La vita vuota di Livia
La neve ormai non bruciava più i piedi nudi di Livia aveva smesso di sentirli. Soltanto il vento colpiva, come una frusta, il volto, le braccia, il collo; attraversava la sottile camicia da notte che a fatica copriva il petto. I capelli grigi, impastati di fiocchi di neve, erano pesanti come stalattiti. La tormenta fischiava violenta, accecante, e Livia ormai non sapeva più dove stesse andando: si era persa nel suo stesso piccolo cortile. Schiacciata contro le assi gelide della vecchia recinzione, incrociò le mani sul petto e cominciò a lamentarsi:
Magari morissi presto! Prendimi, Dio caro Fatemi morire
Sarebbe davvero morta, quella notte gelida, se non fosse stata per la vicina, Giuseppina, che era uscita a controllare la mucca: non era forse arrivato il momento del parto? Vide la porta di Livia spalancata, una lama di luce che fendava il gelo.
Livia! Sei tu là dietro, cosa stai facendo al buio?
Ma Livia stava ferma in un angolo, coperta dagli alberi e dalla nebbia di neve, gli occhi ben stretti, mormorando come in trance: «morire», «morire»
Giuseppina corse fuori dal suo portico, entrò nel cancello sgangherato di Livia.
Livia, dove sei! Livia, porca miseria Livia!
Anche avesse voluto, Livia non avrebbe potuto rispondere. Gemendo, scivolò giù lungo le assi fredde, abbassando la testa spettinata e argentata sulle ginocchia magre. Si contrasse tutta, le guance scavate rigate dalle lacrime. Poi, sentì delle braccia sotto di lei, qualcuno che cercava a fatica di tirarla su: era indurita come legno, il freddo le aveva pietrificato il corpo.
Vecchia scema! Aspetta qui, arrivo subito! la voce agitata di Giuseppina, che corse a chiamare il marito. In due riportarono Livia in casa.
Da allora, Livia non si è più alzata dal letto. La mattina dopo, la giovane infermiera del paese, Martina, venne a visitarla: si meravigliò di trovare, a novantun anni, una donna così ferita ma senza un filo di febbre, nessun segno di raffreddore, solo i piedi gelati e lividi dal freddo. Piegata sul viso spento di Livia, la ragazza mormorò:
Dovrebbe venire in ospedale. Chiamo unambulanza?
Livia fissò le ciocche nere e il colorito acceso sulle guance della giovane, scosse la testa con ostinazione.
Non serve Da qui non mi muovo. Non ti preoccupare per me, cara. Vai, Dio ti benedica.
Restò a letto così due settimane. Nessuno riusciva a capire perché quella notte uscisse fuori, a piedi nudi, in camicia da notte. Parlano di vecchie follie, ma per Livia era successo qualcosa di misterioso, quasi predestinato. La sera prima era seduta sul bordo del suo misero letto, nella fioca luce della lampadina sbiadita, e sfilava con dita abili una vecchia calza di lana. Le dita agili conoscevano il lavoro a memoria; eppure lo sguardo era fisso, perso su un punto invisibile del muro. Sorrideva in modo storto e spettrale, persa in ricordi lontani.
Nella sua vita non cera stato mai niente di buono fin dallinfanzia: solo lavoro duro e povertà. Una sola fiammata corta di felicità, una frazione di amore in tutto quel grigiore.
Si chiamava Guido.
Guido Guidino mio bisbigliava tra denti chiusi, mentre sorrideva più ampia, più enigmatica.
Quella sera Livia si era sentita trascinare forse dal sogno, o magari da una visione: camminava nel campo oltre il boschetto, là dove finiva la tenuta della padrona. Guardava lontano, la mano sugli occhi contro il sole calabrese, aspettando, aspettando. Lui aveva promesso di venire. Dentro di lei, una fame divorante di paura e speranza. Scorse nel miraggio del campo di grano una figura maschile, corse verso di lui, gridando: «Guido! Guido!»
Si addormentò tra quelle visioni. Poi si svegliò nel cuore della notte, inquieta. Un lampo verso la finestra fuori, solo la bufera, i vetri vibranti. Livia scostò la coperta, tese le mani avanti, cercando nella penombra la porta.
Torno subito velocemente
Aprì la porta con il piede, uscì nella neve, scalza, senza ricordare nulla. Cercò nel bianco accecante sopra il paese, stendendo la mano come per chiedere aiuto:
Guido!
