Basta essere sempre quella che fa comodo agli altri

Basta essere comoda

Allora siamo daccordo, Rossella! cinguetta zia Silvana, tamponandosi le labbra con un tovagliolino di carta. Il tovagliolino arriva dalla fetta di torta che Rossella Mancini ha preparato in occasione della visita della zia: vi rimane sopra una grossa macchia di crema. Il cinque maggio ci vediamo da te. Io porto i miei salamini marinati, sono come li faccio io… Tu, per favore, pensa al piatto caldo. Sei la festeggiata, santa pazienza! Verranno anche ospiti importanti: i colleghi di Michele, persone di un certo livello. Bisogna accoglierli come si deve.

Rossella siede di fronte, regge tra le mani una tazza di tè già freddo. Guarda zia Silvana e annuisce. Annuisce, mentre pensa che domani deve consegnare il bilancio trimestrale, che in frigo è finito il burro, che suo marito Carlo ha ancora mal di schiena e bisogna comprare il cerotto nuovo. Pensa a tutto, tranne che a ciò che sta dicendo zia Silvana. Che intanto aggiusta il foulard lilla intorno al collo e fissa fuori dalla finestra come se già disponesse i piatti su tavoli altrui.

Saremo una ventina, almeno continua lospite. Dai, Rossella, impegnati. Tu sei una cuoca bravissima. Ti ricordi il matrimonio di Martina? Avevi cucinato tutto tu, non ne era avanzata neanche una briciola! Ecco, anche questa volta. Io ti aiuterò, ovvio. Darò le direttive.

Scoppia in una risata breve, stentata, simile allabbaiare di un cagnolino.

Rossella sorride a sua volta. Perché così si deve. Perché zia Silvana è parentela di Michele, marito di Martina, figlia unica. Perché evitare tensioni in famiglia è essenziale. Perché così ha sempre fatto: sorride e acconsente.

Va bene dice. Daccordo.

Zia Silvana se ne va verso le otto e mezza, sazia e soddisfatta. Rossella chiude la porta dietro di lei, vi si appoggia un istante. Lingresso profuma di un profumo forte, zuccherino, eccessivo, lasciato dalla zia. Dal salotto arriva il borbottio della TV. Carlo sta guardando il solito programma sulla pesca e non si è neppure alzato per salutare.

È andata? grida, senza distogliere lo sguardo dal televisore.

Sì, è andata.

Che voleva?

Rossella va in cucina e comincia a lavare le tazze. Lacqua del rubinetto è molto calda, quasi brucia, ma non toglie le mani.

Dobbiamo fare una festa risponde. Il cinque maggio. Qui.

Da noi? Quale festa?

Il mio compleanno. E Michele deve celebrare una cosa per lavoro.

Dal salotto arriva un mugolio indistinto, poi silenzio, poi nuovamente la pesca.

Rossella si asciuga le mani con un asciugamano vecchio, con galli sbiaditi sul bordo; lha comprato al mercato quindici anni fa e non ha mai avuto il coraggio di buttarlo via. Lo guarda e pensa: sono proprio come questo asciugamano. Sbiadita, stropicciata, appesa a un chiodo ad aspettare che qualcuno venga a pulirsi le mani su di me.

Scaccia il pensiero e apre il frigorifero per vedere cosa cè.

Rossella Mancini compirà cinquantanni tra dieci giorni. Una cifra tonda. Un traguardo importante. Cinquantanni di vita, di cui almeno trentacinque li ricorda bene. E in quei trentacinque anni non riesce a ricordare nemmeno una giornata in cui abbia fatto qualcosa solo per sé. Non per il marito, non per la figlia, non per la mamma morta cinque anni fa per la quale ogni weekend andava a cucinare il minestrone; non per la suocera, che abitava poco lontano e chiedeva attenzioni come una bambina. Solo per sé? Mai.

Lavora come contabile in una ditta di costruzioni. Ventidue anni sempre lì. Colleghi che lapprezzano, dirigenti che la stimano, ma niente promozioni: Rossella va già benissimo, non si lamenta mai, sa sempre cavarsela.

