Scegli: tua madre o me

Scegli tua madre o me

Il telefono squillò alle dieci e mezza di sera, proprio quando Francesca era già a letto col suo libro. Tommaso era seduto nello studio, davanti al suo portatile, e dalla porta socchiusa arrivava la voce bassa di un giornalista di un canale economico.

Il numero era sconosciuto, ma il prefisso era quello di Rovereto sul Secchia, il paese dove era cresciuta.

Pronto? disse Francesca, e subito sentì un nodo nello stomaco.

Sono la signora Maria Benedetti, quella che abita di fronte a vostra madre. Non ci conosciamo, forse. Cè una questione Sua madre, la signora Emilia Ricci, è caduta stamattina. Io sono passata questa sera e lho trovata sul pavimento, non parlava bene, aveva la faccia da una parte

Francesca era già in piedi, cercando le ciabatte.

È in ospedale?

Lhanno portata via unora fa. Sono venuti i soccorsi, hanno detto che è probabilmente un ictus. Ho trovato il suo numero nel telefono di sua madre, ci ho messo un po

Grazie, signora Maria. Grazie davvero.

Mise giù la cornetta e restò per qualche secondo in piedi, con il telefono tra le mani. Poi andò da Tommaso.

Lui era seduto sulla poltrona preferita, in una tuta firmata, un bicchiere di acqua frizzante sul tavolino di fianco. Cinquantasei anni, il viso curato, i capelli brizzolati, sempre ordinato. Un uomo di successo in un elegante appartamento di Modena.

Tommy, mamma sta male. Ha avuto un ictus. Lhanno portata allospedale di Rovereto.

Lui si voltò, abbassò appena il volume della tv.

Quando?

Oggi. Maria, la vicina, lha trovata per terra. È stata sola tutto il giorno

Tommaso appoggiò il bicchiere.

E ora?

Francesca lo guardò diritto.

Bisogna andare. Domani mattina, dobbiamo partire presto.

Vai, non ti trattengo.

Tommaso, dobbiamo parlarne seriamente. Mamma ha settantotto anni. Se davvero lictus è grave, non potrà più stare da sola in quella casa. Dobbiamo pensare cosa fare.

Tommaso prese il telecomando, alzò un poco il volume, come a sottolineare che quella conversazione non era tra le sue priorità.

Fra, ne abbiamo già parlato. Più di una volta.

Ma era solo teoria. Ora è successo davvero.

E cosa è cambiato? Te lho già spiegato: non possiamo portarla qui. Non abbiamo lo spazio.

Si sedette sul divano di fronte a lui, piano.

Tommaso. Abbiamo quattro stanze!

Quattro stanze, di cui due che devo ristrutturare. Ricordi? Voglio uno studio come si deve, tu volevi la cabina armadio. Dove dovrei metterla, in ingresso?

Un po di attesa per quei lavori lasciamo una camera a mamma.

I lavori non possono aspettare. Disse con tono calmo, e fu peggio che se avesse gridato. Ho già fissato la ditta per marzo. Ho dato anche la caparra. Lo sai.

Tommaso, qui si parla di una persona malata. Di mia madre.

Francesca Questa volta la guardò negli occhi. Mi dispiace, lo capisco. Ma sai bene che significa, in pratica. Unanziana malata in casa, con problemi di salute, magari pannoloni, forse senza nemmeno riuscire a parlare Non sono pronto a tutto questo. Posso almeno dirlo?

Non è unanziana qualunque. È mia madre.

Per me lo è. Lho incontrata quattro volte in dieci anni. Non ha mai voluto rapportarsi con me.

Perché anche tu

Non cerchiamo colpe ora. Siamo realisti. Ho il mio lavoro, progetti importanti. A casa ho bisogno di tranquillità. Non posso vivere come in ospedale. Anche questa è casa mia.

A lungo, Francesca rimase in silenzio mentre fuori la notte avvolgeva la città in un mormorio indifferente.

E se mettessimo una badante? chiese poi. Una brava signora, a Rovereto. Possiamo permettercelo.

Possiamo. Fallo.

Ma io dovrò andare spesso da lei. Spesso.

Quanto vuoi. Nessuno ti trattiene.

Tommaso, mi hai capito? Dovrò passare molto tempo lì. Sono tre ore di macchina.

Sì. Vai, te lho già detto.

Quel nessuno ti trattiene era diventato ormai abitudine, ma stavolta dentro di sé Francesca sentì qualcosa spostarsi, non di colpo, ma lentamente, come una scossa sotterranea che cambia la forma della terra.

