, buttare la giacca sulla poltrona invece che sullattaccapanni, venire in cucina.
– Mamma, cè qualcosa da mangiare?
– Ci sono le polpette in frigo. Scaldale pure.
– Ma che ci fai lì con quel vestito?
Mi sono voltata: nello specchio della cucina cera lui, alto, le ossa del viso da suo padre e i miei occhi, grigi e già un po stanchi. Il primo anno duniversità era stato difficile per lui, si vedeva da come camminava ultimamente, sempre un po ingobbito, come se portasse sulle spalle un dolore.
– Lo provo, ho detto.
– È bello. Ha preso la sua cena, si è seduto al tavolo, mi ha guardata con quel suo sguardo adulto, insolito per i suoi diciannove anni.
– Dove pensi di metterlo?
Ci ho pensato un attimo.
– Non lo so ancora. Forse da nessuna parte.
È tornato con la sua cena, ha mangiato silenzioso, poi mi ha fissata dritta negli occhi.
– Papà è andato al ricevimento?
– Sì.
– Da solo?
Non ho risposto subito. Ho appeso il vestito allo schienale della sedia.
– Matteo.
– Mamma, lo so. Lha detto piano, con una calma che mi ha spiazzata. Anche Chiara lo sa. Lo sappiamo da tempo.
Ecco, a quel punto le lacrime sono arrivate. Non un pianto, solo un nodo alla gola, e mi sono fermata a respirare, guardando fuori nella notte ormai buia.
– Da quando?
– Li ho visti insieme in primavera. In un bar in via Carducci. Lui non mi ha visto. Matteo mangiava, lo sguardo basso. Allinizio pensavo fosse lavoro, ma si capiva che era altro.
– Non me lo hai detto.
– Cosa avresti fatto?
Già. Cosa avrei fatto? Avrei finto di non sapere. Come in questi ultimi anni, quando notavo cose strane e mi dicevo che era solo stanchezza, solo la fantasia. La psicologia di una donna che a cinquantanni comincia a temere la verità, andrebbe studiata a parte.
– Non lo so, ho ammesso.
– Nemmeno io. Ha rialzato gli occhi su di me. Mamma, sei bella con quel vestito. Davvero.
Lho guardato, questo ragazzo a cui un tempo legavo le scarpe e con cui leggevo le fiabe. Diciannove anni. Già grande. Già vede più di quanto io avrei voluto.
– Grazie, gli ho sussurrato.
Dopo cena ho chiamato Chiara. È arrivata verso le dieci, zaino rosa e profumo addosso di altre amiche tra le braccia.
– Mamma, che hai? si è fermata e mi ha studiata con quegli occhi lontani da quelli di una quindicenne. Papà ti ha detto qualcosa?
– Siediti, le ho detto. Parliamo.
Ci siamo sedute, tutti e tre, al tavolo della cucina con la tisana. Io ho raccontato. Non tutto, ma abbastanza. Di quello che Riccardo ha detto. Del vestito. Di Lucia. E a giudicare dagli occhi dei ragazzi, avevo capito tutto.
Chiara ascoltava mordendosi il labbro, come faceva da piccola quando voleva trattenere le lacrime.
– Papà ti ha chiamata zia? ha chiesto, quando mi sono fermata.
– Sì.
– Questo ha scosso la testa, cercando la parola. Questo non è giusto.
– Non è giusto, ho annuito.
– Mamma, tu andrai a quella festa? Da qualche parte?
Ho guardato il vestito che era ancora lì, appeso allo schienale.
– Non lo so ancora.
Quella notte ho dormito male. Sdraiata da un lato del nostro letto grande, pensavo. Pensavo a tutto quello che è stato. Ventitré anni. Una giovinezza donata a questa casa, a questi figli, a quelluomo. Avevo lasciato il lavoro dopo la nascita di Matteo. Prima stavo in una buona sartoria in centro, ero una delle migliori, la signora Anna mi stimava, diceva che avevo talento. Poi Riccardo aveva detto: A cosa ti serve lavorare? Ci penso io. E io gli ho creduto. E lui, anni fa, davvero mi manteneva, mi illudevo fosse la bella vita.
La bella vita. Mi sono girata sul fianco, a fissare il soffitto oscuro.
Che so fare adesso? Cucire. Cucinare. Gestire la casa. Stare da parte. Questultimo mi viene particolarmente bene.
