Il profumo della casa di riposo
Sai di cosa profumi? Di casa di riposo. Di canfora e vecchiaia. Non ce la faccio più.
Francesca era ferma alla finestra e osservava il cortile dove la gatta del vicino, la Bianca, attraversava la pozzanghera muovendosi con passi rapidi e misurati. Le parole di Giorgio le arrivavano ovattate, come se qualcuno le avesse immerse nellovatta, e ci mise un po a voltarsi. Poi si girò.
Giorgio era lì, al centro della cucina, con la camicia celeste appena stirata. Quella che gli aveva comprato lei ad aprile, al mercato di Piazza delle Erbe, perché aveva chiesto qualcosa di leggero, che non si stropicci. Francesca laveva scelta con attenzione, tocchi leggeri sulle stoffe, domandando alla commessa la composizione. Giorno di mercato, lui seduto in macchina ad ascoltare la radio.
Mi senti? chiese Giorgio.
Ti sento, rispose Francesca.
La voce le uscì calma, e questo la stupì quasi.
Giorgio poggiò la borsa da palestra sulla sedia. Grande, blu, con il logo di qualche ditta. Francesca la riconobbe subito: era quella che stava nello sgabuzzino, sotto i doposci che nessuno usava da almeno otto anni.
Vado via, disse. Lo sappiamo entrambi che era ora.
Francesca guardò la borsa. Poi le mani di lui. Tranquille, ferme, senza stringere la camicia né evitare il suo sguardo. Aveva deciso. Da tempo. Ora semplicemente lo annunciava ad alta voce.
Era ora, ripeté lei.
Sì. Giorgio alzò le spalle. Francesca, non voglio discussioni. Siamo diversi. Tu sei sempre qui, con mia madre, con le terapie, con questo odore. Io così non riesco.
Lodore. Pensò allodore. Cinque anni. Cinque anni che si alzava allalba, perché Lucia, la mamma di Giorgio, si svegliava alle sei, secondo quella logica misteriosa del corpo malato e anziano. Cinque anni a massaggiare con olio di canfora, a cambiare traverse assorbenti, a sentire il tosse nellaltra stanza e le chiamate notturne allambulanza. Cinque anni a vedere la sua vita rinchiusa nelle cartelle sulla scrivania della sua piccola atelier, ormai poco frequentata perché non cè tempo, non cè nessun altro, lhai detto tu.
Capiva eccome.
Parti adesso?
Sì.
Va bene, disse Francesca.
Lui restò a guardarla, forse aspettandosi unaltra reazione. Un pianto, forse. O una domanda. Da chi vai. Ma quella domanda non la fece. Non perché non sapesse la risposta, ma perché in quel momento le sembrava superflua.
Giorgio prese la borsa, sostò un istante alla porta.
Lascio le chiavi sul tavolino.
Lasciale pure.
Click della serratura. Poi il portone condominiale sbatté, passo dopo passo giù per quattro piani, un suono che conosceva a memoria. E poi silenzio. Non semplicemente assenza di rumori, ma un silenzio speciale, come quello che resta quando spegni la TV lasciata accesa per abitudine, e solo allora ti accorgi del ronzio che faceva.
Francesca vide le chiavi sul tavolino. Vide la sedia. La borsa non cera più.
Tornò in cucina, aggiunse acqua alla moka.
Cinque anni prima, Lucia era stata colta da ictus proprio a tavola, durante il compleanno di Giorgio. Lei aveva preparato una crostata alle ciliegie, Lucia aveva detto buona, poi aveva lasciato cadere la forchetta e guardato Francesca con uno sguardo indecifrabile. Aveva capito subito. Aveva chiamato lambulanza, era salita assieme, stringendo la mano che ormai non poteva più rispondere.
Giorgio quella sera era a una cena aziendale. Aveva risposto solo al terzo tentativo.
Poi i medici: emiparesi, riabilitazione lunga, serve qualcuno sempre in casa. Tanto aveva detto Giorgio adesso non lavori a tempo pieno. I tuoi progetti portano poco. Lei non aveva ribattuto. Aveva messo via i disegni in una scatola, portata nello studio.
