Il muro a suo favore

Un muro a suo favore

Giulia, ma perché ti intrometti in questa conversazione? Marco non si è nemmeno voltato verso di me. Era vicino alla finestra con un bicchiere di vino in mano, largo di spalle, sicuro di sé, come sempre, con quel tono pacato, quasi affettuoso, che faceva più male di qualsiasi rimprovero. Paolo aveva chiesto a me, capisci? A me. Non riempirgli la testa con le tue idee.

Paolo Bellini, nostro ospite e socio di Marco in qualche nuovo progetto di logistica, guardava fisso nel suo piatto. Era a disagio e lo si vedeva da come si era spostato sulla sedia e aveva preso in mano la forchetta senza la minima intenzione di mangiare.

Ho solo fatto notare che in centro città ci sono interi spazi vuoti, ho detto piano, cercando di mantenere il tono neutro.

Giulia. Marco si è finalmente girato verso di me; nei suoi occhi cera quellespressione che ho imparato a riconoscere dopo ventisette anni. Non era rabbia. Peggio: condiscendenza. I nostri ospiti hanno mangiato benissimo, la tavola è perfetta, tutto a meraviglia. Perché non vai a prendere il dessert, dai?

Al tavolo cerano altre quattro persone. Anna, la moglie di Paolo, mi ha lanciato uno sguardo rapido, in cui mi è sembrato di cogliere un po di compassione. O forse era solo una mia impressione. Mi sono alzata, ho raccolto qualche piatto e sono andata in cucina.

Ho rimasto qualche minuto alla finestra, fissando il vetro scuro. Pioveva, una pioggia fine dautunno che sfumava le luci delle case vicine in chiazze giallastre. Avevo cinquantadue anni. Dalla sala arrivavano le voci, la risata di Marco, il tintinnio dei bicchieri. Ho preso dal frigo la torta che avevo preparato quella mattina allalba e sono tornata in sala.

Così, ormai, era la mia vita.

La nostra casa era in un bel quartiere residenziale di Firenze, la città dove avevamo trascorso tutta la nostra vita insieme. Marco laveva fatta costruire quando il business aveva cominciato a ingranare, quindici anni fa. Era grande, due piani, con garage e giardino, che avevo curato io da sola: Marco non aveva tempo, e il giardiniere piantava tutto a caso. Era una casa bella, luminosa. Gli ospiti dicevano sempre: “Che meraviglia la vostra casa, signora Giulia, che gusto raffinato!” Io sorridevo e ringraziavo, perché il gusto era davvero il mio: tende, mensole, ogni cespuglio di ribes vicino al cancello lo avevo scelto io.

Solo che la casa era intestata a Marco.

Non avevo mai lavorato come lavorava lui. Dopo luniversità, dove ci eravamo conosciuti, avevo insegnato disegno tecnico per qualche anno in un istituto professionale. Poi era nato Matteo, poco dopo Marco aveva iniziato a far crescere la sua attività: traslochi, affari, ospiti a casa, eventi. Dovevo essere sempre presente, accogliente. Alla fine ho lasciato linsegnamento. Marco diceva: “Che ci fai con quello stipendio? Penso a tutto io.” E davvero pensava a tutto, senza tirchieria, ma ogni volta che mi serviva qualcosa per me dovevo chiedere, oppure mettere da parte sulla spesa.

I gioielli ho iniziato a farli per caso, dieci anni fa. Bloccata in campagna da una giornata di pioggia, ho trovato in soffitta una scatola di vecchie perline che avevo comprato anni prima e dimenticato. Alla sera avevo creato una collana, sorprendentemente bella. Poi ne ho fatta un’altra, poi ancora. Le amiche cominciarono a chiedere di regalarle, poi le avrebbero persino acquistate. Ho comprato gli attrezzi giusti, ho iniziato a lavorare con pietre e argento. Era finalmente il mio spazio, la mia dimensione.