No. Non devo pensare così. So cucire, ed è tanto. Ho le mani, la testa, ventanni di esperienza, anche se interrotta, anche se non ufficiale, perché in fondo ho sempre cucitoper me, per i bambini, per la vicina Teresa, che ha sempre detto che i miei vestiti battevano quelli dei negozi.
I pensieri giravano in tondo. Dormivo, mi svegliavo. Alle due e mezza la porta si è aperta, Riccardo rientrava. Lho sentito andare in bagno, poi venire a letto. Si è sdraiato senza dire una parola. Poco dopo già russava piano.
Io invece sono rimasta sveglia, quasi fino allalba.
La mattina dopo è uscito presto, senza quasi fare colazione. Al volo mi ha detto:
– Questa settimana sono incasinato, non aspettarmi per cena.
La porta, il silenzio.
Mi sono versata il caffè, ho guardato dalla finestra. Fuori una pioggia sottile, il caprifoglio nel cortile scurito, le foglie lucide. Ho bevuto il caffè e pensato. Con calma, quasi freddezzaed è strano, quando la sofferenza raggiunge un certo limite, si trasforma in qualcosa di solido e chiaro.
Il gala era quel venerdì. Oggi era martedì.
Tre giorni.
Ho preso il telefono e mandato un messaggio a Daniela. Daniela Rizzi era stata la nostra contabile per anni, poi aveva cambiato azienda, ma tra noi era rimasta una sorta di amicizia vera: ogni tanto caffè insieme, qualche chiacchiera. Donna intelligente, concreta, cinquantanni ben portati, occhi severi.
Dani, ci vediamo oggi?
Risposta subito: Certo. Alle tre, al Caffè Centrale?
Perfetto, ho scritto.
Ci siamo trovate in un bar piccolo a due isolati da casa. Lei, tailleur grigio, taglio corto, occhi attenti. Mi ha ascoltata, senza mai interrompere. Solo una volta ha alzato le sopracciglia, quando ho nominato zia.
– Te lha detto davvero? disse piano.
– Sì.
– E di Lucia, quando lhai intuito?
– Da tempo. Ieri Matteo me lha confermato.
Daniela gira la tazza tra le dita, pensierosa.
– Maria, posso dirtela come viene? Non offenderti.
– Dimmi.
– Io lo sospettavo. Mi fissò. Finché ero in Monolito, li ho visti insieme parecchie volte. Pensavo se dirti qualcosa o meno, ma mi sono detta che era una questione privata. Ora mi rendo conto di aver sbagliato. Scusami.
Sono rimasta in silenzio.
– Va bene, Dani. Non importa. Non ora.
– E quindi, che hai intenzione di fare?
Ho alzato lo sguardo.
– Andare a quella festa.
Daniela mi ha fissato a lungo, poi annuì.
– Con i ragazzi?
– Sì.
– Sai che sarà complicato?
– Lo so.
– Sai che si arrabbierà.
– Lo so.
Un altro silenzio.
– Allora, di cosa hai bisogno?
Finalmente un sorriso, il primo dopo quei giorni.
– Di qualcuno che mi sistemi i capelli. Da sola non ce la faccio.
Giovedì sera, Chiara era accanto a me davanti allo specchio, mi pettinava piano, con quella delicatezza che solo i figli hanno in certi momenti. I capelli mi arrivavano alla spalla, li avevo tinti un poco il giorno prima, giusto per cancellare qualche contrasto apparso dopo linverno.
– Mamma, non hai paura? mi chiede lei.
– Un po.
– Papà si arrabbierà.
– Forse.
– Tu cosa dirai?
– Niente. Io fissavo il mio riflesso. Non devo dire niente. Devo solo entrare.
Chiara ha fermato lultima ciocca, poi si è allontanata guardandomi.
– Sei bellissima, dice. Sei sempre stata bella, mamma. Te lo sei solo dimenticata.
Mi ha abbracciata. Forte. Con sorpresa e forza. Io lho stretta.
Il vestito era sul letto. Amarena, velluto, morbido. Lho messo con calma. Chiara mi ha aiutata con la zip. Mi sono guardata allo specchio.
La donna riflessa era diversa. Non estranea. Soltanto dimenticata.
Il trucco, leggero. Giusto il necessario. Mascara, rossetto terra, lo stesso che mi piaceva anni fa. Orecchini di onice nero, un regalo di mia madre.
– Mamma, chiamò Matteo dall’ingresso, il taxi arriva tra poco.
– Vengo.
Ho preso la borsa: piccola, nera, vecchia ma buona. Sono uscita.