Si alzò, tornò in camera, e restò sveglia a fissare il soffitto fino alle due.

Il mattino dopo, partì per Rovereto da sola.

Lospedale le diede il benvenuto con lodore della candeggina e della vernice fresca. Emilia Ricci era nella stanza comune, vicino alla finestra. Il lato destro del viso era abbassato, il braccio immobile sopra la coperta. La fissò, non parlò, solo langolo sinistro della bocca si mosse piano.

Mamma. Le prese la mano, fredda e leggera come carta. Sono qui. Va tutto bene.

Provò a dire qualcosa, ma le parole erano indistinte.

Non parlare, sono qui. Non me ne vado.

La dottoressa, una donna sulla cinquantina con aria stanca, spiegò tutto con chiarezza. Ictus ischemico esteso. Paralisi a destra, difficoltà di linguaggio. La prognosi resta incerta: possibile recupero parziale, almeno sei mesi di riabilitazione, logopedista, fisioterapia, cura costante.

Non potrà più vivere da sola, questo è certo. chiese la dottoressa. Lei è figlia unica?

Sì.

La dottoressa aveva quello sguardo che arriva dopo anni passati a vedere famiglie messe alla prova. Né giudizio, né pietà. Solo consapevolezza.

Francesca rimase tutto il giorno. Diede da mangiare alla madre con il cucchiaio, le parlò, anche se era come parlare a sé stessa; la madre ascoltava con occhi vivaci e coscienti.

La sera Francesca uscì e chiamò Tommaso.

Come va lì? chiese lui.

Male. Paralisi destra, non parla. Non può stare sola.

Breve pausa.

Capito.

Tommaso, ascolta. Io resto qui.

Per quanto?

Non lo so. Finché serve. Non posso lasciarla.

La voce di lui si fece un po più rigida.

Francesca, hai il lavoro. La tua vita è qui.

Mi metterò daccordo con lazienda. Farò quello che posso da remoto. Mamma non può stare da sola.

Parlavamo della badante.

La badante non si può sostituire a una figlia. Lo sai.

Silenzio.

Sai che questa cosa durerà a lungo?

Lo so.

E tu, sei pronta a vivere lì in quella casa?

Sì.

Unaltra lunga pausa.

Va bene, disse infine, e in quellva bene non cera né calore, né rabbia. Solo un fatto. Chiamami se serve qualcosa.

Spense il telefono e guardò fuori sulla strada deserta del paese. I lampioni erano accesi a intermittenza; una vecchietta trascinava una sporta a quadri; da un cortile arrivava il profumo di legna bruciata.

La casa di sua madre era in via dei Gelsi, in fondo a una stradina cieca. Di legno scurito dal tempo, gradino dingresso affossato, finestre piccole con le imposte sbiadite. Francesca usò la vecchia chiave che teneva sempre con sé, anche se la usava ormai di rado.

Dentro faceva freddo: madre non scaldava da due giorni. Trovò la legna in veranda, accese la stufa, impiegando più tempo del previsto. Le mani ricordavano i gesti, ma andavano impacciate. Lì era cresciuta Francesca per i suoi primi diciotto anni.

Girò tutte le stanze: cucinotto con piastrelle rotte, stretto corridoio, due camerette; in una il letto della madre, nellaltra la vecchia branda della sua infanzia. Tutto pulito e ordinato, ma povero, essenziale. Sulle pareti qualche foto: lei da ragazza, il padre defunto, antichi parenti in bianco e nero. Un ordine che parla di chi ha poche cose ma le vive una per una.

Scrisse a Tommaso: Resto qui a vivere, almeno per ora. Tornerò solo per prendere le mie cose.

Rispose dopo venti minuti: Ricevuto. Come vuoi.

Tutto qui. Tutto il matrimonio, forse.

I primi giorni si fusero in uno solo, faticoso. Francesca era tutto il giorno in ospedale. Imparò a girare la mamma ogni due ore, a fare ginnastica alla mano paralizzata, a nutrirla piano e calmarla. Cercavano insieme di recuperare la voce, e vederla lottare per trovare le parole, lei che aveva insegnato matematica una vita, faceva male.

Fra, riuscì a dire la mamma una mattina, più chiara del solito, alla seconda settimana. Francesca. Vai a casa.

Sono a casa, mamma.

No. Mossa debole della mano sinistra. Allaltra. Dal marito.

Mamma, non ne parliamo.

