Il parente notturno e il prezzo della tranquillità

Non di nuovo, sussurra Maria guardando il lavello pieno di acqua saponata.

Le lancette dellorologio della cucina segnano in modo impietoso l1:15. La casa è immobile. Nella stanza accanto dorme la piccola Giulia. In camera da letto, probabilmente, sta già sonnecchiando Matteo. La lampada con paralume opaco crea un cerchio tremolante di luce gialla sul tavolo, dove una tazza di camomilla dimenticata si raffredda sola.

Il campanello rompe il silenzio come una lama. Lungo, insistente, con piccole pause in cui nasce la speranza impotente del dai, magari unaltra volta.

Dalla camera arriva il sussurro assonnato e riconoscente di Matteo:

E ancora lui?

Maria si asciuga le mani sul grembiule, soffoca uno sbadiglio quel tipo di sbadiglio che vorresti tradurre in sto dormendo, mondo, lasciami stare e si avvia alla porta. Mentre cammina le bolle dentro una confusione demozioni: irritazione, un filo di vergogna per sentirla, e una stanchezza greve, che sembra un piumone bagnato sulle spalle.

Dallo spioncino, la sagoma ben nota: spalle larghe, vecchio giubbotto di pelle, berretto calcato allindietro. Suocero Pietro Bianchi, che come sempre si piazza un po di traverso davanti alla porta. Una mano poggiata al muro, con laltra abbraccia una grossa scatola di cartone.

Ai suoi piedi, una busta del supermercato dal logo verde Maria sa già cosa contiene: biscotti, sempre gli stessi.

Apre la porta.

Mariella! Pietro sorride, come se fosse mezzogiorno. Siete ancora svegli? Menomale. Solo dieci minuti, davvero.

Buonasera, Pietro, cerca di sorridere Maria solo che è notte, lo sai?

Ma dai, la notte è giovane! ride lui. Anchio, finché le gambe reggono. Non mi fai entrare, che ho una specie di tesoro qui?

Solleva la scatola. Sulla coperchio, unetichetta sbiadita: Pellicola 8 mm. In un angolo, una scritta a penna: 1978. Capodanno. Casa. La scatola sa di polvere, di vecchi mobili e di un mondo che Maria conosce solo dalle foto.

Lho trovata, ci credi? Pietro si infila già nellingresso, senza aspettare il permesso. Era sopra larmadio del vicino. Gli ho detto: Quella è mia!. Allinizio non mi credeva, poi ha riconosciuto la calligrafia. Di Loredana, diceva.

Il nome di Loredana, la moglie di Pietro scomparsa dieci anni fa, si insinua nel corridoio come un fantasma.

Dalla camera sbuca Matteo, strizzando gli occhi contro la luce. T-shirt scolorita e pantaloni da casa.

Papà tossisce. È davvero luna di notte.

Ed ecco il momento perfetto per i ricordi! si anima Pietro. Che lamenti, figliolo? Alla tua età a questora si cominciava davvero a vivere.

Maria sente ogni parola di Pietro come una martellata nella testa. Eppure, si trova a pensare: È solo, la sua casa è buia, magari ha paura.

Vieni in cucina, dice a voce alta, reprimendo un gran sospiro. Ma piano, Giulia dorme.

Sì sì, silenziosissimo, garantisce Pietro, già alle prese con la giacca. Come un topolino.

Un topolino che squilla come una sirena dei pompieri, pensa Maria.

***

In cucina, Pietro si siede sempre sulla sedia più vicina al termosifone. La schiena non ama gli spifferi, dice. Maria gli versa il tè in automatico, modalità servizio notturno.

Matteo, ancora tra un mondo e laltro, si mette davanti al padre, osserva la scatola.

Cosè? chiede.

È la nostra storia, proclama Pietro. Pellicola. Vecchia, ma viva. Cè tua madre, tu da bambino, lalbero di Natale, linsalata russa, la zia Rosa col nasone ride. Tutta una vita, insomma.