Matteo mi ha guardata.
– Accidenti.
– Accidenti, ha detto anche Chiara, arrivando dietro di me.
Ho infilato il cappotto. Le mani ancora mi tremavano appena, lho controllato, mi sono imposta calma.
– Andiamo, ho detto.
Lalbergo “Stella del Nord” era un buon posto. Non il migliore di Milano, ma dignitoso. Riccardo lo aveva scelto per la sala ampia, i soffitti alti e il catering raffinato. Io cero stata una sola volta, anni prima, per un matrimonio. Ricordavo i pavimenti di marmo e il grande lampadario.
Il taxi si è fermato davanti. Sono scesa per prima, mi sono fermata sul gradino, ho respirato laria tiepida, odorosa di aceri in fiore.
– Mamma, mi ha detto Matteo piano, siamo con te.
– Lo so. Ho stretto la mano di Chiara. Andiamo.
Cerano già ospiti, alcuni correvano su per le scale con targhetta al bavero. Io camminavo pacata. Un giovane addetto è venuto incontro.
– Buonasera. È per levento Monolito?
– Sì, ho detto. Sono la moglie di Riccardo Bianchi. E questi sono i nostri figli.
Laddetto ha esitato un attimo, poi ha annuito.
– Secondo piano, sala “Ambra”.
La sala era piena. Abiti eleganti, profumi costosi, stuzzichini caldi, risate fragorose al bar, musica bassa. Io mi sono fermata sulla soglia: diversi sguardi sono scivolati su di me, lo sentivo. Sapevo di essere una straniera lì dentro. Quelli conoscevano Riccardo Bianchi, la sua vita degli ultimi anni, forse sapevano di Lucia. Ma nessuno, probabilmente, conosceva davvero la moglie.
– Vedi tuo padre? chiede Chiara.
– Non ancora. Scruto la sala. Lo troviamo.
Riccardo era vicino al tavolo delle tartine, con due uomini in abito scuro; riconosco uno di loro: Giorgio Martelli, uno dei partner storici della Monolito, uomo imponente, testa bianca, occhi pesanti. Riccardo lo stimava. O temeva. Non ho mai capito la differenza.
Vicino, cera Lucia.
Era la prima volta che la vedevo dal vivo, anche se da tempo la immaginavo. Giovane, snella, un tubino blu perfetto, capelli impeccabili. Bella. Lo pensai senza amarezza, come si nota la pioggia: una bella ragazza, ventotto anni, il braccio leggero su quello di Riccardo, naturalezza peggiore di mille parole.
– Papà è lì, dice Chiara, usando una voce calma che sorprendeva me stessa. Con quella tizia in blu.
Ho camminato verso di loro.
Attraversare la sala è stato come attraversare un vento: la gente si scostava, alcuni voltavano lo sguardo. Io guardavo dritta, verso il tavolo in fondo, verso di lui.
Riccardo mi ha vista a tre passi. Il suo volto è cambiato subito. Bocca socchiusa. Poi dura. Gli occhi ghiacciati.
– Maria, ha detto molto piano. Cosa stai facendo qui?
– Sono venuta al decennale della tua azienda, ho risposto con lo stesso tono. È una data importante.
Giorgio Martelli mi ha guardato, poi lui, poi di nuovo me.
– Signora Maria? ha detto con una sorpresa gentile. È da una vita che non la vedevo. Sta benissimo.
– Buonasera, Giorgio. Anche lei.
Lucia ha fatto un passo indietro, la mano si è staccata dal braccio di Riccardo.
Allora Chiara, che stava appena dietro, si è fatta avanti. Quindici anni. Occhi scuri, spalle dritte. Ha guardato Lucia con la sincerità spietata dei giovani.
– Papà, ha detto senza alzare la voce, ma chiara e forte perché tutti sentissero. Perché stavi abbracciando lei? Lei non è la mamma.
Qualcosa è cambiato attorno a noi, come se la musica si fosse abbassata di colpo. I due soci vicino a Martelli si sono guardati, una donna con la collana di perle si è girata.
Riccardo è impallidito, visibilmente.
– Chiara, cominciò. È lavoro, poi ti spiego
– Papà, non sono più una bambina, replicò Chiara sempre tranquilla. Lo sappiamo da tempo, io e Matteo.
Matteo era lì, in silenzio. Gli occhi bassi, ma fermi.
Giorgio tossì, lasciò il bicchiere.
