Un posto vuoto
Sei diventata un posto vuoto, Giulia. Capisci? Vuoto. Un posto.
Lui lo disse piano, senza quasi nessuna inflessione, come se stesse leggendo la lista della spesa. Se ne stava alla finestra, dandole le spalle, e guardava il cortile sotto. Là qualcuno portava a spasso un cane, un bassotto color miele, che tirava il guinzaglio verso una pozzanghera tutto felice.
Giulia Bianchi era seduta sul divano con una tazza di tè tra le mani. Il tè, ormai freddo da almeno venti minuti, lo teneva solo per non sapere dove mettere le mani.
Che vuoi dire? chiese.
La voce le uscì sottile, quasi trasparente.
Dico proprio quello che ho detto. Marco finalmente si voltò. Aveva in viso quellespressione annoiata, stanca, come chi si sente costretto a spiegare lovvio. Ti guardo e non vedo niente. Il vuoto. Il grigio. Tu cammini, cucini, dormi. Sei come un mobile, Giulia. Un mobile buono, di quelli solidi, ma pur sempre un mobile.
Giulia posò la tazza sul tavolino. La porcellana fece un tintinnio discreto contro il legno.
Dieci anni, sussurrò.
Dieci anni cosa?
Abbiamo vissuto insieme dieci anni.
E allora? Lui alzò le spalle, attraversò il salotto e si sedette sulla poltrona di fronte. Dieci anni sono abbastanza per capire che andare avanti non ha senso. Io non voglio più vivere così. Voglio… Si fermò a cercare la parola giusta. Voglio sentire qualcosa. E tu non me lo fai sentire. Non mi ispiri più. È come se tu non ci fossi, anche se sei qui davanti a me.
Giulia sentì qualcosa dentro, un piccolo, ostinato filo che iniziava a piegarsi.
E dove dovrei andare, Marco?
Questo è affar tuo. Lui incrociò le gambe. Lappartamento, lo sai, è a nome di mia madre. Quindi, legalmente, qui non sei nessuno. Non ti sto cacciando di corsa, ma una settimana va bene? Troverai qualcosa.
Va bene una settimana, ripeté meccanicamente.
Bene. Lui preso il telefono dal tavolino e iniziò a scorrere qualcosa, come se la conversazione fosse finita per lui.
Giulia si alzò. Andò in camera da letto, si chiuse la porta alle spalle. Si sdraiò sopra la coperta e guardò il soffitto. Era bianco, con una piccola macchia nellangolo che voleva coprire da due anni, senza mai averlo fatto.
Dallaltra stanza arrivavano sommessi suoni dal televisore. Marco aveva trovato il suo passatempo.
Giulia non pianse. Restò semplicemente lì, a fissare il soffitto con la macchia. Nel petto era un silenzio profondo, quello che si sente subito dopo che si rompe un vetro in casa.
***
La settimana si trascinò in un tempo strano, ovattato. Marco non cera quasi mai, tornava tardi e usciva presto. Non parlavano più. Giulia faceva le valigie ed era umiliante rendersi conto di quanto poco fosse davvero suo in quella casa. Qualche abito, il cappotto invernale, una scatola di foto di vite precedenti, le sue antiche riviste di cucito, che conservava per qualche ragione inspiegabile.
Aveva lasciato le riviste di cucito.
Poi, ci aveva ripensato e le aveva riprese.
Chiamò sua zia, sorella di sua madre, zia Rosa, che non vedeva più dal funerale della mamma, sette anni prima. Zia Rosa ascoltò tutto in silenzio, poi disse piano:
Vieni qui. Cè una stanzetta, piccola ma cè. Resta finché non ti sistemi.
Zia Rosa abitava a Quarto Oggiaro, in estrema periferia di Milano. Lì lautobus passava ogni ora e il piccolo negozio Al Risparmio era lunico nel raggio di tre isolati. Giulia non aveva mai amato quella zona. Palazzine popolari, portoni scrostati e i pioppi che in primavera riempivano laria di batuffoli bianchi.
Arrivò di venerdì sera con due borse e una valigia.
Madonnina, come sei dimagrita, disse zia Rosa aprendole la porta. Era bassa, robusta, con un viso buono pieno di rughe e profumava di canfora e minestra. Entra, che starai lì sulla porta? Vuoi cenare?
Non ne ho voglia, zia Rosa.
Devi, tagliò corto lei e sparì in cucina.
La stanza era davvero piccola: un divano stretto, un armadio vecchio e una finestra che dava sul muro delledificio accanto. Le pareti avevano perso il colore blu originale ormai. Sul davanzale stavano tre vasi di gerani rossi, robusti e pieni di vita.
