Riprese Casalinghe

Ripresa casalinga

Il baby monitor era posizionato sulla cassettiera, ma invece di puntare sulla culla del bambino, inquadrava la porta della camera. Michela se ne accorse proprio nel momento in cui dal ricevitore appoggiato sul davanzale della cucina arrivò ridacchiando una voce femminile, che non era la sua.

Non alzò subito lo sguardo. Il tè si era ormai raffreddato nella tazza, la camomilla profumava appena, quasi fosse acqua, il bollitore aveva appena fatto uno scatto e la casa era così silenziosa che ogni piccolo rumore risaltava. Suo figlio dormiva già da unora. Andrea l’aveva avvisata alle otto e mezza che avrebbe fatto tardi in ufficio. Il venerdì sera sembrava scorrere lento, viscoso come miele caldo che si attacca al cucchiaino, e Michela si scopriva continuamente a pensare: qui sembra tutto a posto, ma la pace non la sento.

Il fruscio nel ricevitore si fece più insistente.

Si voltò verso il davanzale, lo prese tra le mani. La plastica era un po calda, la lucetta verde pulsava regolare, come doveva. Dal piccolo altoparlante si sentivano respiri ovattati, un movimento di qualcuno, e poi una voce maschile. Andrea parlava piano, ma lei lo riconobbe allistante. Rimase come pietrificata, perché lui non era né nella cameretta, né nel corridoio, né accanto al bambino.

Era da tuttaltra parte.

E con lui cera una donna.

Michela abbassò il volume distinto, come se ascoltare più piano potesse cambiare la sostanza di quello che aveva sentito. Ma ovviamente non cambiava nulla. La donna disse qualcosa, una frase breve e ironica, che Michela non capì con precisione. Poi Andrea aggiunse in modo fin troppo chiaro:

Aspetta. Ora sarà in cucina. A questora si prepara sempre il tè.

Il pollice di Michela sfiorò la tastiera, e spense ancora di più il suono. Ma il ricevitore continuava a trasmettere una vita che non era più soltanto la loro. Proprio così si sentiva: non una semplice interferenza, ma la presenza ingombrante e clandestina di qualcun altro nella loro casa, nella loro sera, nei suoi gesti di sempre, come bere la camomilla mentre il bambino dorme.

Con uno sguardo attraversò il corridoio in direzione della camera. Dalla cucina si intravedeva la porta della stanza e, oltre la fessura semichiusa, la cameretta immersa nelloscurità. Michela entrò camminando scalza, sentendo la frescura del pavimento sotto i piedi, e si fermò davanti alla cassettiera.

La telecamera era davvero rivolta altrove.

Non sulla culla, non verso la finestra, non sulla poltrona dove talvolta si sedeva col piccolo in braccio, ma direttamente sulla porta. Nell’obiettivo cadevano pezzi di corridoio e metà della camera matrimoniale. Andrea aveva sistemato il baby monitor una dozzina di giorni prima. Così siamo più tranquilli, le aveva detto. Ora che il piccolo è cresciuto, può svegliarsi di notte: se tu sei in cucina o in bagno, sentirai subito. Allora aveva avuto senso. Ora, bastava pensare a tutte le sere in cui lui poteva aver osservato non il figlio, ma lei, per sentirsi improvvisamente svuotata.

Dalla cucina si sentì ancora la voce di Andrea, abbassata di tono.

Ti ho detto, non adesso.

Michela, tornando sul davanzale, posò il ricevitore e si ricordò allimprovviso del tablet. Quello familiare, vecchissimo, buttato dentro al mobile tra il libro delle ricette e un pacchetto di salviettine per bambini. Andrea, quando aveva portato il baby monitor, si era preoccupato di configurare anche lapplicazione sul tablet. “Così abbiamo entrambi l’accesso,” aveva detto, usando quel tono adulto di chi fa una cosa importante per la famiglia. Allora era orgoglioso mentre spiegava: una famiglia vera non dovrebbe avere segreti, deve essere trasparente.