Marco considerava questa mia attività alla stregua degli ortaggi che coltivavo in vaso: un passatempo innocuo, nulla di più.

Tu con le tue perline, diceva a volte, guardando lennesima mia creazione Ma dai, Giulia, non puoi davvero pensare di venderle, a un mercato?

Non rispondevo. Che senso aveva?

Matteo è cresciuto, si è trasferito a Milano, si è sposato, ormai la sua vita è tutta là. Ci vedevamo a Natale. Mi chiamava la domenica, chiedeva come stavo, io chiedevo di lui. Ci volevamo bene, ma ciascuno aveva la sua strada.

Ma io? La mia strada dovera?

Cera la casa da mandare avanti, un marito, ospiti due volte la settimana, pranzi di beneficienza a cui Marco partecipava per pubbliche relazioni; io sempre impeccabile, nel vestito adatto, con il sorriso giusto. La bella moglie dietro luomo di successo: la sua carta di presentazione, il volto umano del professionista tutto dun pezzo. Ecco, questo era un lavoro. Uno di quelli che non si paga né tantomeno si ringrazia.

La lettera arrivò a febbraio. Una busta bianca, il notaio di via dei Servi, nome sconosciuto. Lho aperta in cucina al mattino mentre Marco ancora dormiva.

La zia di mia madre, Nina Coppari, che avevo visto sì e no tre volte in vita mia, lultima ventanni fa a un funerale di famiglia, era morta in dicembre. Non aveva figli e aveva lasciato a me un immobile. Non un appartamento, non uno spazio qualsiasi: un ex magazzino industriale nel cuore di Firenze, due piani degli anni Cinquanta, trecentoquaranta metri quadrati. Abbandonato da decenni.

Ho letto tre volte la lettera.

Poi ho chiamato in studio notarile.

Sì, signora Giulia, è tutto in regola. La signora Nina ha espressamente indicato lei come unica erede. Tra laltro anche il terreno sotto ledificio è suo, completamente regolare da una vecchia pratica degli anni Novanta.

Il terreno in centro?

Proprio in centro. Piccolo ma in ottima posizione.

Ho ringraziato e sono rimasta seduta a fissare la lettera.

Non ne ho parlato con Marco. Non so nemmeno perché. O meglio, lo so: già mi immaginavo la scena, lui sarebbe andato a vedere, avrebbe detto che è da demolire e vendere, avrebbe chiamato i suoi amici costruttori e tutto si sarebbe mosso: e io? Di nuovo a fare la tappezzeria, mentre altri decidevano per me.

Così, la prima volta ci sono andata da sola, dicendo che andavo da Lara, unamica.

Ledificio era in una viuzza dietro il Teatro della Pergola, tra ville depoca, palazzi del Ventennio e moderni uffici di vetro. Silenzio, sanpietrini antichi, alberi con i primi germogli nonostante sia marzo.

Era un po inquietante. Intonaco scrostato, finestre inferiori sbarrate, un cancello arrugginito. Ma i muri erano solidi. Ho girato attorno due volte, ho toccato i mattoni, ho esaminato il tetto. Reggeva. Ho spinto la porta laterale, quasi per gioco. Aperta.

Soffitti altissimi. Grandi finestre con schegge di vetro rimaste. La travatura di legno ancora resistente. Sul pavimento vecchie piastrelle, sotto decenni di polvere. Un odore di umido e legno vecchio.

Mi sono fermata in mezzo alla sala, guardando in su verso un pezzo di soffitto rotto, da cui si vedeva il cielo.

E allimprovviso ho sentito qualcosa di strano. Non paura, non tristezza. Qualcosa di simile a quando arrivi in un posto sconosciuto e capisci: ecco, questo è mio.

Il notaio era un uomo sui quarantacinque anni, gentile. Abbiamo fatto tutto in due settimane. I documenti sono finiti in una cartellina che ho nascosto nella stanza dove tengo le mie creazioni di gioielleria. Marco lì non ci entra mai.

