Ventisei anni dopo

Ventisei anni dopo

Il minestrone quella sera era venuto proprio bene. Giuliana levò il coperchio dalla pentola, ne assaggiò un cucchiaio, aggiunse un pizzico di sale e si sentì soddisfatta. In ventisei anni aveva imparato a cucinarlo proprio come piaceva a Riccardo: denso, pieno di verdure fresche, con il cavolo nero tagliato fine, fagioli cannellini e una fetta di pane toscano abbrustolito, condito con olio extravergine e un tocco di pepe nero. Apparecchiò con cura il tavolo in salotto, sistemando il pane, la sua tazza preferita con lo smalto ormai consunto che lui si rifiutava di buttare, sebbene avrebbe avuto davvero bisogno di essere sostituita.

Riccardo tornò a casa alle otto e mezza. Si tolse la giacca e, lanciandola distrattamente sullattaccapanni, la lasciò scivolare a terra senza pensarci troppo. Andò dritto in cucina, senza guardare Giuliana.

Minestrone? chiese, sbirciando nella pentola.

Minestrone. Siediti che ti servo.

Lui si accomodò, prese il cellulare e iniziò a scorrere lo schermo con il dito. Giuliana gli riempì il piatto e glielo mise davanti. Lui mangiò in silenzio, senza staccare gli occhi dal telefono. Lei si sistemò di fronte con una tazza di tè già diventato freddo. Fuori, il vento di novembre scuoteva i rami del vecchio melo che avevano piantato insieme quando si erano trasferiti, il primo anno in quella casa.

Riccardo, disse Giuliana, forse dovremmo parlare.

Lui alzò lo sguardo. Nei suoi occhi non cera né fastidio né interesse. Solo lo sguardo di chi viene interrotto mentre fa qualcosa che considera più urgente.

Di cosa?

Non lo so. Ultimamente sembriamo due estranei. Torni tardi alla sera, la mattina esci prima di me. Ti vedo a malapena. Va tutto bene?

Lui posò il telefono. Prese una fetta di pane e la spezzò.

Giuli, sei seria? In che senso va tutto bene?

Noi. Io e te. Il nostro rapporto.

Silenzio per alcuni secondi. Poi la guardò come si guarda qualcosa di già deciso da tempo.

Vuoi la verità?

Sì, la voglio.

Allora te la dico, riprese mordendo il pane. Non sono più innamorato di te. Da tanto tempo. Ti rispetto come donna di casa, come persona affidabile che mantiene tutto in ordine. Cucini, tieni pulito, non crei problemi inutili. È comodo. Ma se chiedi dellamore, no, Giuliana. Non cè. Da parecchi anni.

Lei lo ascoltò. Parlava con calma, come se stesse spiegando perché preferiva una marca dolio allaltra. Senza rabbia, senza rimpianto, senza imbarazzo.

Dici sul serio? sussurrò lei.

Sono sempre serio quando si tratta di cose importanti.

E così Me lo butti lì? Durante il minestrone?

Quando mai si deve parlare, se no? Sei tu che hai chiesto.

Lei si alzò. Raccolse la sua tazza e la mise nel lavello. Rimase per un attimo ferma alla finestra, fissando il buio, le luci della casa della vicina, la signora Nives, che cenava anche lei, a giudicare dalla finestra illuminata.

Ho capito, disse Giuliana e si avviò verso la camera da letto.

Quella sera non parlarono più. Lui finì di guardare qualcosa sul telefono e poi si sdraiò sul divano del salotto, come faceva ormai da mesi. Lei rimase sveglia nel letto buio, ascoltando il suo russare dallaltra stanza. Il minestrone rimase quasi intatto sul fornello.

Questa è la tipica storia reale, che nessuno potrebbe inventarsi. Troppo banale, troppo sincera e allo stesso tempo cruda.

