Niente di personale, solo oggetti
Imballa anche quel vaso, disse Valentina Esposito senza voltarsi.
Stava in mezzo al salone e guardava le mensole come si guarda la vetrina di una boutique dove tutto è già stato pagato. Con calma. Da esperta. Con uno sguardo appena socchiuso da intenditrice.
Quale vaso? chiese Martina.
La voce le uscì più fioca di quanto avrebbe voluto. Tossì piano e ripeté, scandendo bene:
Signora Valentina, a quale vaso si riferisce?
A quello lì. Quello azzurro. Lo abbiamo portato da Praga nel novantotto. Un pezzo di famiglia.
Martina fissò il vaso azzurro. Lei e Lorenzo lavevano preso per il terzo anniversario di nozze, in una piccola bottega in via Karlova. Il venditore era un vecchietto con barba bianca, aveva detto qualcosa in ceco. Lorenzo aveva riso facendo finta di capire. Poi avevano mangiato trdelník per strada, Martina si era bruciata la lingua, e avevano riso insieme per mezzora.
Non è un oggetto di famiglia, disse Martina pacata. Labbiamo comprato insieme. Nel duemilanove.
Martinina, Valentina finalmente si voltò, con quella tonalità che Martina aveva imparato a distinguere fin dal primo anno di matrimonio: il tono paziente che si usa con i bambini sciocchi. Non complichiamo tutto, eh? Lo sai che tutto questo, fece un gesto circolare, indicando il salone, tutto questo è stato comprato coi soldi della nostra famiglia.
Della nostra famiglia, ripeté Martina. Mia e di Lorenzo.
Lorenzo lavorava. Noi con suo padre aiutavamo. Tu badavi alla casa. Sono cose diverse.
Lorenzo guardava la città dalla finestra, dal ventitreesimo piano tutto sembrava finto e minuscolo. Macchinine, alberetti, persone come pedine. Non disse nulla.
Martina osservava la sua schiena, ormai la conosceva a memoria. Sapeva quando si incurvava dalla stanchezza. La posizione del neo sulla scapola sinistra. Il respiro profondo che fingeva nel letto, facendo finta di dormire. Dieci anni. Lo conosceva da dieci anni, e adesso era lì alla finestra, mentre sua madre impacchettava la loro vita in scatoloni.
***
Lappartamento era bello. Martina laveva sempre ammesso, anche nei giorni in cui la odiava. Soffitti alti, finestre a tutta parete, parquet di noce americano che guai graffiare coi tacchi. Cucina Lusso Salotti, pagata di tasca propria da Valentina, che non perdeva occasione di ricordarlo. Il lampadario in salotto, fermo e trasparente come una cascata ghiacciata.
Martina vi aveva vissuto otto anni, ma non fu mai davvero casa sua. Non perché fosse un brutto posto. Era solo troppo perfetto. Troppo costoso. Troppo scelto sfogliando cataloghi portati da Valentina.
Appena si erano trasferiti, Martina aveva messo una violetta in un vaso di terracotta sul davanzale della camera. Comprata al mercato per pochi euro. Una settimana e il vaso non cera più. Valentina aveva detto di averlo buttato: Non si adatta allo stile.
Martina aveva taciuto. Anche Lorenzo aveva taciuto.
Fu la prima di tante.
***
I facchini arrivarono alle dieci. Due uomini silenziosi con un carrello e una pila di nastro adesivo. Valentina li accolse allingresso con una lista in mano. Una lista stampata, numerata, con le voci in ordine. Martina ne intravide linizio: Salone: divano ad angolo (pelle grigia) 1 pz.; tavolino (marmo) 1 pz.; lampada (bronzo) 2 pz
Si girò e andò in cucina. Mise su il bollitore. Doveva pur occupare le mani.
Lorenzo la seguì e si fermò sulla soglia.
Martina, disse.
Sì?
Tu come stai?
Lo guardò. Era bello, lei lo aveva amato per quel viso, che ora però aveva quellespressione da bambino colpevole. Sopracciglia un po corrugate, occhi bassi, voce lieve.
Normale, rispose. Vuoi il tè?
Martina
Lorenzo, vuoi il tè o no?
Silenzio.
Sì.
Versò lacqua bollente in due tazze. Sempre le stesse, bianche con i conigli disegnati, quelle prese ad Amsterdam. Allegre e fuori luogo in quella cucina lussuosa. Valentina le chiamava quella robaccia. Martina ci teneva apposta.