Michela recuperò il tablet, lo accese, si sedette al tavolo.

Lo schermo ci mise un po ad accendersi. Le dita erano fredde, anche se in cucina cera lafoso calore di marzo e la maniglia della tazza era ancora tiepida. Dallo schermo blu partì lapp della telecamera. Licona lampeggiava. Sotto scorreva un archivio di date.

Archivio.

Michela fissò la scritta, come se la vedesse per la prima volta. Poi premette.

Le registrazioni erano tante.

Non una, né due. Sei giorni di seguito. Corti video, lunghe registrazioni, pezzi notturni, ombre diurne, voci, movimenti, la cameretta vuota, i passi di Michela lungo il corridoio. Aprì il primo file a caso e si vide di spalle: cardigan grigio, capelli raccolti, biberon in mano. Entrava, copriva meglio il piccolo, si chinava sulla culla e usciva. Quaranta secondi. Il secondo filmato mostrava già la cucina, inquadrata da dietro la porta: a pezzi, ma chiaramente si intuiva che la telecamera era orientata su di lei.

Sfilò ancora su.

In tutti i video cera lei. Non il loro figlio. Non il suo sonno notturno. Lei.

Si fermò su una registrazione del mercoledì sera, ore 21:22. Dal tablet venne fuori la voce di Andrea. Ancora lontana, come se giungesse da unaltra stanza.

Vedi? Te lavevo detto. A questora ha il tè e il telefono in mano.

La donna rise.

Spii tua moglie tramite il baby monitor?

Non fare la tragedia. Voglio solo sapere comè davvero la sua vita.

In cucina ora cera talmente silenzio che si poteva sentire lo scricchiolio della coperta nella cameretta. Michela mise in pausa. Il pollice sembrava insensibile, come se tutto il calore del corpo fosse scomparso appena toccato il vetro. Restò seduta, schiena dritta, fissando un punto nella piastrella dove cera una crepa da mesi, causata da una pentola che Andrea aveva lasciato cadere nellennesima giornata storta.

Fece ripartire la registrazione.

Ma che ti frega? domandava la donna.

Mi frega cosa succede a casa mia.

A casa tua, o nella testa di tua moglie?

Andrea fece una risata breve.

È la stessa cosa.

Michela tolse laudio.

Le ci volle un minuto per alzarsi. Un minuto in cui non pianse, non si portò le mani alla testa, non gettò via il tablet, anche se in quel vuoto ora sembrava che tutti si aspettassero da lei una reazione teatrale. Ma si limitò a rialzarsi, ad andare al lavandino, ad aprire lacqua e tenere le mani sotto il getto freddo. Lacqua scivolava sulle dita, sui polsi, sui palmi. Michela osservava le gocce rompersi sull’acciaio, pensando che se in quel momento non si fosse distratta, avrebbe preso il bordo del lavello fin quasi a farsi sbiancare le unghie.

Andrea arrivò quasi alle undici.

Lei che nel frattempo aveva guardato altri cinque video, ascoltato il nome Laura, e imparato davvero troppo su se stessa. Andrea sapeva il giorno esatto in cui aveva chiamato la madre per lamentarsi della fatica. Sapeva che non riusciva più a dormire il pomeriggio, anche se il piccolo dormiva. Sapeva quante volte di sera controllava la finestra nella cameretta e quanto tempo restava in cucina ad ascoltare il silenzio della casa. Prima pensava fosse intuito. Ora sembrava solo sporco, e pure facile.

Quando sentì la chiave ruotare nella serratura, aveva già riposto il tablet nel cassetto e lavato la tazza.

Non dormi? chiese Andrea dal corridoio.

Ti aspettavo.

Entrò in cucina: alto, con la camicia blu scura e le maniche arrotolate, il telefono nella mano destra, le buste della spesa in quella sinistra. Sulle tempie i primi fili dargento che qualche volta le sembravano persino teneri, segno che un uomo col tempo diventava più affidabile. Stavolta Michela vedeva solo quel telefono. Lo stesso con cui lui ascoltava la loro casa e condivideva tutto con unaltra donna.