La moka borbottò. Preparò il caffè, tornò alla finestra. Bianca era sparita. La pozzanghera era rimasta.
Per i primi tre giorni Francesca quasi non uscì di casa. Non perché non potesse, ma perché non sapeva dove andare. Il corpo era abituato a una routine: sveglia alle sei, tra mezzora terapie, colazione, pranzo alluna, balcone alle quattro con sedia a rotelle, sistemazione serale. Senza più quel programma, il corpo non sapeva che fare.
Camminava da una stanza allaltra, guardava gli oggetti. La carrozzina vicino al muro, i pacchi di pannoloni sotto il letto, lo scaffale con i medicinali etichettati dalla sua calligrafia: “mattino”, “sera”, “pressione”. Lucia era morta tre mesi prima, serenamente, nel sonno. Tutto il suo mondo era rimasto lì. Giorgio non aveva toccato nulla, e a Francesca mancava il coraggio.
Il quarto giorno prese tre grandi sacchi neri e iniziò a svuotare.
Lavorò metodica. Pannoloni, raccoglitori urina, traverse, guanti. Poi le scatole di medicinali, una alla volta. Poi la carrozzina: quella fu la parte più difficile, perché ricordava le passeggiate nel cortile, Lucia che osservava gli alberi come chi sa che non li vedrà più. Smontò la carrozzina, la portò via in tre giri fino al locale della spazzatura.
Poi rimase a lungo sotto la doccia calda.
Quando uscì e si guardò allo specchio, vide qualcosa che non vedeva da tempo: sé stessa. Non unassistente, non una moglie, non una figlia di fatto. Una donna di cinquantadue anni, capelli umidi con qualche filo dargento mai tinto per mancanza di tempo o di qualcuno che notasse la differenza.
La mattina del quinto giorno chiamò il parrucchiere.
La parrucchiera si chiamava Sonia, poco più che trentenne, mani rapide e sicure. Quando Francesca spiegò che voleva accorciare e fare qualcosa con il colore, Sonia capì al volo, senza domande. La osservava nello specchio con uno sguardo professionale che ricordava quello dei buoni medici.
Il tuo colore naturale è bello, disse. Un po di mèches, la sfumatura argento sarà parte del tutto. Moderno. E taglio: non troppo corto, lasciamo il collo scoperto. Hai un bel collo.
Fai tu, disse Francesca.
Rimase due ore seduta, guardando nello specchio una donna quasi nuova. Non unaltra, più limpida. Come se la polvere degli anni si staccasse piano.
Quando uscì, cera vento. Freddo, dautunno. Il vento scompigliava il taglio nuovo, e Francesca si sorprese a pensare che non ricordava lultima volta che si era fermata in strada solo per sentire il vento tra i capelli. Di solito correva: farmacia, ambulatorio, casa.
Ora non aveva fretta.
Entrò in un piccolo bar, prese un caffè da asporto e camminò senza meta.
Il divorzio durò quattro mesi.
Giorgio si presentò in tribunale con lavvocato, giovane, elegante, che parlava in fretta e guardava oltre la gente. Francesca era venuta sola. Non per fare scena, ma perché non voleva contendere nulla.
Alla seconda udienza Giorgio era accompagnato da lei.
Francesca la vide nel corridoio: forse trentacinque anni, i capelli biondi raccolti, cappotto a quadri, tacchi alti. Stava in disparte, guardando il telefono. Giorgio si avvicinò, lei alzò un attimo lo sguardo verso Francesca: rapido, indifferente, come se fosse una qualsiasi in fila.
Francesca lo notò con curiosità distante. Quello era davvero solo uno sguardo, non cera superiorità.
Francesca, sussurrò Giorgio. Vorrei parlare dellappartamento.
Non serve, disse lei.
Ma
Giorgio. Mi basta lo studio. Quello che era mio già prima delle nozze. Tutto il resto: casa, macchina, la casa al mare a te.
Rimase un attimo in silenzio.
Ne sei sicura?