A casa è lo stesso. Carlo ha cinquantacinque anni, fa lingegnere in fabbrica, non ama il suo lavoro ma regge, perché alla pensione manca poco. Si riposa così dice e questo significa: TV, telefono, divano, garage ogni tanto. Cucina Rossella. Pulisce Rossella. Paga le bollette, perché lo fa meglio. Fa la spesa. Accoglie gli ospiti. Carlo non aiuta per principio, e non discutono più su questo: fa talmente parte dello sfondo da non essere più notato.

La figlia Martina si è sposata quattro anni fa. Michele, il marito, è uno doro, gran lavoratore, ma con una famiglia complicata. La madre di Michele è morta tanto tempo fa, il padre vive al nord, ma la zia Silvana, sorella del padre, compensa per tutti. Comandona, alta voce, abituata che la sua opinione sia legge. Ha subito mal tollerato Rossella. Non per qualche motivo in particolare: Rossella era troppo silenziosa, troppo accomodante, e le persone così fanno nascere in chi è autoritario il desiderio di comandare.

Martina vuole bene alla mamma, ma vuole più bene a Michele. E questo, forse, è giusto. Ma quando deve scegliere tra la comodità di mamma e la serenità di Michele, Martina sceglie sempre la seconda, senza scenate, in silenzio.

Così vive Rossella. In un appartamento di tre locali al nono piano di un condominio a Milano, zona Lambrate, dove i palazzi si assomigliano tutti, i cortili anche, solo gli alberi sono diversi, perché almeno quelli nessuno li taglia allidentica maniera. Vive e non si lamenta. Con chi dovrebbe farlo? E perché?

Dopo la partenza della zia Silvana resta in cucina a fare la lista di tutto ciò che serve per venti persone. La lista è lunga. Le spese fanno paura. Guarda le cifre, scritte su uno scontrino vecchio, e sente una stretta al petto. Non dolore. Solo un peso, come se qualcuno avesse messo un mattone lì dimenticandoselo.

Spegne la luce e va a letto.

I successivi nove giorni, li vive in quella che chiama mentalmente la fatica pre-festa. Allinizio si autopersuade che va tutto bene. Sta solo aiutando la famiglia, la festa sarà bella, basta non abbattersi. Ma dal terzo giorno queste rassicurazioni svaniscono.

Si alza alle sei per scongelare qualcosa da cucinare, compila la lista della spesa, chiama il supermercato per la consegna. Lavora fino alle sei di sera, spesso di più per via del bilancio. Dopo il lavoro fa la spesa: cose pesanti, vasetti, bottiglie, pasta, carne. Porta le borse su per nove piani, perché lascensore va solo quando vuole. Arriva a casa, mette a bollire qualcosa, sistema le stanze in fretta. Si corica alluna, alle due. Si rialza alle sei.

Carlo vede tutto questo. Letteralmente vede, ci vive insieme. Ma guarda attraverso. Una sola volta chiede se serve aiuto, Rossella risponde: Ce la faccio. Lui annuisce, sollevato, e torna al telefono.

Martina telefona il mercoledì, chiede se tutto è pronto, dice che la zia Silvana controlla per il piatto caldo e le ricorda gli antipasti. Rossella osa chiedere: Martina, potresti occuparti almeno delle insalate? Non ce la faccio. Martina tace per un attimo, poi: Mamma, ma lo sai, sia io che Michele lavoriamo, però arriviamo a darti una mano a tavola. Che significa solo travasare dalle pentole ai piatti. Rossella lo sa, non replica.

Due giorni prima della festa, mentre lava i vetri perché zia Silvana lultima volta ha storto il naso alla polvere sul davanzale , pensa che lultima volta che ha pulito i vetri per sé, era otto anni fa, in attesa della mamma. Ma in realtà li aveva lavati per lei. Prima per la suocera. Sempre per qualcun altro.

Scivola con un piede dallo sgabello, quasi cade, si aggrappa in tempo al telaio della finestra. Il cuore batte forte, due colpi secchi. Si lascia cadere a terra, siede con la schiena contro il muro e rimane lì, gambe pesanti, schiena dolente, testa che rimbomba.