Ho preso gli yogurt per lui, disse Andrea posando le buste, e il tuo mascarpone. Non cera più.

Parlava come nulla fosse. Forse pure troppo normalmente. Ed era il peggiore dei dettagli: lo stesso uomo che alcune ore prima discuteva con unaltra del tè serale della moglie, ora era lì a sfilare dal sacchetto una pagnotta.

Grazie, rispose Michela.

Lui la osservò meglio.

Sei pallida. Hai mal di testa?

No.

E allora?

Michela si asciugò le mani nel canovaccio, lo piegò, poi lo riaprì, senza guardare Andrea.

Sono solo stanca.

Andrea fece cenno di sì. Sembrava non aver intuito nulla. O faceva finta, come sapeva fare. Era bravo a spiegare troppo quando lo si coglieva in fallo, e a restare zitto proprio quando il silenzio gli conveniva. Michela ricordò quando un anno prima la persuadeva a usare la carta familiare per le spese. Così è tutto visibile. Una vera famiglia non deve avere segreti. Mai avrebbe pensato che ci fosse in lui una specie di passione per la trasparenza, a patto che la vita trasparente fosse solo quella degli altri.

Quel notte, Michela non dormì.

Il piccolo si svegliò due volte gemendo e una tossì; lei fu la prima ad accorrere, anche prima che ce ne fosse bisogno. Andrea accanto respirava regolare, col solito russare lieve, disteso come solo chi non ha nessun motivo per svegliarsi. Michela guardava nel buio rievocando, centimetro dopo centimetro, gli ultimi mesi. Le sue domande strane. La sua precisione inquietante. Hai parlato tanto con tua madre oggi, vero? O ancora: Come mai non hai pranzato? E il quasi premuroso: Stanca, eh? Non poteva saperlo, senza qualcuno che glie lo riferiva. Oppure se spiava.

Al mattino capì solo una cosa: non doveva parlare subito.

Troppi anni con un uomo la cui prima reazione è occupare laria con le parole. Lui avrebbe spiegato, sviato, reso tutto confuso, magari facendola apparire una moglie paranoica e isterica. Michela già sentiva nella testa le sue battute future. Hai frainteso. Non si riferiva a te. Laura è solo una collega. Ero in pensiero per il bambino. Con questo tuo stato danimo, vedi tutto storto. Era bravissimo a capovolgere le cose, così da far sembrare sempre colpevole non la situazione, ma la reazione degli altri.

Il sabato mattina lui si comportò dolce.

Addirittura troppo. Fu lui il primo ad alzarsi col piccolo, a cambiarlo, a preparargli la pappa, a sciacquare i piatti, quando di solito li lasciava fino a sera. Michela lo osservava mentre giocava col figlio sul tappeto, gli lanciava il calzino, raccoglieva il cucchiaino caduto. Pensava a quanto può essere facile per la stessa persona essere padre attento e sconosciuto osservatore nella propria famiglia.

Cosa cè che sei così silenziosa? chiese Andrea, mentre erano in cucina da soli.

Di solito sono rumorosa?

Sì, a volte. Oggi proprio per niente.

Michela aprì il frigo, tirò fuori uno yogurt per il bambino, lo richiuse.

Ho dormito male.

Sarà stato il bambino?

No. Proprio no.

Si avvicinò, appoggiò la mano sulla sua spalla. Prima la calmava; ora la gelò fino alla schiena.

Michela, ma dai va tutto bene.

Ed era questo, forse, il peggiore tra i pesi: non la menzogna in sé, ma come fosse normale. Come se la menzogna si fosse messa le ciabatte e si fosse versata una tazza di tè, senza nemmeno bussare.

Lei non si voltò.

Certo.

Non mi guardi nemmeno.

Ti sto guardando.

No, non è vero.