Giulia posò le borse, si sedette. Le molle del divano scricchiolarono piano.
Vuoi il tè? gridò da cucina zia Rosa.
Sì, grazie.
Fu proprio lì, in quella piccola stanza coi gerani e la carta da parati scolorita, che finalmente pianse.
***
Poi venne un tempo lungo, difficile.
Un tempo in cui alzarsi la mattina era fatica, perché non cera motivo. Si svegliava presto, verso le sei, ascoltava zia Rosa armeggiare col bollitore o i freni delle poche macchine in strada. Poi si lavava, andava in cucina, beveva il tè guardando il solito muro.
Zia Rosa era una donna saggia. Non faceva domande, non dava consigli pronti. Non diceva passerà o troverai di meglio. La nutriva di minestre, la lasciava guardare la TV e ogni tanto, la sera, tirava fuori un mazzo di carte e diceva:
Una partita a scopa?
E giocavano in silenzio. Quasi senza parole.
Giulia aveva un gruzzolo, ma piccolo. Dal suo conto aveva prelevato tutto: milleottocento euro. Bastava per vivere decorosamente un mese, poco più, senza eccessi. Non fece eccessi.
Negli ultimi anni lavorava come ragioniera presso una piccola ditta edile; aveva ancora il posto. Tre volte a settimana andava allufficio dallaltra parte della città, sistemava i conti, prendeva i suoi milleduecento euro. Bastavano per vivere sobria e pagare almeno qualcosa a zia Rosa, che si rifiutava di prendere soldi finché Giulia non le mise la busta in cucina e si chiuse in camera, senza darle occasione di restituire.
La sera era il momento peggiore. Seduta nella sua stanza, i pensieri giravano sempre nello stesso cerchio. Dieci anni non sono pochi: dieci anni di colazioni, cene, malattie, feste, alberi di Natale, vacanze al mare, litigi e riconciliazioni. E lui ora in lei vedeva solo il vuoto. Quindi era davvero diventata un vuoto? Si era consumata dentro senza accorgersene? O era stato Marco a consumarsi? O forse entrambi?
A volte tirava fuori il telefono e rileggeva i vecchi messaggi. Le foto della Puglia di tre anni prima. Lui che la abbracciava sulle spalle, entrambi sorridenti. Non ricordava nemmeno perché ridevano.
In quelle sere andava a letto presto e si nascondeva sotto le coperte.
Un giorno zia Rosa fece capolino alla porta:
Giulia, dormi già?
No.
Lo sento. Pausa. Fame?
No.
Allora resta lì. Unaltra pausa, poi disse: Anche io ho cacciato il mio. Tanti anni fa, tu non eri ancora nata. Pensavo di morire di dolore. Ma sono ancora qui.
La porta si richiuse, leggera.
Giulia nel buio pensò: quasi cinquantanni, Giulia. Ricomincia. Come se fosse facile.
***
La trovò nella seconda settimana.
Zia Rosa aveva chiesto di svuotare il ripostiglio: da almeno quindici anni nessuno ci metteva mano e dalla porta cadevano fuori reliquie daltri tempi ogni volta che si provava ad aprire. Giulia accettò, giusto per occuparsi.
Tirò fuori le vecchie riviste La Donna, un ombrello rotto, scatole di bottoni, boccette di profumo vuote, una pila di cartoline di auguri. Poi, in fondo, trovò qualcosa di pesante, avvolto in un lenzuolo.
Era una macchina da cucire. Nera, di metallo, con motivi dorati, un po scrostata ma ancora bella. Sul davanti la scritta Stella, con caratteri in stile liberty.
Zia Rosa! chiamò Giulia.
Lei spuntò dal corridoio, con il grembiule arrotolato.
Ah, la Stella! Era della sorella di mia madre, zia Nerina. Ormai me ne ero quasi scordata. Non so se funzioni, è una vita che nessuno la usa.
Posso provare?
Zia Rosa la guardò con qualcosa di speciale negli occhi.
Ci sai fare?
Una volta ci sapevo.
Facci pure.
Giulia trascinò la macchina in camera, la mise sulla scrivania di fronte alla finestra. Pulì il metallo, tolse i fili secchi dalla bobina. Ritrovò nella scatola di zia Nerina alcuni rocchetti, aghi in una scatoletta di latta, metro e forbici ormai spuntate.