– Riccardo, disse, in quellunica parola cera tutto: rimprovero, pausa, e una promessa implicita. Credo che avete questioni di famiglia da risolvere. Ne parliamo più tardi.
Mi sorrise con quella vecchia gentilezza daltri tempi, poi si allontanò con i due uomini.
Lucia sottovoce:
– Vado a controllare il catering.
E sparì nella sala.
Siamo rimasti io e Riccardo, con i figli. Lui mi guardava con unespressione che credevo di conoscere: credevo fosse stanchezza, invece ora era smarrimento. Non era rabbia né vergogna. Era solo confusione. Non sapeva cosa fare.
– Maria, mormorò, ti rendi conto di quello che hai fatto?
– Sono venuta al decennale della tua azienda, ripetei. È una data importante.
Presi un bicchiere da un vassoio. Spumante, le bollicine salivano in fila.
– Potevi restare a casa, disse lui, più piano. Come ti chiedevo.
– Avrei potuto, concordai. Ma non lho fatto.
Lho guardato a lungo e ho sentito una chiarezza nuova, che ha messo tutto a posto. Niente rabbia, né trionfo. Solo lucidità. Guardavo questuomo in abito costoso, con i gemelli, la cravatta cara, luomo cui ho cucinato per ventitré anni, lavato le camicie, cresciuto i figli, creduto, e ho pensato: quanto tempo buttato.
– Brindo alla tua azienda, ho detto. Poi ce ne andiamo. I ragazzi sono stanchi.
Mi sono voltata verso loro.
– Andiamo, ho detto piano.
Ci siamo avviati verso luscita. Sentivo gli sguardi su di me. Di chi giudicava, di chi capiva, di chi era solo curioso. Non mi importava. O meglio, non mi feriva più.
Alle porte, Matteo mi ha presa sotto braccio.
– Sei stata brava, mormorò.
– Ho solo partecipato, risposi.
– Proprio così, ha detto lui. Questo basta.
A casa ho appeso il vestito con delicatezza. Ho lavato il viso. Per la prima volta dopo settimane ho dormito senza quellansia appiccicosa diventata, ormai, la mia normalità. Dormito davvero, fino alle nove.
Quello che successe dopo avvenne lentamente, ma con la certezza di una stagione che cambia. Non il giorno dopo, ma nelle due settimane che seguirono. Lo scoprivo a pezzi, da Daniela che sentiva voci tra conoscenti, da Chiara che aveva letto per sbaglio un messaggio sul cellulare di suo padre.
Giorgio Martelli si rifiutò di firmare con la Monolito il nuovo progetto edilizio. Non subito, ovviamente, ma dopo una pausa con intermediari. Dopo il gala, chiamò Riccardo: Non sono pronto, devo pensarci. Martelli era un uomo daltri tempi, per lui la famiglia era sacra, e ciò che aveva visto in sala “Ambra” cancellò il rispetto per Riccardo. Non il fatto che avesse unamante; quello capita. Ma portarla ufficialmente lì al posto della moglieera uno sfregio allordine delle cose. Quella, no, non era tradizione.
Altri partner gli andarono dietro. Gli affari e la reputazione si costruiscono in anni, e si disfano in pochi giorni. Arrivarono domande scomode dal consiglio damministrazione di Monolito. Emersero irregolarità nei contratti degli ultimi mesi. E da lì, tutto cominciò a traballare.
Lucia lasciò la Monolito tre settimane dopo il gala. In silenzio, senza scenate. Si licenziò e sparì. Per qualche giorno Riccardo sembrava smarrito, come se gli avessero tolto la terra da sotto i piedi.
Poi tornò a casa e si sedette a tavola. Io lasciai la minestra e uscii. Sentii i suoi sospiri.
Alla sera mi chiamò.
– Maria, dobbiamo parlare.
– Sì, convenni. Ma dimmi prima: vuoi parlare, o vuoi che io ascolti?
Allinizio non capì. Poi sì. Abbassò lo sguardo.
– Scusami, disse.
Io ero seduta di fronte. Le mani in grembo, ferme. Lo guardavo e pensavo: troppo tardinot per rabbia, ma perché il perdono richiede qualcosa di vivo, e da tempo tra noi era solo arido. Secco, bruciato dalla parola zia.
– Va bene, dissi. Ti ascolto.
Non era un perdono. Lui lo capì.
A parlare di divorzio fui io, un mese dopo, davanti allavvocato. Daniela mi aiutò a trovarlo. Dividemmo lappartamento. I figli rimasero con me. Riccardo accettò, per una volta senza discutere.