Maria si siede di lato, la testa appoggiata sul pugno. Lorologio avanza: 1:27, 1:28 Pietro Bianchi sembra solo allinizio.

Mi ricordo quando abbiamo aperto la porta, racconta animato. Era già dopo mezzanotte, sono arrivati Sandro e Carla. Freddo e neve, ma noi: Avanti! Casa nostra è sempre aperta!. E Loredana disse si concentra, cerca il ricordo : La notte, le porte si lasciano aperte a chi ne ha davvero bisogno.

Maria annuisce. Quella frase le si incolla addosso, come una bardana.

Papà, Matteo si strofina gli occhi. La pellicola la guardiamo mai? Non era per questo che lhai portata?

Certamente! si accende Pietro. Solo che io il proiettore non ce lho più. Pensavo magari lavete voi?

In un bilocale al quarto piano cè una macchina per pellicole 8 mm? Ma dai, sospira Maria. È tra il pianoforte e una rotativa, ovvio.

Pietro non coglie mai il sarcasmo.

Troveremo una soluzione, dice tutto fiducioso. Magari la portiamo a digitalizzare. Tu, Matteo, sei il nostro informatico, ci pensi te. Intanto un assaggio ve lo do io con i ricordi.

Così parte a raccontare. Di quando comprò la prima macchina fotografica, delle estati al lago, di Loredana che rideva con la neve nel colletto. I ricordi scorrono come tè da un samovar infinito. La notte, nella sua voce, non abita. Pietro si muove su un tempo tutto suo, misurato in fotogrammi passati.

Maria ascolta solo a metà, troppo stanca. Il solito ritornello nella testa: Sveglia alle sette, portare Giulia allasilo, rapporto da finire, occhi che si chiudono

***

Un fruscio la scuote.

Sulluscio della cucina appare una bimba in pigiama rosa a stelline. Giulia si stropiccia gli occhi, con i capelli spettinati.

Mamma sussurra inciampando nella soglia.

Giulia, che ci fai sveglia? Maria corre a prenderla in braccio, per non farla cadere.

Voglio acqua, biascica E ho sognato di nuovo il nonno.

Pietro, sentendo nonno, si illumina:

Ecco, spalanca il petto. I bambini sentono il legame.

Giulia lo guarda con occhi ancora nel sonno.

Mi sogni sempre, dichiara seria. Vieni e bussi, sempre bussi. E io non riesco mai a chiudere la porta, la maniglia è calda.

Maria sente un nodo gelido aggrapparsi allo stomaco. Matteo si corruccia.

Che razza di sogni sono? sussurra preoccupato.

Non sono incubi, assicura Pietro. È lanima della bambina che chiama il nonno.

O magari cerca solo pace, pensa Maria. Ma dice soltanto:

Giulia, torna a letto, il nonno verrà ancora ehm a trovarti.

Di notte? chiede la piccola.

Maria incrocia lo sguardo di Pietro. Lui la guarda, genuinamente disorientato, quasi bambino.

Anche di giorno, Giulia, risponde calma. Anzi, meglio.

Giulia sospira e si stringe alla mamma.

Maria la riporta in camera, la rimette a letto e resta ad ascoltare. In cucina, Pietro riprende a parlare, più piano, ma sempre troppo allegro per quellora.

Avvolgendo la figlia nella coperta, Maria pensa: Sempre uguale. I suoi «dieci minuti» diventano unora di storie, con biscotti, tè e gli occhi gonfi a mettere crepe sulla nostra routine.

Il ticchettio dellorologio in corridoio avanza verso le due. Maria inspira a fondo. La pazienza, come una sveglia, le sta finendo il tempo.

***

E sempre alluna di notte! si lamentava Maria al telefono con lamica. Qui sembra di avere un bar dieci e lode ventiquattro ore su ventiquattro.

Olga, la compagna di università, la ascolta sospirando e ridacchiando.