Pensa: se cadessi davvero e mi rompessi qualcosa, il primo pensiero di tutti sarebbe: E adesso la festa?

Questo pensiero le fa venire da ridere, un riso sgraziato, con un colpo di tosse.

Si rialza, prende lo straccio, termina i vetri.

La notte tra il quattro e il cinque maggio dorme tre ore. Il resto lo passa a bollire, tagliare, friggere, impiattare. Arrosto di vitello, due insalate, pesce in carpione che tra l’altro non le è mai piaciuto, ma che ha chiesto zia Silvana. Fagottini con verza per il cugino di Carlo, Gianluca, che la festa senza non la riconosce. Il dolce lha fatto la sera prima, torta margherita con amarene, la sua preferita. Lunica cosa fatta davvero per sé.

Alle sette fa la doccia, indossa quellabito blu comprato due anni prima, mai usato, sempre risparmiato per un’occasione. Si guarda allo specchio: occhiaie che nessun fondotinta nasconde, labbra secche, mani arrossate da detersivi e cottura. Ma labito è bello, lo sa.

Guarda chi si è vestita elegante, commenta Carlo mentre passa in corridoio. Brava.

Tutto qui. Un brava senza sei bellissima, senza auguri, senza neppure un come stai?. Solo brava e via.

Gli ospiti si radunano verso mezzogiorno. Zia Silvana arriva per prima, alle undici e mezza, con una borsa enorme da cui tira fuori i famosi salamini, un barattolo di cetrioli sottaceto, una scatola di cioccolatini. Li posa sul tavolo come contributo. Si aggira nella casa, guarda, annuisce.

Brava, Rossella dice, identica a Carlo. Proprio brava.

Poi prende il telefono e si mette a chiamare qualcuno.

Per luna sono tutti lì. Ventitré persone, Rossella li conta uno a uno quando si siedono al tavolo, allungato con due tavoli da scrivania e coperto con la tovaglia che ha stirato fino a mezzanotte.

Li osserva e si accorge che su ventitré, ne conosce bene appena sei. Gli altri sono colleghi di Michele o amici di famiglia della zia. Estranei, seduti alla sua tavola, a mangiare i suoi piatti, sulle sedie prestate dalla vicina Gina del terzo piano, perché non bastavano le loro.

I brindisi li apre Gianluca, il cugino: discorsi lunghi e sconclusionati, storie degli anni 90 che non centrano con la festeggiata né con laltro celebrato, ma tutti ridono. Seguono le poche parole di Michele: Auguri a Rossella per il suo compleanno, è bravissima. Tutti brindano. Poi Michele parla a lungo di un suo amico, Paolo, presente anche lui, e del suo grande successo lavorativo. Elenca ruoli e cifre che Rossella non decifra.

Zia Silvana si alza per il suo discorso, preparato e sentito. Parla di Paolo, della sua carriera, della tenacia, di quanto sia in gamba. In mezzo, senza dimenticare la nostra Rossella, padrona di casa strepitosa!. Risate. Altro brindisi.

Rossella sorride. Siede a capotavola, perché da protocollo, sorride, alza il bicchiere, ringrazia i complimenti rapidi. Ma dentro sente che qualcosa si muove, lentamente, come lacqua che finalmente incomincia a bollire.

Rossella, manca il sale! urla qualcuno dallaltra parte.

Si alza e porta il sale.

Il pane è poco, ce ne porti ancora? chiede Gianluca.

Porta il pane.

Rossella, mancano le forchette, interviene una donna mai vista prima.

Porta le forchette.

Poi vogliono altri antipasti, altre piattate. Poi zia Silvana vuole lacqua frizzante che si è scordata di portare Martina, e Rossella corre a prenderla in balcone.

Va avanti e indietro, in cucina, in sala. Ogni volta torna a sedersi, non resta mai più di due minuti. Il suo piatto è pieno, non ha tempo di mangiare.

Prova a fare un brindisi. Si alza, bicchiere in mano. Martina, al suo fianco, si alza anche lei. Ma proprio in quel momento zia Silvana inizia a raccontare qualcosa a Paolo a voce alta, tutti si girano verso di lei. Martina abbassa il bicchiere, Rossella rimane in piedi un secondo, poi si siede. Il brindisi resta sospeso.