Trovò anche loliatore. Lolio era secco, ne comprò uno nuovo alla ferramenta. Lubrificò, ripulì la cremagliera, girò la manovella. Dapprima era durissima, poi sempre più fluida.
Restò lì tre ore. Capì come sistemare la navetta, infilò la bobina, passò il filo.
Poi mise sotto il piedino un pezzo di stoffa e abbassò la leva.
La macchina riprese vita, il rumore metallico della cucitura era quasi famigliare, e Giulia provò uno strano formicolio, come il sangue che riprende a circolare in un braccio addormentato: un po fa male, ma si sente.
Guardò la cucitura. Era dritta, quasi perfetta.
Dal fondo della memoria qualcosa si risvegliò.
***
Aveva diciotto anni e cuciva. Sempre. Trasformava i vecchi vestiti di sua madre in gonne, con qualche metro di cotone in saldo cuciva bluse. Nellatelier allangolo lavorava la signora Rosina, sarta con mani rovinate dagli aghi, e Giulia andava a guardarla tagliare e rifinire. Rosina spiegava volentieri: aveva visto in lei più occhi che curiosità.
Poi venne luniversità, Marco, il matrimonio, la routine che piovve addosso a valanga. La sua macchina da cucire, comprata con il primo stipendio, laveva venduta dopo le nozze; Marco si lamentava che ingombrasse nella casa piccola. E lei, innamorata, aveva ceduto senza rimpianto, pensando che ora contasse altro.
Gli anni passarono. Non aveva più cucito, salvo qualche volta, quando vedeva in vetrina un bel vestito o qualche modello su una rivista e pensava con un brivido: Potrei farlo io. Ma non lo faceva.
Ora era lì, nella stanza di periferia con la Stella e il suo ritmo preciso.
Il giorno dopo andò al mercato. Non in un centro commerciale, proprio al mercato dei tessuti: lì le stoffe si vendevano arrotolate e bastavano pochi euro per prendersene una striscia.
Girò tra i banchi, toccando i tessuti. Lino, crepe, jersey, lana leggera. Si fermò davanti a una pezza di viscosa bleu grigio, morbida, opaca e bellissima nella sua semplicità.
Quanto ne ha?
Quattro metri e mezzo.
Prendo tutto.
La venditrice arrotolò la stoffa.
Cosa ci fa?
Un vestito, rispose Giulia.
E si stupì da sola di come era stata sicura nel dirlo.
***
Tagliò il cartamodello per terra, aiutandosi con vecchie riviste ritrovate tra le cianfrusaglie di zia Rosa. Era un modello semplice, linea dritta, cintura, collo a fascia e maniche tre quarti. Nessun vezzo, niente fronzoli: pura forma.
Zia Rosa faceva capolino ogni tanto e la guardava in silenzio; una sera lasciò una tazza di tè accanto.
Grazie, disse Giulia senza staccarsi dal tessuto.
Bello il colore che hai scelto, commentò zia Rosa.
Tagliare la stoffa le faceva paura solo allinizio. Trovò un paio di forbici affilate in fondo a un cassetto. Mise la lama sulla riga tracciata e tagliò. Da lì in poi, la paura passò di colpo.
Cucì per tre giorni.
Non perché fosse un lavoro lungo, ma perché non aveva intenzione di correre. Ogni sera, dopo lufficio, si metteva alla macchina e cuciva tutto con calma e precisione: cuciture laterali, poi la cerniera nella schiena, il collo, la manica che diede qualche grattacapo.
Quando sbagliava, si fermava, pensava, scuciva e ricuceva. La Stella lavorava tranquilla, un ticchettio regolare che riempiva la stanza. In quei momenti la testa smetteva di pensare a Marco e pensava solo alla stoffa, alla linea, al dettaglio.
La terza sera finì, fissò il filo, tagliò le estremità. Stirò le cuciture, appese il vestito alla gruccia e si fermò a guardarlo.
Un buon vestito.
Semplice, bleu grigio, senza pretese, e proprio per questo bello. La cintura metteva in risalto la vita, il collo dava eleganza discreta.
Lo provò.
Si guardò nello specchio dellingresso, lunico grande in casa di zia Rosa, vecchio e con i bordi anneriti, ma sincero.
Rimase a guardarsi: nello specchio cera una donna. Non un nessuno, non un mobile, ma una donna di cinquantanni, con i capelli scuri raccolti in uno chignon semplice, la schiena dritta e uno sguardo in cui qualcosa lentamente, goffamente, si stava riaccendendo.
Le stava bene, molto bene.
Giulia! chiamò dalla cucina zia Rosa. Vieni a farmi vedere cosa hai combinato.