Ho chiamato Lara, amica dinfanzia e agente immobiliare.

Tu sei matta, è stata la prima reazione dopo il racconto.

Sì, forse. Ma non voglio venderlo.

E allora cosa ci vuoi fare?

Sono rimasta in silenzio. Poi ho detto: Ti ricordi quando da ragazze andavamo alle mostre allAccademia? Mi piacerebbe qualcosa del genere qui. Uno spazio per la città. Dove poter creare, imparare, incontrarsi. Come lo chiamano adesso, uno spazio darte.

Lara ha fatto una lunga pausa, poi: Giulia, è un investimento enorme. Serve una fortuna, impianti, ristrutturazione.

Lo so.

Hai soldi da parte?

Non ancora. Ma li troverò.

Non ha aggiunto altro. Con Lara si può fare così, lei sa ascoltare, sa tacere: per questo le voglio bene.

Ho iniziato a cercar soldi vendendo le mie creazioni. Tutti quegli anni di collane, anelli, braccialetti, lavori migliori mai esposti. Lara mi ha aiutato: aveva una conoscente con un negozietto di artigianato e oggetti unici. Abbiamo stabilito che lei portava i miei lavori, presentandoli come di una creatrice che preferisce restare anonima. Il negozio si prendeva una percentuale. La prima partita è andata via in tre settimane.

Giulia, non immagini! urlava Lara al telefono Quelli chiedono se ci saranno altri pezzi! Quella collana con il lapislazzulo, te la ricordi? Venduta in due ore!

A che prezzo?

Mi ha detto la cifra.

Sono andata sul terrazzo, avevo bisogno daria.

In tre mesi ho venduto gioielli per una somma che avrei creduto impossibile. Ho aperto un conto solo mio, alla banca poco lontano dallo studio notarile: Marco non sapeva nulla.

Parallelamente ho scovato dei muratori, non tramite le conoscenze di mio marito, ma via internet e incontri in bar e caffè mentre Marco era in ufficio. La squadra si è rivelata piccola, ma vera: quattro persone guidate da Luigi, uomo silenzioso sui cinquanta, che guardava limmobile con rispetto, non con disprezzo.

Muri buoni, disse tastando i mattoni Tetto da rifare. Pavimento sotto, metà da cambiare. Tutte finestre da sostituire, elettricità pure. In quattro mesi, se non interrompiamo, si fa.

Non interromperemo, ho promesso.

Luigi mi ha guardata: scrutando più che giudicando.

Va bene, disse.

A casa la vita scorreva uguale. Io cucinavo, accoglievo ospiti, accompagnavo Marco agli incontri di rappresentanza, sentivo parlare di logistica e investimenti. Lui mi diceva qualcosa, io annuivo pensando agli infissi, ai lucernari per le sale espositive. Lui non si accorgeva di nulla: ero lo sfondo, lo sfondo non si muove.

Una volta ho rischiato di essere scoperta. Marco ha trovato nella mia borsa uno scontrino di un negozio per edilizia, dove ero stata per scegliere le tinte.

Cosè questo? chiese, a cena.

Qualche materiale per la cantina, voglio ridipingere muri troppo umidi, ho risposto, serafica.

Lui si è distratto col cellulare. Trenta secondi, finita lì.

Luigi si rivelò bravissimo: tempi giusti, meticoloso dove serviva, rapido dove poteva. Con lui parlavo poco, solo lessenziale. Spesso passavo a vedere i lavori, stavo in mezzo alle macerie, seduta su uno scalino, mi sentivo finalmente viva, nel corpo, nella testa. Come se laria fosse diversa.

Giugno. Lara venne a vedere quando i muri erano rifatti, le finestre nuove.

Mamma mia, Giulia! Che meraviglia verrà, qui!

Verrà, ho sorriso.

Ci hai già pensato bene? Quali attività vuoi offrire? La gente ora vuole sapere qual è il concept.