Maria Bianchi, fa lei con tono da attrice le mie condoglianze. La sua casa è infestata dallo spirito notturno della generazione precedente.

Molto divertente, sospira Maria. Ma io non dormo più. Tutte le sere penso e se suona di nuovo?. E lui suona! Alluna, alluna e mezza, alle due meno un quarto Sempre solo dieci minuti.

Una vera sfida, sogghigna Olga. La tua modalità hardcore: svegliati, metti su il tè, ascolta il monologo, vinci qualche biscotto.

Maria sorride malgrado tutto.

Porta sempre gli stessi biscotti, dice Quelli davena nella scatola verde. Non li sopporto più.

Sono già un simbolo, filosofeggia Olga. Puoi programmargli una sveglia tutta sua.

Intendi?

Chiama tu lui alluna di notte.

Ma dai, sei crudele! sbotta Maria.

Scherzavo, ride Olga. Però, davvero: bisogna mettere dei confini. Altrimenti lui pensa che per voi va bene, visto che aprite.

Però, Olga è mio suocero. È solo. Moglie morta, Matteo figlio unico. Come faccio a dirgli: Pietro, non venga più di notte? Lui con il cuore, la pressione, i ricordi

Anche tu hai cuore e pressione, ricorda Olga. E una figlia, e un lavoro. I confini non sono egoismo. Prenderti cura di te a volte serve anche agli altri.

Maria tace. Le parole confini le prudono addosso. Per tutta la vita ha creduto che una buona nuora fosse quella che sopportava tutto.

***

Il primo blitz notturno di Pietro fu sei mesi dopo la morte della moglie.

Maria pensava fosse una volta sola. Un dolore da spartire nel silenzio, perché di giorno cè troppa gente che disturba.

Era coricata con Matteo. Nella semi-oscurità si stava finalmente addormentando, quando la porta di casa tremò.

Ma chi è questora? scatta Maria.

Il campanello suona ancora, insistente. Matteo si alza in fretta, già si sta vestendo:

Magari è successo qualcosa.

Apre la porta: Pietro Bianchi è lì, spettinato, senza giacca, in un maglione vecchio senza berretto. Occhi lucidi.

Scusate mormora, ma entra già prima dellinvito. Non ci riesco restare solo a casa troppo vuoto.

Ode di tabacco e aria gelida. Tiene una busta di quei famosi biscotti davena.

Papà, coshai? La pressione?

No, si schermisce. Volevo solo vedervi.

Maria si ricorda del funerale di Loredana, di Pietro con il cappello tra le mani, smarrito come chi perde le coordinate.

Gli preparano il tè in cucina. Pietro non racconta barzellette. Resta zitto, ogni tanto butta lì una frase:

Lei amava bere il tè di notte

Gli tremano le mani sul biscotto.

Oggi in negozio li ho visti dice. Era proprio lì che ci siamo conosciuti, davanti a quella corsia. Entrambi allungammo la mano sulla stessa scatola. Prenda pure, io sono a dieta, disse. E decisi che era la donna per me.

Maria allora provava solo compassione, nessuna irritazione.

Torni pure quando vuole, Pietro, gli disse salutandolo al mattino. Siamo vicini.

Quelle parole diventarono reali. Pietro arriva quando ne ha bisogno. Solo che il suo bisogno cade quasi sempre dopo mezzanotte.

Poi una seconda visita, poi la terza. Maria ormai non sa più quando sono passati più di dieci giorni senza suonate notturne.

***

Quando Maria prova a parlarne con Matteo, lui si stringe nelle spalle.

Lo sai, è sempre stato un nottambulo, dice. Di notte studiava, leggeva. Anche da bambino lo trovavo alle due a leggere in cucina.

Ma allora era a casa sua, ribatte piano Maria. Adesso sta da noi.

La nostra casa è il suo prolungamento, lo giustifica Matteo. Lì è solo, forse anche impaurito. La notte soprattutto.

