Colei che ha avuto il coraggio di dire «no»

Quella che disse “no”

Mi ricordo bene di Lucia Paoletti, che sedeva sul bordo di uno sgabello nella nostra cucina e tagliava il pane. Fette sottili, regolari, comera sempre stato gradito a lui. Ne faceva otto, tutte uguali, con attenzione. Poi metteva il piatto col pane tagliato sul tavolo, tornava ai fornelli e mescolava il minestrone che doveva ancora finire di cuocere. Gli ospiti sarebbero dovuti arrivare alle sei, ma ormai erano le sei meno dieci.

Ettore se ne stava in poltrona davanti alla televisione, a cambiare canale. Non chiedeva mai se qualcuno aveva bisogno daiuto; non laveva mai fatto. Perché chiedere, pensava lui, tanto le cose si sarebbero fatte comunque.

Lucia aveva cinquantatré anni. Lavorava come contabile allIstituto Tecnico Professionale numero sette di Parma. Un posto tranquillo, silenzioso. Fogli, numeri, calcoli. Ventidue anni sempre nella stessa stanza. I colleghi la rispettavano, il preside non aveva mai avuto da ridire. In casa, però, nessuno ne parlava.

Gli ospiti arrivarono con mezzora di ritardo. Cera la consuocera, Rosa Baldini, con il marito Cesare; arrivò anche il fratello di Ettore, Antonio, con la moglie Mirella. Tutti pieni di chiasso, con la pancia piena e la voglia di parlare. Si sedettero, presero a chiacchierare. Lucia portava i piatti, aggiungeva, sparecchiava, tornava portando laltro.

A tavola si discuteva dei prezzi, dei vicini, del fatto che nel quartiere di San Leonardo avevano aperto un mercato nuovo. Lucia ascoltava, in silenzio. Era abituata a non parlare, seduta a quel tavolo.

Poi Rosa iniziò a parlare della nuova clinica medica che dovevano costruire in via Toschi.

Almeno là ci saranno meno code, disse sistemando il colletto del golf. Ormai per una visita dal dottore bisogna aspettare ore.

Cambia nulla, disse Cesare, i medici non ci sono comunque.

Io ho letto, sussurrò Lucia, che ci manderanno giovani medici, lo scrivevano sulla Gazzetta in una rubrica sulla città

Ettore appoggiò il bicchiere sul tavolo. Lo fece piano, senza rumore, ma in modo che tutti capissero.

Lucia, porta i sottaceti, disse lui.

Un secondo, stavo soltanto

Ho detto porta i sottaceti. Chi ti ha chiesto di parlare di queste cose? Chi ti ha chiesto?

Rosa arrossì e rimirò la tovaglia; Mirella smise di masticare e abbassò lo sguardo; Antonio si allungò verso il pane.

Lucia si alzò. Andò in frigo, prese un vasetto di cetrioli sottaceto, li portò sul tavolo. E tornò a sedersi.

Dentro era calma. Né rabbia né pianto, soltanto silenzio come dopo che tutti sono usciti da una casa e tu resti sola, senza ricordare nemmeno cosa dovevi fare lì.

Guardava le sue mani posate sulle ginocchia. Fianchi pieni, dita corte e forti, unghie tagliate. Mani di una donna che da trentanni faceva di tutto: cucinava, lavava, stirava, serviva. Mani che conservavano ancora le bruciature dellestate, quando aveva preparato quei cetrioli sottaceto al caldo di Ferragosto. Mai nessuno aveva chiesto se fosse pesante, mai un grazie. I cetrioli erano soltanto cose che si mangiavano.

Gli altri ripresero subito a parlare; Cesare discuteva di un amico che aveva comprato una Fiat usata, Rosa rideva, Ettore annuiva e serviva il vino.

Lucia pensava alle sue mani e alle tende che aveva cucito ventanni prima, quando era rimasta sveglia di notte a cucire perché lui diceva che i soldi mancavano. Una volta appese, nessuno ci aveva mai fatto caso.