Giulia uscì in cucina col vestito.
Zia Rosa si voltò dai fornelli. Osservò. Poi, dopo un attimo, disse:
Ecco, ora sì che sei unaltra persona.
E si rimise a girare il minestrone, ma Giulia vide il sorriso fiorire sul suo viso.
Rientrò in camera, si sedette. Accarezzò la stoffa sul ginocchio. Era morbida e piacevole. Il vestito non tirava e stava dove doveva.
Qualcosa dentro, quel filo piegato della prima sera, si era inarcato di nuovo.
***
Al sabato uscì col vestito addosso.
Solo per fare una passeggiata. Zia Rosa chiese di passare in farmacia a prendere le pastiglie per la pressione, e Giulia prese la ricetta, indossò il vestito, un giubbotto leggero e uscì.
Fuori cera una bella aria. Inizio ottobre, cielo limpido, odore di foglie e castagne. I pioppi si erano già ingialliti.
Camminava e si rendeva conto che anche solo camminare le sembrava diverso. Non quello di prima, quando andava di fretta senza guardare niente. Ora vedeva: il gatto sul davanzale, una signora sulla panchina che sferruzzava, un bambino che trascinava la mamma verso una pozzanghera.
La farmacia era a un isolato. Accanto cera un piccolo bar LAngolino Giulia giurò che non laveva mai notato prima, o forse non ci aveva mai fatto caso. Sullinsegna: Cornetti freschi e caffè.
Entrò. Ordinò un cappuccino e un cornetto, per una volta.
Il bar era minuscolo, cinque tavolini appena. In un angolo, una donna elegante, capelli corti brizzolati, grandi orecchini, leggeva il suo telefono. Sembrava una persona abituata a decidere: dritta, padrona di sé, sicura.
Giulia prese posto al tavolino vicino alla finestra.
Passarono dieci minuti. Guardava la strada, beveva il caffè, senza pensare a niente in particolare. Stava bene. Semplicemente bene.
Mi scusi.
Si voltò. La signora elegante la osservava.
Non voglio disturbare, disse, ma il suo vestito è bellissimo. Posso chiederle dove lha comprato?
Giulia rimase per un attimo sorpresa.
Lho fatto io.
La signora si illuminò.
Lei è sarta?
No, cioè sapevo cucire, ora sto riprendendo.
Sa, la signora la fissava con attenzione professionale sembra semplice, ma il taglio è accurato. Si vede da come cade la stoffa. Un tempo lavoravo anche io in sartoria.
Grazie, arrossì Giulia.
Mi chiamo Margherita Salvini, può chiamarmi solo Margherita.
Io sono Giulia.
Giulia, le faccio una domanda forse strana. Margherita prese la tazzina tra le mani. Fra tre settimane compio sessantacinque anni. Voglio essere elegante, ma non trovo nessun abito che mi stia bene: o troppo da vecchia, o troppo da giovani. Uno come il suo sarebbe perfetto. Lo farebbe per me?
Giulia guardò Margherita. Nel suo sguardo cera solo una richiesta, semplice.
Dentro, qualcosa si mosse.
Lo faccio, disse.
***
Margherita tornò da lei dopo due giorni. Aveva portato la stoffa: un crepe di seta color amarena, leggermente lucido, di ottima qualità.
Giulia prese le misure direttamente in camera, sul tavolo libero dai libri. Scrisse tutto nel taccuino. Poi, al tavolo della cucina, bevvero il tè mentre Giulia disegnava a matita alcuni modelli; Margherita ne scelse uno: svasato, manica tre quarti, scollo a V, raffinato ma sobrio.
Questo, disse Margherita. Proprio questo.
Tra due settimane sarà pronto.
Quanto le devo?
Giulia rimase spiazzata. Non sapeva cosa rispondere.
Non ho idea. Fu sincera.
Allora glielo dico io quanto si paga in una buona sartoria. Margherita le disse la cifra. Le do questa somma. È il giusto.
Era quanto Giulia prendeva come ragioniera in due settimane.
Taceva un po.
Va bene.
Quando Margherita se ne andò, zia Rosa uscì dalla cucina e disse:
Mi è sembrato un buon prezzo.
Sì, annuì Giulia.
Tu devi cucire, Giulia. Ti viene bene.
Giulia la guardò.
Zia Rosa, perché mi hai ospitata? In fondo non ci conoscevamo quasi.
Zia Rosa rifletté un po.
Perché sei la figlia di Teresa, mia sorella. E Teresa a suo tempo mi salvò. Ora toccava a me. I debiti si restituiscono.