Gli ospiti mangiano. Elogiano il cibo. Il carpione si scioglie in bocca!, I fagottini, una delizia!, La carne? Come la cucini?. Rossella sorride, ringrazia, spiega la ricetta. Una parte di lei è contenta, laltra è amara. Si loda il cibo, non lei. Lei lì non è la festeggiata, ma la cuoca, la serva.

Sono già le tre. Fuori, il sole di maggio è caldo e indifferente. I commensali sono arrossati, voci più forti. Paolo racconta della nuova posizione acquisita. Zia Silvana interviene a raffica con la sua risatella sguaiata. Carlo sta in fondo con Gianluca, ormai persi tra pesca e automobili.

Rossella va in cucina a servire lennesima teglia. Indossa i guanti da forno, prende la carne, le mani tremano di stanchezza. Tre ore di sonno si fanno sentire. Un po le gira la testa. Appoggia la teglia sul piano, comincia a servire la carne.

Dalla sala, la voce di zia Silvana, forte, secca, come un ordine:

Rossella! Stai arrivando? E porta anche la panna, è finita!

Niente Rossellina, niente per favore, niente non disturbarti. Solo porta, come si direbbe a una cameriera.

Rossella si ferma. Ha il cucchiaio sopra il piatto, immobile. La cucina è silenziosa. Fuori, la chioma di un vecchio platano si muove piano. Sul fornello, il bollitore spento.

Qualcosa scatta dentro. Silenzioso, senza dolore, come uno scatto dinterruttore.

Posa il cucchiaio. Si sfila i guanti, li appende con ordine al solito gancio. Prende il piatto di carne, la panna. Va in sala.

Appoggia tutto sul tavolo.

Si raddrizza.

Scusate dice, non forte, ma con una voce che richiama lattenzione di chi le sta vicino. Scusatemi, potete ascoltare un momento?

Zia Silvana continua a chiacchierare con Paolo. Martina guarda la madre sorpresa. Carlo non guarda.

Scusatemi ripete Rossella, più decisa.

Questa volta anche zia Silvana si gira, occhi infastiditi da chi è stata interrotta.

È successo qualcosa? chiede con un tono acido.

Rossella scruta il tavolo. I suoi ospiti, gli estranei, il marito per la prima volta che la guarda. La figlia titubante, il viso di zia Silvana col foular viola soddisfatto.

Voglio solo dire due parole inizia. Oggi è il mio compleanno. Cinquantanni.

Eh, auguri! esulta qualcuno in fondo, alzando il bicchiere.

Aspettate li blocca Rossella. Un secondo, per favore.

Cala il silenzio. Il suo cuore batte dritto, inatteso. Ha la sensazione di aver preso una decisione che ancora non razionalizza, ma il corpo sì.

Ho passato gli ultimi dieci giorni a preparare questa festa che non sento mia. Ho dormito tre, quattro ore a notte. Ho comprato tutto, cucinato tutto, pulito vetri, stirato la tovaglia, chiesto sedie in prestito. Tutto da sola, senza una mano. Ora siedo a un tavolo che ho imbandito io, per persone che neanche conosco, in onore di un evento che riguarda la mia casa solo come sede da occupare. Non ho fatto un brindisi, sono stata interrotta tre volte, mi sono alzata otto, mentre voi mangiavate in pace. E poco fa mi è stato chiesto di portare la panna con il tono che si usa con la servitù.

Silenzio assoluto. Il tipo di silenzio che arriva quando tutti hanno sentito e nessuno sa come reagire.

Ma che ti prende? dice Carlo, confuso piuttosto che duro.

Mamma bisbiglia Martina.

Zia Silvana prende fiato, pronta a reagire, ma Rossella la fissa dritto negli occhi. Lei si sgonfia, non dice nulla.

Vi chiedo solo una cosa riprende Rossella, la voce stranamente ferma. Per favore, prendete quello che avete portato e proseguite la festa altrove. Cè un bar qui vicino, si chiama Il Sorriso, è gradevole. Sono pronta a offrire la consumazione, se necessario. Ma qui, in questa casa, la festa finisce.

