Non più moglie
Toni, hai misurato la pressione oggi? Hai preso la pillola? ho chiesto affacciandomi in salotto, asciugandomi le mani sul grembiule.
Oh mamma mia, Valeria, lasciami stare con questa pressione! ha brontolato senza staccare gli occhi dal telefono. Tra unora ho la riunione. Dovè la mia camicia azzurra, quella di cotone? Lhai stirata?
Ieri te ne ho stirate tre! Quella volevi portarla in lavanderia, mi hai detto che cera una macchia
Sempre confondi tutto! Non ci si può fidare. Dai, dammene pure una qualsiasi. E fammi un tè forte, che questa tua camomilla mi ha proprio stufato.
Ho sentito le spalle irrigidirsi ma non ho detto nulla, tornando sui miei passi verso la cucina.
Fuori, novembre era umido e grigio. Dal balcone si intravedevano le luci fioche dei palazzi di via Boccaccio: solo in due o tre case brillava una lampada. Valeria Esposito, cinquantasei anni, mi sono appoggiata ai fornelli e fissavo lacqua che iniziava a bollire nel bollitore vecchio, col beccuccio scheggiato era da primavera che dovevo cambiarlo. Non ne avevo avuto voglia, né tempo.
Ho preparato un tè nero forte (senza camomilla né menta, come piace a lui), ho preso il piattino con due toast imburrati e il formaggio che avevo preparato già allalba. I bordi del pane sono tagliati: a lui danno fastidio, dice per lo stomaco. Ho tagliato un pomodoro, anche se i pomodori di novembre sanno di cartone, almeno ci sono vitamine. Ho disposto tutto su un vassoio e sono tornata in salotto.
Antonio Esposito, cinquantotto anni, stava stravaccato in poltrona fissando il cellulare. Da tre mesi era diventato capo reparto. Prima era stato un tecnico come tanti, stesso lavoro per ventanni. Poi, quando Brambilla è andato in pensione, hanno promosso Toni solo perché era il più anziano tra gli altri. Nuovo ruolo, aumento di settecento euro al mese, una stanza tutta sua… Sembrava che avesse iniziato a guardare il mondo (e sé stesso) da un piedistallo.
Lascia qui ha indicato il tavolino senza guardarmi.
Ho posato il vassoio. Sono rimasta ferma un attimo.
Toni, davvero, prendi la pillola. Ieri mi hai detto che avevi mal di testa.
Ieri sì, oggi no. Ora lasciami, devo fare una telefonata.
Sono uscita e sono rimasta nellingresso, fissando l’attaccapanni: il suo cappotto, la mia giacca imbottita, lombrello col manico storto. Nientaltro da fare. Ho preso uno straccio e sono tornata in cucina a pulire il davanzale, solo per tenermi occupata.
Da tre settimane era così. Da quando Toni aveva ricevuto la promozione e partecipato a un corso aziendale a Rimini, dopo il quale era tornato diverso. Schiena dritta, taglio nuovo e una certa aria di importanza. Allinizio ho pensato: finalmente si ravviva, bene! E invece…
Ha iniziato a criticare il cibo. Una volta bastava mettere in tavola e mangiava. Ora: il risotto è scotto, le polpette asciutte, la pasta con il tonno roba da studenti, non da dirigente. Quando gli ho chiesto se avevo sentito bene, mi ha risposto, come se fossi ignorante:
Vale, dobbiamo mangiare roba decente. Un branzino al forno, delle insalate fresche… Non quella tua insalata russa che fai solo a Natale.
Ho cucinato il branzino, ho fatto come chiedeva. Non ha detto nulla. Il giorno dopo però è tornato dal lavoro burbero e se nè uscito con: Il marito di Franco, quello del corso, sua moglie non lavora, si dedica solo alla casa. E sembra una persona!. Non ho risposto, anche se avrei potuto dirgliene. Anch’io sono a casa da quattro anni, da quando hanno tagliato lufficio contabilità. Mi sveglio prima di lui, vado a dormire dopo, mi occupo della casa, lo porto dal medico, le ricette, la farmacia, cambio le gomme invernali… Perché lui “è sempre impegnato”. Avrei voluto dirgli che non ero una colf. Ma ho taciuto, per abitudine.