Il gelo tagliava come una lama. I piedi nudi affondarono nei gradini di pietra, dal porticato alla stradina. Guardava solo avanti, verso il cancello, si muoveva con passo stanco contro il vento furioso.
Guido! Sono qui! Guido!
Arrivò alla recinzione, si spinse oltre, rincorrendo la speranza Fu solo allora che sentì i piedi morti dal freddo, incapaci di muoversi. Si sforzò di cercare il cancello, ancora sorridendo.
Torno subito Guarderò da questaltra parte
Ma il cancello non lo trovò. Girò a vuoto per il cortile, confusa, perdendo ogni riferimento. Ovunque si girasse, un albero, un muretto, le gambe a metà nella neve Così si perse. Così la trovarono i vicini.
Da quellepisodio, Giuseppina le portava un piatto caldo, parlava con lei, accendeva la stufa. Martina medicava diligentemente i piedi coperti di unguenti puzzolenti, le chiedeva di prendere la temperatura. Livia obbediva a tutto, poi restava sola a fissare il soffitto con occhi vuoti. Ascoltava dalla finestra ogni suono: i latrati dei cani, lo sferragliare dei carretti, le risate dei bambini di ritorno da scuola.
Sempre più spesso sprofondava nelloblio del sonno. Si svegliava: alba, notte, il crepitio della legna nella stufa, lo stillicidio incerto dalla grondaia. «Dio, ma quando morirò? Morire» pensava ancora e ancora.
Fin dallinfanzia aveva imparato ununica, terribile verità: il suo destino era una china ripida, coperta di fango viscido e rovi pungenti. Solo scivolare giù, urtando contro radici e sassi. Nessuno a reggere, nessuno a fermare la caduta, nessuno a offrire una mano per risalire verso il sole. Così vivevano tutti intorno a lei: lei non si aspettava altro. La sua era una lunga, estenuante discesa e non restava che resistere, serrando i denti per non gridare.
Quellanno la primavera giunse tardi e cattiva. Portò solo vento freddo e pioggia che sciolse le strade nella melma. La neve si sciolse a maggio, rivelando terra umida, vecchia come una pelle consumata. Le foglie tardavano a sbocciare sui pioppi, i frutteti neri e scheletrici. Livia, con il fazzoletto stretto annodato sui capelli bagnati, arrancava per la strada fangosa dal pozzo: i secchi dondolavano sulla stanga, spargendo acqua gelata sui piedi nudi e screpolati. Suo lato opposto, appostati sotto la pioggia, uomini parlavano sottovoce, scrutandola. Ma lei passava senza alzare gli occhi. Da tanto tempo era invisibile, parte di quel paesaggio cupo.
Livia! la voce della vecchia Assunta, anchessa contadina nella villa della signora, squarciò laria umida. Un comando secco, senza replica. Corri al negozio! Di a Pasquale di preparare della stoffa fiorita per la signorina. E vai svelta! Oggi arrivano ospiti da Napoli, cè da preparare la tavola! E cogli qualche fiore!
Livia posò con cura i secchi sul portico, evitando di versare lacqua, si pulì le mani al grembiule e si incamminò verso il paese. Aveva ventidue anni, ma la vita già pareva passata, nemmeno lombra di felicità. Dodici anni prima, persi i genitori, la vedova padrona laveva portata a servizio per un tozzo di pane. Una ragazzina magra, spaventata. Oggi era una donna alta, solida, silenziosa, dalle mani stanche e lo sguardo spento.
Lavorava dallalba al tramonto. Legna da spaccare con la pioggia sulla schiena, a mungere capre nel gelo, a impastare largilla per il forno, a lavare al fiume fino a perdere sensibilità nelle mani. Strappava erbacce al sole, tra cespugli di ribes e lamponi che non osava toccare la padrona contava ogni frutto e per uno sottratto la batteva con lortica: Non sono per te, parassita! Aveva imparato a non guardare. Sradicava con rabbia, mordeva le labbra per non piangere e tentava di compiacere la padrona almeno per un po di pace. La sua schiena sottile si muoveva tra il verde lussureggiante del giardino, le bacche mature le sfioravano la bocca come tentazione, ma Livia resisteva.