Durante il divorzio aprii una sartoria. Piccola, due stanze, nel quartiere vicino. Ci avevo pensato a lungo. Una panetteria sarebbe stata più semplice, ma le mani ricordavano ago e stoffa meglio di qualsiasi cosa. La signora Anna della sartoria in centro, ormai in pensione, rispose subito al telefono e mi disse: Maria, dovevi farlo dieci anni fa.
Mi fece piacere e anche un po male. Dieci anni fa non ne avevo il coraggio. Ora sì.
I primi mesi furono duri. I soldi pochi, pochissime clienti, lavoravo dalla mattina a sera tardi, tornavo a casa con la schiena a pezzi e le dita sporche di gesso. Chiara ogni tanto veniva da me dopo scuola, faceva i compiti in un angolo, mangiava pane e salame, e a volte mi chiedeva dei colori dei tessuti. Aveva un occhio per gli abbinamenti inatteso, passava tanto tempo a guardare i campioni e commentava con una precisione sorprendente per la sua età. Lo notavo e lo mettevo da parte senza interrogarmi troppo.
Matteo intanto viveva le sue difficoltà. Riccardo aveva provato a vederlo un paio di volte, lo chiamava, proponeva incontri. Matteo ci andava e tornava taciturno. Una sera mi disse:
– Vuole che io lo capisca.
– E tu?
– Non so come comprendere chi si vergogna della propria moglie. Guardava fuori. Mamma, tu in fondo tu sei normale. Sei sempre stata normale.
– Grazie, amore.
– Sul serio.
– Lo so.
Esitò.
– Ho problemi con Giulia, confessò. La mia ragazza.
Alzai lo sguardo.
– Dice che dopo tutto questo ha paura che io possa essere come papà. Le fa paura la storia che si ripete.
– Ma quella non è la tua storia, Matteo.
– Lo so. Ma lei non lo capisce.
Rimasi in silenzio, cercando le parole.
– Dai tempo. Guarderà. Le parole non servono, solo il tempo.
Lui annuì, poco convinto. Quella storia con Giulia andò avanti a lungo, con alti e bassi; ogni tanto ci pensavo con una certa preoccupazione, ma non mi intromettevo. I figli devono avere spazio per sistemare da soli le cose. Lho capito tardi, ma lho capito.
La sartoria cresceva pian piano, clienti abituali dopo un anno, prime richieste per abiti da sposai più difficili, ma ben pagati. Presi una ragazza, Elena, niente a che vedere con quella Lucia: mani veloci, carattere deciso. Lavorare con lei era facile: bastava uno sguardo sopra la stoffa.
Daniela veniva ogni tanto: una tazza di tè tra carta modello e fili, parlavamo di salute, figli, le solite cose tra donne dopo i cinquanta. Un giorno mi ha detto:
– Sai perché ti ammiro, Maria? Non sei arrabbiata.
– Ogni tanto sì, ho ammesso.
– No, sei solo scontenta. Non cè rabbia. La rabbia distrugge, la scontentezza passa.
Ci ho pensato e avevo ragione.
Chiara a diciassette anni ha scelto: voleva studiare design. Non lo ha sbandierato, non ha chiesto il permesso, è arrivata con un fascicolo di schizzi e me lha messo davanti. Li ho guardati a lungo. Cera qualcosa di vero, imperfetto ma con visione.
– Questo è il tuo posto, le ho detto.
– Non ti dispiace?
– No. Questa è la tua strada, lo sai meglio di me.
Chiara mi ha sorriso, con calore.
– Mamma, sei cambiata.
– Cambiata?
– Prima chiedevi sempre: Chissà cosa ne pensa papà? Chissà cosa dice la gente? Ora non più.
Lho guardata.
– Ho imparato tardi.
– Non è tardi. Chiara ha rimesso i disegni nello zaino. Ora va bene.
Ecco, questo è stato il complimento più sincero degli ultimi anni. Meglio di ogni lode: ora va bene da chi ti guarda pulito negli occhi.
Vedevo Riccardo poco. A volte arrivava per i figli o portava oggetti dimenticati. Era cambiato: a volte sembrava ancora elegante, altre no. Avevo saputo da amici comuni che la Monolito aveva cambiato amministratori, lui ora era poco più di un responsabile tecnico. Un crollo, certo. Ma io non ci pensavo a lungo. Avevo la mia vita.