Tommaso era difficile trovare le parole. Tommaso non non felice?

Francesca sistemò il plaid.

Va tutto bene, non pensarci, mamma.

La madre la guardò, e quello sguardo diceva più delle parole; Francesca si voltò verso la finestra.

Dopo tre settimane fu dimessa. A casa, con medicine e scheda degli esercizi per la logopedista. Trasportò la madre su una macchina presa a noleggio; il figlio dei vicini la aiutò a portarla dentro. Mise tutto in ordine.

E cominciò unaltra vita.

Assistere un malato a casa è fatica che nessuno racconta fino in fondo: sveglie notturne, cambiare lenzuola, ginnastica mattutina, pranzo cucinato, cucchiaino dopo cucchiaino, pillole da dividere ogni tre ore, esercizi col terapista, la madre ostinata che non voleva arrendersi.

Francesca continuava a lavorare da remoto come contabile per unazienda di Carpi. Il suo capo fu comprensivo, le permise part-time. Meno soldi. Tommaso ogni tanto versava qualcosa, non tanto, senza parole, solo un messaggio della banca. Francesca non chiedeva.

Non si sentivano neanche più.

Un mattino di novembre, freddo e umido, Francesca era fuori a sistemare un gradino del portico: la madre, presto, avrebbe provato ad alzarsi con il deambulatore e serviva sicurezza. Fu allora che si avvicinò un uomo della casa di fronte.

Lo vedeva sempre di sfuggita: robusto, basso, con la giacca da lavoro, il viso aperto di chi ha vissuto sempre lì. Avrà avuto cinquantacinque anni, più o meno.

Così non tiene, le disse. Bisogna metterci il chiodo in diagonale, sennò col tempo salta.

Lo guardò.

Luigi, si presentò. Abito là. Indicò la casa di fronte. Lei è la figlia della signora Emilia?

Sì, Francesca.

Come sta?

Va meglio, piano piano.

Lui annuì, prese il martello dalle sue mani, si abbassò in un attimo sistemando il gradino in cinque minuti.

Se serve qualcosa, dica. Si rimise dritto. Tanto sono sempre qui vicino.

Grazie, non vorrei disturbare.

Ma che disturbo. Sorrise, senza posa, come fosse normale. Sua mamma ha aiutato la mia tanti anni fa. Non dimentico.

E se ne andò.

Francesca lo seguì con lo sguardo, pensando che la parola disturbare era ormai quella che temeva meno al mondo. Il vero fastidio era un altro: sapere che lei viveva in un grande appartamento e la madre era stata sola lì, su quel letto.

Novembre portò il freddo. La stufa cominciò a fare fumo; una sera la casa si riempì di odore acre. Francesca aprì le finestre, tossì, disperata perché non sapeva cosa fare.

Andò da Luigi alle nove di sera, scusandosi e con una punta di vergogna.

Arrivò senza problemi, non fece storie. Salì sul tetto con la torcia, trovò il tappo nella canna fumaria, spiegò cosa fare ogni ottobre. Non accettò compensi.

Vuole un tè? gli chiese.

Se non disturbo.

Sedettero a bere tè e biscotti in cucina. La mamma dormiva. Dal vento fuori venivano i gemiti delle vecchie mele.

Vive qui da sempre? gli chiese Francesca.

Sempre. Ho lasciato solo per cinque anni, ho lavorato in città. Poi sono tornato.

Perché?

Rimase a pensare.

Qui è casa. Là no. A qualcuno piace stare via, io meglio sto qui.

Francesca abbracciò la tazza con tutte e due le mani. Si sentiva avvolta dal caldo, dalla stufa.

Io ho sempre sognato la città. Ora sono qui, e mi chiedo perché non sia venuta più spesso.

Luigi non la consolò, disse solo:

Limportante è che sei qui adesso.

Dicembre arrivò e la mamma cominciò a sedersi a letto: fu una vittoria, minuscola e gigantesca. La logopedista, la signora Valeria, una donna dal sorriso largo, si complimentò così sinceramente che Emilia Ricci riuscì a sorridere con mezzo viso, quello che obbediva ancora.

La parola tornava, non tutta. Cercava frasi semplici, a volte si arrabbiava.

Sei dimagrita, disse una volta.

No, mamma.

Sei dimagrita, insistette. Tommaso ti chiama?

Ogni tanto.

Verrà?

Non lo so, mamma.

Pause lunghe.

Non verrà, disse la madre. Non con amarezza, ma come chi ha visto tante cose e ormai capisce la differenza tra realtà e speranza.