Finito il dolce, Ettore disse:

Lucia, muoviti, sparecchia. Cosa aspetti?

E qualcosa in lei scattò. Non come una porta che sbatte: fu un clic silenzioso, come quello di un interruttore che spegne la notte.

No, disse Lucia.

Ettore si voltò.

Cosa?

No. Sono stanca. Resto seduta.

La stanza si fece muta. Rosa alzò gli occhi, Mirella smise di masticare. Antonio poggiò la forchetta.

Sei impazzita? domandò Ettore sottovoce, con quel tono che usava sempre per farle obbedire senza alzare la voce.

No, Ettore. Sono solo stanca. E voglio star seduta.

Si alzò. Non per sparecchiare, non per andare in cucina. Per uscire. Andò in camera, chiuse la porta a chiave. La chiave era sempre lì, nel buco della serratura, ma non era mai stata girata. Quella sera sì.

Dietro la porta sentiva la voce di Ettore che spiegava e rideva con gli altri. Poi il tintinnio dei piatti: era Mirella, che aveva iniziato a sparecchiare. Buona Mirella, sempre pronta, senza bisogno di parole.

Lucia si sedette sul bordo del letto e guardò fuori. La strada, il lampione, un fazzoletto di cielo. Era ottobre e gli alberi si spogliavano, i rami rimasti neri, diritti e nudi. Non belli. Ma sinceri.

Rimase lì a lungo. Sentì la porta degli ospiti sbattere, Ettore camminare per casa, fare rumore di piatti, poi fermarsi e poggiarsi contro la sua porta.

Apri.

Non rispose.

Lucia, ho detto apri. Parliamo.

Domani disse lei. Stanotte dormo.

Sentì il suo respiro fermo e, infine, i passi che si allontanavano.

Si sdraiò vestita sopra il copriletto e guardò il soffitto. Quella notte non aveva paura. Era strano: di solito, se faceva qualcosa di storto, la paura le viveva addosso, sommessa, come il ronzio dei tubi in inverno. Ora era tranquilla.

Forse perché, finalmente, aveva fatto la cosa giusta.

La mattina Ettore uscì presto, alle otto, per il turno in fabbrica, dove era capoturno. Lucia sentì che si vestiva, tossì e chiuse la porta forte.

Aspettò che le scale si facessero silenziose.

Poi si alzò, si lavò, e aprì larmadio.

Aveva una valigia sola, marrone, con angoli di metallo, vecchia. La tirò da sotto il letto, la mise sul copriletto, la aprì. Dentro odorava di polvere e di passato.

Fece le cose con calma, ma decise: biancheria, qualche maglia, pantaloni, un maglione caldo. I documenti erano nel primo cassetto; prese tutto, carta didentità, certificato di lavoro, libretto postale. Una scatolina con gli orecchini della madre e un anello della nonna. Un paio di scarpe da lavoro e le pantofole comode.

Si fermò, guardò la stanza.

Non cera nulla di suo. Larmadio lo aveva scelto lui. Il divano pure. Il tappeto erano andati a sceglierlo insieme, ma era stato Ettore a volere quel disegno. Le tende, sì, le aveva cucite lei, ma ormai erano aderite alle pareti, parte della casa di lui.

Chiuse la valigia.

In cucina bevve in piedi una tazza di tè. Guardò la pentola con il minestrone di ieri. Lo lasciava lì.

Si vestì. Prese la valigia e la borsa coi documenti. Uscì, chiuse la porta. Lasciò la chiave sotto lo zerbino. Tanto lavrebbe trovata.

Fuori faceva freddo, umido, odore di foglie marce. Lasciò la valigia un attimo sul marciapiede e restò a respirare. Il cielo era lattiginoso, di piombo. La gente passava per andare al lavoro, nessuno le dava retta.