Ho pensato: mostre, ovvio. Ci sono così tanti artisti qui, ma nessuno spazio decente. Workshop, laboratori in affitto per chi crea. Un piccolo caffè al piano terra, un angolo libri.

Hai già tutto nella testa, ha sorriso Lara.

Cho pensato per tre anni. Solo che non credevo fosse possibile.

Settembre. Ho incontrato Marta alla fiera dartigianato: vendeva bambole fatte a mano, stava dietro un minuscolo banchetto leggendo un romanzo mentre la gente passava. Bambole incredibili. Mi sono fermata, ne ho presa una.

Le ha fatte lei? chiesi.

Sì.

Da quanto tempo lo fa?

Sette anni. Mi guardò Le piacciono?

Tantissimo. Sono Giulia. Sto aprendo uno spazio darte, cerco persone creative che vogliano lavorarci o esporre.

Marta ha chiuso il libro, si è illuminata.

Così si è formato un piccolo gruppo. Marta conosceva due pittori. Uno dei due portò uno scultore, che era amico di una donna che insegnava ceramica e cercava da anni uno spazio vero. A ottobre avevo già dodici persone in lista dattesa.

I soldi diminuivano. Restavano pochi gioielli da vendere, quelli che avrei voluto tenere con me. Luigi doveva ancora ricevere lultima tranche: mancavano illuminazione, insegne, lallarme.

Ho venduto lultimo mio tesoro. Un set in argento con ametista: due anni di lavoro. Lara mi chiamò il giorno dopo.

Venduto in unora! La signora che lha preso dice che non ha mai visto una cosa del genere. Ha chiesto se ne arriveranno altri.

Più nulla, ho risposto.

Sei dispiaciuta?

No, ho detto. Ed era vero.

Lo spazio aprì a inizio novembre. Niente inaugurazione eclatante. Solo un post su un gruppo locale: Apre uno spazio darte a Firenze, invitiamo artisti e curiosi. Alla prima serata eravamo in sessanta.

Marco era via per lavoro. Gli ho detto che sarei andata da Lara. Va bene, mi scaldo la cena, rispose.

Sono rimasta in mezzo alla sala, a guardare la gente che osservava, parlava, prendeva in mano le bambole di Marta. Avevo le mani che tremavano, non per paura ma perché, dopo tanto desiderare, ora era tutto reale.

Anche Luigi è venuto. Stava in disparte, osservando.

Bella roba, disse.

Grazie davvero, dissi.

Grazie a lei, rispose soltanto.

Poi è successo tutto più in fretta del previsto. Gli studi si affittavano subito. I laboratori di ceramica si sono riempiti: lista dattesa. Al piano terra, Sonia, una giovane donna che aveva deciso di aprire lì il suo bar, è partita a dicembre e nel giro di poco aveva la sala sempre piena. I giornali locali ne hanno parlato.

Una volta ho incontrato un anziano vicino: abitava di fronte.

Ha aperto lei lì dentro? mi chiese.

Sì.

Sono qui da quarantanni. Era la prima volta che cè un posto dove incontrare qualcuno in questa via. Bel lavoro.

Lo ringraziai e sono salita in macchina, sorridendo fino a casa.

Marco lo scoprì a gennaio. Non da me: uno dei suoi soci aveva letto di un mio premio in una rivista locale, dove cera pure una foto del vernissage. A cena me lo menzionò.

Giulia, mi disse quella sera, dopo che gli ospiti erano andati non hai nulla da dirmi?

Stavo pulendo i piatti, senza fretta, serena.

Sì, dissi. Siediti, faccio il tè.

Gli raccontai tutto: eredità, lavori, progetti, vendite. Ascoltava in silenzio, impassibile quella sua maschera da manager.

Finito tutto, restò zitto, poi disse:

Me lhai nascosto.

Sì.

Perché?

Perché, Marco, se te lo avessi detto, avresti deciso tu. Non sarebbe più stato il mio progetto. Sarebbe diventato tuo. E basta.