Bevvero in silenzio, ascoltando dallo studio il fruscio del nastro e i comandi di Valentina.
Non può permetterselo, sussurrò Martina, non a lui ma quasi solo a sé. Il divano labbiamo scelto insieme. Le lampade le ho comprate col mio stipendio. I quadri in camera li ho portati da Firenze, coi miei soldi.
Ci parlo, disse Lorenzo.
Lhai già ripetuto cinque volte oggi.
Non rispose. Fissava la tazza col coniglio.
Lorenzo, fece lei, la voce stanca e piatta come non voleva. Non ti sto chiedendo il divano. Non mi serve il divano. Ti chiedo solo di stare qui. Di esserci. Giusto una volta.
Lui la guardò.
Ci sono.
No, rispose. Sei alla finestra.
***
Valentina aveva sessantaquattro anni e apparteneva a quel tipo di donne che occupano ogni spazio a discapito dellaria degli altri. Non cattiva, precisa. Con idee ferree su cosa è giusto, cosa ci sta e cosa non si addice.
Amava il figlio, Martina ne era certa. Solo che quellamore era così ingombrante da non lasciare spazio agli altri. Non per cattiveria. Solo non concepiva che qualcuno potesse amare Lorenzo quanto lei.
Il primo anno Martina aveva provato a farsela amica. Linvitava, chiedeva ricette, un giorno le aveva regalato una sciarpa scelta con cura. Valentina la ringraziò, la mise da parte e disse che aveva la pelle delicata.
Il secondo anno smise di provarci e mantenne cauta distanza.
Il terzo capì che la distanza era inutile, perché Valentina non riconosceva confini che non fissava lei stessa.
Il quarto, il quinto, il sesto Perso il conto.
***
Lorenzo Esposito, chiamò Valentina dal soggiorno. Vieni, dobbiamo decidere per i quadri.
Lui posò la tazza. Martina osservava come rispondeva sempre alla madre. Passo un po veloce, spalle sollevate, solerzia.
Quante volte aveva visto questa scena in dieci anni? Al richiamo. Al primo cenno.
Non era più arrabbiata. Era soltanto svuotata. La rabbia è fatica, e le forze erano finite da tempo.
Dal salone si sentiva parlare di quadri. La voce di Valentina: Questo lo prendo sicuro, viene dalla galleria Fort, è un investimento Quella di Lorenzo: qualcosa di vago, accondiscendente.
Martina finì il tè. Lavò la tazza. Mise tutto a sgocciolare.
Poi uscì e andò in camera. Non aveva nulla da fare lì dentro. Solo non voleva restare in cucina a sentire come dividevano la sua vita con una lista stampata.
In camera cera silenzio. Il sole calava a strisce sul letto rifatto. Non avevano ancora deciso a chi sarebbe rimasto il letto. Sicuramente Valentina già lo sapeva.
Martina si sedette sul bordo. Passò la mano sul copriletto.
Si ricordava quando laveva scelto. In negozio, indecisa tra due: uno pratico, scuro non si macchia, avrebbe detto Valentina laltro azzurro pallido come il cielo, delicato e poco pratico. Martina prese il secondo. Lorenzo era stupito, ma non disse nulla.
Quel copriletto azzurro forse era stato il suo unico gesto di ribellione in otto anni.
***
Aprì lo scomparto sopra larmadio per cercare la borsa vecchia che voleva portare via. Cera, in fondo. Accanto una scatola di scarpe usata, scritta con un pennarello: Varie. Nostre.
Non ricordava subito cosa ci fosse.
Prese la scatola. La mise sul letto.
Aprì.
In cima due vecchi biglietti del cinema, ingialliti. Dopo qualche attimo ricordò: Il Favoloso Mondo di Amélie. Terzo appuntamento. Lorenzo aveva detto per anni che il film non gli era piaciuto, poi molto tempo dopo ammise di aver mentito, gli era piaciuto ma si vergognava a dirlo.
Sotto i biglietti, una cartolina da Barcellona, viaggio di nozze. Sulla cartolina la Sagrada Familia, e dietro la scritta di Lorenzo: Ti amo più di quanto Gaudí amasse questo tempio. E lui ci ha messo settantatré anni. Lei aveva riso: Mi amerai anche tu settantatré anni? Ci provo, rispose lui.