Il sabato accendeva il bagno turco. Trascinava mastelli dacqua dal fiume sulle spalle, scaldava i sassi fino a far venire la nausea al solo respiro. Poi, nella cortina soffocante di vapore, strofinava la schiena larga e molle della signora finché gli occhi non le si offuscavano. La padrona, lenta e pesante, si lasciava lavare, a volte borbottava, pizzicava i fianchi robusti di Livia, oppure di buon umore la accarezzava e la chiamava animaletto da tiro. Livia era abituata. Non cera altro, non si lamentava. Una barriera invisibile la separava dal mondo: stanchezza, indifferenza, una speranza antica sepolta. Non le importava come la vestivano, chi le parlava, che stracci le davano. Le pareva sciocco persino parlare con le altre ragazze alla sera, non le toccavano nemmeno gli sguardi e i pettegolezzi dei ragazzi. Lavorava sempre, e la padrona ormai non poteva prescindere da lei.
Un giorno, mentre Livia era intenta a pulire lo specchio, la vecchia signora chiese con aria assorta:
Livia, ti vuoi sposare? Eh? Ti trovo un marito?
Livia scese dallo sgabello, strizzò lo strofinaccio e rispose indifferente:
Come preferisce lei.
O vuoi restare zitella?
Mi è uguale.
Proprio così! la signora le posò una mano pesante sulla spalla, Meglio zitella, tanti figli cè solo fastidio! Con quel sedere là potresti farne dieci! Che fortuna
Medito brevemente, chiamata dalla voce della figlia dallinterno, lasciò perdere il pensiero. Il discorso lasciò Livia impassibile. La sua anima dormiva, serena e vuota. Era forte, sana, ma non desiderava, non sognava nulla per sé, separata comera da tutto da un muro invisibile. Gli uomini si abituarono a quella bellezza atona, quel passo pesante e indifferente, senza desideri. Il vecchio stalliere Giuseppe diceva: La bellezza di Livia è per Dio, non per gli uomini. Forse sarebbe stato così per sempre. Ma la sorte volle diversamente, e anche Livia si affacciò per poco nel mondo degli umani.
Tutto accadde allinizio di giugno, con il sole caldo e la campagna che profumava di erba nuova. Si aspettavano ospiti importanti in villa. La giovane padroncina, pallida e malaticcia, avrebbe dovuto ospitare un giovane signore venuto da Napoli, forse in cerca di moglie. A Livia fu dato il compito di raccogliere margherite. Scese al fiume per i prati scivolosi, e lì la bloccò un giovane sconosciuto. Portava un gilè elegante sopra una camicia ricamata, stivaloni neri lucidi. Gli occhi chiari, taglienti e pericolosi, i capelli biondi lucidi di brillantina. Era Guido, lo stalliere della tenuta vicina, venuto insieme al giovane nobile. Si mise davanti a lei, gambe larghe, la osservava come si fa con una giumenta da mercato.
Salute, bella sorrise, percorrendola con lo sguardo dalle mani forti alla curva del seno, tesa nella camicetta sbiadita.
Livia non gli diede nemmeno unocchiata. Muta, fece per superarlo, ma lui si spostò nuovamente a bloccarle la strada.
Cosa vuoi? chiese sorda, gli occhi fissi sui piedi.
Come ti chiami?
Chi lo deve sapere già lo sa; tu no! tagliò corto, passandogli accanto come fosse un palo qualsiasi.
Guido non si arrese. Cominciò a tornare ogni settimana col padrone. Livia sentiva la voce sicura e il suo sguardo insistente nei cortili, percepiva il peso dei suoi occhi mentre lavava, spazzava, cucinava. Si fece trovare ovunque: alla fonte, nellorto, dietro il fienile. Diceva battute, provava a pizzicarla, ma lei scivolava via, muta, indifferente. Un giorno che lei entrò nel fienile per la farina, lui le saltò addosso, la schiacciò ai sacchi. Livia non urlò. In lei si risvegliò un istinto antico: lo allontanò così forte che Guido rinculò, picchiando la testa contro la trave. Lei lo guardò dallalto, fredda:
Guarda dove vai
Poi si rimise il fazzoletto, ridistese la gonna e se ne andò lasciandolo per terra sulla paglia. Guido rimase a fissarla tra dolore e una curiosità ardente che gli accese lo sguardo: non era una delle sue solite ragazze.
E Livia? Forse un po si smosse dentro di lei qualcosa, ma mai un vero interesse femminile per Guido. Era solo un soffio nuovo, una scintilla accesa senza capire perché. Non pensava nemmeno a lui, ma qualcosa che era stato addormentato si allungava e bruciava come un bisogno indefinito.
Livia prese a sorridere di più, a svegliarsi presto per vedere la nebbia dei campi, a fermarsi a guardare lalba sopra i pioppi, mentre la brina brillava sulle foglie. Avrebbe voluto buttarsi nellerba fresca e ridere della pienezza della gioventù e della forza. Ma poi metteva mano ai lavori: non si concedeva svaghi. Passò così un mese.
