Andrea è seduto su uno sgabello in cucina e osserva le particelle di polvere danzare nei raggi del sole che tramonta. Nellappartamento numero 11 di via della Pace tutto brilla di pulizia. Un po troppo.
Tre mesi fa, Elena se n’è andata da qui. Ha portato via le valigie, la pianta di ficus e, soprattutto, Pietro che ha dieci anni e la piccola Sofia, sei anni. Allinizio, Andrea ha pensato che fosse libertà. Niente più cartoni animati in sottofondo, niente pezzi di Lego sotto i piedi e per cena può mangiare tortellini direttamente dalla pentola.
Ma dopo una settimana, la libertà si è trasformata in un silenzio insopportabile. Andrea si rende conto, allimprovviso, che durante tutti quegli anni di matrimonio ha un po dimenticato come si vive da solo. Non sa più quante cose bisogna saper fare in casa.
La cosa più faticosa, però, è aspettare il venerdì.
Papà, siamo arrivati! Sofia entra di corsa nellingresso, portando con sé lodore della strada e dello shampoo per bambini.
Andrea la abbraccia impacciato. Pietro segue la sorella, silenzioso, con le cuffie sulle orecchie, lanciando al padre uno sguardo veloce e calcolatore.
Ciao, banda! Venite pure dentro. Ho preparato tutto per il vostro arrivo.
Andrea ha deciso: se diventerà un padrone di casa perfetto, magari i figli vorranno restare per sempre. Ha comprato una padella in teflon costosissima e stampato la ricetta trovata online.
Papà, cosa cè per colazione? chiede Pietro il sabato mattina, strusciando i piedi verso la cucina.
Frittelle! risponde Andrea entusiasta, lottando con i grumi dellimpasto. Con marmellata di lamponi, come piace a voi.
Proprio come le fa la mamma? domanda Sofia, salendo sulla sedia e guardandolo con speranza.
Andrea si blocca un attimo.
Meglio della mamma, vedrai.
Dopo mezzora, la cucina somiglia a un piccolo campo di battaglia. Andrea ha la farina sulle sopracciglia, a terra e, inspiegabilmente, pure sul lampadario. La prima frittella, nemmeno a dirlo, si trasforma in un pasticcio strappato. La seconda brucia. La terza ha un aspetto sospetto.
Andrea sente la rabbia salire. Odia quella padella, quel piano cottura, la sua impotenza. Vorrebbe urlare: “Ma perché è così difficile?!”, ma vede negli occhi dei figli un misto di attesa e curiosità.
Quasi pronto, borbotta; si asciuga il sudore dalla fronte.
Alla fine, una pila di frittelle dorate compare sulla tavola. Non sono perfette, hanno i bordi bruciacchiati qua e là, ma profumano davvero. Andrea aggiunge anche una ciotolina di marmellata e rimane in silenzio, aspettando il verdetto.
Sofia ne assaggia un pezzo e chiude gli occhi.
Buone, papà. Davvero buone.
Pietro annuisce senza togliersi le cuffie, ma ne mangia tre dun fiato. Andrea tira un sospiro di sollievo. Sente un calore diffondersi nel petto. Per un attimo, gli sembra di avercela fatta. Che la distanza tra loro si stia ricucendo, uno strato di frittella alla volta.
La domenica sera è sempre il momento più duro. Sono le ore del passaggio, dove la gioia dellincontro si trasforma nella silenziosa tristezza della separazione.
Tutti insieme in salotto. Andrea ha comprato la console nuova, quella che Pietro sognava da mesi.
Pietro, hai passato il livello? gli chiede sedendosi accanto.
Sì, papà. Grazie… è proprio bella.
Sofi, ti leggo una favola? Andrea prende un libro colorato.
Papà, quando torna la mamma? Sofia non guarda il libro, osserva le sue scarpe lasciate vicino alla porta.
Arriva tra unora, tesoro. Ma qui non stai bene? Abbiamo la console, le frittelle, il gelato nel freezer… domani potremmo andare allacquario, se restate ancora…
Pietro posa improvvisamente il joystick. Cade un silenzio profondo nella stanza.
Papà, qui da te… si mangia bene. E poi la console è forte. E ci provi, lo vediamo.