La mattina dopo, Giuliana si alzò alle sei come faceva da sempre. Mise su il bollitore e uscì in giardino a dar da mangiare alla gatta arrivata due anni prima e mai più andata via. Laria di novembre pizzicava e odorava di terra umida e foglie. Stava lì, col cappotto sopra il pigiama, guardando il giardino. Il melo era spoglio, i suoi rami storti, e sotto cerano ancora le ultime mele marce, che non aveva raccolto. Non aveva trovato il tempo. O forse non aveva voluto trovarlo.

È comodo, si ripeté la frase del marito.

Ventisei anni. Ventisei anni di cucina, di panni lavati, di ospiti accolti, di sapere sempre come parlare con le persone giuste, di non fare domande scomode, di mantenere la casa in uno stato impeccabile tanto che gli amici a volte dicevano: Giuliana, sei una maga. Questo era il suo ruolo. Lo aveva interpretato bene. Benissimo. E invece, ora si rendeva conto che si chiamava in un altro modo. Non moglie. Non amata. Solo comodo.

La gatta le strusciò contro la gamba. Giuliana si chinò e le grattò lorecchio.

Dobbiamo cominciare a pensare anche a noi, eh, micia? disse a voce alta.

Il bollitore fischiò. Lei rientrò in casa.

Per la prima volta in tanti anni, non preparò la colazione. Fece solo una tazza di tè, prese un biscotto secco e si sedette vicino alla finestra. Riccardo uscì alle otto meno un quarto, lanciando unocchiata sorpresa al tavolo vuoto.

Non cè colazione?

No, rispose Giuliana senza nemmeno alzare gli occhi dalla tazza.

Lui rimase un attimo, poi se ne andò senza dire altro. La porta si chiuse. Sentì la sua macchina allontanarsi dal vialetto e svanire tra le strade del paese.

Il silenzio in casa sembrava quasi una presenza fisica. Seduta in quella quiete, Giuliana capì che qualcosa di fondamentale era cambiato. Non in lui, non nel loro rapporto. In lei stessa.

Pensava che, dopocinquantanni, spesso la vita ricominci proprio così: con una conversazione buttata lì alla sera, con una frase che ribalta tutte le certezze. Aveva cinquantadue anni. Riccardo cinquantacinque. Vivevano nella loro casa a Fiesole, sulle colline sopra Firenze, in un piccolo paese dove tutti si conoscono, campanili, orti, ritmi lenti. La casa era bella. Grande. Due piani, una terrazza, quel melo ormai vecchio ma ancora vivo. Aveva sempre pensato che la loro casa fosse ciò che avevano davvero in comune. Il centro di tutto.

E invece, a chi apparteneva davvero quella casa? A chi erano intestati i documenti? Chi aveva pagato il terreno, chi i lavori, chi aveva messo i soldi della sua vecchia casa venduta, ancora allinizio del matrimonio?

Giuliana si trovò per la prima volta, dopo anni, a porsi domande che prima non aveva mai voluto affrontare. Non aveva mai davvero seguito le finanze familiari. Riccardo diceva sempre: Ci penso io, non ti preoccupare. Lei non si preoccupava. Lavorava nel settore immobiliare, lui. Trattava compravendite, consulenze. Non aveva mai indagato più di tanto. I soldi cerano. Bastava così.

Ma stavolta dentro di lei qualcosa scattò. In silenzio, senza lacrime o drammi. Solo una presa di coscienza: doveva chiarire tutto. Fin nei dettagli.

A tarda mattinata chiamò la sua amica più fidata, Teresa, amica dai tempi del liceo, anche se ora vivevano lontane e si vedevano raramente.

Teresa, devo vederti.

È successo qualcosa?

Riccardo ieri mi ha detto che sono comoda. Non amata, non necessaria. Comoda. Come una poltrona.

Teresa ci pensò su.

Vieni subito a trovarmi, disse infine.

Si incontrarono in un caffè vicino a casa di Teresa, a Firenze. Teresa era una donna schietta, pratica, due divorzi alle spalle e, come diceva lei stessa, più furba che giovane. Ascoltò Giuliana senza interrompere. Poi rimase in silenzio girando il cucchiaino nel caffè.

Giuliana, disse infine, ti ricordi quando hai venduto il tuo appartamento, nel novantotto?