Prese la valigia e andò alla fermata dellautobus.

Mariangela Fontanesi abitava in via Giardino Garibaldi, in un appartamento di due stanze al terzo piano. Anche lei lavorava nello stesso istituto tecnico, insegnava economia, otto anni più di Lucia, e tra loro era nata una forma di amicizia, se così si può chiamare. Prendevano il tè insieme nella pausa pranzo, qualche volta percorrevano la strada fino alla fermata chiacchierando del più e del meno. Mariangela era vedova, senza figli, e pareva non pesarsi la solitudine.

Lucia suonò da lei alle dieci e mezza.

Mariangela aprì in vestaglia, con in mano una tazzina. Si vedeva che era in ferie.

Lucia? guardò la valigia, il viso, attese un attimo. Vieni.

Tutto lì. Nessuna domanda, semplicemente: entra.

Lucia entrò. Lappartamento era caldo, profumava di caffè e di libri antichi. Gli scaffali erano ovunque, anche in corridoio. Una gatta grigio cenere attraversò la stanza, annusò la valigia, poi sparì.

Siediti. Preparo il caffè.

Sedute in cucina, Lucia iniziò a raccontare. Non tutto e non subito, ma a pezzi, come viene. Del sottaceto, delle parole chi ti ha chiesto, delle tende cucite da sola. Dei trentanni passati.

Mariangela ascoltava senza interrompere. Sapeva ascoltare, dote rara.

Capisco, disse infine. Non ti chiedo se hai fatto bene. Queste cose non spettano a me. Puoi fermarti qui fino a che vuoi capire che fare.

Non voglio essere un peso, disse Lucia. Mi occuperò della casa, cucino, faccio tutto.

Lucia, le rispose Mariangela con un tono calmo ma fermo. Non sei venuta qui a fare la serva. Questa è casa mia, e sono contenta tu ci sia.

Lucia abbassò lo sguardo nella tazzina. Avvertì un nodo in gola. Non era pianto, no. Era come il pugno che si tende quando tieni qualcosa di pesante, e poi lo lasci andare.

Mariangela le lasciò la camera piccola, che una volta era uno studio: cera un divano-letto, un tavolino, e ancora scaffali pieni di libri. Lucia sistemò la valigia, mise le cose nellarmadietto, rifilò il letto.

Pensò: questa è la mia stanza.

La prima volta dopo tanti anni aveva uno spazio che era solo suo.

Naturalmente, cucinava e puliva. Non perché fosse costretta, ma per abitudine, e come ringraziamento. Allinizio Mariangela protestava, poi ci rinunciò e prese a godersi la compagnia. La mattina il caffè insieme era un rito, chiacchierando di tutto o restando in silenzio ognuna col proprio libro.

Anche quel silenzio era una novità: silenzio condiviso, senza disagio, senza bisogno di spiegazioni.

Il lunedì Lucia tornò al lavoro. Lufficio contabile della scuola era piccolo, tre persone, lei e due giovani colleghe. La guardavano con rispetto e prudenti domande non fatte. Lucia faceva il proprio dovere, precisa e senza errori.

Il preside, Ferruccio Niccolini, la chiamò a fine settimana.

Lucia Paoletti, tutto bene? chiese con gentilezza sincera.

Sì, dottor Niccolini. La mia situazione personale è cambiata, ma il lavoro non ne risentirà.

Io parlo di lei, non del lavoro, disse lui.

Lucia lo guardò. Era un uomo anziano, paziente coi moduli e le pratiche, ma attento a quel che accadeva ai suoi dipendenti.

Grazie. Ce la faccio.

Era la verità. Ce la faceva. Anzi, sentiva fisicamente che le pesava meno il petto, come se qualcosa non la schiacciasse più.