Due giorni fa, però, successe il punto di non ritorno.
Rientrò verso le otto. Stavo togliendo il minestrone dal fuoco, leggero, col secondo brodo: colesterolo alto, raccomandato dal dottore.
Come mai tardi? ho chiesto sporgendomi dalla cucina.
Riunione, ha detto togliendosi le scarpe alla porta certo non in rastrelliera.
È pronto, vieni a tavola.
Ha guardato nella pentola, ha fatto una smorfia:
Ancora il minestrone!
Toni, il dottore…
Sì, lo so che ho il colesterolo. Non sono scemo. Ma sono stufo di mangiare roba da ospedale persino a casa.
Ho servito. Lui ha mangiato, si è alzato senza portare il piatto. Lho seguito dopo per dire che cera il succo, se voleva.
Era in poltrona col telefono in mano. Sullo schermo ho intravisto qualcosa di rosa. Lui lha girato subito.
Toni, vuoi il succo?
Mi ha guardata a lungo, come pesando le parole.
No, ha detto. Poi, dopo una pausa: Vale, ma guardati.
Allinizio non ho capito.
Cosa?
Dico, guardati. Quando è che ti sei fatta mettere in piega lultima volta? I capelli penzolano. E quella vestaglia a quadri? Sembri mia nonna di campagna.
Il rubinetto in cucina gocciolava piano. Da qualche parte, una TV accesa nelle case accanto.
Toni, ho detto piano.
Cosa cè? Ti dico la verità. Ora devo andare ai meeting, alle cene aziendali. La gente viene a casa, la moglie deve apparire… E tu… Sembri trascurata.
Che gente viene? ho chiesto piano. In tre mesi non hai invitato nessuno.
Perché mi vergogno! ha alzato la voce, e questa parola, vergogna, ha rimbombato in cucina come un tuono pesante. Guarda la moglie di Corrado: sempre in ordine, elegante. E tu ti lascio immaginare.
Antonio. Ho scandito il suo nome intero, cosa raro per me. Hai quasi sessantanni. Io cinquantasei. Non siamo ragazzini.
Proprio per questo! Bisogna curarsi altrimenti si molla tutto. Io vado in palestra, guarda! E tu tutta casa e basta Non riesci nemmeno
Tutto il giorno a casa, ho ripetuto. La mia voce era stranamente piatta. Va bene, Toni. Ho capito.
Sono uscita, ho chiuso la porta dietro di me. Ho preso il pane, lho riposto, spento la luce in cucina, tutto come una macchina, ma dentro qualcosa scivolava. Non crollava, solo cambiava posto; come spostare i mobili in una stanza che così pare più tua, anche se è strano allinizio.
Quella notte non ho dormito. Lui sè addormentato come sempre, respirando forte. Io fissavo il soffitto e pensavo.
Pensavo che da dieci anni vivo come servizio. Svegliati, cucina, lava, pulisci, farmaci, medici, portalo in giro (ora niente macchina: labbiamo venduta tre anni fa perché lui con la pressione non guidava più, quindi taxi a mie spese). Tenere conto dei suoi farmaci: Enap, Rosuvastatina, ora quello nuovo per le articolazioni, quasi cinquanta euro a scatola. Segnavo tutto sullagenda, andavo in farmacia con giorni danticipo. Niente pause, il dottore aveva raccomandato.
E ora lui mi aveva detto che si vergognava di me. Che sono come una vecchia contadina. Che la moglie di Corrado è meglio.
Ci ho pensato tutta la notte. E alluna, lucida come mai: basta.
Non me ne vado, non divorzio, non faccio scenate. Semplicemente basta fare ciò che non è visto né apprezzato. Basta essere la risorsa che accendi quando ti serve e chiudi quando hai preso tutto. Adesso che faccia da solo.