Se ne tornò in cucina.
Giulia si avvicinò alla finestra. Fuori sempre il solito muro, ma cera un nuovo graffito che non aveva mai notato: fiori azzurri rampicanti dipinti sul cemento.
***
Il vestito per Margherita fu tutta unaltra esperienza. Non era per sé stessa, ma per qualcun altro. Una responsabilità vera, che Giulia sentiva ogni volta che si metteva alla macchina.
Tagliava con cautela, le mani ferme sopra il tessuto costoso; poi, però, osava. Il crepe amarena si lasciava plasmare. Cucì per cinque giorni, con meticolosa precisione. Rifinì tutto a mano, la zip la cucì a mano, lorlo con punto nascosto.
Margherita, alla prova, si specchiò e Giulia lesse tutto subito sul suo volto.
Mamma mia, disse, sembra di essere unaltra.
Girava e rigirava davanti allo specchio, toccando la stoffa.
È proprio unaltra me.
No, è lei, solo in un bel vestito, rispose Giulia.
No. Quando un vestito è fatto apposta senti fisicamente la differenza. Viene voglia di tenere la testa alta. Capisce?
Bisognava solo stringere un po sui fianchi, segnò le spille. Margherita non voleva nemmeno toglierselo.
Le dico una cosa, mormorò. Ho unamica, Paola. Anche lei fa una festa tra poco e cerca un vestito. Le posso dare il suo numero, se non disturba.
Nessun disturbo.
E poi. La nuora di mio figlio si risposa lanno prossimo. Non le serve labito bianco, ma una cosa elegante. Ha un fisico complicato, è disperata. Può aiutarla?
Giulia annuì.
Sì, posso.
Margherita sorrise, laveva saputo già dalla prima parola.
***
I due mesi successivi furono una follia. Non in senso negativo, ma nuova, entusiasmante.
Paola arrivò per un tailleur. Poi telefonò una donna inviata da Paola per una camicetta e una gonna. Poi si presentò una giovane dei vicini di Margherita per un abito da sera per una cena aziendale. Giulia cucì. Quella ragazza mise la foto su Instagram col commento finalmente una vera sarta, e da lì arrivarono altri tre ordini.
La stanza di zia Rosa si strinse. Stoffe dappertutto: divano, davanzale, impilate sulle sedie. La Stella ticchettava ogni sera, a volte anche la mattina nei weekend.
Zia Rosa non si lamentò mai. Solo una mattina, entrando e trovando stoffe ovunque, disse a voce bassa:
Ti serve un posto più grande.
Lo so, rispose Giulia.
Qui non puoi più stare, è chiaro.
Sì, zia Rosa.
Stava già pensando a questo. I soldi cerano: in due mesi aveva guadagnato più che in sei alla ditta. E i clienti non mancavano.
Andò in centro, vide diversi annunci, visitò qualche laboratorio. I primi due erano tristi, bassi, umidi. Il terzo era quello giusto: stanza al secondo piano di una casa ottocentesca restaurata. Finestra grande a sud, luminosa, soffitti alti, pavimento di legno. Unico difetto: caro.
Fece i conti. Affitto, macchina professionale, taglierina, tavolo grande: via quasi tutto il gruzzolo e doveva pure chiedere in prestito qualcosa.
Telefonò a Margherita. Neanche sapeva perché. Ma lo fece.
Margherita, posso chiedere un consiglio?
Certo.
Giulia spiegò tutto. Margherita rimase in silenzio, poi disse:
Prenda il laboratorio. I soldi glieli presto io, senza interessi. Li restituirà quando vuole.
Non posso accettare
Giulia, la interruppe tranquilla. Mi ha regalato il più bel vestito della mia vita. Lasci che faccia qualcosa anchio per lei. Non è carità. Gli amici si aiutano, punto.
Giulia non rispose.
E poi, aggiunse con una risatina, ho già quattro amiche in lista dattesa. Anche per me voglio che abbia un vero laboratorio!
***
A dicembre Giulia aprì la sartoria.
Traslocò la Stella, che ormai era più un portafortuna che la macchina principale: la nuova, professionale, lavorava meglio e più velocemente. Ma la mise su un tavolino, vicino alla finestra.
Il laboratorio era chiaro e luminoso. Tavolo grande, due postazioni, ripiani con stoffe e bottoni, specchio a figura intera. Appese qualche bozzetto delle sue creazioni alle pareti. Zia Rosa venne a vedere, si aggirò per la stanza, toccò gli scaffali, si fermò davanti allo specchio.
