Il Polpettone al Centro
Ricordo ancora quella sera, seduto a guardare il polpettone sistemato perfettamente al centro del piatto, lo stomaco che borbottava traditore. Era una cena come tante nella nostra casa di Milano, io e Giacinta, sposati da trentanni, ormai cinquantenni entrambi, con le abitudini consolidate come il marmo vecchio.
Giacinta, posso prendere una fetta di pane col prosciutto? Ho fame.
Franco, la cena è pronta tra venti minuti. Se mangi ora, arrivi già senza appetito alle sette e la pasta si raffredda.
Solo un pezzettino
No, Franco, aspetta. Ho calcolato tutto: le patate sono pronte alle sette e un quarto, il pollo alle sette e venti. Non sgarrare.
Con un sospiro silenzioso mi sedetti a tavola. Giacinta, in piedi vicino al frigorifero, rimetteva a posto la spesa: il latte sempre sul secondo ripiano, il parmigiano nello scomparto basso, gli yogurt in scala di scadenza. Era tutto un ordine sacro, ed io lo assecondavo ormai senza domande.
Almeno posso versarmi il tè?
Serviti pure. Ma con una sola zolletta di zucchero.
Ma Giacinta, sono un uomo adulto!
Sei un futuro diabetico. Tuo padre e tuo nonno lo erano. Una zolletta e stop.
Non feci in tempo ad alzarmi che già lei si era portata avanti: prese la mia tazza, versò il tè, misurò lo zucchero col cucchiaino e me la posò davanti, come fosse una formula di fiducia.
Bevi, Franco.
Assaggia il tè, troppo leggero e praticamente senza dolcezza. Non dissi nulla. Sulla Milano dottobre calava la sera, e nel nostro quartiere popolare il buio arrivava sempre presto, con i lampioni che si accendevano puntuali, le auto parcheggiate sempre nei soliti posti. Tutto quieto, tutto fisso.
La casa era pulita come una sala operatoria e silenziosa come una biblioteca. Sapevo già che anche domani sarebbe stato così, e il giorno dopo ancora.
***
Il sabato da noi iniziava sempre alle otto, non perché non potessimo svegliarci più tardi, ma perché alle otto veniva steso, piuma dopo piuma, lelenco delle faccende. Giacinta ne scriveva uno ogni venerdì sera, in bella calligrafia, sul quaderno a quadretti.
8:00 Colazione.
8:30 Pulizie.
10:00 Spesa: alimentari in via Solferino, poi casalinghi.
12:00 Pranzo.
13:00 Riposo.
14:00 Visita alla zia Ernesta.
17:00 Rientro a casa.
17:30 Cena.
18:30 Televisione o libro.
22:00 Nanna.
Sapevo lordine quasi a memoria. Da almeno quindici anni cambiava solo il nome del supermercato o della zia da visitare.
Mentre lavavo il pavimento del corridoio, strofinando la pezza da un muro allaltro, mi sorpresi a pensare alla pesca. Non che mi mancasse davvero, ma da quanto tempo non andavo più, otto anni almeno? Lultima volta fu con Peppino, collega dellofficina, sulle rive dellAdda. Tre persici e una carpa, e una zuppa di pesce cucinata lì, al fuoco subito, nel vecchio pentolino smaltato. Risate a crepapelle, tanto che le papere scapparono via tutte.
Tornai a tarda sera. Giacinta, sveglia ad aspettarmi.
Ti pare questa lora?
Lo so, Giacinta, si è fatto tardi.
Ti ho chiamato otto volte! Il pollo è in frigo, ma ormai
Scusami.
E dopo quella volta la pesca finì lì. Nemmeno tanto per un divieto esplicito, ma ogni volta cera altro da fare, manutenzioni, visite, faccende, e smisi di proporre.
Franco, sciacqui bene quel panno? Non spremerlo troppo, altrimenti restano gli aloni!
Ubbidii. Le mattonelle brillavano. Giacinta andava fiera del suo pulito: Da me potresti mangiare direttamente per terra, aveva detto un giorno al telefono a unamica. Io, di certo, non lavrei mai fatto, nemmeno su una superficie perfetta.
La giornata filava liscia: spesa, pranzo dalla zia Ernesta con torte salate di patate un po bruciacchiate. Giacinta, educatissima ma decisa, fece notare: Ernestina, la tua cucina cuoce irregolare, lo sai?. Io ne mangiai tre di quelle torte, buone proprio perché erano imperfette.