Sicurissima.
Lavvocato prese appunti. Giorgio la fissava, quasi incredulo. Attendeva resistenze, forse drammi, allusioni agli anni di sacrifici. Che lei gli ricordasse Lucia, i cinque anni, chi aveva dato e chi aveva ricevuto.
Lei non lo fece. Non perché non ne avesse diritto, semplicemente non aveva più voglia di quella discussione. Non voleva vederlo giustificarsi, o peggio attaccarla. Non voleva lacrime, che ancora non erano arrivate ma sentiva dietro lo sterno, come un macigno in attesa.
Lo studio era in Via dei Giardini, secondo piano di un palazzo vecchio, ventidue metri quadri con soffitti alti e una finestra sul cortile nord. Lo aveva comprato a trentiquattro anni, appena laureata, risparmiando tre anni interi. Dentro, il grande tavolo da disegno, le rastrelliere coi progetti, le piante che erano sopravvissute a tutto continuando a crescere stoiche sul davanzale.
Passò lì la prima notte dopo la sentenza.
Sdraiata sul divano-letto, fissava il soffitto. Cosa viene, adesso?
Non sapeva. Ma non la spaventava come avrebbe creduto.
La prima telefonata la fece allo studio Verde Incanto, dove aveva lavorato anni prima. La riconobbero. La segretaria si fece felice, la passò subito allarchitetto Cesare Romano, che la ricordava ancora: Francesca, sono cambiati i tempi. Cinque anni, oggi, sono uneternità. Il settore è mutato, i software anche, i clienti chiedono altro. Servono persone che
Capisco, rispose lei.
Se cambia qualcosa, ti chiamiamo.
Sapeva che non lavrebbero chiamata.
Secondo tentativo: latelier privato dove lavorava sua compagna del liceo, Marta. Marta fu sincera, gentile, ma anche lei in pochi minuti cominciò a parlare di altri requisiti, i giovani con nuovi strumenti, capisci, la concorrenza.
Terza chiamata fatta senza grandi aspettative. Lufficio comunale del Verde pubblico. Risposta: organico pieno.
Spense il telefono e guardò fuori.
Fuori, novembre: alberi spogli, passanti con il bavero alzato. Pensava ai cinque anni che, da fuori, davvero sono tanto. Non per come li aveva vissuti, ma per quanto si erano spostate le cose lì fuori. Aveva lasciato uno spazio, lo ritrovava già occupato.
Aprì il portatile e iniziò a studiare: nuovi programmi di landscape design, tutorial, webinar. Lessero fino a due di notte, prendeva appunti. Alcune cose erano del tutto nuove, altre solo cambiate di nome.
A dicembre trovò lavoro. Non quello sognato, ma un lavoro: assistente in un piccolo vivaio appena fuori città. La proprietaria, zia Vera, nome che per coincidenza la fece sorridere, era una donna energica, pratica, che valutava tutto secondo ununica regola: Mi servi?
Hai manualità con le piante?
Sì.
Allora iniziamo. Lo stipendio è basso, ma il lavoro è vero.
Ed era vero. Francesca arrivava alle otto, sistemava le talee, trapiantava, consigliava i clienti. Non era quello che aveva studiato, ma ripuliva la mente. Mani nella terra, il profumo di corteccia e humus, vasi in fila che promuovevano vita nuova.
Fu nel vivaio che sentì parlare della serra abbandonata.
Zia Vera aveva accennato, come facendo una confidenza: in Via del Fiume cera una serra dimenticata, nel vecchio Orto Botanico. Un direttore stava tentando di salvarla, ma non cerano persone.
Allinizio Francesca ci pensò e basta. Poi, una domenica libera, indossò il cappotto e andò.
La serra si trovava in fondo al parco, nascosta dagli alberi. La prima cosa che vide furono le vetrate, opache, vecchie, dietro cui si intuiva un mondo verde. Il telaio metallico arrugginito, qualche lastra sostituita dal legno. Il sentiero era coperto di foglie.
Ma dentro.