Non è giusto.

Già, ho confermato. Come non è giusto che, in ventisette anni, tu non mi abbia mai chiesto cosa desidero davvero.

Si è alzato, il volto rivolto alla finestra.

Vuoi che ti dica che sono fiero?

No. Non serve. Puoi anche non dire niente.

E non disse niente.

Abbiamo vissuto altri mesi in quella casa, insieme, ma qualcosa era cambiato. Piano, senza rumore; come il ghiaccio che si scioglie: si deforma, silenzioso.

Poi venne il ballo.

Il ballo di beneficenza cittadino, ogni febbraio: appuntamento per tutti i notabili della città. Marco ci andava sempre. Quellanno trovai un invito a mio nome. Una signora del comitato mi chiamò, dicendo che avrebbero premiato, per la prima volta, uno spazio dinnovazione culturale. Il mio spazio che avevo battezzato “Nina”, in onore di zia Nina era tra i selezionati.

Può esserci di persona? chiese.

Certo, risposi.

A Marco lo dissi subito. Mi guardò con uno sguardo diverso, sorpreso, quasi spaesato.

Complimenti, disse soltanto.

Grazie.

Comprai da sola un vestito blu scuro, taglio semplice, nessuna decorazione superflua. Indossai i miei gioielli lanello con il labradorite, rifatto, e orecchini con piccoli granati.

In sala ci fecero sedere a tavoli separati: Marco, tra i notabili, vicino al palco; io tra i nominati. Quando arrivai, lui mi cercò con lo sguardo, mi fece un cenno. Ricambiai.

Il vecchio palazzo era sontuoso, stucchi ai soffitti, lampadari di cristallo. Cera gente elegante, musica, profumo di fiori. E io mi tenevo dritta pensando che un anno prima ero in cucina a lavare piatti, sentendo le voci daltri dietro un muro.

Quando chiamarono la nostra categoria salii sul palco. Andavo piano, le gambe un po rigide, ma nessuno lo notò. Michelangelo, il presidente della giuria, con voce profonda parlò dellimportanza dei luoghi della cultura. Poi fece il mio nome, mi consegnò una statuetta di cristallo e la busta.

Vuole dire qualcosa? mi chiese.

Presi il microfono. Silenzio. Da lontano vidi Lara, sorrideva come solo lei. Poi cercai Marco: mi fissava; sul volto, qualcosa che non riuscivo a decifrare.

Voglio ringraziare le persone che hanno creduto nello spazio prima che esistesse, dissi gli artisti, gli artigiani, tutti quelli che hanno scelto di restare. E mia zia Nina, che mi ha lasciato più che un semplice edificio.

Parlai tre minuti. Applausi. Scesi dal palco stringendo quella statuetta, tornai al mio posto.

Lara venne di corsa nellintervallo, mi abbracciò forte.

Giulia, hai visto la sua faccia?

Sì.

E allora?

Niente. Assolutamente niente.

Marco si avvicinò a fine cerimonia, mentre la sala si svuotava.

Discorso bellissimo, disse.

Grazie.

Stai bene così.

Marco, risposi lasciala così.

Stette zitto.

Dobbiamo parlare sul serio.

Lo so. Parleremo a casa.

La sera, finalmente, parlammo. Non fu una discussione. Eravamo troppo stanchi per litigare davvero; in fondo non avevamo mai alzato la voce. È una stanchezza diversa, più sottile: quando la persona accanto è una presenza ma non una compagnia.

Gli dissi che volevo il divorzio.

Tacque a lungo. Poi:

Stai con qualcuno?

No. Voglio solo ricominciare, da sola.

Lui camminava nervoso.

La casa. La dividiamo?

La casa è tua, dissi ferma ma il terreno sotto è mio.

Si bloccò.

Cosa?