Rientrammo a casa con dieci minuti danticipo. Giacinta posò le borse, mise su il bollitore, tirò fuori la torta di ricotta, tagliata in sei pezzi identici. Mi sedetti, la guardai, e sentii un sottile senso di ansia. Non per la torta, non per il sabato; per la certezza di sapere già tutto: domani, dopodomani, la settimana prossima, senza alcun mistero.
***
Il mercoledì sera si ruppe laspirapolvere; semplicemente smise di funzionare. Lo aprii sulla tavola della cucina: filtro intasato, il giunto della spazzola rotto. Sapevo cosa fare, dopo ventanni da tecnico nellofficina di meccanica. Una passeggiata.
Giacinta si fermò sulla porta, severa.
Che stai facendo?
Lo riparo. Filtro pieno e giunto rotto, ma non è grave.
Franco, chiama lassistenza. Lascia stare.
Ma che assistenza, Giacinta, ci metto un attimo! È poca roba.
Hai già riparato il ferro due volte; la prima volta non saccendeva più, la seconda scaldava solo a destra.
Questa è diversa. Qui so dove mettere le mani.
Franco, tu sei tecnico di officina. Non di elettrodomestici. Non fare pasticci, dopo spendiamo il doppio.
Tastai una nuova ostinazione in me, un sasso che si era appena mosso. Guardai le mani, il motore smontato, il suo viso controllatissimo.
Lo aggiusto io, Giacinta.
Franco
Lo. Aggiusto. Io.
Mi guardò prima sorpresa, poi infastidita. Ma se ne andò. Ci misi unora. Riaccesi laspirapolvere: funzionava meglio di prima. Rimisi a posto tutto e cercai di cogliere almeno un Bravo! che però non arrivò.
***
Lannuncio era appeso a un palo del tram vicino a Porta Genova: Riparazione vecchi apparecchi e cavalletti. Recarsi presso Cera un indirizzo e un numero. Il mio vecchio giradischi, acquistato ai tempi delluniversità col contributo di papà un Safar, modello anni 70 dormiva in corridoio, inutilizzato ormai da anni. Giacinta mi diceva sempre di buttarlo. Ogni volta rispondevo poi, e lo rimettevo al suo posto.
Il telefono non rispondeva. Decisi di andare di persona: zona Navigli, in una vecchia casa decrepita, con il portone pesante di legno. Terzo piano. Bussai, niente. Poi rumore di passi, cose che cadevano, infine una donna schiuse la porta.
Era più o meno mia coetanea, grembiule di lino macchiato di colori, i capelli legati malamente, qualche ciocca verde di tempera sulla guancia.
Buongiorno. Cercavo chi fa riparazioni
Entrate, entrate! Io sono Valeria, fra poco trova anche il giradischi, ci scommetto. Attenti ai cavalletti nel corridoio.
Entrai e mi fermai, sorpreso. Era uno studio vero: tele ovunque, colori e pastelli, barattoli di pennelli sui davanzali, vecchi giornali pitturati sparsi, un gatto rosso abbarbicato sul divano che mi scrutava con occhi degni di un granduca.
Scusi il caos, ho dipinto tutta la mattina e non ho ancora riordinato.
Nessun problema.
Allora, cosè da aggiustare?
Ho un Safar che non gira più. Credo sia il motore, ho provato a guardarci, ma
Un Safar! Bei tempi. La pila del telecomando lha controllata? Ogni tanto si ossida il contatto.
Già fatto, niente.
Valeria annuì.
Lavete portato?
No, prima volevo chiedere.
Portatelo, lo guardo. Ma già che ci siete, mi aiutate con questo cavalletto di cui non so più che fare? Vi farò lo sconto poi.
***
Il cavalletto era tarlato e sbilenco, il fermo non teneva la tela. Mi inginocchiai, chiesi un cacciavite, Valeria mi portò una scatoletta con tre utensili, di cui uno sbagliato. Ragionai un po, risolsi con una vite temporanea avvolta nellisolante.
Bisognerebbe prendere un bullone M6, con dado, le spiegai, in ferramenta si trova facilmente.
Lei prese il pennello e scrisse M6 bullone! su un giornale.
Scoppiai a ridere, poco abituato a quella leggerezza.
Così dimenticherete, buttando la carta.