Adesso lui aveva quarantanni. Lei trentotto. Dieci trascorsi insieme. Gliene restavano sessantatré.
Martina stringeva la cartolina, pensava a tutto questo.
Sotto: una calamita a forma di Torre Eiffel, presa a un mercatino a Parigi, che Valentina aveva tolto immediatamente dal frigo, roba kitsch; un braccialetto di plastica con su scritto Partecipante di una festa aziendale, entrambi ubriachi fino a tarda notte; un fiore secco, ormai sgretolato, ricordo confuso di un prato allalba, di un viaggio interrotto solo per la bellezza; tre conchiglie dal mare di Rimini; un fazzoletto di carta, scarabocchio di una partita a tris in attesa del pranzo in una trattoria.
Niente di tutto ciò aveva valore. Nessuna di queste cose era sulla lista di Valentina.
Martina restò seduta, il copriletto azzurro sotto, il fazzoletto con i cerchi e le croci fra le mani, e qualcosa che aveva custodito dentro di sé per tanto tempo finalmente iniziava ad allentarsi.
Non pianse. Non sapeva piangere senza motivo. Semplicemente si mise a respirare, e dalla sala continuava a sentire il nastro, la voce di Valentina sui calici di cristallo.
***
Lorenzo entrò in camera quasi per caso. Cercava qualcosa per sé. Vide Martina col cartone aperto e si bloccò.
Cosè?
Guarda.
Si avvicinò. Prese i biglietti. Lesse. Prese la cartolina.
Martina osservava il suo viso. Vedeva che qualcosa cambiava, lento, come la luce quando passa una nuvola.
Amélie, disse piano. Dissi che non mi era piaciuto.
Lo so.
Ho mentito.
Lo so.
Si sedette. Prese il braccialetto Partecipante.
Era la festa della ditta di Sergio. 2015.
Già.
Tu avevi perso una scarpa. In pista.
Tu la trovasti sotto il bancone.
E dissi che eri Cenerentola.
E io che tu non sembravi un principe.
Sorrise. Non col sorriso stanco e colpevole degli ultimi anni, ma quello vero, di una volta, con quel piccolo angolo storto a sinistra.
Non sembravo, confermò.
Stettero in silenzio. Dal salone un botto, Valentina: Attenti! Facchino: Scusi
Lorenzo, disse Martina.
Sì.
Perché siamo qui? Non in questa stanza. Qui, in questa situazione?
Non rispose. Rigirava una conchiglia tra le dita.
Non lo so, disse infine.
Lo sai, replicò senza astio.
Rimise la conchiglia nella scatola.
Sono un codardo, ammise.
Martina lo guardò. Il profilo e quella linea familiare della fronte e del naso.
Lo so.
Doveva andare diversamente.
Già.
Avrei dovuto fare molto… spesso.
Davvero, Lorenzo.
Si voltò verso di lei. Per la prima volta in quel giorno interminabile la guardò dritto negli occhi.
Voglio che tu sappia, disse, che mi ricordo tutto. Ogni cosa lì dentro. Indicò la scatola. Ricordo quando abbiamo preso quei biglietti. Ricordo il trdelník e la tua lingua scottata. Ricordo il prato. Le conchiglie. Tu che volevi farci una cornice, io che dicevo che era kitsch, tu ti arrabbiasti e poi andammo a nuotare alle tre di notte e
Basta, lo fermò.
Perché?
Fa male.
Tacque.
Anche a me fa male, sussurrò.
***
Valentina apparve sulla soglia.
Lorenzo, cè da firmare…
Vide la scatola. Li vide lì seduti. Qualcosa le passò sul volto, ma era difficile dire cosa.
Che roba è?
Sono le nostre cose, spiegò Lorenzo.
Quali cose? Sono cianfrusaglie, buttale.
Mamma.
Sono solo cartacce, biglietti…
Mamma, ripeté lui. E stavolta la voce cambiò. Niente supplica. Altro.
Valentina lo fissò.
Cosa?
Vai fuori, per favore.
Pausa. Lunga.
Lorenzo, ci aspettano i facchini, il tempo stringe
Mamma. Esci dalla stanza.
Martina non la guardò. Guardava le mani intrecciate sulle ginocchia. Sentiva il silenzio sceso dopo. Un silenzio denso, quasi sonoro.
Va bene, disse Valentina infine. Voce ferma, ma diversa dal solito. Quando finite chiamate.