Basiti, seguono tre secondi di vuoto. Poi tutti parlano insieme.

Gianluca brontola qualcosa che Rossella non afferra. Uno dei colleghi di Michele cerca la giacca. Zia Silvana si alza, si fa rigida, lancia alla padrona di casa uno sguardo che significa te ne pentirai, ma tace. Prende la borsa, il vasetto di cetrioli, minuscola vendetta che quasi diverte Rossella.

Martina si avvicina.

Mamma, cosa fai è orribile. Capisci che zia Silvana ora

Martina la interrompe Rossella piano ti voglio bene. Ma ora, per favore, vai.

La figlia la guarda come guardasse una sconosciuta. E in effetti, Rossella si rende conto di essere davvero diversa da chi Martina ha sempre visto.

Carlo esce per ultimo. Si ferma sulla porta.

Sei impazzita? chiede, senza rabbia, anzi, incuriosito.

No risponde Rossella. Anzi, credo di essere appena tornata in me.

Non replica, esce.

Rossella chiude la porta, gira le chiavi. Rimane nellingresso, finalmente silenzioso.

Un silenzio denso, vero. Il silenzio delle ore molto tardive o molto mattutine, quando il mondo dorme. Solo che ora sono le tre del pomeriggio del cinque maggio, fuori i passeri cinguettano, si sente la porta dingresso sbattere, ma in casa non cè nessun altro.

Va in sala. Guarda il tavolo. Il piatto di carne, le insalate a metà, il pane, i bicchieri. Il suo posto pieno. Non ha mangiato.

Prende il suo piatto. Non lo scalda. Prende una forchetta e va in cucina, dove ha lasciato la sua torta margherita alle amarene. Appoggia davanti a sé piatto di carne e fetta di torta. Si versa il tè caldo, appena preparato.

Siede.

Dal balcone osserva il platano che si muove nel vento. Le foglie sono appena nate, piccole, ancora tenere. Rossella mangia la carne: è buona. Sa cucinare, questo è vero. Zia Silvana, almeno su questo, non mentiva.

Poi prende una forchetta di torta.

È soffice, le amarene danno il giusto contrasto, la crema delicata. Mangia piano. Nessuna fretta, nessuno le può chiedere portami questo, nessuno la ignora. Solo lei e la torta che ha fatto davvero per sé.

Per la prima volta.

Non piange. Pensava che sarebbe successo, come nei film: musica triste, lacrime. Ma niente. Cè un altro sentimento, qualcosa di solido e tranquillo, come la terra sotto i piedi, finalmente ferma.

Per almeno due ore non tocca il telefono. Poi lo prende.

Messaggi ne trova tanti. Martina ha scritto tre volte: mamma chiamami, mamma non capisco, stai bene?. Carlo solo uno: questa non te la perdono. Zia Silvana niente, strano. Qualche numero sconosciuto, sicuramente degli ospiti. Gina (la vicina): Rossella, quando mi riporti le sedie?.

Risponde solo a Gina: Domani, scusa il disagio.

A Martina: Sto bene, non preoccuparti. Parliamo domani.

A Carlo niente.

Poi riordina il tavolo. Senza furia, senza rabbia. Mette via gli avanzi, i piatti a bagno. Butta la spazzatura. Ripiega la tovaglia. Riporta le sedie a Gina; lei apre in vestaglia, la guarda curiosa ma non commenta. Donna intelligente.

Rientrata, si regala un bagno caldo, lungo, con tanta schiuma. Fissa il soffitto, dove cè una macchia lasciata da una vecchia infiltrazione che da tre anni rimandano di pitturare. Ci riflette: rimandare la sistemazione del soffitto per tre anni e rimandare la propria vita, nel fondo, è la stessa cosa.

Carlo rientra alle dieci. Rossella lo sente girare la chiave, togliersi le scarpe. Lui si affaccia alla stanza, lei è già a letto con un libro.

Tu hai capito che hai combinato? chiede Carlo.

Sì.