Gli studenti del tecnico erano vivaci, sedici, diciotto anni, spesso rozzi ma sinceri. Lucia non insegnava, ma gestiva le paghe e le borse di studio, e sapeva tutti i nomi. Ogni tanto, in corridoio, incrociava le loro risate e questo le faceva piacere, erano giovani, con la vita davanti.

Pensava di avere anchella qualcosa avanti. Era unidea nuova, un po imbarazzante, come scarpe fresche, ma si abituava piano.

Le chiamate di Ettore iniziarono il terzo giorno.

Allinizio chiamò sul cellulare; lei rispose solo una volta:

Ettore, sto bene. Ho bisogno di tempo. Non chiamare.

Lui insistette. Ma Lucia non rispose più.

Passò al telefono dellufficio. La giovane Chiara rispose, poi venne verso di lei con unaria colpevole:

Lucia, cè suo marito

Dì che non ci sono, rispose serena.

Chiara la guardò strano, ma tornò e riferì.

A novembre arrivò il freddo. Mariangela tirò fuori una stufa elettrica vecchia e la mise nella stanza di Lucia. La sera guardavano la televisione insieme, bevevano tè con i biscotti di cui Mariangela era golosa, o chiacchieravano.

Era lei a raccontare del marito, che era mancato dieci anni prima, di come avevano vissuto, di come poi aveva fatto amicizia col silenzio, e del modo in cui solitudine e libertà, a volte, erano la stessa cosa.

Non ti invito a restare sola, diceva, mescolando la tisana, ma a non temerlo. Vedi come vivi adesso. Hai paura?

No, rispondeva Lucia.

Ecco.

Lucia ci rifletteva. Sulla paura. Ettore le aveva sempre detto che senza di lui sarebbe sparita, che non sarebbe mai stata autonoma con il suo stipendio da contabile, che ormai era troppo in là con gli anni, che nessuno lavrebbe voluta. Quelle frasi vivevano dentro di lei come inquilini morosi e impossibili da sfrattare.

Ora invece viveva. E non spariva.

Lo stipendio era modesto, ma Mariangela non volle mai soldi per laffitto: Lucia portava la spesa e cucinava, e andava bene a entrambe. Lentamente cominciò anche a mettere da parte qualche risparmio. Pochi euro, ogni mese, per qualcosa di cui ancora non sapeva.

A dicembre, poco prima di Natale, lui si presentò.

Lucia tornava dalla scuola. Era venerdì, notte già alle cinque. Dietro langolo, sotto casa di Mariangela, lo vide.

Era lì, Ettore. Indossava la solita giacca marrone, senza cappello, eppure faceva freddo vero, otto sotto zero. Invecchiato, o forse Lucia non laveva mai guardato così attenta.

Lucia, disse lui.

Lei si fermò a tre passi.

Come mi hai trovato?

Qui tutti si conoscono, qualcuno mi ha detto.

Lucia annuì. Erano a Parma, quartiere piccolo.

Dobbiamo parlare.

Parla.

Lui si guardò intorno con disagio.

Possiamo andare da qualche parte? Fa freddo.

Mettiti il berretto, disse Lucia. Parla qui.

Stette un attimo in silenzio.

Ma cosa hai combinato, Lucia. A casa non cè più nessuno, sembra una scatola vuota. Non so arrangiarmi, cè sporco, il frigo vuoto. Non sono capace.

Imparerai.

Facile per te dirlo. Si agitò sui piedi, Lucia, lo sai che io sono fatto così, ho il carattere duro, ma mica per cattiveria. Questo non deve distruggere una famiglia.

Trentanni, Ettore. Trentanni ti ho ascoltato, ho fatto come dicevi. Ho cucinato, pulito, accolto ospiti, taciuto se mi zittivi davanti agli altri. Trentanni.

Qualche volta magari ho esagerato

Davanti agli ospiti mi hai detto chi ti ha chiesto. Non era la prima volta. Lo hai fatto ogni volta che parlavo fuori tempo. Per te ero solo una domestica. Cuoca, colf, serva. Ma mai una persona.