Entrò. Unonda di calore e umidità le avvolse. E rimase ferma.
Un caos vivo. Piante che crescevano dove volevano: alcune tendevano verso la luce, altre si accasciavano sugli appoggi vicini, una liana aveva avvolto un vecchio pilastro e raggiunto il soffitto. Alberelli di mandarino con piccole sfere arancioni, grandi vasi con palme ormai smisurate, orchidee inaspettate su mensole di legno, certo piantate da qualcuno con cura e poi dimenticate a loro stesse.
Restò lì, a guardare, sentendo qualcosa in sé che si scioglieva.
Cortese, ha appuntamento?
Si girò. Un signore anziano, maglione traforato e occhiali sulla fronte, spuntò dal corridoio laterale. Basso, barba bianca e mani che rivelavano luomo di mestiere.
No, mi scusi ho visto da fuori, sono entrata. Se non si può, esco.
Perché non si potrebbe? la guardò, poi si voltò verso la serra. Nicola Esposito. Direttore, o qualcosa del genere qui.
Francesca Greco. Architetto paesaggista.
Tacque per qualche secondo.
Architetto, dice.
Sì, con una pausa. Cinque anni.
Tornò a tacere, ma il suo silenzio non era giudicante. Solo pensava.
Allora venga, le mostro.
Girarono quasi due ore. Nicola raccontava la storia, cosa cera stato, che cè ora, cosa avevano tentato. Avevano chiuso la serra temporaneamente sette anni prima, ma i ritardi, i cambi di gestione lavevano lasciata in un limbo strano: né chiusa né aperta, né rovinata né salvata.
Nicola riusciva a tenere viva la struttura, passava ogni giorno a innaffiare, dare fertilizzanti, controllare la temperatura. Da solo.
Posso dare una mano, disse Francesca.
Al momento non posso pagare.
Lo so.
La guardò a lungo.
Allora venga giovedì.
E tornò giovedì. Poi ancora. Pian piano ogni giorno. Lasciò il vivaio, zia Vera non si offese: Hai la testa buona, ti serve di più dei vasi.
Serra diventò davvero il suo progetto. Il primo vero progetto dopo cinque anni.
Procedette per tappe: inventariò tutte le piante, segnò stato e bisogni di ognuna. Tre settimane di lavoro meticoloso, registro di campo come quello di un vero cantiere solo che qui il materiale era vivo.
Poi cominciò a pensare lo spazio. La serra era grande, oltre quattrocento metri, ma dentro era disordinata: vasi messi alla rinfusa, senza schema né percorsi. Francesca disegnava. La sera, in studio, stendeva fogli e, come ai tempi delluniversità, schizzava a mano.
Nicola osservava e annuiva.
Qui potrei zonare gli agrumi, spiegava lei. Mandarini, limoni, kumquat. Stanno bene insieme, amano laria secca. E che profumo.
Il profumo, ripeteva lui. Linverno, qui dentro quel profumo è unaltra cosa.
Al centro lasciamo le palme grandi, danno altezza. Sotto, cespugli tropicali. Una piccola passerella
Passerella. Sì. Così la gente gira.
La gente verrà, vedrà.
Non era una frase di conforto. Ci credeva: la gente viene dove qualcuno ha pensato per loro, fatto spazio per la cura.
Linverno passò lavorando. Francesca procurava piante, contattava fornitori con quel poco che le restava dal divorzio; bastava. Sistemava vetri, trovava artigiani. Nicola aiutava in tutto, parlando con le piante come solo chi sa che non è follia, ma sincerità.
A gennaio, dopo anni, chiamò lamica Rita.
Vecchia amica, università, allinizio la invitava sempre, poi aveva smesso. Perché non posso, cè Lucia, non posso lasciare sola. Tre squilli, la voce di Rita:
Viva?
Sì.
Meno male. Pausa. Ti sei persa?
Spiegherei per ore. Rita, tu sei a casa?
Mangiando pasta e fagioli. Vieni.
Francesca andò. A casa di Rita, tè, poi qualcosa di più forte, Francesca raccontò. Rita in ascolto, senza consigli né esclamazioni, ogni tanto solo capisco o eh già. Era ciò di cui aveva bisogno.