E?

E basta. Ho capito.

Zia Silvana Michele sarà un casino. Non ci hai pensato?

Sì, ho pensato, risponde Rossella. Carlo, sono stanca. Parliamo domani.

Lui resta lì, poi va in soggiorno a dormire sul divano, come fa quando si arrabbiano. Rossella lo sente e non lo segue.

Spegne la luce. Rimane al buio.

Dormirà dieci ore. La prima volta dopo tanto.

Il mattino del sei maggio è normale: sole che filtra tra le tende, passeri, profumo di caffè che ha preparato la sera prima col timer. Si alza, beve il caffè, mangia una fetta di pane con marmellata. Carlo dorme ancora, il respiro regolare dal salotto.

Apre il portatile.

Per una sciocchezza: voleva solo vedere il meteo. Ma accanto si riapre la pagina rimasta aperta da settimane Tour organizzati in Italia. Laveva aperta per caso, aveva letto qualcosa, poi chiuso per fretta.

Clicca di nuovo su quella pagina.

Siena, San Gimignano, Firenze, Arezzo, otto giorni, piccolo gruppo, giro in bus con guide e colazione. Guarda le foto: campanili bianchi, vicoli antichi, mura dei monasteri nel sole di maggio. Lei non cè mai stata. Cè sempre andata solo in vacanza coi genitori, poi sempre e solo al mare, perché fa bene; Carlo non ama i viaggi meglio il paese, si risparmia e si riposa. E così per ventanni, ogni estate, al paese natale di Carlo: orto, pomodori, tv.

Chiama lagenzia alle nove, appena apre.

Buongiorno, ha visto il tour Toscana Classica, otto giorni? le chiede una voce femminile.

Sì, risponde Rossella. Ci sono ancora posti per la prossima partenza?

Uno solo, il quattordici maggio.

Perfetto. Mi basta uno.

Paga il viaggio con la carta di credito al telefono. Rimane con la cornetta in mano, via via più calma. Non è né euforica né agitata, solo in pace. Come se avesse fatto la cosa giusta e lo sapesse con tutto il corpo.

Poco dopo chiama Martina, voce cauta, quasi camminasse sul ghiaccio.

Mamma, come stai?

Bene.

Mamma, dobbiamo parlare. Zia Silvana si è offesa, Michele è scosso. È stato uno choc.

Capisco.

Potresti chiamare la zia e chiederle scusa? Ci calmerebbe tutti.

No, Martina.

Silenzio.

No cosa?

Non mi scuso con nessuno per aver chiesto di andare via da casa mia nel mio compleanno.

Mamma

No, ascolta. Rossella prende la tazza calda di caffè tra le mani. Voglio che tu mi ascolti, non come figlia che ha a cuore solo la quiete di Michele e zia Silvana, ma come una persona qualsiasi.

La figlia tace.

Ieri ho compiuto cinquantanni. Cinquanta. Ho passato il giorno come una colf a un banchetto. Ero talmente stanca che mi tremavano le mani, sono rimasta a digiuno, nessuno mi ha lasciato parlare, non mi hanno nemmeno fatto gli auguri. Mi hanno chiesto di portare la panna, neanche un per favore, senza uno sguardo. E sai cosa mi sconvolge di più? Che sono stata io, per anni, a costruire un sistema dove questo è normale. Che per ventanni mi sono ritagliata il ruolo della donna che non dà problemi, così nessuno si è mai chiesto se stessi bene. Perché non lasciavo mai capire che fosse importante.

Fuori passa un tram. Una colomba si posa sul davanzale, poi vola via.

Mamma, sussurra Martina, con una voce nuova, priva di difese. Credo tu abbia ragione. Ma non me laspettavo.

Nemmeno io.

E dora in poi sarà così?

Rossella sorride.

Non so dora in poi. Ma ho comprato un viaggio.

Un viaggio?

Un tour toscano. Otto giorni. Parto il quattordici.

Pausa lunghissima.

Da sola?

Da sola.

Mamma Martina abbassa ancora la voce.

Martina, è il mio primo viaggio pianificato solo per me in cinquantanni. È ora di cominciare.