Macché! Lo appendo al frigo. Venite che vi offro un tè e una fetta di focaccia di ieri, con verza e cipolla, la ricetta di mia madre.
Volevo dire che dovevo andare, che a casa Giacinta mi aspettava. Ma dissi solo:
Volentieri.
***
Bevemmo il tè in cucina, tra vasetti di aromatiche sul davanzale e focacce senza tovagliolo su un piatto. La focaccia, umida e saporitissima, sapeva di infanzia.
Buonissima, davvero.
Davvero non sono brava, rise, è mia figlia che mi ha insegnato. Studia a Firenze, ventidue anni, più adulta di me.
Vive qui da sola?
Da un anno, da quando il marito se nè andato. Ora siamo io e il gatto, Silvano.
Silvano sollevò il muso, ascoltando il suo nome, poi tornò a dormire.
Ha sofferto?
Allinizio, sì. Ma poi lo sa quando cammini tutto il giorno con scarpe strette e quando finalmente le togli, ti accorgi di quanto ti facevano male? È così.
Guardai fuori dalla finestra. Un tiglio cresceva alto, con le ultime foglie gialle.
Lei farebbe lingegnere? chiese Valeria.
Sì. Da una vita. Ma mi piace aggiustare vecchi apparecchi, infilare le mani nei meccanismi, e poi pescare.
Pescare? Racconti.
Restai sorpreso: quando a casa citavo la pesca, Giacinta tagliava corto. Qui, invece, Valeria ascoltava con attenzione vera.
Raccontai dei mattini di nebbia sullAdda, delle carpe enormi, delle risate con Peppino. Mi resi conto che erano già due ore che parlavamo. Dovevo andare.
Devo scappare.
Come vuole. Grazie per il cavalletto e per il racconto di pesca: vedevo già il fiume.
Sulla strada di ritorno mi chiesi: da quanto nessuno mi ascoltava così, senza secondi fini?
***
Giacinta era in cucina, il piatto della cena ormai freddo e coperto da una fondina rovesciata. La sua faccia era tesa come prima di un lungo discorso.
Dove sei stato?
Da una signora, cercavo un tecnico per il giradischi. Ho aiutato con un cavalletto, si è fatto tardi.
Non hai avvertito.
Non pensavo di fermarmi tanto.
Ti aspettavo alle sette. Il polpettone è secco ormai.
La guardai. Presi la giacca, appesi il cappotto. Nel petto qualcosa si stringeva.
Ho mangiato una focaccia da lei.
Una focaccia.
Sì.
Sei andato per un vecchio Safar e torni alle nove dopo aver mangiato con una sconosciuta. Ti sembra normale?
Ho aiutato una persona e preso un tè, nientaltro. Ha cinquantacinque anni, insegna pittura, è divorziata. Si chiama Valeria.
Ti sei fatto raccontare tutto. Be, ora cena da solo, io vado a dormire.
Sola uscì dalla cucina. Rimasi in silenzio, guardando la pioggia: anche la pioggia non seguiva mai orario.
***
Successe ancora. Portai il Safar, Valeria lo sistemò grazie a un amico. Tornai dopo due giorni, presi un dolce alla pasticceria perché non andavo a mani vuote. Una terza volta, passai per caso per vedere se aveva trovato il bullone giusto; sbagliò misura, portai io quello adatto.
A casa dicevo solo che passavo dalla bottega. Giacinta domandava, io rispondevo breve. Forse le bastava sapere che sarei tornato per cena.
Una sera, tardi, Valeria mi spiegava le luci nei quadri di Morandi, e il tempo scivolò via. Giacinta mi attendeva:
Il polpettone si è seccato tre volte
Giacinta, ascolta.
Per la prima volta lessi nei suoi occhi non rabbia ma paura.
Franco, coshai? Che succede?
Niente. Vado da unamica, mi piace parlare con lei, aiutare. Tutto qui.
Solo parlare.
Sì.
Trenta anni insieme. Ho fatto il possibile per te, ti controllo la pressione, il medico, il bilancio di casa E tu preferisci andare da una pittrice?
Non trovai parole.
***
Il venerdì sera feci la valigia: due camicie, rasoio, un libro da rileggere. Giacinta, in vestaglia perfetta, mani incrociate, guardava ogni mio gesto.
Dove vai?
Devo stare un po da solo.
È una sciocchezza.