Certo. Stavamo costruendo la casa.

E quei soldi? Dove sono finiti?

Giuliana ci pensò su.

Beh nella casa. Riccardo si occupava di tutto.

E i documenti? Casa, terreno A nome di chi sono?

Giuliana aprì la bocca, poi la richiuse. Non lo sapeva. Non sapeva rispondere. Una tristezza strana.

Proprio così, Teresa sospirò. Giuliana, non voglio spaventarti. Ma devi capire tutto, subito. Parti dai documenti.

Pensi che ci sia qualcosa che non va?

Penso che quando un uomo ti dice in faccia che sei solo comoda, lo fa perché si sente al sicuro. A chi è facile perdere, non si parla così. Capisci?

Mentre tornava, le tornava in mente quella frase: A chi è facile perdere, non si parla così. Cera dentro qualcosa di gelido e lucido.

A casa, entrò nello studio, quella stanza dove Riccardo non voleva mai che lei mettesse piede perché solo lui sapeva dove fossero le cose. Lo aveva sempre rispettato, questo suo spazio. Ora invece accese la luce ed entrò.

Scrivania, scaffali pieni di raccoglitori, cassetti. Aprì il primo: documenti, bollette, estratti conto. Il secondo era chiuso a chiave. Il terzo si aprì facilmente, dentro cera un faldone con scritto Casa. Documenti.

Si sedette per terra. Cominciò a leggere. Atto di proprietà: Sassi Riccardo Giovanni. Terreno: uguale. Contratto di acquisto: suo. Sfogliò tutto dallinizio alla fine. Il suo nome non cera da nessuna parte.

Rimase lì per venti minuti. Poi rimise tutto a posto con cura, richiuse la porta e tornò in cucina. Mise su il tè, aggiunse un cucchiaio di miele dallarmadietto e lo bevve tutto. Lentamente. Fino in fondo.

Non pianse. Questa era la cosa più strana. Un tempo avrebbe pianto. Si sarebbe chiusa a chiave in camera finché lui non fosse venuto a chiarire. Ora invece non provava dolore. Piuttosto, una concentrata prontezza, come se qualcosa di sconosciuto, eppure necessario dovesse accadere, e lei dovesse essere pronta.

Quella notte stessa accese il computer e cominciò a cercare informazioni. Educazione finanziaria per donne separate. Diritti della moglie nella separazione dei beni. Che cosa sono i beni acquisiti durante il matrimonio. Studiava, prendeva appunti su un quaderno. Alle due di notte aveva una pagina intera di domande.

Il giorno dopo chiamò uno studio legale di Firenze, numero trovato tramite una conoscente non tramite Riccardo o le sue amicizie. Fissò un appuntamento.

E le venne in mente altro ancora.

Riccardo si appoggiava da anni ad una legale, Francesca Romano. Laveva vista un paio di volte, alle cene aziendali o in casa quando portava dei contratti da firmare. Avrà avuto sui quarantanni, capelli rossi, sempre con tailleur troppo perfetti, occhi svegli. Giuliana non le aveva mai dato molta importanza: era una professionista, punto.

Ora prese il cellulare del marito, dimenticato sul comodino mentre lui era sotto la doccia. Non lesse i messaggi, non spiò. Aprì solo la rubrica: Francesca. Ultima chiamata: la sera prima, alle ventidue e trenta. Rimise il telefono dovera.

Questo bastava perché il quadro cominciasse a delinearsi. Non aveva le prove, ma la direzione era chiara.

Lincontro con lavvocato avvocato De Santis, quasi cinquantanni, voce calma, precisa fu tre giorni dopo.

Lei raccontò tutto: matrimonio di ventisei anni, casa intestata solo al marito, il suo vecchio appartamento venduto i primi mesi di matrimonio, soldi investiti nella casa e nessun documento tra le mani che lo provasse.

È un classico delle famiglie di quegli anni, ammise lui. Chi si occupava di tutto intestava a sé, e basta. Ma non è detto che i suoi diritti valgano poco.