Ma Giorgio, chiese infine Rita, lo sa che lavori in serra?
Perché dovrebbe?
Per nulla, chiedevo. Rita versò altro tè. Francy, e tu, come stai davvero?
Francesca pensò.
Normale, disse. Da tanto tempo non mi sentivo così normale.
Rita annuì, e non ne parlano più.
Febbraio fu una sorpresa.
Arrivò in serra con nuove piante, qualche vaso di gerani, un cespuglio grande di rosmarino trovato in vivaio in saldo. Nicola era dallaltra parte. Francesca, sola, sistemava i vasi misurando le distanze a passi. A un certo punto, la porta si aprì.
Sulla soglia, un uomo.
Sui cinquantotto, giaccone blu, tavoletta sotto braccio. Ampie spalle, occhi profondi, movimenti lenti, precisi, da chi è abituato a lavorare in condizioni non semplici.
Scusi, disse. Cè Nicola?
È in fondo, rispose Francesca. A destra, dietro le palme.
Grazie. Restò un attimo a osservare. È bella, sta diventando bella. Lavevo vista sei mesi fa tutta diversa.
Diversa, sì.
È opera sua?
Nostra, mia e di Nicola.
Ma lidea è sua, disse, senza interrogarsi.
Lei lo guardò. Lui osservava la composizione delle piante; la stessa attenzione da tecnico.
E lei chi è? domandò Francesca.
Alessio Rinaldi. Ingegnere. Ho lavorato sul tetto qui, le sezioni danneggiate.
Terza e settima, giusto?
Uno sguardo incuriosito.
Come fa a sapere?
Sono qui ogni giorno.
Lui si spostò da Nicola. Tornò dopo venti minuti, documenti in mano, discusse con Nicola, poi salutò Francesca e prima di uscire tornò indietro.
Una domanda? chiese.
Prego.
Questi mandarini, annuì verso un vaso, fioriranno in primavera?
Dovrebbero. Se reggiamo la temperatura.
Come si vede?
Lei, sorpresa:
Le gemme si gonfiano, piccole, verde scuro. Se le vede, tra tre settimane dovrebbero essere fiorite.
Ho capito, grazie.
Uscì.
Nicola poi entrò, soddisfatto.
È in gamba, Alessio. Ci aiuta da anni. Fa da sé, non perde tempo.
Ingegnere?
Ingegnere strutturista. Si occupa di restauri storici. Ma la serra lo prende, umanamente.
Francesca tornò a sistemare il rosmarino.
Alessio tornò la settimana dopo. Altri documenti, altro lavoro, eppure si fermò di più. Girava lento, guardava tetto, pilastri, faceva appunti. Lei lavorava senza dargli peso. Poi, tra i limoni, si trovarono fianco a fianco.
Mi scusi.
Niente.
Qualche istante di silenzio.
Lei che lavoro faceva, prima? chiese lui, con naturalezza, quasi proseguendo un pensiero.
Progetti di landscape urbano.
Si vede.
Dalla serra?
Da come sistema le piante. Prevede il movimento delle persone, non solo la bellezza.
Francesca lo fissò.
Se ne intende?
Poco. Ma lavorando con gli edifici vecchi impari a pensare agli spazi.
Nicola lo chiamò, Alessio andò via. E Francesca restò lì, a pensare a quanto tempo era che non sentiva parlare del suo lavoro così.
Marzo portò i primi visitatori. Un cartello ai cancelli del parco, un post su un gruppo Facebook. Il primo giorno sette persone, la settimana dopo già trenta. Gente tra le piante, foto ai mandarini, alle palme. Una signora restò a lungo nuotando tra i profumi del rosmarino, raccontando di sua nonna che ne aveva uno identico tra i sassi.
Funziona, disse Nicola.
Funziona, rispose Francesca.
Ho ottenuto, disse un giorno lui, una piccola assunzione da parte del Comune. Non è molto, ma è regolare, ufficiale.