Al mattino mi sono alzata come sempre. Ho fatto il mio tè, quello alla camomilla che lui non sopporta. Mi sono seduta al tavolo col cellulare. Ho prenotato dal parrucchiere nel centro commerciale vicino alla metro: quelli bravi, da quaranta euro in su per un taglio. Mercoledì mattina. Poi ho trovato un corso gratuito di camminata nordica al parco martedì e giovedì mattina. Annotato in agenda.
Quando Toni è venuto in cucina alle sette, ha trovato soltanto la tazza per il tè. Il pane era nel cassetto, il burro in frigo. Basta.
E la colazione?
Il pane cè, il burro pure, il formaggio è in frigo, ho risposto senza staccare gli occhi dal telefono.
Ha sbirciato, si è preparato da solo. Non ha detto nulla e se nè andato.
Mi sono sentita, per la prima volta da tanto, leggera. Sola a casa, mi sono fatta la doccia e sono uscita più tardi per andare dal parrucchiere. La ragazza, giovane, con tanti orecchini, ha guardato i miei capelli: Non si tinge da molto?. Tre anni, più o meno. Ottima base, facciamo colpi di sole e sistemiamo il taglio. Due ore e mezza. Mi guardavo cambiare allo specchio. Sono uscita diversa. Non giovane, no, ma viva. Quella parte di me che avevo dimenticato.
Speso novanta euro. Sono entrata in profumeria e ho scelto una buona crema, non quella da farmacia che prendo sempre, una pelli mature, venti euro. Mi è sembrato tanto. Poi ho pensato alla moglie di Corrado e ho preso anche quella.
Toni la sera ha notato. Ha fissato i capelli nuovi. Non ha detto una parola. E io non mi aspettavo nulla.
La settimana seguente ha finito le pillole per la pressione. Un tempo le controllavo sempre: guardavo nella scatola, contavo. Ora ho lasciato la confezione vuota sopra il suo comodino. Si arrangiasse.
Quando se nè accorto: Vale! Sono finite le pillole!.
Lo so, ho risposto dalla cucina.
E perché non le hai comprate?
Sei adulto, Toni. Ce la fai da solo.
Silenzio, lungo. Alla fine le ha comprate. È tornato dalla farmacia, aria offesa, ha appoggiato la scatola sul comodino. Nessuno ha parlato.
In quei giorni ho chiamato la mia amica Gina che conosco da trentanni, ex collega.
Gina, sei libera sabato?
Perché?
Usciamo. Cinema o un caffè.
Vale, tutto ok? Ha sentito che era una novità: mai andate in caffè insieme da anni.
Più che bene, ho detto.
Ci siamo incontrate davanti alla metro. Gina ha notato subito i capelli: Cosa hai fatto! Ti stanno benissimo!. Siamo andate al bar: un cappuccino, una fetta di torta, il primo vero freddo e fuori fiocchi di neve che non attecchivano.
Racconta, ha detto Gina.
Le ho raccontato. La promozione di Toni, il corso a Rimini, le sue nuove abitudini. Il risotto sempre sbagliato, la moglie di Corrado sempre citata. Il suo guardati e vergogna. Ho parlato piano, senza piangere, come se parlassi di qualcunaltra.
Gina ha mescolato il caffè, ascoltando.
E ora?
Ora semplicemente non faccio più quello che non viene apprezzato. Non per dispetto. Solo che non serve.
Non serve, ha ripetuto piano. Ti capisco. Fai bene.
Non lo so se faccio bene. Solo che non mi viene più di fare diversamente.
Gina ha annuito. Abbiamo mangiato la torta in silenzio.
Ma Toni se ne accorge?
Che non gli preparo più i farmaci? Sì. Che non gli stiro ogni giorno? Pure. Ieri sè messo una camicia sgualcita da solo.
Nessuna lite?
No. Secondo me non sa nemmeno cosa dire. Era abituato che tacevo. Ora taccio lo stesso, ma in modo diverso.
Pensi al divorzio?
Ogni tanto, ma non subito. Prima voglio capire chi sono senza tutto questo. Sono anni che non mi vedo.