Può darsi. Però vado.
Da lei.
Vado a pensare.
Franco!
Chiusi la borsa. Le promisi che le avrei telefonato. Uscii.
***
Valeria non fece domande inutili. Mi accolse in punta di piedi, il divano libero, Silvano a tenermi i piedi la notte.
Al mattino il caffè lo faceva in una vecchia moka, con cardamomo, e si ascoltava la radio. Parlavamo della pioggia, delle marachelle di Silvano, di ricordi. Giacinta chiamava spesso: per ricordarmi le medicine, la giacca pesante, la visita dal medico fissata mesi prima. Ogni telefonata lei la chiudeva con: Non puoi tornare a casa semplicemente?
Chissà perché tutto si deve sempre controllare, dissi una sera a Valeria.
Forse perché hanno paura, rispose lei, che se smettono di stringere forte, tutto si disfa.
La sera, nella stanza dagli odori di tela e caffè, pensai quanto era strano scegliere finalmente una camicia semplicemente perché mi piaceva, non per abitudine. Mi accorsi che erano decenni che non sceglievo più nulla da me.
Lei ti ama, disse Valeria.
Lo so. Ma con lei smetto di esistere. Sono diventato un pezzo del suo programma.
***
Il caso volle che Giacinta venisse a trovarmi, trovò lindirizzo tra i contatti del telefono. Guardò la casa disordinata, le scarpe da tennis, il foulard pitturato appeso tra giacche. Valeria apparve sulla porta, dopo aver sentito le voci.
Posso dire qualcosa? domandò Valeria piano.
Parli pure, replicò Giacinta senza voltarsi.
La cura, quella vera, è quando laltro respira meglio con noi accanto. Voi, Giacinta, di respiro a Franco ne avete dato poco.
A lungo Giacinta rimase in silenzio. Poi, sempre dritta, si congedò.
Ricordati le pillole, le ho messe nella scatola blu, terzo cassetto a destra.
Se ne andò. Io la guardai andar via come una nave che prima di staccarsi leva ancora le ancore.
***
Il nostro divorzio durò sei mesi. A lei rimase la casa, io presi in affitto una stanza in via Solferino, praticamente nello stesso quartiere della bottega.
I primi mesi furono come imparare a camminare di nuovo: compravo il pane che mi andava, non quello giusto, cenavo in piedi, guardavo la tv fino a tardi, la felicità semplice di trasgredire le regole.
Con Valeria tutto avvenne con calma: sapevamo di piacerci ma nessuno aveva fretta. In primavera mi trascinò a pescare; lei non aveva mai pescato, e io mi accorsi di aver dimenticato perfino il caffè. Sorseggiammo aria, rimbambimmo il gatto col fango, ridemmo come due ragazzini. Mi sporchai la giacca. Poco importa, disse Valeria, guarda che mattina abbiamo vissuto!”
Fu lì che capii: la vita vera è il fango e la nebbia sullacqua, non la scaletta degli orari.
***
Ci sposammo in autunno, nellintimità di pochi amici, Peppino dellofficina, lamica pittrice di Valeria che fece le foto, e Silvano il gatto indifferente a tutto come sempre.
La vita con Valeria era folle e felice: metà spese in colori, chiavi mai al posto giusto, chiunque che si dimenticava di chiudere il rubinetto, litigi epici per i pennelli lasciati ovunque o per le mie brugole sparse. Ma nessuna lista degli errori, nessun punteggio. Alla fine si metteva su il bollitore e si ricominciava.
***
Giacinta seppe del nuovo matrimonio da una conoscente che si prendeva a cuore gli affari di tutti. I primi tempi dopo la separazione fu come vivere col pilota automatico; la casa era come un orologio svizzero, la cucina impeccabile ma ogni sera il silenzio era insostenibile. Qualche volta, distrattamente, apparecchiava due tazze, e solo allora si accorgeva di essere sola.
Sul lavoro, la direttrice la prese da parte:
Giacinta, qualcosa non va?
Va tutto bene.
Sta soffrendo per il marito?
Come fa a saperlo?
Lo leggo. Le do un buon consiglio: non inizi a sistemare i cassetti per sentirsi meglio. Provi piuttosto a parlare con qualcuno per sistemare dentro.
Giacinta tacque.