Hai fatto proprio bene, disse.
Zia Rosa, Giulia le prese la mano. Voglio darle una cosa.
Le porse una busta. Zia Rosa provò a rifiutare.
Non si può, Giulia
Si deve. È per tutti i mesi che mi hai ospitato. Ho fatto il conto.
Ma io non ho contato mai niente
Io sì. Prenda.
Zia Rosa prese la busta. Dopo un po, disse:
Devo cambiare il frigo, ormai ronza che sembra un trattore.
Lo compriamo, disse Giulia.
Andarono al negozio di elettrodomestici, zia Rosa scelse con calma tra i modelli. Alla fine scelse quello grande, argento.
Questo sì che va bene, commentò col sorriso più dolce che Giulia le avesse mai visto.
***
Dicembre portò tanti ordini. Prima delle feste tutti volevano qualcosa di elegante: abiti per Capodanno, completi per feste aziendali, camicette chic. Giulia lavorava tanto, spesso fino alle nove di sera con la terza tazza di tè accanto alla macchina.
A gennaio fu più calmo. Assunse unaiutante, Alessia, giovane e precisa nel rifinire e orlare, ma ancora inesperta nel taglio. La insegnava, ed era una soddisfazione inaspettata: spiegare, far vedere, osservare i progressi dellallieva.
Lasciò il lavoro di ragioniera. Chiamò la ditta per dare il preavviso. Il capo ci rimase male, le chiese di restare fino ad aprile, e lei rimase ancora qualche mese.
A marzo telefonò una donna sconosciuta: sarta anche lei, che voleva fare lezioni di taglio.
Non sono uninsegnante, disse Giulia.
Ma lei sa fare. Me lha consigliata Margherita.
Giulia ci pensò.
Venga. Vediamo che possiamo fare.
E fu così il primo corso. Poi ne venne un altro. Poi un piccolo gruppo. Era ancora una cosa diversa, condividere il mestiere, ma ci stava bene, trovava spazio nellagenda.
In primavera, si trasferì da zia Rosa.
Affittò un piccolo bilocale poco distante dalla sartoria: cucina luminosa, pareti bianche, del tutto candide, senza tracce di muffa. Sistemò le sue cose, appese le tende che aveva cucito per sé.
La prima sera sorseggiò il tè guardando giù. Davanti, un piccolo parco con i betulle.
Era casa sua. Piccola, ancora estranea, ma sua.
***
Lincontro con Marco avvenne a fine maggio.
Stava tornando dal laboratorio attraverso il parco; la sera era tiepida e nellaria si sentiva odore di glicine. La borsa pesava di campioni di stoffa.
Lo vide da lontano e lo riconobbe subito, anche se era cambiato: più magro, il blazer gli cadeva male, il passo incerto.
Anche lui la vide. Si fermò.
Giulia proseguì, ma quando fu vicina, lui disse:
Giulia.
Lei si fermò.
Ciao, Marco.
La guardava con uno sguardo che sembrava sperso.
Stai bene.
Grazie.
Pausa. Lui mise le mani in tasca.
Dove vai?
A casa.
Vivi qui vicino?
Sì.
Silenzio. Passò una mamma col passeggino, le ruote rumorose sul marciapiede.
Giulia, io… Iniziò, si fermò. Possiamo parlare? Solo un po.
Lei lo guardò a lungo. Il viso segnato, non semplicemente stanco di chi torna dal lavoro, ma qualcosa di più profondo. Di chi è rimasto indietro.
Siediamoci su quella panchina, disse.
Si sedettero. Marco guardava le mani intrecciate tra le ginocchia.
Non so come cominciare.
Dì la verità, suggerì Giulia, senza durezza.
Se nè andata, confessò. Quella per cui… be, quella per cui ti ho lasciata. Se nè andata. Sei mesi fa. Dice che sono noioso, che non ho ambizioni. Accennò a una risata amara. Vedi lironia?
Vedo.
Ora sto da mia madre. Il lavoro così così, la ditta ha chiuso. Tutto sembra… Alzò gli occhi su di lei. Tutto è andato in pezzi. A volte penso di aver sbagliato tutto. Di aver fatto un errore enorme, Giulia.
Lei ascoltava, senza interrompere.
Eri sempre accanto a me, facevi tutto, eri davvero reale. Io… Tacque. Ero in cerca di qualcosa che non sapevo nemmeno cosa fosse e non vedevo quello che avevo. Ti chiamai posto vuoto. Fece una smorfia di rimorso. Non posso chiederti scusa, ma sappi che ci penso. Spesso.