Siamo uscite nel buio, tra la neve. Ci siamo abbracciate davanti alla metro. Gina mi ha detto: “Chiamami. Sabato prossimo usciamo ancora?”. “Daccordo.”
Mentre tornavo in metro pensavo che era una vita che non mi fermavo con unamica solo per parlare. Sempre cera qualcosa di più urgente, Toni, la sua salute, la sua pasta.
A casa lui davanti alla TV. In cucina, piatto sporco di uova, una tazza: si era cucinato da solo. Ho lasciato tutto lì.
Dove sei stata? ha chiesto senza staccare lo sguardo dalla TV.
Da Gina.
Tardi.
Sì.
Mi sono lavata, ho spalmato la crema nuova. Guardata allo specchio: cinquantasei anni, un volto vissuto ma vivo. Rughe agli occhi, bocca increspata, capelli con nuove sfumature. Non giovane. Ma va bene.
Dicembre ha portato il freddo vero. Mi sono regalata stivaletti nuovi, finalmente di pelle, non più quegli stivali di plastica durati tre inverni. Speso centoventi euro. Non mi sono pentita.
In casa tutto cambiava senza rumore. Ho continuato a cucinare, sì, ma quello che volevo. Carne sul fuoco, pasta fatta come piace a me, a volte ravioli già pronti… le diete particolari per lui? Basta. Il medico te lha spiegato, regolati tu.
Le sue camicie adesso vanno in lavatrice insieme al resto della biancheria, niente cicli extra. Prima le trattavo con cura maniacale. Ora, normale.
Toni notava. Gomiti brevi come ancora pasta?.
Sì, pasta, rispondevo.
Non cucini più ormai?
Ma ieri ho fatto il brodo e domenica larrosto.
Lui borbottava, ma alla fine cera poco da ribattere. Non poteva dirmi: Perché non ruoti più intorno a me?. Sarebbe stato troppo diretto, perfino per lui.
Io intanto uscivo il martedì e il giovedì per il corso di camminata nordica. Lì ho conosciuto meglio Nunzia e Rosa: Nunzia lavora a scuola, ride tanto che spaventa i passerotti, Rosa è in pensione, tranquilla, con i nipoti. Camminavamo, si parlava, respiravo. Non sapevo che mi sarebbe piaciuto così tanto.
Le compresse Toni ha iniziato a prendersele male: saltava, dimenticava, a volte ne prendeva due. Io non dicevo nulla. Il medico già lo aveva avvisato.
Col passare delle settimane, Toni rientrava sempre più tardi dal lavoro. In passato sarei stata in ansia. Ora mangiavo quando mi pareva, andavo a letto senza aspettarlo. Arrivava alle nove, dieci, una volta alle undici e mezza. Non chiedevo nulla. Lui non spiegava.
Quando ho sentito addosso a lui un profumo dolciastro e sconosciuto non da ufficio ho capito. E la cosa più strana: nessun dolore. Solo fatica e una minuscola libertà in più. Se se ne fosse andato, sarebbe stata sua la scelta, non il mio fallimento.
Nulla ho detto. Sono andata a dormire. Dormito bene.
Due o tre settimane così. Lui di lavoro e chiamate misteriose, una volta lho sentito farfugliare in bagno: …ma sì, Elena, il sabato. Elena. Vabbe.
Quei giorni ho pensato molto. Trenta due anni con questuomo, un figlio Mario ora a Bologna con moglie e due bambini cresciuto assieme. In gioventù Toni era diverso: spiritoso, pescava con Mario, scherzava. Quando è diventato così? Piano, come lacqua che lentamente invade la cantina: te ne accorgi quando ormai è tutto bagnato.
Anche io ero cambiata: mi ero dimenticata di cosa mi piacesse, cosa volessi davvero, quali libri sentissi miei, dove sarei andata se potessi… Anni affogati nel brodo e pillole.