E quanto valgono?

Per legge, i beni acquisiti durante il matrimonio sono comuni, indipendentemente da a chi siano intestati. Una casa costruita dopo il matrimonio rientra generalmente nella comunione. Occorre vedere quando è stato acquistato il terreno e avviata la costruzione, se suo marito aveva già patrimonio prima del matrimonio che può documentare come fonte dei fondi.

Il mio appartamento, mormorò Giuliana, lho venduto e dato tutto per la casa.

Ha latto di vendita?

Ci pensò. Il compromesso di vendita doveva essere rimasto da qualche parte.

Credo di sì. Dovrò cercarlo.

È importante. Se riesce a collegare la vendita del bene personale al finanziamento della casa familiare, cambia molto.

Tornò a casa con la sensazione di avere finalmente un compito chiaro. Passò il pomeriggio frugando tra scatoloni, vecchie buste, raccoglitori impolverati. In fondo a uno di questi, dietro una pila di vecchie riviste, trovò la cartellina dei documenti degli anni Novanta. Tra questi, il compromesso di vendita del suo appartamento, datato aprile 98. Cera anche limporto.

Sfiorando la carta ingiallita provò uno strano sollievo. Quel documento era lì. Venticinque anni nel buio di una scatola e adesso era tornato utile.

Per due settimane Giuliana visse a metà: fuori, poco cambiava. Preparava da mangiare solo per sé, sistemava le sue cose, lasciava in disordine quelle di Riccardo, senza più lavare piatti né stirare le sue camicie. Lui ci fece caso dopo tre giorni.

Giuliana, non ho una camicia stirata.

Lo so.

Non la stiri?

No.

Lui la guardò stupito, come davanti a unimprovvisa stranezza.

Te la sei presa per quella conversazione?

No, Riccardo. Ho capito. Tu hai detto che ti fa comodo. E allora anche la comodità deve avere un limite. Se non sono più moglie, ma solo servizio, adeguiamoci.

Lui non seppe che dire. Andò in studio. Lei lo sentì telefonare a bassa voce. Non ascoltò. Aveva altro a cui pensare.

Si informava su tutto ciò che poteva. Non per gelosia o rabbia: ormai era la sua priorità. Leducazione finanziaria per lei ora lo capiva non erano corsi su investimenti o risparmio al supermercato. Era capire dove fossero i soldi che la riguardavano.

Tra i documenti scoprì alcune compravendite immobiliari sospette. Portò i contratti allavvocato De Santis.

Che cosa cè qui? domandò lui, scorrendo le pagine.

Riccardo comprava e rivendeva immobili. Mi pare.

Guardi qui, indicò una riga. Il venditore e lacquirente sono aziende diverse con la stessa sede legale. Questo può essere un passaggio per simulare movimenti di valori sul mercato.

È illegale?

È quantomeno sospetto. Potrebbe portare a indagini della Finanza. Riguarda lei solo in parte: se i beni sono in comproprietà o se lei sapeva e beneficiava bisogna stare attenti.

Quindi posso essere coinvolta?

Sì, se la proprietà è mista o se dimostrano che era consapevole.

Era una questione seria. Giuliana passò interi pomeriggi seduta sul muretto del giardino, nonostante il freddo, con la gatta raggomitolata accanto a lei.

Un marito tossico, pensò, a volte non è chi ti urla addosso, ma chi non ti vede più. Chi smette di considerarti una persona assoluta e ti trasforma in un dettaglio comodo della sua routine, fino a non percepire più che hai unanima e dei desideri.

Si decise.

Lavvocato De Santis la aiutò ad avviare la richiesta per la divisione dei beni. Raccolsero tutti i documenti possibili: latto di vendita dellappartamento, estratti conto, ricevute, file di spese e scontrini. Era tutto limpido: la casa era stata costruita durante il matrimonio, utilizzando anche i soldi della vendita del suo appartamento.

A Riccardo lei non disse niente. Continuò a vivere in quella casa, a rivolgergli parole solo quando serviva. Lui sembrava interpretare il tutto come un broncio che sarebbe passato presto.