Anche io ho paura, ammette Maria. Perché non dormo. Perché Giulia si sveglia. Ogni volta che suona, salto come se fosse scattato lallarme.

Matteo rimane in silenzio, a disagio. Tra lui e il padre cè qualcosa di non detto: sembra infastidito, eppure indulgente. Ma è mio padre, si frappone sempre tra loro due.

Una notte, Maria non si alza più.

Rimane a letto, fa finta di dormire. Va Matteo ad aprire. La porta cigola, poi si chiude. Passi, mormorii, voci.

Dopo mezzora sente uno strano bisbiglio. La curiosità vince la stanchezza. Maria apre piano la porta della camera, si affaccia.

Pietro è solo a tavola Matteo evidentemente è tornato a letto. Davanti, una pila di vecchie foto. La lampada illumina solo il tavolo, come una scena teatrale.

Loredana, guarda che bella eri mormora. In quellabito dicevi che mi avresti lasciato se ingrassavi. E io zitto, scemo. Avrei dovuto dirti che eri

Una foto dopo laltra.

Qui cè Matteo, piccolino. Davanti alla TV vecchia vedevamo i film insieme. Ti ricordi quella volta che Sandro arrivò alluna di notte? Non volevamo lasciarlo andare fino alle tre. E tu dicevi: Fino a che ci siamo noi, la casa resta aperta.

Parla con se stesso, e nelle sue parole cè una preghiera: Vi prego, almeno qualche porta lasciatela aperta ancora per me, di notte.

Maria lo guarda, si stringe dentro. Non è un mostro. È un vecchio ragazzino perduto nella notte.

Non sparisce lirritazione; ma ora è mescolata a un senso di compassione che rende tutto più complicato.

***

Un giorno decide di prenderla sul ridere.

È linizio dellestate, notte calda, finestra aperta. Suona il campanello, perfetto orario. Maria, invece di vestirsi in fretta, mette sopra il pigiama una vestaglia di seta colorata, e una mascherina per dormire (un regalo di Olga). La tira su solo sulla fronte, ma la lascia come accessorio.

Star da film, commenta Matteo.

Oggi proiezione A casa di Pietro Bianchi, ridacchia Maria, e apre la porta in scena.

Buonanotte, annuncia. Benvenuti allo spettacolo esclusivo notturno: tè, biscotti e sonno a debito.

Pietro scoppia a ridere.

E meno male! esclama. Siete giovani, con senso dellumorismo. Pensavo foste già dei vecchietti, letto alle dieci, sveglia alle sei.

In cucina, Maria tira fuori un caffè nuovo, tocca apposta la sveglia da forno.

Potremmo istituire la tradizione: Mezzanotte allitaliana. Tè, biscotti, mandolini. Solo la sveglia delle sei non si può spegnere.

Quando ero piccolo, i migliori viaggi in treno si facevano di notte! sorride Pietro. Carrozza, tè nei bicchieri di vetro, tutti amici. Le chiacchierate di notte sono le migliori.

Poi dice:

Nella vita ci sono porte che si devono lasciare aperte. Non si sa mai chi può aver bisogno.

Quella frase buca Maria, come la neve dentro gli stivali. Tenero e pericoloso a un tempo.

A volte chi bussa non si ricorda che dentro sono persone vere, pensa. Ma ad alta voce scherza solo:

E ci sono finestre da chiudere, se no viene il raffreddore.

Pietro non coglie mai il doppio senso. Continua a raccontare ricordi, ignaro della stanchezza che cresce negli occhi della nuora.

***

Un giorno decide di non aprire.

Giulia ha la febbre, notte insonne. Maria appena addormenta la bambina e si siede stanchissima. E, come da copione, ecco il campanello.

Non ora bisbiglia.

Matteo è in turno, solo lei e la piccola. Maria si immobilizza. Il campanello suona ancora, poi una terza volta. Poi silenzio.