Il corso dacquarello in biblioteca fu una rivelazione. La professoressa, Natalia Serra, mi spiegava i colori e come sfumarli. Disegnavo una mela e pensavo: lultima volta era alle medie. E adesso, guarda che bello il giallo che si fonde nel verde
Un mercoledì, Natalia mi ha detto: Valeria, hai davvero senso per i colori, lo sai? Semplice, tra un caffè e laltro. Nessuno, nemmeno Toni, mi aveva più rivolto una parola così da molto tempo.
A gennaio la storia con Elena è finita. Me ne sono accorta dal modo in cui lui rientrava: silenzioso, bolso, tosse e occhi persi. Più nessuna telefonata in bagno.
Cucinavo il mio minestrone, lo servivo. A volte sedeva in cucina con me: Fuori fa freddo oggi, diceva. Sì, dodici sotto zero, rispondevo. E finiva lì.
Di cosa fosse successo con Elena, ho saputo per caso, quando un amico di Toni mi ha detto: Eh, Toni ci ha provato con una… ma lha subito scaricato. Pare se laspettasse diversa. Io: Già, ho sentito, e si è passati oltre.
Chissà cosa si aspettava la ragazza: vita da dirigente, ristoranti, vacanze. Invece un cinquantenne con pressione alta, che vuole il tè come dice lui e le camicie stirate a modo. Ci voleva tanto?
Non lho mai compianto. Era come quando il mal di denti sfuma: non sei felice, ma finalmente non fa più male, e basta.
A febbraio la sua salute vacillava. Le pillole le prendeva a caso. Una volta ho visto che ne aveva prese due in una volta. Silenzio mio. Il dottore gli aveva spiegato a dovere.
La pressione spesso alta. Si lamentava di ronzii, a volte giramenti di testa.
Vai dal medico gli ho detto una mattina.
Me lo prenoti?
Chiama tu. Il numero è sulla tessera sanitaria.
Mi ha guardata perplesso. Io, intanto, sorseggiavo il mio tè.
Ma non so come si fa…
Toni, sei capo reparto. Imparerai.
Alla fine, si è arrangiato. È andato dal dottore, tornato con nuove prescrizioni.
Ecco. Ha poggiato il foglio sul tavolo. Le compri?
Se domani passo di là, sì. Mi dai i soldi.
Sembrava colto alla sprovvista. Una volta avrei preso i farmaci, gestito tutto io. Ora: dammi i soldi e vedrò.
Marzo portò il disgelo. Mi sono comprata un giubbetto nuovo, chiaro, con la cintura, niente roba informe. Guardandomi in camerino ho pensato: quanto tempo che non mi regalo qualcosa perché mi va.
A marzo Mario e sua moglie Ilaria sono venuti a trovarci. Mario alto, quarantenne, uguale al padre da giovane ma più gentile. Hanno portato un barattolo di miele e un sacchetto di cioccolatini.
La prima sera, cena tutti insieme. Patate al forno, insalata russa, il brodo della mamma. Toni muto a tavola. Mario raccontava del lavoro, dei figli, Ilaria mi chiedeva dellacquarello.
Dipingi, mamma? sorpresissimo Mario.
Sto imparando. Acquarello.
Bellissimo. Ce li fai vedere?
Glieli ho mostrati. Una mela, una natura morta, un paesaggio dalla finestra della biblioteca. Hanno osservato attenti, Ilaria mi ha detto che erano bellissimi.
Mamma, sei ringiovanita!
Sono solo andata dal parrucchiere ho sorriso.
Ho visto Mario che spiava il padre. Toni mangiava il brodo e taceva. C’era qualcosa tra loro, Mario aveva intuito, ma non chiese nulla con Ilaria in casa.
Il giorno dopo, Ilaria era a fare compere. Mario venne a trovarmi in cucina mentre impastavo i ravioli.
Tutto bene qui da voi?
Perché?
Boh Papà sembra spento. Sta male?
Ha problemi di pressione. Ora se la vede lui, è grande.
Mario strinse un pezzo di impasto fra le mani, riflettendo.
Non avete litigato?
No, risposi. Era vero: nessuna lite, solo una convivenza parallela.
Mamma, se cè qualcosa
Mario, sto bene. Davvero.
Mi ha creduto. Era vero, me la cavavo bene, questa era la sorpresa.