Tommaso non venne. Chiamava una volta a settimana, chiedeva in fretta come va?, ascoltava un riassunto veloce e poi: dai, coraggio. Una volta parlò dei lavori di ristrutturazione, unaltra di una cena aziendale in un ristorante di lusso. Francesca sentiva crescere tra loro una distanza, non cattiva, non di lite: semplicemente, due vite sempre più separate, ormai insieme solo per abitudine.

A gennaio venne a trovarla lamica Laura. Apposta da Modena, con una torta e voglia di aiutare. Laura era gentile; Francesca ne fu felice, ma la conversazione fu difficile.

Fra’, non credi sia troppo? le disse Laura, al tavolo della cucina. Un mese, due, ok. Ma poi? Così ti rovini la vita.

Laura, cosa dovrei fare?

Prendile una badante vera, professionale. O cerca una buona casa di riposo: oggi ce ne sono di ottime.

Mamma ha sempre avuto paura delle case di riposo.

E allora? Non capisce quello che ti costringe a fare

Capisce tutto, disse Francesca piano. È lucidissima. Capisce tutto.

Laura tacque.

Tommaso non viene?

No.

Vuoi finire così?

Non lo so.

Fra, sei intelligente. Non si lascia il marito per queste cose. Lui ha un lavoro, vi mantiene, avete la casa

Francesca la fissò.

Laura, mamma è in quella stanza. Ha settantotto anni. È stata un giorno intero stesa per terra.

Lo so

No, non lo sai. O non vuoi. Non dirmi come si tiene un uomo.

Laura tornò in città lo stesso giorno, un po ferita. Poi si chiarirono per messaggio, ma qualcosa in loro era comunque cambiato.

Francesca scoprì che le vicine anziane, specialmente, la guardavano in modo diverso: niente pietà, piuttosto rispetto discreto. Maria Benedetti, la stessa che aveva chiamato quella notte, a volte lasciava un barattolo di marmellata, una torta salata, sempre senza parole. Unaltra signora, Anna Pia, settantenne grintosa, si fermava e si prendeva cura di Emilia un paio dore quando Francesca doveva andare in farmacia. Siamo quasi coetanee, facciamo due chiacchiere, diceva semplicemente.

Ma le donne della sua generazione moglie del dottore in città la osservavano in modo diverso. Una ex compagna di liceo la fermò al supermercato, curiosa su Tommaso, su come mai non venisse. Nelle domande cera una sgradevole punta di malizia.

Stiamo bene, rispose solo Francesca.

Luigi continuava ad aiutare, e ciò divenne routine. Sistemava la recinzione, portava la legna, una volta, quando Francesca si ammalò a febbraio, le portò da mangiare e si occupò della stufa e perfino di cambiare le lenzuola della madre, con naturalezza.

Luigi, non so come ringraziarla.

Ma smetta, rispose. Siamo vicini.

Non tutti sono così.

Questo è vero, ammise.

Silenzio. La madre dormiva. Fuori, febbraio era grigio.

Luigi, ha famiglia?

Avevo. Mia moglie è mancata otto anni fa. Mia figlia lavora a Milano, ma chiama di rado. Lo disse come fosse la semplice realtà. Vivo da solo. Ho imparato.

Non è triste?

Dipende dai giorni, guardava fuori. Se cè da fare, la noia non si sente.

Pensò allora a Tommaso, nel grande appartamento col divano nuovo, la pelle morbida, la TV sempre accesa sui canali finanziari. Lui era solo?

Lo chiamò quella sera.

Tommy, dobbiamo parlare.

Qualcosa non va?

No. Ma non ne parliamo davvero da tanto.

Pausa.

Dimmi.

Come stai?

Bene. Finisco i lavori. Cè un progetto interessante in ballo esitò. Quando pensi di tornare?

Tommaso, credo di non tornare.

Lunga pausa.

Davvero?

Davvero.

Non urlò, non incolpò. Chiese solo:

Per tua madre o per me?

Francesca rifletté tre secondi.

Per me.

Respirava nellapparecchio.

Capisco, disse infine. Vuoi il divorzio?

Sì.

Ok. Divorziamo.

Quel ok netto, quasi impersonale, era la fine più chiara di ogni parola.

In primavera la madre iniziò a camminare, prima col deambulatore, poi fino alla cucina, al portico. Era duro, cadeva nello sconforto, ma proseguiva.

La logopedista Valeria elogiò il progresso:

La motivazione è metà cura.