La figlia non trova parole. Poi: Va bene. Richiamami presto. E riaggancia.

Carlo scopre del viaggio allora di pranzo. Entra in cucina mentre Rossella prepara il brodo. Lei glielo dice in modo semplice: ho prenotato un viaggio. Parto il quattordici. Otto giorni. Toscana.

Lui la fissa. A lungo. Poi dice:

E a me non hai chiesto nulla.

No.

Questa come la devo prendere?

Come vuoi, Carlo.

Rossella, stai bene? Vuoi andare da uno?

Lei assaggia la minestra, aggiusta il sale.

Tutto bene. Tra venti minuti si mangia.

Lui esce in silenzio, poi guarda la TV. La vita continua.

I giorni seguenti sono turbolenti. Carlo ora tace, ora si innervosisce. Dice che è impazzita, che prima eri diversa, che così non si fa. Rossella ascolta senza obiettare, né difendersi. Strano, perché prima si sentiva in dovere di giustificarsi anche quando non cera colpa. Ora no.

Martina richiama dopo tre giorni. Annuncia che zia Silvana non metterà mai più piede in quella casa. Rossella: Va bene. Martina si aspettava altro, esita.

Non ti dispiace?

No.

Ma è famiglia

Martina, zia Silvana non è la mia famiglia. È parente di Michele. Non è lo stesso. La famiglia mia sei tu. E sto pensando a come farci stare meglio. Non a zia Silvana.

Martina mugola, poi domanda del viaggio: itinerario, albergo. Un piccolo passo. Rossella lo coglie, risponde con piacere.

Il tredici maggio, vigilia della partenza, prepara la valigia. Piccola, leggera, così da portarla facilmente. Mette dentro le sue cose, pensa da quanto tempo non lo faceva. Lultima vacanza, con Carlo al mare, era roba per tutta la famiglia, quaderni, medicine, cibo per la strada. Ora solo il suo. Labito blu, pure quello.

Carlo entra nella stanza, vede la valigia, si siede sul letto.

Parti davvero.

Sì.

Otto giorni.

Otto.

Lui si gratta la fronte, sospira.

Hai messo un po di cibo? Io non sono pratico

Carlo, sei adulto. Ci sono scorte per tre giorni in frigo, tutto pronto, basta scaldare. Poi puoi cucinare o ordinare. Saprai arrangiarti.

Lui la guarda. Vorrebbe ironizzare o offendersi, ma si trattiene. Forse perché nota che lei è cambiata, pure lui lo sente.

Va bene dice. Vai.

Solo vai. Niente auguri di buon viaggio o stai attenta. Ma neppure offese. E già questo è qualcosa.

Chiude la valigia.

La sera la chiama Teresa, amica dinfanzia. Vive in un altro quartiere, si vedono poco, ma si sentono quando qualcosa va storto.

Me lha detto Gina, dice Teresa. Che al compleanno li hai cacciati tutti!

No, ho solo chiesto di uscire precisa Rossella.

Rossè. Brava.

Pausa.

Davvero?

Sono trentacinque anni che ti conosco. Hai sempre fatto tutto per tutti, zitta. Sono felice che finalmente

Dai, non fare la tragica, la ferma Rossella ridendo.

Ok, niente tragedia. Dove vai?

Tour della Toscana. Da sola.

Da sola?! Sempre voluto farlo.

Fallo allora.

Il mio non mi lascia!

Teresa, dice Rossella, non mi lascia lo dice una bambina di otto anni. A cinquantanni non mi lascia vuol dire che semplicemente non vai.

Teresa ride. Poi si fa seria.

Sei cambiata, Rossella.

Forse. Sono solo stanca di essere comoda.

Stanche lo siamo tutte. Sei la prima a fare qualcosa.

Magari non sono la prima. Semplicemente, nessuna lo dice. Per vergogna.

Tu ti vergogni?

Rossella guarda fuori: nelle finestre illuminate si vedono altre donne che lavano i piatti, schermi TV accesi, persone che si muovono avanti e indietro.

No risponde. Non più.