Dai, Lucia sbuffò con quel tono irritato che conosceva da sempre, e che un tempo la faceva stringersi nelle spalle. Adesso hai queste idee strane, avrai letto cose con quella Mariangela, eh.

Sono pensieri miei disse Lucia. Miei, da tempo. Solo che per tanto non li ho mai detti.

Si tirò su il colletto del cappotto. Cominciava a nevicare, una neve fitta, pungente.

Non torno, Ettore. Non è una crisi, né risentimento. Sto andando via perché stavo male. E solo ora capisco quanto.

Resterai sola, alla tua età. Hai pensato a questo? Nessuno vorrà più una come te.

A me stessa servo, disse Lucia. Questo basta.

Girò i tacchi e andò verso lingresso.

Lucia! Aspetta!

Non si voltò. Digitò il codice sul citofono, entrò spinta dalla neve.

Sopra, Mariangela probabilmente la osservava dalla finestra, perché aprì prima che Lucia potesse suonare.

Ho visto.

Sì, rispose Lucia. È fatta.

Vuoi un tè?

Sì, grazie.

In cucina, Lucia abbracciò la tazza con tutte e due le mani. Le mani tremavano un po, lo notò. Non era paura o freddo. È solo che quando chiudi davvero qualcosa, il corpo se ne accorge prima della testa.

Come ti senti? chiese Mariangela.

Bene. Pensò un po e aggiunse: Meglio del previsto. È come se gli avessi restituito qualcosa che non era nemmeno mio.

Un debito?

No. Scosse la testa. Unattesa. Aspettavo sempre che cambiasse, che capisse, che dicesse qualcosa di umano. E invece, oggi, mi ha detto che non ha da mangiare. Sorrise. Non ha da mangiare.

Almeno è onesto, disse Mariangela.

Già.

Arrivò linverno. Lucia sistemò i documenti. Si rivolse a una vecchia avvocata, discreta e concreta, che le fece ottenere quello che era suo. Poco, la casa era di Ettore da prima del matrimonio, in regola. Lucia prese solo il suo.

Certo, non era facile. Cerano serate in cui stava nella sua stanza e pensava ai cinquantatré anni, al futuro incerto, e alla paura vera che cresceva, onesta e nuda. Ma non la cacciava via, solo restava lì, ci pensava, e poi si addormentava.

Poi arrivava il mattino, ricominciava il lavoro, e tutto sembrava un po più semplice.

A gennaio si rese conto, una sera, di non ricordare lultima volta che aveva sofferto di mal di testa. Per tanti anni le faceva male ogni sera, pensava fosse letà, la pressione. Invece, era sparito.

Era poco, ma contava.

A febbraio cambiò il professore di lavorazioni meccaniche allistituto. Quello nuovo era Aldo Sereni, quarantotto anni, trasferito da Modena. Uomo discreto, insegnava meccanica di officina. Arrivò in silenzio.

Lucia lo vide la prima volta in mensa, seduto da solo con un libro sottile e un piatto di polenta, ordinato, silenzioso.

Passò col vassoio, lui alzò gli occhi e le fece solo un cenno, di quelli gentili.

La settimana seguente, si incontrarono in corridoio, accanto allufficio del preside. Lucia portava documenti.

Mi sa dire dove posso stampare? Il printer della sala docenti è fuori uso.

Da noi in contabilità. Se ha fretta, venga pure.

Grazie.

Tornò il giorno dopo, con una chiavetta USB. Lucia stampò tre pagine e gli disse che non era niente. Lui ringraziò e chiese:

Da molto lavorate qui?

Da ventidue anni.

Tanto tempo.

Sì.

Saprà tutto, allora.

So dove trovare quello che serve. Il resto, la vita è uguale ovunque.

Lui sorrise. Un sorriso quieto.