Passi. Non chiuse la porta, solo andò via.
Martina sospirò piano.
È la prima volta che succede, disse.
Cosa?
Le hai chiesto di uscire.
Silenzio.
In dieci anni, aggiunse. La prima volta.
Lo so.
Perché proprio ora?
Non lo so. Forse… cercava le parole. Forse ho visto questa scatola e mi sono accorto che tutto quello che stiamo dividendo là fuori… sono solo oggetti. Il divano è solo un divano. Il vaso, un vaso. Ma questo, indicò la scatola, siamo noi. Solo questo realmente ci appartiene.
Martina lo fissò a lungo.
Lorenzo, disse lentamente, sono discorsi belli.
Non voglio fare bei discorsi. Io…
Aspetta. Fammi finire. Sono discorsi belli, e sono stanca dei discorsi belli. Tu hai sempre saputo parlare bene. Spiegare cosera andato storto, perché la prossima volta sarebbe diverso, quanto capivi. Ma capire e agire non sono la stessa cosa.
Lo so.
No, Lorenzo, tu pensi di saperlo, ma non lo sai davvero. Perché se fosse così, tua madre non sarebbe ancora lì a impacchettare la nostra vita seguendo la sua lista. Si è fatta il suo elenco, capisci? Lelenco delle nostre cose. Ed è venuta, con la carta.
Lo fermerò.
Adesso?
Sì.
Ormai è tardi, disse Martina. Bisognava farlo sette anni fa, quando ha buttato il mio fiore dal davanzale. O sei anni fa, quando ha spostato i mobili in camera mentre eravamo in vacanza. O cinque, quando mi ha insegnato come si fa il ragù. O quattro quando…
Martina.
O tre anni fa, quando ti ha detto che i figli potevano aspettare, che prima dovevi sistemarti, e tu hai accettato, e io avevo trenta-cinque anni e io…
Si fermò.
Era molto silenzio.
Quello mi ha fatto più male di tutto, disse. Piano, quasi senza voce. Più di tutto il resto.
Lorenzo era immobile. Aveva sul volto unespressione che Martina aveva visto raramente. Non colpevole. Non difensiva. Solo, nuda.
Lo so, rispose. Allora…
Non spiegare.
Voglio spiegare.
Non ora.
Chiuse la scatola. Premette bene il coperchio perché combaciasse.
Questa la porto via, disse. Questa la prendo io.
Va bene.
Del resto di questa casa non voglio più nulla.
La guardò.
Dove andrai?
Da Margherita, per ora. Poi affitterò qualcosa.
Martina.
Cosa?
Non andartene.
Si alzò. Prese la scatola sottobraccio. Leggera. Incredibilmente leggera rispetto a quello che conteneva.
Lorenzo, io esco da questo appartamento, non da te. Non voglio più viverci. Non lho mai sentito mio, ho solo… imparato a fingere che lo fosse.
Da qui possiamo uscire insieme.
Lei si fermò.
Si girò.
Cosa hai detto?
Si alzò anche lui. Braccia lungo i fianchi, la fissava.
Ho detto: da qui possiamo uscire insieme. Non voglio il divano. Non voglio i calici di cristallo, i quadri della galleria Fort. Voglio te, questa scatola e… basta. Non serve altro.
Martina lo fissava.
Dentro sentiva qualcosa di strano, qualcosa che pareva speranza, paura, stanchezza, e tutto quello a cui ancora non sapeva dar nome.
Lorenzo, disse piano, hai quarantanni. Se te ne vai con me da qui, tua madre…
Lo so.
…si arrabbierà davvero.
Lo so, Martina.
Sei pronto?
Non so se sono pronto. Ma so che se non lo faccio ora non potrò più rispettarmi.
Pausa.
È un discorso diverso, disse lei.
Sì?
Sì. Non è voglio tornare con te. È voglio iniziare a rispettarmi. È diverso.
Forse, rispose lui. Ma una cosa senza laltra non si può.
***
In salotto Valentina parlava coi facchini. Quando entrarono, si voltò. Guardò la scatola nelle mani di Martina. Il volto del figlio.
Allora? Avete finito le vostre chiacchiere?
Mamma, disse Lorenzo. Basta.
Basta cosa?
Tutto questo, abbracciò la stanza con un gesto, tra mobili smossi e una lampada avvolta di plastica, tienilo tu. Tutto. Io non mi tiro indietro.