Il quattordici maggio Rossella si alza di buon mattino. Carlo dorme. Prepara caffè, qualche panino per il viaggio, controlla i documenti. Si veste con il suo abito blu perché no? A cinquantanni si può andare in stazione vestita bella alle sei del mattino.

Guarda la casa, tre locali, nono piano, vista platano. Macchia sul soffitto da sistemare, asciugamano sbiadito. Tutto familiare; eppure ora lascia questo posto un po diversa. È reale.

Dal corridoio spunta Carlo, arruffato.

Già pronta?

Il taxi aspetta.

Annuisce. Esita. Poi:

Auguri Rossella. Non te li avevo fatti.

Si guardano. Cinquantacinque anni, viso stanco, capelli brizzolati. Luomo con cui ha vissuto ventisette anni. Non sa cosa accadrà dopo, se cambierà qualcosa al ritorno. La vita non è un film dove otto giorni bastano a trasformare tutto in meglio.

Grazie, Carlo dice, semplicemente.

Apre la porta, esce.

Il taxi aspetta. Infila la valigia nel bagagliaio, si accomoda. Lautista, giovane, chiede: Alla stazione? Sì.

La città si sveglia. Strade ancora silenziose, poca gente. Lalba di maggio, aria fresca, chiome degli alberi di un verde quasi irreale. Rossella guarda fuori e si rende conto di non averci fatto caso da anni: i colori, il cielo, il sole che si alza tra i palazzi.

Alla Stazione Centrale cè il solito via vai: odore di brioche dal bar, annunci dagli altoparlanti, viaggiatori dappertutto. Si dirige al binario giusto.

Il treno arriva puntuale.

Trova lo scompartimento, il posto vicino al finestrino. Di fronte una coppia di anziani, cordiali, subito si salutano. La signora offre del tè. Rossella ringrazia, rimanda.

Il treno parte.

Milano sfila dal finestrino: case, alberi, garage, altri quartieri. Poi la campagna e il cielo si allargano. Rossella guarda fuori e non pensa a nulla. Solo osserva. Si concede questa quiete: guardare senza organizzare, calcolare, pensare a chi servire.

Il cellulare vibra in tasca, ma non lo guarda.

Pensa che Siena non l’ha mai vista, che di San Gimignano le hanno detto che sembra fiaba, che a Firenze ci sono luoghi che vedeva nei libri da ragazza.

Una volta una signora dello scomparto le chiede: Va lontano?

Rossella sorride.

Giro della Toscana risponde.

Bel viaggio approva la donna. Da sola?

Sì.

Che coraggio!

Sa dice Rossella, io non la vedo così. Solo che dovevo farlo.

Il treno scorre, campi qui e là, cielo alto. Si lascia andare, occhi chiusi per qualche minuto. Non dorme, solo si lascia stare.

Il cellulare vibra con un messaggio: Martina. Mamma, tutto bene? Sei già sul treno?

Risponde: Sul treno. Tutto bene. Non preoccuparti.

Poi un altro messaggio: Ciao Rossella, sono Caterina, tour manager. Ci vediamo alla stazione di Siena con il cartello. Buon viaggio!

Risponde: Grazie. Arrivo.

Rimette via il telefono. Guarda ancora fuori.

Il treno avanza. Dietro si lascia Milano, lappartamento, lasciugamano stinto, la tovaglia stirata a notte fonda. Davanti, Siena e le colline, paesi da scoprire, otto giorni tutti suoi.

Non sa cosa sarà al ritorno: se parlerà davvero con Carlo, se Martina la capirà. Se zia Silvana la cercherà ancora, o mai più. Non sa niente, ma per la prima volta lincertezza non la spaventa. Prima ogni novità doveva essere controllata, gestita, accomodata.

Ora è solo vita.

La sua. Inedita.

Il treno scivola tra i campi: verde, cipressi, torri medievali. Rossella Mancini guarda fuori e pensa che la prossima volta che le chiederanno porta la panna con quel tono, probabilmente sorriderà. Gentile. E risponderà: No.

Quella piccola parola.

Due lettere.

Ieri lha detta, per la prima volta davvero.

Si può imparare.

Non è mai troppo tardi.

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