E poi, ogni tanto, cominciarono a chiacchierare in mensa. Prima pochi minuti, poi di più. Lui le chiedeva opinioni, ed era davvero interessato. Lucia non ci era abituata.

Un giorno si parlava di libri. Lucia ammise di aver smesso di leggere negli ultimi anni, mancava tempo.

E ora?

Ho ripreso. A casa di Mariangela ci sono scaffali pieni. Ne sto approfittando.

Cosa legge ora?

Lucia arrossì, non era un titolo moderno: un romanzo sulla campagna, trovato sugli scaffali.

Pavese, disse. Ho iniziato per caso, ora non riesco a smettere.

Ottima scelta, fece lui, senza condiscendenza. Lì si parla delle persone col cuore.

Proprio così, disse Lucia. Si sente che è vero.

Poi un giorno lui le lasciò sul tavolo un altro romanzo, di Cassola, suggerendole di leggerlo, se Pavese le era piaciuto. Niente grandi gesti, solo un libro appoggiato.

Lucia guardò la copertina, poi la porta dietro la quale lui era sparito, e sentì dentro qualcosa di caldo ma prudente. Era una felicità delicata, il primo giorno di sole quando fuori fa ancora freddo. Non ci correva dietro, non forzava le cose.

La vita le aveva insegnato che se non si ha fretta, le cose avvengono meglio. Lente, ma giuste.

La primavera arrivò veloce, con lultima settimana di marzo. La neve si sciolse in pochi giorni e Lucia, tornando a casa, vide le prime gemme nei cespugli del parco. Si fermò a guardare. Piccole, vive, piene di futuro.

Le tornò in mente che lanno prima, proprio allora, tornava da lavoro da Ettore. Era primavera, ma lei non guardava i germogli; pensava solo al pane da comprare, alle camicie da stirare, alle cose che servivano in casa, sempre di corsa.

Ora camminava e osservava i boccioli.

Aldo la incrociò al cancello, casualmente. Camminarono insieme fino alla fermata dellautobus.

Che giornata, oggi, disse lui.

Davvero, disse Lucia.

Posso chiederle una cosa? Chiese, attendendo. Lei pensò che era bello quel modo di chiedere. Le andrebbe domenica di andare insieme al Museo Civico? Lì hanno aperto una mostra nuova sulla storia della città e delle fabbriche. Da solo mi annoio.

Lucia lo guardò.

Al Museo Civico?

Sì, adesso cè una esposizione sulla storia dellindustria a Parma. Sono curioso.

Va bene, disse Lucia. Volentieri.

Lo disse senza paura, senza giustificare la sua scelta dentro di sé. Solo: va bene.

La domenica era limpida, fresca. Girarono per le sale; Aldo spiegava i macchinari e la storia delle fabbriche, Lucia lo ascoltava e chiedeva qualcosa ogni tanto. Bevvero poi un caffè allinfuso museo: liquido, ma entrambi finsero che fosse buono.

Non si annoia con me? chiese lui.

Lucia lo guardò.

Perché mai?

Parlo troppo del lavoro, della tecnica, mi dicono che stanca.

Da chi?

Dal passato.

A me non pesa. Se non mi interessa, glielo dico. Ma quando è interessante, ascolto.

Lui annuì.

È così che si dovrebbe fare.

Capì che parlavano di altro: del diritto di esprimersi, del rispetto. Per lui era importante. Anche per Lucia.

Così, piano, senza fretta e senza grandi parole, tra loro cominciò qualcosa che entrambi sentivano ma che nessuno aveva bisogno di chiamare in un certo modo. Una cosa semplice e vera, tra due adulti che si volevano bene.

Lucia ogni tanto pensava che questa fosse felicità femminile. Non quella del cinema, piena di canzoni e luci, ma quella silenziosa, quando ti svegli la mattina e ti va di alzarti.

Quando ti chiedono cosa pensi e vogliono il tuo parere.

Quando nessuno ti dice più “chi ti ha chiesto”.