Nel frattempo, Teresa, che lavorava nel settore delle verifiche alle aziende, riuscì a scoprire qualcosa tramite alcune sue conoscenze. Chiamò una sera:

Giuliana, cè una cosa che devi sapere. Puoi parlare?

Sì.

Riccardo ha fondato una nuova società questanno. Tra i soci cè tale Francesca Romano.

Giuliana taceva.

Mi senti?

Sì. So cosa vuol dire.

Non è solo una questione personale, quindi. E visto che la società è nuova, qui stanno muovendo qualcosa. Presto potrebbe spostare i beni su questa società. Devi muoverti in fretta.

Giuliana chiamò lavvocato De Santis quella sera stessa. Spiegò tutto.

Importantissimo, le disse il legale. Se comincia a intestare i beni su una società con altro nome, sta cercando di sottrarre i beni alla divisione. Possiamo chiedere immediatamente il sequestro giudiziario per bloccare i trasferimenti in attesa della divisione.

Può farlo già domani?

Senzaltro. Passi in studio.

Il giorno dopo Giuliana firmò tutte le carte. De Santis le spiegò ogni documento, pazientemente. Lei ascoltava, faceva domande, prendeva appunti. Non era così difficile capire il diritto, pensò, quando qualcuno te lo spiega senza arroganza e tu ci tieni, perché è la tua vita a essere in gioco.

Quando uscì dallo studio, cadeva la prima neve dellanno. Sul cappotto, sulle auto, sui tetti. Restò qualche istante a guardarla. Dentro di lei non cera né gioia né trionfo, ma qualcosa come rispetto. Per quella parte di sé che aveva avuto finalmente il coraggio di rialzarsi da terra e andare a vedere chi fosse davvero.

Riccardo venne a sapere tutto dopo una settimana. La chiamò mentre lei era al supermercato.

Cosa sta succedendo?

In che senso?

Mi ha chiamato il tribunale. Che storia è questa? Vuoi dividere tutto?

Sì, Riccardo.

Sei impazzita? Davvero, solo per quella conversazione?

Per ventisei anni, rispose pianissimo. Ora devo andare, sto prendendo il latte.

Staccò la chiamata e andò alla cassa. Le mani non tremavano, la voce era tranquilla. Si meravigliò di sé stessa.

A casa, la discussione fu dura. Riccardo era nervoso, anche se cercava di non darlo a vedere. Camminava su e giù, parlava veloce, senza darle modo di intervenire.

Giuliana, la casa è mia. Io lho costruita, io ci ho messo i soldi.

Anche quelli ricavati dalla vendita del mio appartamento. E ho la prova.

Ma era un regalo! Sei stata tu a proporlo!

Ho proposto di investire tutto nella nostra casa comune. Tu lhai intestata solo a te. Non è la stessa cosa.

Parli con gli avvocati alle mie spalle?

Come tu hai aperto la società con Francesca senza dirmelo.

Pausa. Densa.

Che intendi dire?

Francesca Romano. La vostra società. Fondata lo scorso marzo.

Si sedette. La fissò con uno sguardo quasi nuovo, quasi stranamente rispettoso e ostile allo stesso tempo.

Ti sei preparata bene.

Ho capito che dovevo. Volevi una donna utile. Ora lo sono anche per me stessa.

Lui tacque. Davanti a loro, la tazza di caffè di Riccardo ancora piena.

Possiamo trovare un accordo, senza guerra.

Certo. Ma solo tramite gli avvocati.

I tre mesi successivi furono complessi. Non dal punto di vista emotivo (o almeno, non solo), specie da quello organizzativo: tribunale, udienze, documenti, incontri con gli avvocati. De Santis fu professionale: non minimizzava, non terrorizzava, spiegava sempre chiaramente cosa era facile, cosa più arduo, dove serviva pazienza.