Lo guardò davvero stavolta. Andrea sorrideva di quel sorriso che nei primi anni di matrimonio lei interpretava come pazienza. Ora ci vedeva solo la sicurezza di chi pensa di trattenere la conversazione come si tiene stretta una maniglia, senza lasciarla chiudere da dentro.

Ti stai inventando qualcosa? chiese lui.

No.

Meno male.

E andò dal bambino, senza accorgersi che le dita di Michela lasciavano il segno sul bordo del tavolo.

La giornata fu lunga. Michela si muoveva come chi sa che sotto il pavimento cè un abisso, ma deve ugualmente camminare, sparecchiare, lavare i vestitini, arieggiare casa, cucinare la minestra. Ogni oggetto ormai aveva un senso doppio. Il tablet non era più vecchia tecnologia. Il baby monitor non serviva più al piccolo. Il telefono di Andrea non era più solo un telefono.

Poco dopo, mentre Andrea era andato a comprare i pannolini, Michela tornò nellarchivio.

La luce azzurrina del tablet tremolava. In cucina cera lodore della minestra avanzata e della polvere umida del davanzale. Michela passava i file uno dopo laltro: non cercava un tradimento, anche se la vita le aveva proposto quello come sospetto numero uno. Cercava un confine. Dove, quando, la casa era diventata altro? In quale giorno? In che minuto?

La risposta venne giovedì.

Lì Andrea parlava con Laura in modo diverso, senza più scherzo, quasi senza fingere.

Lei sospetta qualcosa? chiese Laura.

Non ancora.

E se ti scava sotto?

Che scavi pure. Ho tutto registrato.

Davvero?

Davvero.

Pausa. Bastò quel silenzio a Michela per sentire la mascella stringersi.

Così forse esageri, diceva Laura.

Io penso avanti.

E per il bambino, pensi avanti anche lì?

Come posso non farlo?

Michela mise in pausa. Si raddrizzò. Dal figlio proveniva solo un lieve respiro, fuori una macchina chiudeva lo sportello, sopra le loro teste ridacchiavano dei ragazzi. Il mondo andava avanti col suo sabato normale, mentre sul tablet Michela vedeva unaltra famiglia, una versione dove il marito raccoglieva prove su di lei. Per cosa? Per una discussione futura? Per le scuse? O per quel giorno in cui avrebbe dovuto mostrare quanto la moglie fosse stanca, chiusa, silenziosa, distaccata?

Faticava a respirare. Non affanno, ma come uno che il fiato gli resta a metà, bloccato proprio sotto le costole.

Fece ripartire il video.

Ti rendi conto di cosa stai facendo? domandò Laura.

So solo che sto facendo la cosa giusta.

Andrea, ormai non è più cura.

E che cosa sarebbe?

Controllo.

Lui sorrise appena.

Parole grosse.

Ma adatte.

Michela richiuse tutto.

Ecco dove era cambiato tutto. Prima si sarebbe potuto ridurre tutto, magari a fatica, ad una scappatella, ad unaltra voce, alla presunzione maschile di non poter mai essere scoperti. Ma questa registrazione di controllo, calma, senza rimorso, cambiava verso alla storia. Non una sbandata, non una notte, non un errore. Era organizzato, strutturato, messo in ordine.

La sera Andrea tornò con la solita faccia serena.

Portò le borse, si sedette accanto al figlio, gli lesse una storiella sui trattori e tra una pagina e laltra chiese:

Hai chiamato tua madre oggi?

La domanda arrivò accidiosa solo in apparenza. Ma Michela sentì la stoccata.

No.

Strano. Di solito la chiami il sabato.

Me ne sono dimenticata.

Uhm.

Voltò pagina e la carta frusciò tra le dita. Così, in gesti normali, risuonava la precisione di chi è abituato a tenere il conto delle abitudini altrui.

A cena parlò poco. Michela, ancora meno. Il figlio, solo lui quella sera, viveva la sua vera infanzia: con la testolina che si appisolava, cucchiaio che batteva sul tavolo, briciole cadute; soltanto lui viveva il suo presente, senza altri significati nascosti. Quando Andrea portò il piccolo a lavarsi, Michela si precipitò a prendere il tablet e aprì lultimo file.