Le visite sono finite la domenica. Silenzio a casa. Pulivo la cucina, riordinavo, lui davanti alla tv.
Tardi, ha bevuto un bicchiere dacqua fermo alla finestra.
Mario è proprio in forma, ha detto.
Sì, davvero, ho risposto.
E i bambini
Già.
Ha posato il bicchiere ed è uscito. Io sono rimasta, guardando le luci dei lampioni, lultima neve.
Ad aprile, un attacco ipertensivo. Non grave, ma lui si è seduto per terra nel corridoio col fiatone: Vale, mi sento male.
Ho chiamato calma. Lho portato a letto, ho misurato la pressione: centottantacinque su centodieci. Male, ma niente panico.
Prendi il Captopril, ce lhai nel comodino. No, non ti alzare. Lo prendo io, e sono tornata in cucina, accesa il bollitore. Sentivo lui trafficare in camera, a cercare la pastiglia. Dopo unora stava meglio: pressione centosessanta su novantacinque.
Rimani a letto oggi, ho detto. Niente ufficio.
Ma ho lavoro
Chiama, dì che non stai bene. Non vai.
Ha obbedito. Gli ho portato un tè, qualche biscotto. Non perché lui lavesse chiesto. Semplicemente perché cè differenza tra non voglio più occuparmi di lui e me ne frego se sta male: questa no.
Era disteso a fissare il soffitto.
Vale, ha detto dopo tanto.
Sì?
Forse… Mi sono comportato un po da stupido questi mesi.
Ho aspettato. Mi sono seduta in punta al letto.
Sì, Toni. Da stupido.
Beh… fissava il lampadario, la promozione, mi ha dato in testa… pensavo che avrei dovuto essere diverso… che stavo realizzando qualcosa…
Lo sei diventato: capo reparto.
Sì, ma anche tu qui… come sempre… Si è interrotto. Non volevo dire così.
Ho capito lo stesso, ho detto.
Mi sono alzata, ho portato via la tazza. Sono tornata in cucina. Nessuna riconciliazione, né abbracci, né lacrime. Solo che lui ha detto la verità, e io ho risposto. E basta.
Maggio. Ho continuato col parco e lacquarello. Ho approfondito con Nunzia, siamo andate insieme a teatro: biglietti in platea, città grande, uno spettacolo che non vedevo da dieci anni. Seduta al mio posto, bicchiere daranciata in mano, osservavo gli attori in scena e pensavo: che bello, stare qui solo per me.
Avevo cinquantasei anni, ma non era la fine di nulla era altro.
Con Toni tutto uguale: convivenza parallela, meno lamentele, niente più paragoni. A volte ci scambiavamo qualche parola neutra. La sera lui guardava la tv, io leggevo un libro consigliato da Nunzia. Sereno, quasi rassicurante, ma diverso: nessuna sensazione di dovere.
Un giorno mi chiese di ordinargli il farmaco online, per risparmiare:
Non sono capace, disse. Tu sì.
Vai sul sito, scrivi il nome, aggiungi al carrello e scegli la farmacia vicino.
Boh, tu lo fai meglio
Io so farlo, ma impari anche tu.
Alla fine ha imparato. Mi ha chiamata solo una volta. Ha messo la scatola nel carrello, selezionato la farmacia sotto casa.
Mi sono resa conto: aiutare non significa sostituirsi a qualcuno sempre, ma accompagnare.
A giugno faceva caldo. Ho comprato un vestito nuovo, fiorito, leggero, ho pensato: sembro io, non una contadina, solo una donna che si è voluta bene.
Le coppie anziane stanno insieme in tanti modi: qualcuno litiga sempre, qualcuno vive in armonia, altri nellindifferenza. Noi qualcosa di diverso: né guerra, né pace, ma nemmeno indifferenza. Dividiamo una casa, ognuno coi suoi spazi.
Non sapevo che futuro aspettarmi. Pensavo a Gina che mi chiedeva del divorzio. Non lo scartavo, ma per ora mi andava bene così. Prima dovevo trovare me stessa.