A inizio maggio, il sabato del mercato, Lucia andò al mercato della città a comprare erbe fresche e ravanelli. Era pieno di gente, nellaria profumo di terra e verdura. Passando tra i banchi, vide Ettore.

Stava davanti al banco della carne. Dimagrito, le guance scavate, il viso smunto. Chiedeva qualcosa, il macellaio spiegava, Ettore ascoltava smarrito.

Lucia si fermò, senza paura. Attese di sentire qualcosa dentro: pietà, rabbia, rimorso, qualcosa di antico.

Niente.

Era solo un altro uomo perso tra i banchi. Un uomo qualunque. Una volta avevano vissuto insieme trentanni. Era stato così, parte della sua vita, non tutta la sua vita.

Cambiò corsia, comprò prezzemolo per Mariangela, che lo amava nel minestrone. Uscì dal mercato, col sole caldo nella borsa, e il profumo delle erbe fresche dellestate.

Pensava che così si inizia una nuova vita dopo i cinquanta. Non con un gesto, ma con tutto questo: la valigia al mattino, il tè da Mariangela, il lavoro che tornava a dare senso, un libro sul comodino, la gita al museo col caffè acquoso, e quel maggio.

Lasciare un marito tirannico era solo il principio. Bisognava vivere ancora. E Lucia imparava. A guardarsi intorno, a distinguere tra sopportare e andarsene, a sentire che la scelta era propria, e giusta, anche se la fatica era tanta.

Il vero realismo psicologico, pensò, era questo: vivere davvero, senza finzioni ma senza catastrofi. Prima così, poi basta, e allora qualcosa di nuovo. Paura, fatica, solitudine, ma infine anche benessere.

Le donne seguono tanti destini. Lucia non pensava di essere un modello o uneroina. Soltanto una persona che aveva scelto.

Girò in via Giardino Garibaldi, salì al terzo piano, suonò. Mariangela aprì in grembiule, con un piatto in mano.

Ah, sei tornata. Sto preparando la pappa al pomodoro.

Ho portato il prezzemolo, disse Lucia, mostrando il mazzo.

Brava, vai a lavarti le mani.

Lucia appese il cappotto, entrò in cucina, aprì il rubinetto. Guardava lacqua che le scorreva sulle mani.

La domenica lei e Aldo avevano deciso di fare una gita fuori Parma, lui voleva farle vedere una vecchia diga degli anni Cinquanta, diceva che era una raffinatezza ingegneristica, le spiegava come funzionava e Lucia pensava di essere felice di ascoltare.

Strano e bello.

Asciugò le mani, tornò in cucina.

Aiuto?

Taglia le uova.

Lucia prese il coltello. Tagliò le uova sode a cubetti. Un gesto esperto, le mani ricordavano tutto.

Ma ora lo faceva per sé, per Mariangela. Per scelta, non per dovere. E questa era una differenza che non si spiega facilmente a parole, ma che si sente a ogni momento.

Fuori il sole brillava, i bambini urlavano nel cortile, il profumo era primavera e prezzemolo.

Mari, non ti sei mai pentita di essere rimasta sola? Dopo Luigi?

Mariangela rifletté, come sapeva fare lei.

Sì, certo. Era un bravuomo, e senza di lui ci sono stati giorni brutti. Ma della solitudine non mi sono mai pentita. Te lho già detto.

Sì, me lhai detto.

E tu sei sola adesso?

Lucia sorrise, guardando le uova.

Non proprio.

Mariangela la guardò, senza dire nulla. Annui, tornò alle pentole.

Non cera una morale precisa. Cera solo la vita. Quella vera, stropicciata, invecchiata o meno, di una donna chiamata Lucia Paoletti, contabile, cinquantatré anni, che un giorno decise di alzarsi da tavola e restare seduta. E si meravigliò della facilità con cui si può cambiare tutto.

E di quanta vita ci sia, dopo.

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