Era proprio fresco.

Notte tra sabato e domenica. Probabilmente Andrea aveva usato lapp dopo che lei era andata a dormire. Allinizio si vedeva corridoio vuoto. Poi i passi, un sussurro, il rumore di una macchina. La voce di Laura sembrava più vicina del solito.

Ma sei sicuro che non sia troppo?

Sì, sicuro.

Anche se si arriva a separarvi?

Michela si immobilizzò. La parola fu pronunciata con la stessa calma che si parla del tempo.

Se si arriva lì, rispose Andrea, avrò tutto per dimostrare che il bambino resta meglio con me.

Laura tacque.

Lui continuò:

Lhai sentita anche tu Non dorme, si agita, resta ore in cucina, si dimentica di mangiare. Si vede tutto.

Andrea…

Cosa?

Parli come se avessi già deciso.

Non ho deciso niente. Mi preparo a tutto.

Michela fermò il video. Posò il tablet, si coprì la bocca per non urlare, anche se in casa era sola. Eccola, la profondità della questione: non un tradimento senza importanza, non una semplice storia. Lui raccoglieva materiali su di lei. Non per capire. Per rendersi la vita più semplice. Per mostrare la sua versione dei fatti. Un giorno, per tirare fuori la cartella e dire: guardate, io avevo ragione a spiare.

Le lancette dellorologio battevano rumorose, forse solo a lei pareva così.

Michela rimase sveglia fino allalba. Non pianse. Non girovagava per casa. Non scrisse nemmeno alla madre, anche se il cellulare la tentava. Rimase solo a guardare lo schermo spento, sentendo che dentro stava nascendo qualcosa di duro. Non leggero. Non dolce. Ma saldo. Ogni fatto, uno dopo laltro, messo ordinatamente su uno scaffale. Prima questo, poi quello. Finché la verità non prende peso.

Al mattino il figlio si svegliò presto e, come sempre, reclamò il mondo: pappa, bicchiere, palla, finestra, mamma, papà. Andrea se lo prese tra le braccia e rise quando il piccolo gli tirò il colletto della camicia. Michela li osservava ricordando la voce di un Andrea diverso: secca, calcolatrice, già decisa a pensare oltre.

Alle dieci il bambino era già di nuovo nel mondo dei sogni.

Fu allora che Michela decise che non avrebbe aspettato oltre.

La cucina era inondata da una luce pallida. Sul tavolo due tazze, una ancora intatta. Andrea sfogliava distrattamente le notizie sul telefono. Michela entrò, posò sul tavolo baby monitor e tablet.

Lui alzò lo sguardo.

Che fai?

Dobbiamo parlare.

Adesso?

Sì.

La sua voce non aveva né domande né consueta dolcezza. Andrea la colse. Mise giù il telefono a faccia in giù.

Che succede?

Michela si sedette. Le mani trovavano automaticamente il bordo ruvido della sedia, come se quellappiglio valesse più di qualsiasi parola.

Voglio una risposta. Una sola. Senza tanti discorsi.

Andrea sorrise, con un accenno di nervosismo.

Vai, chiedi pure.

Lei sfiorò il tablet.

Perché hai puntato la telecamera su di me invece che sul bambino?

Lui non rispose subito. E quello fu il primo vero segnale: non lindignazione, non la sorpresa, non una domanda incrociata. Solo una pausa, breve, ma pesante per uno che non ha nulla da nascondere.

Ma di cosa stai parlando? cercò di minimizzare.

Michela fece partire la registrazione.

Dallaltoparlante partì subito quel mormorio già sentito, il sussurro, la risatina. Poi la voce di Andrea: calma, sicura, lontana dalluomo che aveva di fronte.

Voglio solo sapere comè davvero la sua vita.

Andrea si ritrasse di scatto, facendo scricchiolare la sedia. Cercò il tablet, ma Michela mise la mano sopra.