Giulia fissava le betulle davanti alla panchina. Le foglie si muovevano appena.
Marco, disse. Non è colpa tua se ti è passato lamore. Succede. Si cambia.
Lui tacque.
Ma sei colpevole per come lhai detto. Vuoto, mobile, vai via. È stato crudele. Non perché tu sia cattivo, ma è così, e lho sentita dentro a lungo.
Lo so, disse piano.
Ma sai che ti devo anche del bene.
Lui la guardò.
Mi hai spinto fuori. Parlava senza rabbia, solo sincerità. Avevo paura, Marco. Son partita con due borse e mille euro in tasca, senza saper che fare. Ho vissuto da zia Rosa come unorfana, piangendo ogni sera. Periodo tremendo.
Giulia…
Aspetta. Non voleva farlo soffrire, voleva solo raccontare la verità tutta intera. Lì ho trovato la vecchia macchina da cucire. Mi sono ricordata di saper cucire, e che mi piaceva. Che volevo farlo, ma non lho più fatto perché la vita, tu che dicevi che ingombrava, e tanti altri perché. Ho ricominciato. Prima solo per me, poi per gli altri. Ora ho una mia sartoria in centro, Marco. Da sei mesi. Gente che viene, lavoro che mi piace.
Lui la guardava come cercando di capire tutto quello.
Se non mi avessi cacciato da quella casa, forse sarei ancora lì. A cucinare minestre e a non sapere chi sono. Capisci? Non ti do il merito, ma è andata così.
E hai… perdonato?
Giulia ci pensò.
Non ti porto rancore. Non è la stessa cosa che tornare indietro. Tornare indietro non voglio. Non è vendetta. Semplicemente adesso sono nella mia vita. Nella mia, capisci? Forse per la prima volta.
Lui distolse lo sguardo.
Potremmo…
No, disse lei, pacata ma certa. No, Marco.
Il silenzio fu lungo. Non pesante, solo lungo.
Come sta zia Rosa? chiese. Sapeva di lei.
Sta bene. Le ho comprato il frigo nuovo. Vado la domenica, giochiamo a scopa.
Marco sorrise, un sorriso sincero.
Sei sempre stata una bella persona, Giulia.
Anche tu, disse lei. Solo che non eravamo fatti per stare insieme. O forse lo eravamo, ma non più ora.
Si alzò. Raccolse la borsa con le stoffe.
Devi andare? domandò lui.
Sì. Domattina ho una cliente alle otto, può venire solo allora.
Va bene. Si alzò anche lui. Sono contento che ti vada bene. Davvero.
Anche a te lo auguro, rispose Giulia.
Era la verità. Nessuna rivincita o amarezza: solo verità. Gli voleva davvero bene, ma non cera più spazio per rabbia o invidia.
Si diresse verso casa, nel parco. Sentiva ancora per qualche istante il suo sguardo dietro di sé, poi non più. Forse aveva preso la via opposta.
Le betulle disegnavano leggere ombre sullasfalto. Giulia camminava lungo quei quadri di luce, la borsa che tirava sulla spalla; dentro, un bel taglio di lana verde scuro e il catalogo delle idee. Lindomani alle otto sarebbe arrivata la signora Lucia Gherardi, insegnante in pensione che sognava una gonna per linverno: dritta, sobria, che stia bene sia a teatro che dal medico.
Giulia già pensava al modello più adatto per le forme della signora Lucia, minuta ma con le anche larghe. Una gonna dritta richiedeva astuzia, bisognava trovare la linea che equilibrasse, senza segnare.
Ci pensava e intanto sentiva il profumo più intenso della glicine a sera. Un bimbo sfrecciava in monopattino canticchiando una canzone di cartoni. Da una finestra aperta usciva odore di patate al forno, denso di casa.
***
Quella sera in sartoria non lavorò: aveva deciso che dopo le sette niente macchina accesa. Prese solo il quaderno delle misure lasciato sul tavolo da taglio. Accanto stava la Stella; nera, decorata, silenziosa.
Giulia sfiorò il metallo.
Grazie, disse piano.
Sembrava ridicolo ringraziare una macchina. Ma a chi si ringrazia per un cambiamento? Alla zia Rosa, a Margherita, ad Alessia? A tutti. O forse a quella serie di coincidenze nate da una ferita bruciante, che avevano portato lì, nella luce di quella stanza con le pareti alte.
Prese il quaderno, spense e chiuse tutto. Giù per la scala, fuori.
La città era immersa nel suo ritmo: gente, auto, risate di bambini. Una sera normale di maggio, nulla di speciale.