Si siede a contare: uno, duecento. Il cuore batte in gola. Ecco, le sussurra la voce interiore, stavolta non hai aperto. E nulla si è rotto.

La mattina, aprendo la porta per buttare limmondizia, trova la busta col logo verde. I biscotti: leggermente umidi dumidità notturna. Accanto, un bigliettino minuscolo: Dormivate. Non ho voluto svegliarvi. P.

Basta così. Nessuna lamentela, nessun rimprovero. Solo quel pacchetto.

Maria sente una fitta doppia, di rabbia e senso di colpa: Perché dovrei sentirmi cattiva solo perché vorrei dormire?

***

Dopo lennesima visita, la casa sembra una coperta bagnata: fredda e pesante.

Giulia si è raffreddata due volte è corsa in cucina a piedi scalzi mentre Pietro raccontava unaltra barzelletta. Ora tosse e febbre. Maria, con occhiaie da panda, alla scrivania regge solo grazie al caffè.

Di sera, appena rientra, mette su la pentola del brodo, guarda Matteo e sente rompersi qualcosa dentro.

Non ce la faccio più, dice senza guardarlo.

In che senso? Matteo mette su il bollitore.

Nel senso che non posso vivere secondo i suoi orari, dice secca. Non siamo un bar h24, non al servizio. Abbiamo una figlia, un lavoro. Mi sento ospite in casa mia.

Matteo sta per dirle le solite cose è tuo padre, è solo ma Maria alza la mano.

Basta. Mi sento sempre dire è tuo padre, è solo, soffre. Ma io chi sono? Moglie, madre, pure io ho un corpo, nervi, confini. Nessuno chiede mai come sto davvero.

Matteo abbassa lo sguardo.

Facciamo così, prosegue Maria a denti stretti. Stasera, se viene, parliamo in tre. Niente scuse, nessun dieci minuti. Gli dico che ho bisogno di riposare. Davvero. Senza suonate.

Vuoi vietargli di venire? chiede piano Matteo.

Voglio che venga di giorno. O almeno prima delle dieci. Non smetto di volergli bene, solo lo tolgo dal nostro bilancio notturno.

Matteo sospira forte.

Magari ci rimane male, bisbiglia.

E io? Lo sono già, sussurra Maria. Da un anno faccio finta che va tutto bene, e i miei va bene sono state piccole rese ai bisogni degli altri.

Quelle parole, a voce alta, suonano limpide. Lui abbassa lo sguardo.

Ok, dice. Stanotte se succede ci sono.

***

Quando vede la scatola di pellicole nelle mani di Pietro quella notte, tutto diventa chiaro.

Santi Natali 1979, cè scritto sopra. Pietro lascia il giubbotto, posa la scatola orgoglioso.

Guardate qua! Lho trovata, una vita intera in una scatola!

Forse prima possiamo parlare? suggerisce gentile Maria mentre Matteo versa il tè.

Di che? chiede Pietro. Prima godiamoci la sorpresa

Maria cerca lo sguardo del marito. Matteo annuisce: Dillo.

Si siede, il cuore martella in gola.

Pietro, comincia piano. Siamo felici per la pellicola, e che vieni qui. Ma dobbiamo chiarirci.

Cosa cè da parlare di notte? accenna a ridere.

Proprio delle notti, risponde seria Maria. Tue e nostre.

Pietro smette di sorridere.

Ti ascolto, dice, cercando di essere tranquillo.

Vieni spesso tardi. Quasi sempre dopo luna. Per te la notte è tempo di ricordi. Per noi è tempo di sonno. Domani Matteo lavora, anchio. Giulia ha lasilo. Siamo sempre più stanchi a furia di svegliarci a metà notte.

Pietro stringe le labbra.

Dò fastidio? chiede, la voce più debole.

Matteo interviene:

Non ci dai fastidio, papà, dice. Ci fai piacere. Solo di notte diventa dura, soprattutto a Maria. E a Giulia.