Intanto emerse che le operazioni di Riccardo erano davvero sotto attenzione fiscale. Nulla di penalmente rilevante, ma la Finanza aveva acceso un faro sulle sue società. Paradossalmente, questa circostanza favorì Giuliana: lavvocato sfruttò la situazione per ammorbidire la posizione di Riccardo nelle trattative.

Riccardo, capendo che rischiava di perdere anche il resto, si fece più accomodante. Si trovarono quindi, dopo infinite discussioni legali, daccordo: la casa a Giuliana, alcuni altri beni a lui, che comunque restavano sotto osservazione. Francesca, una volta fiutate le difficoltà e i possibili debiti, prese le distanze, mettendo fine anche ai rapporti d’affari.

Lo venne a sapere per caso da Teresa, che incontrò una collega comune.

Pare che Francesca abbia voltato le spalle a Riccardo, appena sono iniziati i guai.

Donna intelligente, rispose Giuliana senza astio.

Non sei arrabbiata?

Con Francesca? No. Faceva solo il suo. La colpa è mia che non ho fatto il mio.

Laccordo fu firmato a febbraio, in una giornata grigia e gelida. Stesso studio legale, Giuliana con De Santis, Riccardo col suo, un uomo anziano dallaria stanca. Firmarono in silenzio. Riccardo la guardò una sola volta, lei ricambiò fissandolo senza rabbia, senza trionfo, senza pena. Solo con equilibrio.

Alluscita dallo studio, De Santis le strinse la mano.

Ha saputo reggere bene per tutto il tempo.

Ho solo fatto quello che andava fatto, rispose.

Basta questo.

Riccardo partì lo stesso giorno. Prese le sue cose e se ne andò. Lei non guardò dalla finestra mentre lui caricava le scatole sulla macchina. Smistava la cucina: buttava via cose inutili da anni. Lunica cosa che lasciò fu la vecchia tazza dal bordo annerito. Perché buttarla? È solo una tazza.

La casa era sua. Formalmente e davvero. I documenti stavano ora nel cassetto del suo comodino. Non si abituava ancora. Non per orgoglio. Per una sensazione nuova: uno spazio tutto suo, una tranquillità profonda, non più solo un intervallo tra landare e il venire di qualcun altro.

Quellanno la primavera arrivò presto. Già a fine marzo i primi germogli esplodevano sul melo. Giuliana scese in giardino quella mattina, col caffè. Guardò il vecchio albero: storto, nodoso, ma ancora vivo.

La gatta venne fuori, si stiracchiò e si accomodò sulla scaletta della terrazza, a occhi chiusi.

La sera la chiamò Teresa.

Come va?

Bene. Ho sistemato il giardino, ho trovato un vecchio nido sotto il melo. Ormai vuoto.

Simbolico. Hai qualche piano?

Sai Sì. Voglio affittare il piano superiore. Tre stanze. Così avrò una rendita. E magari mi iscrivo a un corso. Da ragazza avrei voluto dipingere. Poi non cè mai stato tempo.

Un corso di pittura? Che idea!

Sembri stupita?

Sono felice per te, Giuli. È la prima volta che parli di fare qualcosa solo per te.

Credo sia proprio così.

Teresa restò in silenzio.

È giusto, disse piano. È davvero giusto così.

Ora Giuliana pensava al matrimonio in modo diverso. Senza amarezza, senza desiderio di riscrivere il passato. Piuttosto con curiosità su come a volte la vita ci trasforma piano piano in una funzione, non per cattiveria ma per abitudine. O forse perché nessuno, per troppo tempo, trova il coraggio di cambiare le cose.

La sua storia di separazione, oggi, non era fatta di scenate o lacrime, ma di documenti sotto una pila di riviste vecchie. Di uno studio legale con luci fredde e voci pacate. Di una mattina in cui nessuno ha preparato la colazione e nessuno è morto per questo. Di quellaver imparato che leducazione finanziaria, per una donna, non è una conferenza in banca ma il coraggio di chiedere: A nome di chi è la casa dove ho vissuto ventisei anni?