***
Trovò una psicologa in via Cadorna, che inizialmente la fece sentire nuda, ma a poco a poco la portò a capire. Quando ha avuto più paura per sé? le chiese. Quando lui faceva la valigia e capii che non potevo fermarlo Che non comandavo più.
E perché questo bisogno di comandare?
Silenzio, mentre fuori nevicava.
Perché se smetto, perdo tutto. Mia madre diceva così: se una donna molla, gli uomini scappano comunque. Lei lo visse davvero.
Una scomoda verità venne fuori, eppure fu liberatorio.
***
Per caso, su consiglio di unamica, Giacinta andò a una mostra dacquerelli in una biblioteca civica. Si fermò davanti a un paesaggio, e accanto un uomo più grande, cordiale ma stropicciato osservava la stessa scena.
Guardi, disse piano, qui lautore ha lasciato quello angolo bianco, non lo nota? È quello che fa vibrare tutto.
Si presentò: Andrea, insegnava chitarra nella scuola civica. La giacca malmessa, la zip incastrata, fu lei a sistemarla con un gesto silenzioso.
Dovrei cambiarla, la giacca, ammise lui, ma detesto fare shopping.
Parlarono davanti allentrata. Andrea disse che passava in biblioteca ogni domenica. Giacinta non promise, ma la settimana dopo andò.
***
Andrea era un vedovo distratto: aveva le mani sempre in movimento, la cucina confusa, una gentilezza disarmante. Giacinta tentò di organizzarlo, consigliandogli agende e riordinando la dispensa, ma un giorno lui la fermò con dolcezza:
Giacinta, la mia cucina va bene così, davvero. Lascia pure tutto comè.
Si fermò. Poi capì che non era irritato, solo altrettanto fermo.
Fu la prima volta che lasciò ogni cosa al suo posto.
Lo fece anche in altri momenti, sempre più spesso. La psicologa le disse: Non può controllare gli altri, solo sé stessa. E questa è una scoperta più stimolante, creda.
Cominciò a cucinare dolci, senza badare troppo alle dosi. Una volta esagerò con la cannella, la torta fu strana ma buonissima, e per la prima volta mangiò in piedi, davanti al forno, ridendo. Lamica le disse: Sei cambiata. Lei non rispose, ma sorrise, finalmente leggera, allautunno di una via qualunque.
***
Due anni dopo, per caso, ci incontrammo al parco Sempione. Ero con Valeria, Giacinta aspettava Andrea con un libro. Ci scorgemmo, incrociammo gli sguardi. Andai io verso di lei.
Ciao, Giacinta.
Franco.
Valeria si scostò un poco, lasciando spazio. Giacinta sembrava più morbida, più serena.
Come stai?
Bene. Sto per partire col camper, giro senza meta con Valeria, città dopo città.
Hai una meta?
Nessuna, ed è questa la cosa bella
E tu?
Sto imparando a fare le torte, ma spesso faccio disastri. Andrea si diverte. Sto imparando a non correggere tutto.
Non devessere facile per te.
Ma è più interessante, Franco.
Andrea arrivò con due caffè e un sacchetto di brioches.
Giacinta! Ho trovato dei cornetti, uno con la cannella, uno coi semi. Non sapevo quale piace a te, li ho presi entrambi!
Lei rise di cuore, come non lavevo mai vista.
Ridi, le dissi.
Sì, rido, disse sorpresa.
Valeria ritornò, con il suo passo lievemente stanco.
Andiamo? disse a bassa voce.
Sì, va tutto bene, le rispose Giacinta. E lo pensava davvero.
Ci lasciammo con un saluto leggero, senza nodi né rimpianti. Loro proseguirono per il viale, lui le porse il braccio, lei lo prese.
Andrea le offrì entrambi i cornetti.
Scegli quello che preferisci.
Scelse quello alla cannella. Lo assaggiò, caldo, sbriciolandosi tra le mani, lasciando che fosse semplicemente buono.
Il parco era dorato di foglie cadute, sotto la voce dei bambini e delle nuvole pigre. Pensò: avrei potuto non scoprire mai come si vive lasciando respirare il cuore, semplicemente. Se non se ne fosse mai andato.
Andrea sedette accanto, mise la mano nei sacchetti: aveva preso il cornetto ai semi, eppure odiava i semi.
Lo vuoi tu? chiese, con aria dolce.
E lei prese anche quello.
Grazie.
E poi, finalmente, mangiarono insieme.