Maria annuisce.

Mi spaventa ogni squillo dopo le dieci, confessa. Sento il cuore crollare. Non riesco a rilassarmi. E Giulia ogni notte sogna qualcuno che bussa. Con la maniglia calda.

Pietro alterna lo sguardo tra loro e la scatola.

Credevo era come una volta. Io e Loredana ci sedevamo a bere il tè; la porta restava sempre aperta. Dicevamo: Se arriva qualcuno di notte, vuol dire che ha proprio bisogno.

E a noi di notte serve dormire, dice con dolce fermezza Maria. Non è che non ti vogliamo bene. Ma vogliamo bene anche a noi e nostra figlia.

Silenzio.

Pietro fissa le mani. Tremano appena.

Allora sussurra Non volete che venga?

Sì, ci fa piacere, dice subito Maria. Ma non alluna. Vieni di giorno, la sera, prima delle dieci. Avvisaci. Prendiamo il tè che ti piace, prepariamo tutto.

Matteo aggiunge:

Papà, sarò felicissimo di bere il tè con te. Solo, non quando sono a pezzi.

Lui tace a lungo. Poi sussurra:

Non avevo capito di pesare così tanto su di voi. Pensavo se io non dormo, nemmeno gli altri.

Maria sente che qualcosa finalmente si scioglie.

Lui non è un cattivo. Si è perso nei tempi, il suo tempo si è fermato quella notte senza Loredana.

Allora, dice piano questa pellicola la voglio proprio vedere. Ma, invece che alluna di notte, lo facciamo sabato pomeriggio. Ci siamo tutti: tu, noi, Giulia. Tè, biscotti, una piccola festa.

Pietro guarda la scatola, poi lei.

E se di notte mi viene abbozza.

Se sta male, risponde Maria chiami pure. Siamo qui. Ma non può succedere ogni notte. Per il tè, scegliamo la luce.

Matteo annuisce.

Papà, voglio davvero stare con te, ma non solo da mezzo morto di sonno, ride Stanotte non ricordo nemmeno cosa hai raccontato!

Pietro sorride, ma con malinconia.

Che scemo. Pensavo che dieci minuti al volo non pesavano.

Quei dieci minuti sono diventati un anno, sorride Maria.

Annuisce.

Va bene, sospira. La pellicola aspetta sabato. Adesso vado.

Ti accompagno, dice Maria.

In corridoio indugia con la giacca, come a voler allungare ancora il tempo.

Mariella, dice se per caso squillo tardi

Penserò che sta male, dice lei. E mi preoccupo. Ma non aprirò più ogni volta. Anchio sono umana.

Lui annuisce. Nei suoi occhi, qualcosa di nuovo forse rispetto.

***

Il sabato pomeriggio promesso da Maria arriva.

Una cinepresa sgangherata miracolo trovata da amici di Matteo campeggia in soggiorno come un reperto storico. Tenda abbassata, telo bianco appeso al muro alla meglio.

Pietro siede come un bambino davanti allapparecchio. Tiene la pellicola stretta come un tesoro. Giulia si rannicchia in braccio alla mamma, abbracciando il coniglietto. Matteo litiga coi cavi, prova a far partire la macchina.

Quando finalmente la pellicola parte, il fascio di luce illumina il muro. Compaiono figure sbiadite.

Una donna giovane in vestito di cotone: il sorriso come un raggio di sole. Vicino, un Pietro giovane, senza capelli bianchi, con aria felice. Tra loro, un piccolo Matteo, paffuto e fiducioso.

Sul muro: piatti di Natale, mandarini, girlande. La camera inquadra una scritta appiccicata alla porta: La nostra casa è sempre aperta. Anche di notte. Per i nostri.

Il messaggio colpisce Maria come un pugno.

Pietro singhiozza piano.

Lha scritta lei, mormora Loredana. Diceva che tutti dovevano saperlo.