Gli spiegai tutto. Quando avevo ereditato laltro immobile, il notaio aveva rivisto anche quella vecchia pratica di zia Nina: il terreno della casa in cui abitavamo risultava ancora intestato a me, per una vecchia questione di successioni. Era tutto regolare, controllato da un avvocato.

Marco mi fissava come non aveva mai fatto prima.

Da quanto lo sai?

Da quando ho ricevuto i documenti, mesi fa.

E non mi hai detto nulla.

Proprio come tu non hai mai condiviso molte cose con me.

Ci sedemmo.

Abbiamo parlato ancora tanto. Senza pianti, senza urla. Due persone mature, molto stanche, che adesso si guardavano davvero, forse di nuovo per la prima volta.

Gli avvocati sistemarono tutto in tre mesi. Il divorzio fu silenzioso, senza scandali. Io lasciai la casa a Marco, ma a condizioni chiarissime stabilite dal mio avvocato. Con la compensazione ampliammo Nina: il caffè si ingrandì, aprimmo una nuova saletta gallerie al piano superiore.

Mi sono trasferita in un piccolo appartamento vicino allo spazio darte. Quarto piano, vista sui tetti e una vecchia robinia stortignaccola che ogni primavera profuma tutta la strada.

La prima notte mi sono svegliata alle tre. Buio, silenzio. Nessuna voce, nessun respiro vicino. Solo qualche auto giù e la pioggia.

Avevo cinquantatré anni. Ero sola e non avevo paura. Questo, per me, era importante.

Un anno dopo.

Nina lavorava a pieno ritmo. Tre artigiani affittavano laboratori, i corsi di ceramica erano già completi per settimane, Sonia aveva trasformato il caffè in un locale accogliente, con tavoli di legno, vecchie foto di Firenze sui muri venerdì sera si suonava jazz dal vivo.

Marta aveva venduto tutte le sue bambole, ora lavorava solo su commissione. Siamo diventate amiche, come sanno esserlo due persone che si trovano quando serve.

A volte Lara rideva:

Giulia, sei ringiovanita di dieci anni!

Ho solo ripreso a dormire, replicavo.

Continuavo a creare gioielli. Non per i soldi, ma per piacere. La sera nel mio appartamento, con la luce della lampada sopra il tavolo, spargevo pietre e argento, mi perdevo tra le forme e i colori. Ore tutte per me.

Una volta, a dicembre, ho incrociato Marco per strada, vicino alla Nina. Stava camminando, ci siamo riconosciuti subito.

Era un po invecchiato, forse. O forse lho notato solo ora.

Giulia, disse.

Marco. Ciao.

Ci siamo fermati. Nessun imbarazzo, solo una pausa vera fra vecchi conoscenti.

Come va?

Bene. E tu?

Normale. Ho sentito che avete aperto la seconda sala.

Sì, a novembre.

Brava, disse. Era sincero: niente più condiscendenza, solo lo disse.

Grazie.

Altro silenzio. Lui esitò.

Senti partì ho una domanda, da professionista. Sto cercando un laboratorio in centro, magari per un piccolo showroom. Sai chi sta ristrutturando immobili qui? Gente affidabile, insomma.

Lho guardato. Nel profondo ho sentito unantica consuetudine: ventisette anni a rispondere, aiutare, anticipare, risolvere. È entrata in circolo.

Ho sorriso.

Non lo so, Marco, ho detto pacata. Non più.

Lui si è sorpreso, ma non si è offeso.

Ok, va bene.

In bocca al lupo, ho detto.

Anche a te.

Abbiamo preso direzioni opposte. Svoltato langolo, ho stretto la sciarpa. Cera freddo, ma aria pulita. Dalla strada a fianco sentivo odore di abeti del piccolo mercato natalizio.

Ho pensato che la sera sarei passata alla Nina, Marta stava allestendo una nuova mostra e sarebbe arrivata molta gente. Sonia avrebbe sfornato qualcosa di buono, come sempre. Ci sarebbe stato jazz, chiacchiere, luce dai grandi vetri.

Ho continuato a camminare.

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