Quale incarico?
Responsabile del verde. Suona burocratico, ma è quello che fai già.
Bene, accettò Francesca.
Bene, negli ultimi mesi, aveva preso un altro peso. Non ok, va bene, ma davvero bene.
Ad aprile Alessio la invitò per un caffè.
Niente di romantico, solo: Cè un bar vicino, siete qui da ore. Era vero. Uscirono, e scoprì che lui aveva una figlia alluniversità a Trieste, divorziato da otto anni, lavoro a giro e gli andava bene, ogni luogo diverso dal precedente.
Perché edifici antichi? domandò Francesca.
Hanno storie, rispose. Ogni posto racconta, chi lha costruito, chi restaurato, chi difeso. Non è una sola voce, ma dialoghi col tempo.
Francesca guardò fuori dalla vetrina.
E la serra?
Quella non ha finito di parlare. Cè vita, dentro.
Vita, ripeté lei sottovoce.
Lui la guardava. Solo attenzione, onesta, calma.
Parlarono unora. Poi lui la riaccompagnò alla serra, salutò davanti ai cancelli.
Domani vengo a controllare la terza sezione, promise. Un attacco ancora da sistemare.
Va bene, rispose Francesca.
Lui si allontanò, lei pensò: quando era successo che la sola presenza altrui tornava a fare respirare meglio?
A maggio, raccontò ad alta voce di Alessio a Rita, che scherzando pretese dettagli.
È cosa seria? domandò.
Rita
Non tergiversare. Lo vuoi sapere tu?
Non lo so, rispose.
E lui?
Mai chiesto.
Francesca Greco! Rita alzò le mani. Cinquantadue anni
Cinquantatré, ormai.
Peggio! Chiedi!
Risero. E ridere così era un piacere nuovo, spontaneo.
Di Giorgio Francesca sentiva poco, solo da amici in comune, con quel tono sospeso di chi non sa se sia il caso.
Prima chiamò Nina, vicina del vecchio palazzo.
Francesca, scusami ma sai qualcosa di lui?
Chi?
Giorgio, insomma. Anastasia, la sua compagna se nè andata. Ha preparato le valigie e, niente, a maggio via. Si dice litigassero per i figli, chi voleva e chi no.
Capisco.
Tu come la prendi?
Niente, grazie, Nina.
Poi Antonello, ex collega e amico di entrambi, che riuscì a mantenere l’equilibrio dopo il divorzio.
Francesca, è successo che Giorgio lo hanno lasciato a casa dal lavoro. Non ieri, sono mesi. Lui mi ha chiamato più volte non so se dirtelo.
E perché me lo dici?
Lungo vuoto.
Solo perché tiene duro, ma da solo non ce la fa.
Antonello, sono contenta che tu lo aiuti. Ma io ormai non centro.
Chiuse. Andò in serra. Era giugno, i glicini in fiore fuori il vetro, dentro i condizionatori finalmente installati. I mandarini fioriti, frutti minuscoli. Palme imponenti, immobili.
Prese lannaffiatoio.
Pensava a Giorgio? A volte. Non spesso, ma sì. Allinizio cerano stati anni belli, certo. Poi, poco a poco, tutto era declinato, pezzi di attenzioni e presenza, sempre meno domande come stai?. Anche lei, ammetteva, era diventata invisibile in casa, tutta dedita alle necessità.
Quelle sue parole però. Casa di riposo.
Posò lannaffiatoio vicino al limone, studiò le foglie: lucide, vive. Era una crudeltà. Appartengono a chi non sa andarsene, ma vuole che tu ti senta in colpa.
Ricominciò ad annaffiare.
Alessio iniziò a passare più spesso. Qualche volta per lavoro, altre solo di passaggio, per parlare con Nicola, a volte con Francesca. Le conversazioni erano varie: lavoro, città, libri diversi, ma con lo stesso piacere.
Un giorno portò fichi dal mercato: Li ho visti, pensato alla serra. Magari si possono piantare. Nicola felice, Francesca spiegò il da farsi e si sorprese notando che Alessio ascoltava davvero, senza interromperla.