Sulla pellicola Loredana, allegra, apre la porta a qualcuno. Entrate pure!. Luce, risate, caos. Uninquadratura di orologio segna l1:05. In basso, qualcuno ha scritto a mano: A casa si è sempre i benvenuti, porte sempre aperte.

Pietro piange in silenzio, le spalle che sussultano.

Maria sente il peso di Giulia sulle gambe: la bimba, scaldata dal buio, dorme abbracciata a lei.

Il proiettore scorre tranquillo: Loredana che asciuga piatti, Pietro che la bacia sulla guancia, il piccolo Matteo che gira intorno allalbero.

Maria lo capisce. I blitz notturni di Pietro non sono solo abitudine. Sono la lotta disperata per riportare un tempo in cui le porte stavano davvero aperte per le risate non per la sofferenza.

***

Finito il film, la sala torna in penombra. Giulia, nel sonno, sorride tra le braccia della mamma.

Pietro si asciuga il viso con le mani.

Mi scuserete, dice piano. Credevo di fare qualcosa di bello. Se venivo qui da voi la notte non ero solo.

Maria risponde:

Non è più solo, davvero. Anche senza le notti in bianco. Ora appuntamento col tè, ma di giorno.

Dopo qualche giorno Maria va al supermercato. Prende non solo i biscotti davena nella confezione verde, ma anche un thermos di alluminio, con il disegno delle Alpi. Tiene caldo otto ore, promette letichetta.

A casa impacchetta tutto, ci aggiunge una chiave su un portachiavi.

In un bigliettino scrive: Pietro Bianchi, qui sarai sempre il benvenuto. Soprattutto al mattino. Il thermos, per portare il calore con te. La chiave, per entrare quando ti aspettiamo. Chiama sempre prima. Con affetto, Maria, Matteo, Giulia.

E chiama il suocero per la prima volta di giorno di sua iniziativa.

Pietro, buongiorno, dice. Domani facciamo colazione insieme. Vieni quando vuoi, basta che sia prima di mezzogiorno.

Lui ride, con un sollievo dolce.

Un invito ufficiale? domanda.

Proviamo una nuova tradizione, sorride Maria. Niente più turni di notte.

Il giorno dopo, Pietro arriva puntuale alle dieci. Avvisa: Sto arrivando, preparatevi!. Si presenta in camicia pulita e con un mazzo di margherite.

Sono per te, Mariella, dice timido. Per la tua pazienza.

Sotto il braccio stringe un orsacchiotto col berretto da notte.

Per la nostra Giulia, aggiunge. Un guardiano notturno. Così il nonno nei sogni le racconta favole invece di bussare.

Maria sorride di cuore.

Vieni, entra, dice. Il tè è già pronto.

La cucina è piena di sole, il tè è caldo, i biscotti croccanti. Giulia, riposata, abbraccia il peluche. Matteo spiega al padre il suo nuovo progetto, lui ride di gusto narrando di quando confuse il treno notturno col diurno.

È sempre lo stesso Pietro, con le solite storie. Ma il tempo è nuovo. È mattino, non notte. Una visita attesa, non unincursione.

Quella sera, mettendo a letto Giulia, Maria sente:

Mamma, stanotte non ho sognato il nonno.

E comè stato? chiede Maria.

Normale, riflette ho dormito. E stamattina era qui, vero.

Maria sorride al buio.

Che rimanga così, sussurra.

Quella notte, all1:15, la casa è silenziosa. Nessun campanello. Maria si sveglia da sola perché finalmente ha dormito, non per abitudine.

Nel silenzio, capisce di aver imparato a difendere i propri confini senza urlare, senza vergogna, solo con le sue parole. E il mondo non è crollato. Il suocero non è scomparso dalle loro vite. Ha solo smesso di bussare alluna di notte.

E questa, forse, è già una piccola vittoria per lei e per tutti in quella casa.

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