Lestate trascorreva. Sono andata da Mario a Bologna per due settimane, per la prima volta da sola. Toni è rimasto a casa. Ho portato una copertina ricamata da me per mia nipote Camilla, imparata su YouTube.
Due settimane coi nipoti Matteo e Camilla: giocare, cucinare, portarli al parco. Una cura diversa, dolce. Da dare volentieri, mai stancante.
Mario la sera mi chiedeva della mia vita. Rispondevo onesta: andava bene, anche se a volte era dura. Lui annuiva, non dava consigli.
Sono tornata a casa abbronzata, rilassata. Toni mi ha accolto con un Bentornata. Ha preso la valigia. Poco, ma qualcosa.
Ad agosto lafa era pesante. Ho comprato un ventilatore, unanguria, metà mangiata io, metà lasciata per lui. Ha detto grazie per la prima volta dopo tanto.
A settembre, con lautunno alle porte, successe ciò che, in fondo, mi aspettavo.
Un venerdì sera tornò presto. Era pallido, ogni passo misurato. Stavo in cucina con un libro.
Vale, sto male.
Cosa succede?
Pressione alta, testa e qui si toccava il petto.
Mi sono avvicinata.
Da quando?
Da dopo pranzo. Pensavo passasse.
Hai preso la pastiglia?
Sì, alle tre. Nessun miglioramento.
Siediti qui.
Gli ho messo la sfigmomanometro: centonovanta su centoquindici. Peggio che ad aprile.
Toni ho detto seria. Devi chiamare lambulanza.
Ma serve davvero? Non prendo unaltra pastiglia?
No. Centonovanta, dolore al petto: non si scherza. Chiama.
Falla tu, dai
A questo punto mi sono fermata. Ero lì, pressione in mano, guardandolo.
Vedevo la paura nei suoi occhi, la mano sul petto, pallido. Avevo compassione, vera. E non era questione di rancore.
Ma sapevo benissimo di non voler più fare sempre tutto io.
Toni. Hai il telefono. Sai il numero.
Mi ha guardata perso.
Cosa?
Chiama tu lambulanza: componi il numero 118, dai lindirizzo, spiega i sintomi. Arriveranno.
Vale la sua voce era sottile, smarrita, quasi da bambino. Non mi aiuti?
Ti ho aiutato: pressione misurata, consigliato chiamare i medici. Ora tocca a te.
Ma io
Toni. Ho lasciato lapparecchio sul tavolo. Fai da solo. Sei adulto. Un capo reparto. Ce la fai.
Sono uscita dalla cucina. Ho attraversato il corridoio, chiudendo la porta, senza sbatterla.
Poco dopo ho sentito la sua voce, bassa, titubante: Pronto. Sì, ambulanza. Lindirizzo è
Mi sono fatta il tè, alla camomilla quello che piace a me. Ho preso la tazza, sono rientrata in cucina, lui ancora al telefono con loperatore. Mi ha guardata di sottecchi, io sono andata alla finestra.
Il cortile vuoto là sotto, il lampione giallo, le foglie scure di pioggia sotto i tigli. Nessuno seduto sulle panchine.
Lui ha terminato la telefonata. Silenzio.
Stanno arrivando, ha detto.
Bene, ho risposto.
Vieni con me in ospedale?
Mi sono voltata. Compatia vera, nessun sarcasmo. Solo la stanchezza e una verità finalmente semplice.
No, Toni. Ci pensano i medici.
Vale
Arriveranno, sanno cosa fare.
Ho preso la tazza, sono tornata nella mia stanza. Dietro la finestra le luci della città, il profilo di un vecchio tiglio. In cucina qualche rumore, poi il silenzio, poi il suono dellascensore.
Dopo venti minuti la sirena dellambulanza. Il portone, i passi dei sanitari, voci professionali: Pressione, elettrocardiogramma, forse ricovero. Lui, con voce colpevole, Cè la moglie? Cè, ma non viene. Ok. Si vesta, andiamo.
La porta, lascensore, di nuovo silenzio.