Valentina lo fissava.
Di cosa stai parlando?
Il divano, i vasi, i calici, i quadri, la cucina di lusso. Prendili. Fanne ciò che vuoi.
Lorenzo, sono oggetti costosi, sono investimenti…
Mamma. Esco di casa con Martina e questa scatola. Solo questo mi serve.
Silenzio.
Valentina trafiggeva con lo sguardo il figlio e la nuora. In lei cera qualcosa di mai visto prima. Non rabbia. Non offesa. Forse smarrimento. Di chi sa sempre le regole, ma si trova a una tavola dove la partita è cambiata.
Sei impazzito, sussurrò.
Può darsi.
È una follia. È
Mamma. Le fu accanto. Martina vide come la guardava: senza rabbia, né accusa. Solo con sincerità. Ti voglio bene. Ma non posso più vivere così. Questa non è vita. È gestione di un progetto. E io non sono un progetto.
Valentina tacque a lungo. Poi disse:
Te ne pentirai.
Può darsi, rispose. Ma preferisco pentirmi di una scelta mia, non di una altrui.
***
Uscirono dallappartamento verso le due. Martina stringeva la scatola. Lorenzo una piccola borsa coi vestiti e il portatile da lavoro.
In ascensore nessuno parlò. Nello specchio che andava da cima a fondo, Martina osservava il riflesso: due adulti stanchi, una con uno scatolone, laltro con la borsa per tre giorni.
Al piano terra, la portineria. Il portinaio fece un cenno. Le porte automatiche si aprirono. Fuori era un giorno qualunque di aprile, freddo e teso, lodore dumido e una promessa lontana di pioggia.
Restarono fermi sul portone.
Dove andiamo? chiese Lorenzo.
Da Margherita, ho detto.
Non posso andare da Margherita.
Non devi.
Non voglio non andare da Margherita. Voglio andare dove vai tu.
Martina guardava la strada. La gente che da lassù sembrava piccola ora era normale, ognuno impegnato nei propri affari.
Lorenzo, disse. Non abbiamo una casa.
Lo so.
Abbiamo pochi risparmi. Tutto bloccato dal giudice.
Ne ho messi da parte un po, mamma non lo sa.
Bene. Ma è temporaneo. Dovremo affittare qualcosa. Qualcosa di piccolo e probabilmente brutto.
Ok.
Senza cucina di lusso.
Meno male.
Lo guardò. Lui la guardava. Sul viso unespressione simile a sollievo, anche se sollievo era una parola troppo leggera per tutto quel peso dietro.
Non è la fine della storia, disse Martina. È linizio. Ci sarà ludienza, ci sarà tua madre, ci sarà tanto altro.
Lo so.
Non sono sicura che ce la faremo.
Nemmeno io.
Eppure?
Taceva. Poi disse:
Eppure sì.
Martina aggiustò la scatola sotto il braccio. Leggera. Dentro qualche biglietto, una cartolina, un magnete, un braccialetto, un fiore secco, tre conchiglie e un fazzoletto scarabocchiato.
Tutto ciò che restava dei dieci anni. Ma davvero, tutto ciò che quei dieci anni erano.
Andiamo, disse.
E andarono. Nella normalità del giorno qualunque di aprile, senza un piano e senza certezze, una borsa e una scatola per due. Dietro di loro, lassù, restava lappartamento al ventitreesimo, con il parquet e il lampadario a cascata ghiacciata, con Valentina che di certo già dava ordini ai facchini.
E loro camminavano. Martina non aveva certezze. Non ne aveva quasi mai adesso, tranne una: cera la scatola lì, e lui accanto. E aprile. E quellodore che solo la primavera sa dare, quando fa ancora freddo, ma già si capisce che il freddo non durerà.
Lorenzo, disse mentre camminavano.
Sì?
Ricordi quando abbiamo raccolto le conchiglie?
SullAdriatico. Volevi fare una cornice.
Dicesti che era kitsch.
Era kitsch.
Eppure la farò.
Va bene, disse lui.
Per ora manca solo il posto per appenderla.
Lo troveremo, disse lui.
Martina non rispose. Camminava accanto a lui, tenendo la scatola. E pensava che lo troveremo non è una promessa. È solo una parola. Ma a volte solo le parole sono tutto ciò che si ha. E a volte bastano. Per fare un passo. E un altro ancora.