Lascialo.

Lui ritirò la mano.

Da dove hai preso questa roba?

Dallarchivio. Quello tuo. Quello che hai sistemato tu stesso.

La faccia cambiò piano. Prima ancora provava a reggersi sulle vecchie abitudini: manipolare, trovare spiegazioni. Ma la registrazione andava avanti. Laura chiedeva di scavare. Andrea rispondeva di avere tutto pronto. Lei parlava di controllo. Lui che era una parola forte. E ogni frase nuova lo indeboliva sempre di più.

Spegni disse Andrea.

No.

Michela, spegni.

No.

Si passò una mano sul viso, si alzò, poi si rimise a sedere.

Non capisci il contesto.

Allora spiegamelo. Ma breve.

Mi preoccupavo per nostro figlio.

Michela riavvolse fino al punto in cui lui parlava di mani ferme.

Dopo quella frase, Andrea chiuse gli occhi per un attimo. Ma fu sufficiente.

Ancora: una risposta. Perché mi spiavi?

Non ti spiavo.

Questo cosè?

Gestivo la situazione a casa.

Con laiuto di unaltra donna?

Lui storse la bocca.

Laura non c’entra niente.

Dai. Centra eccome.

Ti sei fatta un film, confondi tutto.

No, anzi. Laura da una parte, la telecamera dallaltra. Le vostre conversazioni ancora a parte. E in ognuna di queste cose tu menti.

Andrea si alzò di nuovo, si mise vicino alla finestra, ma non la aprì. Nel vetro la sua faccia sembrava solo più vuota, non più grande o più matura.

Sei in uno stato che…

Continua.

Lui si voltò.

È difficile parlarti.

Con lei era facile?

Che centra.

Che tu con lei parlavi di me. Del mio tè. Dei miei sonni. Delle mie telefonate. Della mia stanchezza. Del bambino che già dal tuo racconto avresti dovuto dimostrare migliore altrove.

Anche lui è mio figlio.

E allora perché non aiutavi? Perché raccoglievi solo materiale su di me?

Fu lì che Andrea sembrò davvero sconcertato. Non sul nome di Laura, ma su quella parola: materiale. Perché era precisa. Senza urla. Senza abbellimenti. Senza rifugiarsi nella scusa della preoccupazione.

Non immagini neanche quanto sia pesante portare avanti tutto da solo, borbottò piano.

Michela lo guardò dritto negli occhi.

Da solo?

Distolse lo sguardo.

Io lavoro. Porto a casa. Arrivo e ti vedo persa.

E per questo hai piazzato una telecamera su di me?

Smettila di esagerare.

Anche ora?

Voglio solo capire cosa succede.

No, vuoi comandare.

Andrea fece una risata di nervi.

Ti vengono bene le parole. Ti ha aiutato tua madre?

Michela scosse la testa.

Nessuno. Sei stato tu stesso ad aiutarmi: hai registrato tutto.

Cadeva un silenzio pesante. Nel frattempo, dalla cameretta arrivava un sospiro del piccolo nel sonno. Bastò quel rumore perché Michela sentisse tutto farsi una linea sottile dentro. Figlio che dorme. Casa che regge. Tè freddo. E, nellapparente normalità, lei sapeva che stava scegliendo qualcosa che tre giorni prima non avrebbe mai immaginato.

Oggi te ne vai, disse.

Andrea la guardò incredulo.

Cosa?

Oggi.

Sei impazzita?

No.

Anche questa è casa mia.

Sì. Ma oggi esci tu.

E in base a cosa?

In base al fatto che non voglio restare qui con chi ha ascoltato la mia vita da dietro una telecamera, e lha commentata con la sua Laura, chiedendosi se nostro figlio stesse meglio con altri.

Lui batté il palmo sul tavolo, non forte, ma abbastanza da far ballare la tazza.

Piantala.

Michela non ebbe nemmeno un sussulto.

Hai già detto tutto tu. Non serve altro.

E poi? Fuggi da tua madre?