I tentativi di Guido non portarono granché, se non un bacio rubato nel buio del solaio, per cui lui ricevette uno schiaffo solenne. Si scoraggiò, ma non del tutto: una volta, Livia riversò dellacqua e lo vide accennare ad aiutarla, e lei gli sorrise chiaro, di sbieco. Unaltra volta, lo sorprese a guardarlo a lungo dalla finestra. Non era molto, ma per Guido era già speranza. La loro storia si spense sul nascere: la padroncina si maritò con il giovane napoletano, la villa fu in festa, e Guido partì insieme a loro verso Napoli. Livia lo seppe dalla cuoca: Il tuo Guido è andato via cerca vento nei campi.
Livia cominciò ad aspettare. Usciva ogni sera sulla strada sterrata, guardando verso il bosco; stava ferma con le mani strette sul petto finché non calava la notte. Smetteva di mangiare, di dormire. Il bel volto scavato era trasparente, gli occhi bruciavano di luce febbrile. La vecchia Assunta la sgridava, la scuoteva, la chiamava scema, ma Livia rispondeva solo con un sorriso vuoto, felice nella sua follia. Era sicura: Guido sarebbe tornato. Era convinta, col corpo consumato, che lui dovesse tornare.
Passò lestate torrida, temporali e grandine. Venne lautunno, piovoso e triste. A Livia piaceva guardare la linea lontana dove il bosco incontrava il cielo. Le sembrava che, aspettando abbastanza, Guido sarebbe tornato. Non chiedeva notizie, chi le dava la verità la gelava con un sorriso. Sentiva che qualcosa lo teneva lontano e che, se aveva assaporato qualche giorno di felicità con lui, anche Guido doveva rimpiangere quei giorni. Chi non vuole essere felice? Bastava attendere, credeva. Lavorava in silenzio, rabbiosa, guardava oltre tutto e tutti. Giorni, mesi, anni: attese.
Un giorno dottobre, tra i campi neri e gli alberi spogli, Livia smise di zappare e drizzò la testa: al limite del bosco comparve una figura da lontano. Il cuore si fermò. Pensò fosse Guido. Gettò via la vanga, corse a perdifiato, le braccia larghe, urlando il suo nome in un rantolo:
Aspetta! Aspettaaa!
Luomo non si voltò. Livia arrivò alla riva del torrente gonfio, si perse sulla sponda. Non sapeva nuotare, lui era di là. Si alzò su un tronco a terra, fissò con ansia la sagoma che spariva oltre la riva. Temeva il pianto, perché il pianto lo avrebbe sciolto via per sempre dalla vista. La figura si fuse con il paesaggio, scomparendo. Livia si sollevò sulle punte, le braccia tese verso il nulla, immobile, finché non vide più niente che lerba lontana.
La trovò la vicina, una contadina che zappava il lampone poco distante. Le si avvicinò, scosse il capo:
Che fai lì seduta? Perché sei corsa così?
Era Guido disse Livia, senza voltarsi.
Quale Guido?
Lo stalliere quello che portava qui il giovane padrone
Ah, quello della tenuta vicina? Ma è tanto che non si vede. Cosa lo aspetti a fare?
Lo aspetto.
E cosa aspetti, poveretta? Tempo fa ho sentito che si è sposato da anni, vive ancora a Santa Croce.
Non mentire mormorò piano Livia, e nella voce cera una follia greve e terribile che la donna indietreggiò.
Non mento, sciocca! Mio marito ci è stato, lo ha visto Ha figli, tanti. È disabile ora, un carretto lo porta. Non si muove, vivono nella miseria più nera. Forse sarà già morto, aveva una brutta cera lultima volta Ma tu, perché ridi?
Ah, ah, ah! rise Livia, distesa per terra, i capelli sfatti, la gonna tirata su, le ginocchia bianche al sole. Un riso aspro, spezzato, inumano.
Poveraccia, e ancora ride! la vicina si fece il segno della croce rapida. Sarà già sottoterra, e lei che ride così.
Ma era bello, giovane, forte Livia si toccò il petto con occhi infuocati. E io lo sono ancora, sua moglie. E non abbiamo ancora figli
Ma quanti anni pensi siano passati? Lui ormai ha cinquantanni suonati! la donna la strattonò. Vieni via.
Livia rideva e fissava la donna con occhi vuoti e brillanti.
Perché hai mentito? Eh? Perché?