Andrea sorride; eppure sente una stretta al cuore.
Quindi, vi piace stare qui da me?
La piccola Sofia si avvicina e gli stringe la guancia non rasata.
Si sta bene, papà. Ma dalla mamma è… casa.
Quelle parole lo colpiscono più di qualsiasi documento del tribunale. Andrea guarda il suo appartamento. Mobili costosi, elettrodomestici lucidi, ristrutturazione fresca. Tutto è perfetto. Ma spento.
Cosa intendi, Sofia? la sua voce trema. Questa è pur sempre casa vostra, qui ci sono le vostre stanze, i vostri giochi
Pietro lo guarda negli occhi, senza più il velo di infanzia, ma con una sincerità adulta e dura.
Papà, casa è quando sai dove sono i nostri calzini, quando sul frigo ci sono i miei vecchi disegni, quelli che non guardavi mai. Ti ricordi la menzione per robotica di tre anni fa?
Andrea apre la bocca, vorrebbe dire “certo”, ma tace. Non ricorda. Era sempre in trasferta, o alle riunioni, o semplicemente stanco.
Mamma si ricorda che sono allergico al detersivo, continua Pietro, tu ieri mi hai chiesto in che classe sono. Sei come un ospite che vuole piacerci a tutti i costi. Hai imparato a fare le frittelle in un giorno, ma non ci hai imparato in dieci anni.
Andrea si copre il volto con le mani. È tutta verità. Ha costruito le fondamenta, portato soldi, prenotato vacanze, ma lui stesso dentro questa casa non cera. Era una funzione, un bancomat. Lombra che attraversava il corridoio la sera tardi.
Non ha perso Elena. Ha perso sé stesso, quello che era prima del divorzio. Pensava che la famiglia fosse garantita per diritto. E invece la famiglia è fatica quotidiana, presenza vera.
Squilla il citofono. È Elena che viene a prendere i bimbi.
Andrea si alza, come se avesse dieci anni in più. Aiuta Sofia a infilarsi la giacca, passa lo zaino a Pietro.
Grazie per le frittelle, papà, Sofia gli stampa un bacio sul naso.
Ciao papà, Pietro trattiene la mano sulla spalla del padre un attimo in più. La console è davvero bellissima.
Elena è sulla porta, lo guarda con compassione. Nota la farina sulla sua maglietta, la malinconia negli occhi.
Andrea, tutto bene? gli chiede piano.
Sì, annuisce, ingoiando un nodo. Senti, Elena… Sofia ha detto che qui non è casa. Ha ragione.
Elena resta in silenzio.
Vorrei venire anchio, se posso. Non solo portarli via nei weekend, come se fosse un museo. Voglio aiutare Pietro col progetto di robotica, davvero. E giovedì Sofia recita allasilo… vorrei esserci. Posso?
Elena sorride appena.
Ne saremo felici, Andrea.
La porta si chiude. Andrea rimane solo. Ma stavolta non accende la televisione.
Va fino al frigo. Sulla superficie immacolata non cè nulla.
Riprende dalla cartellina nellingresso un vecchio disegno stropicciato di Pietro proprio quello che aveva infilato in mezzo ai documenti, dimenticandosene. Sul foglio una macchina sgangherata e tre omini. Andrea prende una calamita e lo appende bene in vista.
Poi cerca il contatto di Pietro sul cellulare.
Pietro, ho guardato gli orari dei tuoi corsi di robotica. Mercoledì sono libero. Ti passo a prendere e andiamo insieme in quel laboratorio che dicevi? Niente frittelle, niente console. Solo noi, a chiacchierare.
Risposta dopo un minuto: Ok papà. Ti aspetto.
Andrea si osserva le mani, poi si guarda allo specchio. Capisce che una casa non si costruisce in un weekend. Ma oggi, finalmente, ha posato la prima vera pietra.
Va in cucina e inizia a lavare i piatti. Non perché va fatto, ma perché nella sua vera casa, quella che ora sta iniziando davvero a costruire, non cè spazio per lo sporco del passato. Ora sa che per far restare i figli, non serve cucinare come la mamma, ma esserci. Essere papà. Ogni singolo giorno. Senza ricetta.