Adesso spengo questa telecamera. Tu prepari le cose.

Non hai diritto di decidere da sola.

Lho già fatto.

Andrea la fissò a lungo. Molto. E in quei secondi Michela vide qualcosa di particolare: no, non rabbia, né dolore, né rimorso. Solo fastidio. Aveva perso il controllo. Non era riuscito a mettere in fila le carte per primo. E quello, probabilmente, fu il vero punto di non ritorno.

Andrea abbassò lo sguardo.

Ok disse. Calmati. Ne riparliamo stasera, ok?

No. Ora.

Non me ne vado senza mio figlio.

Vai da solo.

Non comandarmi.

Prepara le valigie, Andrea.

Stava già per protestare, ma la voce assonnata del piccolo giunse dalla cameretta. Si era svegliato. Michela si alzò subito. Anche Andrea, per abitudine, ma lei alzò la mano e lui si fermò.

Lascia stare. Vado io.

Andò in cameretta, sollevò il bambino, lo strinse, respirò il profumo del borotalco, della pelle tiepida, del sonno. Il piccolo rimase avvinghiato al collo, e tanto bastò per non lasciarsi spezzare in quel momento. Michela guardava il baby monitor ancora acceso sul tavolo in cucina. Quante volte lui laveva osservata così? Quante volte aveva ascoltato quei suoni? Suoni che dovevano essere solo loro, di nessun altro?

Per mezzogiorno Andrea aveva fatto la valigia.

Non tutta la vita: per quello mancavano fegato e probabilmente fantasia. Qualche camicia, rasoio, caricatore, documenti. Prima di uscire, tentò ancora di colmare lo spazio parlando:

Mandi allaria una famiglia per una sola conversazione.

Michela teneva il figlio in braccio, e lo guardava in silenzio.

Per una conversazione sola, ripeté Andrea dandole unenfasi nuova, come se ripetere desse forza. Non provi nemmeno a capire.

Ho capito abbastanza.

No, non tutto.

Basta.

E cosa dirai in giro?

La verità.

Lui abbozzò un ghigno.

Quale? Che tuo marito ha messo il baby monitor?

Sì.

E allora?

E che guardava me, non il bambino.

Andrea serrò la tracolla.

Ti pentirai di questo.

Forse. Ma non di aver sentito comeri davvero.

Non aggiunse altro.

La porta si chiuse senza rumore, senza scena clamorosa. Solo uno scatto nella serratura, lascensore, un colpo di tosse dal pianerottolo, e la casa tornò a sembrare casa. Ma dentro, lordine era già cambiato. Come un mobile spostato: stessi muri, stesse tazze, stesso tavolo. Ma la linea da cosa a cosa, era già diversa.

Per il resto del giorno Michela fece poco.

Diede da mangiare al bimbo, mise un paio di calzini puliti, raccolse qualche abito in una busta, chiamò la madre e disse solo: Andrea per un po starà altrove. La madre restò in silenzio, poi chiese solo se sarebbero passati la sera. Michela rispose: magari, più tardi. Non spiegò altro. Per le spiegazioni non cerano forze. Vengono dopo. Prima cè solo silenzio, in cui devi passare da una stanza allaltra senza dimenticare il bollitore acceso.

Verso sera tornò in cameretta.

La stanza era quasi uguale al giorno prima. Una tutina col razzo stesa sullo stendino. La copertina grigia sulla poltrona. E la telecamera, sulla cassettiera. Scocca nera, obiettivo piccolo, lucina verde. Michela si avvicinò e la fissò a lungo, come se fosse uno sguardo rimasto in casa, e ancora sospeso.

La prese.

Le dita, sorprendentemente, non tremavano più. Era questo che la lasciò più sorpresa. Dopo tanti giorni di gelo e notti senza sonno, le mani pareva che avessero smesso di avere paura. Michela staccò il cavo dalla presa.

La luce verde si spense subito.

E in cameretta calò un silenzio che cè solo dove nessuno ascolta più la vita degli altri.

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