Rientrò dal panettiere Il Pane Nuovo, comprò un filone ai semi e un vasetto di miele, venduto da una signora anziana col grembiule della sua apicoltura.
Buonasera, salutò Giulia.
Buonasera a lei. Questo miele è il primo di maggio. Vedrà, a colazione è una meraviglia.
Grazie, domattina lo assaggio.
Uscì. Nella borsa cera pane, miele, il taccuino delle clienti e il catalogo delle idee. Addosso, il vestito di lino panna, cucito la settimana prima: cintura morbida e maniche larghe. Un buon vestito. Piacevole da portare.
Andò a casa a piedi, dieci minuti. Pensava alla gonna di Lucia, ai fili da ordinare, ad Alessia che era pronta per tagliare da sola.
Poi smise di pensare al lavoro e semplicemente camminò.
Sopra i tetti il cielo conservava unultima luminescenza rosa. Le rondini tagliavano rapidi le correnti. Da qualche parte la vita continuava, articolata e imprevedibile.
La felicità dopo un divorzio, scriverebbero sulle riviste. Sembra una categoria a sé stante. Giulia non ci pensava così. Semplicemente: sto tornando a casa. Domani mi sveglio presto. Ho un lavoro che so fare e che mi realizza. Ho zia Rosa, che la domenica mi aspetta. Le clienti che mi lasciano sorrisi. Cè la Stella accanto alla finestra. Cè il cielo con le rondini che planano.
Basta così.
Non troppo, non troppo poco. Abbastanza. Forse è proprio questo ciò che si cerca quando si parla di seconda giovinezza, nuova vita, fiducia in sé. Non in un giorno solo, né di colpo: un vestito, poi un altro, poi si apre il laboratorio, una casa nuova, una sera di maggio con pane e miele.
Telefonò a zia Rosa.
Zia Rosa, come va?
Dove vuoi che sia? Sto guardando la TV. Tu?
Niente così, volevo sentire la tua voce.
Una piccola pausa.
Vieni domenica?
Vengo. Vuoi che ti porti una torta?
Se la fai con le mele, mi fai contenta, rise zia Rosa.
Va bene, la faccio.
Giulia ripose il telefono, salì al terzo piano e aprì la sua porta.
In cucina cera ancora odore di lino: aveva tagliato lì la sera prima, mentre fuori pioveva. Aveva tolto i ritagli, ma il profumo era rimasto. Buono.
Mise il bollitore sul fuoco, tagliò il pane, aprì il miele. Era ambrato, limpido.
Fuori, poche rondini ancora a rincorrersi; il buio scendeva.
Giulia spalmò il miele sul pane, ne assaggiò un boccone. Aveva ragione la venditrice: ottimo. Davvero ottimo.
***
Il mattino dopo era pulito, limpido.
La signora Lucia arrivò puntuale alle otto, come promesso. Era minuta, energica, i capelli bianchi raccolti con una piccola onda, e uno sguardo vivissimo dietro gli occhiali.
Giulia Bianchi, salutò entrando. Ho portato una foto: vorrei una gonna più o meno così, ma meno gonfia.
Tirò fuori la stampa dalla borsa.
Giulia guardò. Un bel modello, sobrio. Su quel fisico era una bella sfida.
Si sieda, e le spiego come procediamo.
Lucia si accomodò, le mani sul grembo.
Sa, disse guardandosi intorno, ho sognato per anni una gonna così. Nei negozi niente mi convince più. La mia amica mi ha consigliato lei: con quel vestito mi sono sentita di nuovo una donna, ha detto. Per me è già una bellissima raccomandazione.
La migliore, sorrise Giulia.
Prese il quaderno, la fettuccia.
Si metta qui davanti, per favore.
Lucia si alzò, si raddrizzò davanti al grande specchio.
Sa, sono in pensione da quattro anni. Allinizio pensavo basta, che importa come mi vesto. Ma poi mi sono detta: no. Ho ancora parecchi anni davanti speriamo perché dovrei rinunciare? Perché andare in giro così, tanto per andare?
Esatto, approvò Giulia.
Mentre prendeva le misure e scriveva tutto, la sartoria si riempì di sole: la luce inondava il parquet, tra i disegni alle pareti e la Stella in fondo che aspettava la prossima cucitura. Alessia sarebbe arrivata alle dieci. Alle undici, la prossima cliente.
E in quellattimo Giulia sentì che niente era più vuoto. Ogni cosa, anche la più piccola, aveva trovato il suo posto giusto.




