“Ho tradito mio marito e non me ne pento: non è stato un colpo di testa da film né una storia di passione in un albergo vista mare. È successo nella quotidianità, tra la spesa e il bucato”

Ho tradito mio marito e non me ne pento. Non è stato un lampo da film né una storia clandestina in un albergo con vista sul mare. È successo tra una spesa e una lavatrice, nella regolarità di giornate così perfette e levigate da far male agli angoli.

Ricordo perfettamente il momento in cui ho sentito che non esistevo più. Era un sabato mattina qualunque, strapazzata duovo nel piatto, la radio che sussurrava piano, lui mio marito immerso nel giornale. “Sale?” mi ha chiesto senza nemmeno alzare lo sguardo. Glielho passato, e le nostre dita nemmeno si sono sfiorate.

Per una frazione di secondo ci ho visti come dallesterno: due persone che conoscono alla perfezione le abitudini reciproche, eppure non conoscono se stesse. I figli sono andati via da anni, i cani dormono più di noi, il calendario appeso resta bianco. Nel frigo tutto si trova al proprio posto, le bollette vengono puntualmente pagate. Solo io, ormai, pareva non vedermi nessuno.

Ho provato. Ho parlato con lui, proposto passeggiate sotto i portici, un cinema insieme, persino una gita a Bologna solo per cenare da qualche parte dove nessuno ci conoscesse. Rimandava sempre. “Dopo il trimestre, cè un progetto da finire”. “Dopo Pasqua, sarà tutto più tranquillo”. “Dopo le ferie, la gente rientra, si respirerà di più”. Nel suo “dopo” sono annegati due anni. Intanto ho preso tre chili di silenzio e sono dimagrita di curiosità.

Ho incontrato Michele in piscina. Maestro di stile libero, in unetà in cui più che inseguire le endorfine, si protegge la schiena. Allinizio mi correggeva la posizione della mano, poi mi chiedeva come respiravo, e io, per la prima volta da non ricordo quanto, mi sono sentita vista non come moglie, madre, fornello o calendario, ma come persona.

Raccontavo a Michele cose che di solito si annotano su un quaderno, per non dimenticarle per sempre: dellinsonnia, delle tazze rotte, del terrore del silenzio che arriva in casa dopo il tramonto. Lui ascoltava. E rideva ai momenti giusti. Non era una risata che getta via, ma quella che scioglie i nodi dentro lo stomaco.

Non è successo di colpo. Niente carezze improvvise o fughe folli di weekend. Allinizio era solo un caffè dopo lallenamento. Poi una passeggiata intorno al Parco Sempione che tanto ci asciughiamo al vento. Poi il messaggio serale: Bevi acqua, o stanotte ti verranno i crampi.

Cose sciocche, buone, dolci. Per un attimo ho pensato che fosse una fase che poteva fermarsi lì. Ma un giorno, tornando da lavoro, mio marito ha detto solo: “La minestra è in pentola”, e io ho sentito che se non fossi uscita immediatamente, avrei smesso di respirare.

A casa di Michele odorava di sapone e di erba appena tagliata, quella che portava sulle scarpe. Ci siamo seduti sul divano come persone che hanno tanto da dire e altrettanto da tacere. Ha sfiorato per primo la mia mano.

Non cerano fuochi dartificio. Era più una specie di respiro, dopo troppo tempo passato sottacqua. Mi ha baciata. Il mondo non si è ribaltato, ma il mio corpo si è ricordato che esisteva. Non mentirò mi ha fatto bene. Era delicato. Era esattamente quello che mi serviva: uno spazio in cui, per qualche minuto, potevo essere solo me stessa, non la funzione di qualcuno.

Mi sono sentita in colpa? Sì. La prima notte ho sognato tutti i matrimoni del mondo, tutte le fedi che abbia mai visto, e mio padre che mi diceva: “Hai promesso”. Sono uscita di casa allalba e sono andata a correre, senza essere mai stata una che corre.

Il cuore galoppava e la coscienza contava i passi. Tornando, ho comprato delle ciabatte appena sfornate. Le ho posate sul tavolo e ho osservato mio marito spalmare il burro con quel ritmo che conosco a memoria. “Hai dormito bene?” ha chiesto senza guardarmi. “Bene” ho mentito e non sono morta.

Non mi pento. Mentre scrivo sento già il giudizio di chi pensa che il matrimonio sia muro sacro. Forse lo è, ma nel nostro muro da tempo entrava vento dalle crepe.

Michele non è stato un martello, piuttosto una piccola lampada accesa che mi ha illuminato i punti rimasti vuoti. Grazie a lui ho scoperto quanto mi mancavano tenerezza, parole, uno sguardo che non passasse attraverso come se fossi vetro.

Dirai: “Non potevi lottare per il tuo matrimonio?”. Potevo, e in parte lho fatto, finché ho avuto forza. Mio marito non è cattivo, è solo stanco. Così tanto abituato ad avermi vicino, da non vedere più chi sono.

Quando provavo a parlargli, scappava nelle battute. Se proponevo una terapia, alzava le spalle: sono mode, dai. Se dicevo che stavo male, rilanciava: Di nuovo?. E con quel di nuovo? mi levava la parola.

Glielho detto? No. So come suona: vile. Vivere su due fronti. Ma a volte la verità non è un bisturi: è un trapano pneumatico. So anche che ogni cosa ha il suo prezzo, e da qualche settimana mio marito mi osserva con più attenzione.

Chiede se torno tardi. Nota che ho cambiato profumo. E io vedo in lui luomo con cui, una volta, facevo le ore piccole a pane e vino dei discount. Quel ricordo mi spoglia di difese. E sento crescere il panico: la scelta non è più teoria.

Michele mi ha chiesto di decidere. “Non devi giurarmi niente. Sii solo dove vuoi davvero essere” mi ha detto. Non ha premuto. Mi ha lasciato tempo. Il tempo è crudele quando batte accanto al cuore. Con lui torno a respirare. A casa, invece, sento nella testa il vento degli anni vissuti con mio marito. Perché il tradimento non cancella la storia: la spacca.

Non mi pento, perché quello che è successo mi ha svegliata. Mi ha costretta a farmi domande che rimandavo sempre al dopo. Mi ha insegnato che la tenerezza non è un lusso, è ossigeno. Che si possono avere gli armadi pieni di camicie stirate e sentire la corrente addosso. Non mi pento perché ora so di non voler più vivere senza toccare la vita.

Ma il futuro mi è sconosciuto. La sera mi siedo davanti a due buste. In una, i biglietti per un weekend che Michele ha comprato se avrò coraggio. Nellaltra, la prenotazione per una cena nel ristorante dove io e mio marito andavamo agli anniversari. Due sentieri sullo stesso marciapiede. Due mondi che non si stringono nello stesso cuore.

Quando chiudo gli occhi, sento due verità in coro. La prima: “Hai diritto alla felicità, anche se serve coraggio”. La seconda: “Non sopporterai unaltra delusione, se la vita ti tradirà di nuovo.” Ed è questo che mi spaventa di più.

Non il giudizio, non le voci. Temo solo che qualcuno mi lasci ancora mio marito, Michele e che il dolore di risvegliarmi di nuovo, stavolta, non potrei più reggerlo.

Non chiedo perdono. Scrivo solo per pronunciare ciò che tante donne sussurrano soltanto al cuscino: si può amare qualcuno e al tempo stesso tradire se stesse, mettendosi sempre dopo. Io ora mi tengo abbracciata. Il resto non lo so ancora.

Voi, al mio posto, cosa fareste?

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