A luglio andarono insieme a una mostra di architettura in centro. Alessio ne conosceva la metà, raccontava ogni progetto, chi cera dietro, pregi e difetti. Competente, concreto, appassionato.
Da quanti anni conservi edifici storici?
Da quando avevo quarantanni. Prima disegnavo il nuovo. Poi ho capito che il vecchio è più interessante.
Perché?
Nel vecchio trovi errori. Umani, non di calcolo. E capisci chi cera prima.
Francesca ci pensò a lungo. Che forse così bisognerebbe vedere tutto il passato: come errori altrui, comprensibili, non solo colpe.
Agosto fu caldissimo. Sempre più persone in serra, anche scolaresche. Una maestra propose un ciclo di attività di biologia. Nicola era commosso.
Tutta opera tua, le diceva.
Nostra.
No, lidea, il piano, tu. Io porto solo lacqua.
Francesca rideva. Poi tornava al suo tavolo, tra portatile e progetti, lavorando al piano di espansione: nelledificio adiacente si poteva pensare a uno spazio didattico, atelier. Ci volevano soldi, aveva trovato due bandi, Nicola leggeva il regolamento come uno scienziato.
Settembre. Squilla il telefono, venerdì sera.
Non aveva cancellato il numero di Giorgio. Non ci aveva pensato. Legge Giorgio.
Qualche secondo.
Sì?
Francesca. Sei occupata?
Sto lavorando. Che succede?
Niente di urgente. Devo vederti.
Perché?
Parlarti. Di persona.
Francesca si alzò, guardò fuori dalla finestra. Sera di settembre, gente che cammina, buste dellEsselunga, passi affrettati.
Giorgio, che dovremmo dirci?
Tante cose, Francesca, io è tutto complicato, vorrei solo che tu mi ascoltassi.
Lo faccio adesso.
No, dal vivo, stavolta la voce aveva supplica, non presunzione. Posso venire da te? Dove lavori ora?
Pausa.
Serra botanica in Via del Fiume. Orari di apertura.
Chiuse.
Arrivò ad ottobre. Un martedì, nemmeno luna. Francesca stava installando nuove mensole per le orchidee. Riconobbe subito il passo.
Giorgio percorreva il vialetto. In mano un mazzo di crisantemi, incartati come quelli del mercato, tre euro.
Lei lo osservò: eccolo, cinquantasei anni, un po più rotondo, occhi più stanchi. Quando se nera andato, era leggero. Oggi, nessuna leggerezza.
Ciao, disse lui.
Ciao.
Si guardò intorno.
Bello qui.
So.
Esitò. Porse i crisantemi.
Questi sono per te.
Li prese, guardò i fiori e le sue mani impacciate. Poi fece cenno: Vieni, cè un tavolino.
Sedettero nella piccola zona che Francesca aveva sistemato allingresso: due poltrone di vimini, tavolino, riviste di giardinaggio. Nicola, discreto, svanì.
Stai bene, disse Giorgio.
Grazie.
Veramente. Non ti vedevo così da forse mai. Così viva.
Quella di sempre.
No. Non la stessa.
Francesca taceva, fissava i mandarini.
Francesca, prese la parola. So quello che ho fatto, tutte le cose che ho detto. È stato ingiusto.
Sì, confermò lei.
Non capivo. Pensavo servisse altro, più aria. Ho solo si bloccò.
Hai avuto paura.
Lui la guardò, spaesato.
Di cosa?
Di invecchiare. Di stanchezza, della malattia, che la vita non fosse come nelle pubblicità. È umano.
Non pensavo ci vedessi così.
Nemmeno io, allinizio. Poi, un po alla volta.
Silenzio lungo. Vento tra le foglie.
Fra Francesca, voglio tornare. Sembra assurdo, ma ti chiedo di pensarci.
Lo guardò. Sentiva la risposta chiara, già da tempo.
Giorgio, non sono arrabbiata con te. Sul serio. Larrabbiatura è passata. Quello che rimane è comprensione. Non sei cattivo, hai scelto come hai potuto.