Povera, davvero… è completamente partita, pensò la vicina, facendosi il segno della croce e allontanandosi senza dare le spalle.
Da allora tutti, al paese, la consideravano ormai una beata, una povera ossessa dalla speranza. Livia non pianse più, non aspettò con la stessa disperazione. Lavorava il suo piccolo pezzo di terra in silenzio, ancora più furiosa di prima. Quando si fermava, si sedeva sul gradino, fissando i pioppi: sognava il mare che non aveva mai visto, e negli occhi le rimaneva uno sguardo vuoto che faceva il segno della croce a tutti.
Finché poteva ancora muoversi, anche a giugno inoltrato, quando laria in Calabria era densa dellodore dei fiori di limone e magnolie, si metteva una camicia pulita, pettinava i lunghi capelli grigi, usciva nel prato e restava ore a fissare la linea blu tra bosco e cielo. Rimaneva immobile, già avvizzita, ma là cera qualcosa di eterno e stoico, come se aspettasse da secoli. Se qualcuno le chiedeva di chi aspettasse il ritorno, rispondeva piano, con una luce pacata e nostalgica nel sorriso:
La mia felicità. È là, oltre il bosco. Guido mi ha promesso che arriva oggi.
Povera donna dicevano con compassione.
Solo il vento soffocava tra i rami degli ulivi, il fiume continuava lento nel suo eterno passaggio, e da qualche parte, oltre i boschi e le città, rumorava misterioso quel mare mai visto, che esisteva solo per nome nei suoi sogni.
La vecchia porta cigolò. Giuseppina entrò ad accendere la stufa. Livia sollevò verso di lei occhi perduti, ormai privi di ogni colore.
Allora, come stanno i piedi? domandò Giuseppina.
Livia biascicò parole incomprensibili. Giuseppina si avvicinò.
Eh? Non ti capisco
…magari morissi tanto lui non torna più. Solo la morte, ormai, mi restaGiuseppina sospirò, ma non replicò. Restò lì un attimo in silenzio, appoggiando la coperta sulle spalle magre di Livia, stringendole appena la mano ormai ossuta. Poi uscì piano, chiudendo la porta e lasciando la vecchia al silenzio rotto solo dal crepitio della stufa.
Nella stanza semibuia, Livia chiuse gli occhi e per la prima volta in tanti anni non aspettò più niente. Sentiva scorrere dentro una calma strana, mai provata: il corpo leggero, la mente che si sfilacciava in immagini sempre più tenui. Voci lontane, una risata dinfanzia, il sole ampio nei campi dorati, una corsa a piedi nudi sullerba umida. E ancora, una mano calda che stringeva la sua, una voce maschile che prometteva: Sono qui.
Un odore dolce di pane fresco, lo schiocco delle labbra di qualcuno che la chiamava dal fondo della casa. Livia sorrise. Finalmente quella fame damore che aveva bruciato tutta la vita si placò in unimpressione sottile di tepore.
Fuori, il vento smise di battere sui vetri. Il tramonto acceso si rifletté sui muri, tingeva tutto doro. Livia aprì appena gli occhi. Davanti a lei, oltre la finestra, il bosco era immerso in una luce nuova, e per un istante le sembrò di vedere davvero la sagoma sottile di Guido, lì, in piedi tra i pioppi, che la salutava sorridendo, con la mano levata come allora, tanti anni prima. E fu tutto. Un respiro profondo, leggero, e la casa rimase silenziosa.
La mattina dopo, Giuseppina la trovò con il volto sereno, stesa immobile tra le lenzuola ricamate, la bocca dischiusa in un sorriso minuscolo, le mani strette come a tenere ancora il fazzoletto. Le pareva una ragazza, quella ragazzina magra e dura che aveva attraversato indenne tormenta e caldo, aspettando sempre qualcosa oltre il bosco, oltre il dolore.
In paese, qualcuno si fece il segno della croce, qualcuno pianse un po. Ma non bastò molto tempo perché la casa si riempisse di silenzio, e del ricordo di quella donna che era sopravvissuta a tutto tranne che alla propria speranza. Solo i bambini, correndo tra i pioppi nei giorni di vento, ogni tanto lanciavano un grido verso il limite del campo:
Livia! Guido è tornato! e ridevano, scappando via tra lerba.
E chissà, forse davvero, nei tramonti di primavera e nelle notti di neve, due figure si ritrovano ancora oltre quella linea, camminando leggere tra i campi che nessuno vede, inseguendo una felicità che qui nessuno ha mai saputo nemmeno immaginare.