Ad aprile, mise un annuncio per affittare il secondo piano. In due settimane, trovò una coppia giovane che lavorava a Firenze: silenziosi, educati, di poche parole. Si salutavano sul vialetto, a volte lasciavano frutta presa al mercato. Un piccolo sorriso quotidiano.

I corsi di pittura iniziarono a maggio, in una piccola scuola nel paese vicino. Gente di ogni età: una pensionata, una ragazza della libreria, un uomo sulla sessantina che diceva di aver sempre voluto disegnare ma aveva fatto il muratore. Il maestro, un vecchio pittore con la barba malandata e gli occhi precisi, insegnava senza tante parole, ma sempre a proposito.

Al primo incontro Giuliana dipinse una mela. Un po storta. La guardò e si mise a sorridere tra sé e sé. Una mela storta, come la sua pianta fuori in giardino.

Una sera di giugno, si sedette sulla terrazza col tè e un libro. Il telefono era lì, muto. Riccardo non chiamava da due mesi. Lei nemmeno. Pareva si fosse trasferito in città, provando a risolvere i problemi fiscali, secondo qualche conoscente. Francesca non c’era più. Sistemare le tracce dei suoi stratagemmi era diverso da vivere con una moglie comoda.

Non se ne compiaceva. Onestamente, ora non le faceva più né caldo né freddo. Non da cinica o insensibile: semplicemente era in pace. Quello che accadeva a lui, ora, non la riguardava più.

Come si supera un tradimento? Non lo sapeva con certezza. Forse ognuno trova la sua strada. La sua era semplice: darsi da fare. Niente rimuginare troppo, niente accuse, niente autodistruzioni. Solo fare: raccogliere i documenti. Cercare un esperto. Fare il passo successivo.

La fortuna della donna, dicevano una volta, come fosse una condanna o una grazia fissa. Bisogna sopportare, aspettare, adattarsi. Ma Giuliana, a cinquantadue anni, aveva capito che ognuno si costruisce il proprio destino, se decide di muoversi. Tardi? Forse. O forse no. Perché la vita dopo i cinquanta non è la fine, ma allimprovviso, un inizio. Faticoso, incerto, fragile. Ma pur sempre un inizio.

A fine giugno, incontrò Riccardo per caso in coda allanagrafe del paese. Lui la vide subito. Si fermò, poi si avvicinò.

Lei non se laspettava. Stava lì con la sua cartellina, in un vestito di lino chiaro, e di colpo ecco lui.

Ciao, disse Riccardo.

Era diverso. Più magro, il viso segnato dalla stanchezza. Il completo elegante ma un po stropicciato. Pensò che un tempo glielo avrebbe stirato lei.

Ciao, rispose.

Rimasero lì zitti per qualche secondo.

Come va? chiese lui.

Va bene. Tu?

Piano piano. Ho tante cose da sistemare.

Già, fece lei. Succede.

Lui la guardò. Negli occhi aveva qualcosa di nuovo, forse incertezza, forse una comprensione tardiva.

Giuliana, io vorrei

Riccardo, lo fermò lei dolcemente, lasciamo stare. Non cè più niente da dire. È già tutto deciso.

Toccò a lei allo sportello. Si voltò, diede i documenti.

Quando uscì, non cera più Riccardo vicino. Era allaltro sportello, con la testa china. Uscì in strada.

Era un giorno di sole vero, tipico dellestate toscana. Odore dasfalto caldo, fioriture di tiglio dai giardini vicini. Restò a occhi chiusi un attimo, il viso rivolto al sole.

Poi squillò il telefono. Teresa.

Allora, hai fatto?

Fatto e finito. Tutto sistemato.

Brava. Ho trovato una mostra di acquarelli sabato. Andiamo?

Molto volentieri.

Come stai davvero, Giuli?

Giuliana si prese un momento per rispondere. Guardò la strada, i passanti, il cielo limpido, il vento che smuoveva i batuffoli bianchi di pioppo.

Sto bene, Teresa. Non felicissima, né allapice della gioia. Ma finalmente bene. Per davvero.

Non è poco, disse Teresa.

No, rispose Giuliana. È già moltissimo.

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