Quindi?
No.
Perché.
Perché io ho scelto altro.
Cosa?
Questo. Indicò la serra. Questo posto, questo lavoro, queste piante. E me stessa.
Lui intuì che non era una frase fatta.
E quellingegnere? Me lo ha detto Nicola che cè
Nicola parla troppo, disse calma.
State insieme?
Non è più affar tuo.
Un cenno dintesa.
Capito.
Sono contenta che tu sia venuto, disse. Non perché desiderassi questo incontro. Ma perché ora è tutto concluso.
Sei stata la moglie migliore che potessi volere, confessò sottovoce. Non sono stato capace di capirlo.
Lo so. Si alzò. Devo lavorare. Vuoi vedere la serra? Cè da vedere.
Lui la fissò, sapeva bene cosa aveva davanti: la donna di ventanni di storia, inondata di luce, in mezzo agli alberi dinverno, finalmente serena.
No, grazie. Vado.
Va bene.
Si avviava e si fermò:
Francesca, tu
Non finì. Va bene. Buona fortuna.
Anche a te.
Porta chiusa.
Francesca rimase lì un momento, prese i crisantemi, li mise in un vaso profondo, acqua fresca. Resistono a lungo, se ben curati. Sono fiori forti.
Nicola ricomparve, come se niente fosse.
Un tè?
Volentieri.
Sorseggiavano e Nicola le raccontava delle farfalle degli agrumi che potevano vivere in serra, se ben gestite.
A Francesca sembrava una bella idea; ai bambini sarebbe piaciuto.
Ottobre si trasformò in novembre quasi senza accorgersene. Francesca, immersa nel progetto di ampliamento, aveva presentato domanda a un bando ed era stata ammessa. Nicola festeggiò col dolce: mangiarono torta su documenti, scoprirono briciole tra i disegni, risero di gusto.
Alessio ora appariva più spesso. Non solo lavoro.
Un giorno portò il vin brulé.
Novembre, si giustificò.
Come sapeva che mi piace?
Si vede.
Risero.
Seduti accanto, guardavano il parco spoglio dietro il vetro. Alessio distribuì il vin brulé nelle tazzine, odore di spezie e arancia.
Mi racconti lampliamento? chiese.
Francesca raccontava, con mappe che avevano sul tavolo. Lui seguiva, incrociava i dati ingegneristici, mostrava alcune idee col tablet. Era un dialogo tra pari, e mancava da troppo la sensazione di essere ascoltata come uguale.
Qui doppio vetro, suggeriva lui. Risolviamo la condensa nel passaggio. Ho visto una soluzione in Finlandia.
Strutturalmente regge una sopraelevazione?
Da valutare, ma sì. Posso fare un calcolo preliminare?
Sì, grazie.
Lui la guardò.
Francesca Greco.
Sì?
Mi piace stare con te.
Un attimo di silenzio.
Anche a me con te.
Cambió la luce. Qualcosa di bianco. Si avvicinò al vetro.
Neve.
La prima vera, fiocchi minuscoli che già quasi si scioglievano, ma un velo sulle panchine, sulle fronde, sul sentiero del parco. La luce fuori si addolciva.
Nevica, disse Alessio.
Sì.
Restarono in silenzio.
Francesca teneva la tazza calda. Fuori neve, dentro profumo di agrumi e aghi di pino che Nicola aveva sparso qua e là per sentire linverno.
Pensò che al di là del vetro cera novembre e la prima neve, ma dentro rimaneva il caldo e la vita, ed era la cosa più importante del suo anno: aveva trovato un posto dove il dentro era caldo, anche se fuori era freddo.
Che pensi? domandò piano Alessio.
Penso.
A cose belle?
Francesca guardò la neve, i frutti di mandarino minuscoli, la fila di orchidee, le palme che sfioravano il soffitto appannato di neve.
Sì, a cose belle.
Alessio non aggiunse nulla. Solo versò altro vino caldo, vicini, nella serra accogliente, osservando la prima neve scendere su Padova.