Francesca non era sicura che fosse merito suo o solo della madre, ma quellidea le dava coraggio.

In maggio, una sera tiepida, sedevano con Luigi sulla panchina davanti ai loro cancelli. La madre si preparava al sonno, Francesca aveva unora per sé.

Non pensa di andare via?

No. Rispose, esitante ma ferma. Ci ho pensato. Ma resto. È strano, vero? Ho sognato ventanni la città, e ora non voglio andare.

Non è strano, Luigi guardava il tramonto, il cielo rosa fra i tetti. Uno ci mette tanto a capire dovè casa.

Non sto sempre bene qui. A volte è pesante.

Non è la stessa cosa. Sorrise. Cè chi sta bene solo se è facile. Ma stare bene è sentirsi al posto giusto anche se è difficile.

Francesca lo guardò di lato. Un uomo semplice, le mani rovinate dal lavoro, le rughe agli occhi. Parlava poco, ma quelle parole le restavano addosso a lungo.

Luigi gli disse. Sa che sto divorziano da Tommaso?

Sì, paese piccolo.

Mi giudica?

Si voltò.

Per cosa?

Per aver lasciato la famiglia. Per essermene andata.

Famiglia rifletté. Famiglia è quando si è insieme. Nel bene e nel male. Se no, sono solo due persone nella stessa casa.

Francesca non rispose, non serviva.

Il divorzio fu affidato a un avvocato. Tommaso fu efficiente: tenne casa e mobili, le diede una somma, che Francesca accettò senza protestare. Serviva per la manutenzione della casa della madre: il pavimento marcio, il tetto da sistemare, i fili vecchi.

Destate Luigi aiutò con i lavori. Chiamò due amici, insieme rifecero i pavimenti e sistemarono la copertura. Francesca pagò solo i materiali.

Perché? domandò.

Perché siamo vicini, rispose schietto.

Non è solo per questo.

Rimase in silenzio, la guardò.

No, disse. Cè dellaltro.

La madre osservava tutto dal portico, dove usciva ogni sera. Il viso non proprio simmetrico, le parole sempre più chiare, la dottoressa diceva che i miglioramenti erano notevoli. Ascoltava, sorrideva con la parte buona della bocca, e negli occhi cera vita.

Un giorno le disse:

È una brava persona.

Sì, mamma.

Lo vedi?

Lo vedo.

Annui, non aggiunse altro.

A luglio Tommaso la chiamò dopo due mesi di silenzio.

Come state? stavolta la voce meno distante.

Bene. Mamma cammina. Casa aggiustata.

Mi fa piacere, davvero. Pochi secondi. Ho ripensato a quello che è successo in autunno. Forse non ho fatto la cosa giusta.

Francesca non rispose con frasi fatte.

Forse, disse solo.

Sei arrabbiata?

No, da molto.

Sei felice, almeno?

Sul davanzale la madre leggeva, la sedia sul portico, Luigi che sistemava il prato. Fuori i meli crescevano, un merlo cantava sul cancello.

Non so se la parola è giusta. Ma sto bene qui.

Capisco, disse Tommaso. E lei sentì che, davvero, questa volta aveva capito.

Si salutarono serenamente.

Francesca mise lacqua per il tè. Il bollitore era vecchio, con una crepa, sempre rimandava di cambiarlo. Sul davanzale la gerbera che la mamma curava da trentanni. Laria profumava di taglio derba e resina scaldata dal sole.

Alle cinque e mezza arrivò Luigi, bussò piano.

Buonasera, signora Emilia. Ho portato i primi lamponi.

Grazie, Gigi. Entra pure.

Francesca sentì le loro voci leggere, si fermò un attimo con le tazze in mano. Perché cera qualcosa di importante in quella piccola cucina, in quella semplicità, nei profumi e nei suoni di una sera destate. E pensò che cè chi sceglie il divano giusto e la vita sbagliata.

Lei invece aveva scelto la vita giusta.

O ancora la stava scegliendo, ogni giorno un po di più.

Uscì con le tazze.

Gigi, si fermi a bere un tè con noi.

Molto volentieri.

La madre la guardò, langolo della bocca in un mezzo sorriso vero.

Sedetevi, disse Emilia Ricci. Tutti e due.

Si sedettero. Il sole tramontava dietro i tetti, i lamponi nella ciotola profumavano destate, il merlo continuava a cantare.

E proprio allora, pensò Francesca, capì che a volte la cosa più difficile e più giusta è scegliere di restare, dove serve davvero.

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