Lestate del terzo anno dal divorzio fu dolce. Calda, lunga. La sartoria si spostò in un locale più grande, lavoravo con tre ragazze. La sera mi sedevo sul piccolo balcone della mia nuova casa, presa apposta per vivere da sola. Un passo difficile ma necessario. Bere il tè guardando il tramonto. Non semprespesso cerano ordini da finire, scartoffie da sistemare. Ma quando mi fermavo, mi rendevo conto di una cosa: stavo bene. Non felice come nei romanzi, ma bene. In pace. Stanca, ma serena.
Poi lui venne.
Me lo vidi davanti allo sportello della sartoria mentre sorseggiavo un caffè. Riccardo era sulla porta, esitante, visibilmente invecchiato. Non era solo il tempo, era proprio invecchiare come sanno invecchiare gli uomini senza più sicurezza. Spalle curve, il completo leggermente fuori moda.
Andai io da lui.
– Riccardo, dissi. Vieni dentro.
Ci sedemmo nella nuova saletta per ricevere le clienti. Un tavolo piccolo, due sedie, vaso di fiori secchi. Preparammo il tè, posai la sua tazza davanti.
– Come va? chiese lui.
– Bene, risposi. Tanto lavoro, va avanti.
– Ho sentito. Mi guardò. Sei stata brava.
Non risposi. Tenevo la tazza tra le mani, come sempre facevo.
– Maria esita. Volevo dirti ci ho pensato molto.
– Ci hai pensato, ripeto, senza domanda.
– Ho sbagliato. Su molte cose. Ora lo capisco.
– Riccardo.
– Aspetta. Alza gli occhi. Voglio dirlo. Sei stata una buona moglie. Hai tenuto insieme la casa. Hai cresciuto i figli. Non lho capito, o lho dato per scontato. Ecco. Ho sbagliato.
Lo guardavo. Questuomo non più giovane, quasi stanco, riconoscevo sia luomo di cui mi sono innamorata che quello che ha detto zia, che quello con lo sguardo perso dopo che Lucia se nera andata. Erano tutti la stessa persona. Lo sapevo.
– Ti ascolto, ho detto.
– Pensavo che magari Si blocca. No, è sciocco.
– Vai avanti.
– Pensavo: chissà se si potessenon dico tornare insiemema vederci, parlare. Sono solo adesso, Maria. Solo davvero.
Silenzio.
Ho poggiato la tazza. Ho guardato fuori: cielo dautunno, foglie per terra, una bici legata al palo. Quindi lui.
– Riccardo, ho detto. Non sono arrabbiata con te, davvero. È passato. Mi dispiace degli anni, non di te. Degli anni che sono stati così, e non diversi. Tutto qua.
– Maria
– Fammi finire. Il tono era gentile ma deciso. Non sei solo. I figli sono tuoi, vengono da te. Lo sai. Non ti lasciano. Ma io io non posso essere il motivo del tuo ritorno. Non so cosa cerchi: abitudine, conforto, compagnia. Non lo so. Ma io non ci riesco.
– Perché?
Ho riflettuto. Non per trovare la parola che ferisse ma quella giusta.
– Perché finalmente sono me stessa. Nessuna retorica, solo un dato di fatto. E ci ho messo troppo. Non voglio più tornare indietro.
Restò in silenzio. Guardò la tazza che non aveva toccato. Poi annuì.
– Lo capisco.
– Lo so.
– I figli
– I figli sono tuoi, dissi. Prendili, parlaci. Matteo ha sofferto tanto, ma è aperto, se ti avvicini davvero.
Riccardo si alzò. Raddrizzò la giacca, il gesto che conosco a memoria. Quanti anni, quel gesto.
– Ti sta bene il vestito, disse allimprovviso.
Abbassai gli occhi. Oggi ne indossavo un altro, blu scuro, con un colletto semplice. Lavevo cucito io, linverno prima.
– Grazie, risposi.
È uscito. Ho sentito la porta chiudersi. Poi il silenzio.
Sono rimasta seduta ancora un po. Nella saletta cera una luce morbida, il fresco dellautunno. I fiori secchi nel vaso, due tazze fredde. Gli schizzi sopra il tavolo.
Poi mi sono alzata, ho svuotato la mia tazza e sono tornata ai disegni.
Elena si è affacciata.
– Signora Maria, è arrivata la prossima cliente.
– Sì, ho detto. Dille di aspettare un minuto, arrivo subito.
Elena ha annuito e ha chiuso la porta.






