Ospite dinverno
In paese, dinverno, fa buio presto; quando cè la bufera, ancora prima del solito. Alle sette di sera, fuori dalla finestra non si vedeva nulla tranne il bianco rumoroso della neve che si appiccicava ai vetri e colava lentamente verso il basso.
Ero seduto al tavolo e correggevo un manoscritto.
Era un lavoro senza urgenza la consegna era fissata per il due gennaio ma io sono abituato a non rimandare. E poi cosa cè da fare a Capodanno, quando sei solo, Roma dista più di settanta chilometri e sono anni che non guardi la televisione?
La casa a Montelupo la comprai con mia moglie ventanni fa. Allepoca ci sembrava perfetta per lestate, per respirare un po daria buona. Poi Antonella morì, e la città non mi serviva più. Mi trasferii qui definitivamente con il portatile, le bozze, e la gatta Gina, che adesso dormiva sul calorifero, ignara della tempesta là fuori.
I vicini, nei primi due anni, mi guardavano con una certa comprensione; poi smisero. Si abituarono. Vittorio Bellini, il redattore, vive nella casa con le persiane azzurre, esce per la posta e per fare la spesa ogni tre giorni, non disturba nessuno e non aspetta nessuno. Un buon vicino.
Sul tavolo cera la stampa. In alto il nome dellautore: E. Lari. Otto mesi che lavoravo su questo romanzo. Otto mesi di correzioni, discussioni con la redazione, risposte con accettato o non accettato, e di nuovo a capo sul testo. Non conoscevo lautore. Solo il cognome, liniziale, il manoscritto: trecentottanta pagine sulla storia di una persona che per troppo tempo aveva seguito la strada sbagliata e infine laveva capito.
Un bel romanzo.
Ho editato di tutto nella vita, sento la differenza. Questo era vero. Cera una voce viva non costruita, non imparata. O ce lhai, o no; non la si può insegnare. Lautore lo sapeva e, sembrava, ne aveva quasi paura.
Alle sette e mezza suonò il telefono.
Vittorio, ma quando lo consegni, finalmente? mi chiese Lucia dalla redazione. Aveva il tono di chi sa che sta disturbando in un giorno di festa.
Il due, risposi.
Ma dai, puoi lasciar passare anche oltre lEpifania, che problema cè?
Il due, ripetei pacato.
Lucia tacque. Sapeva che discutere era inutile.
Sei da solo anche stavolta?
Cè Gina con me.
Vittorio
Lucia.
Rise e salutò. Io tornai al manoscritto, ripresi la pagina giusta e fissai di nuovo quel paragrafo che da tre giorni non mi dava pace.
Pagina centodiciassette. Terzo paragrafo dallalto. Cera una frase: sentivo che stonava, ma non capivo il perché. Non era questione di parole o di senso: era il ritmo. La frase era lunga, il testo si afflosciava sotto il suo peso. Avevo già provato a cambiarla cinque volte e cinque volte lavevo tolta.
Alla sesta fu quella buona.
Segnai la soluzione, rilessi, rimasi soddisfatto e chiusi il portatile. Mancavano ancora due ore a quel colpo.
Il colpo arrivò verso le nove e mezza.
Non alla finestra alla porta.
Pensai subito al vento. Ma il vento non bussa: preme, ulula. Questo era proprio un bussare: tre colpi, poi altri due.
Gina aprì un occhio, poi lo richiuse.
Mi alzai. Andai alla finestra, scostai la tenda, guardai il portico. Cera un uomo. Solo, senza macchina solo neve dappertutto e lui lì, nel bianco, in un vecchio cappotto che a occhio non lo proteggeva granché. Il lampione accanto al cancello ondeggiava e, nella sua luce, vedevo che quelluomo non minacciava niente era solo infreddolito e non aveva dove andare.
In paese, specie dinverno, non si usa lasciare qualcuno fuori alla tempesta.
Mi misi la giacca e andai alla porta.
Buonasera, disse lui, dal portico. Aveva la voce bassa, un po roca. Scusi se disturbo a questora. Il telefono scarico, la macchina in un fosso, ho visto la luce in casa.
Lo guardai: alto quasi toccava lo stipite della porta. Il cappotto a quadri, fradicio. In una mano aveva degli occhiali, nellaltra niente: nessuna borsa, né zaino. Le lenti appannate e non si schiarivano, perciò li teneva così.
Entrate, dissi.
Entrò. Non aveva fretta, nessuna ansia: cauto, come chi sa di essere in casa daltri e si sforza di dare meno fastidio possibile.
A quanto sta la macchina? domandai mentre si toglieva la sciarpa.
Duecento metri sulla strada. Ho seguito una traccia sbagliata, son finito nel fosso, non me ne sono accorto. Fece una pausa. Il caricatore lho lasciato a casa, il navigatore ha scaricato tutto.
Capisco.
Mentre si toglieva il cappotto nellingresso, misi su lacqua per il tè. Quando tornai, vidi che teneva ancora gli occhiali in mano le lenti non si schiarivano. Se li mise solo quando li riscaldò tra le mani.
Appenda pure lì. Indicai il gancio vicino allo specchio.
Grazie. Lui appese il cappotto e finalmente si mise gli occhiali. Enrico.
Vittorio, accennai alla cucina. Si accomodi.
In paese tutti si conoscono. Il primo centro abitato vicino è Rocca, sei chilometri attraversando i campi. Qualche casa, villeggianti destate, d’inverno quasi nessuno. Tra noi cè una vecchia siepe campestre e una strada rovinata.
Lei è di Rocca? gli chiesi mentre si sedeva.
Sì. Ho comprato casa in autunno, è la prima volta che ci vengo dinverno. Sorrise brevemente. Non pensavo fosse così diverso.
Non ha controllato il meteo?
Sì. Dava nevischio moderato.
Quello in paese e quello in aperta campagna sono due cose molto diverse.
Ora lo so.
Gli misi davanti una tazza. Calda, tè, senza domande. La strinse tra le mani e rimase fermo alcuni istanti così.
La macchina non è grave, disse. Coperta dallassicurazione. Devo solo chiamare.
Le do il caricatore. Indiquei la presa vicino al frigo. Cè anche il cavo.
Si alzò, collegò il telefono, tornò a sedersi. Prese di nuovo la tazza si stava scaldando le mani.
Lei vive qui da tempo? chiese.
Da cinque anni in modo stabile. Prima venivo per le vacanze.
Mai nostalgia di città?
No.
Non chiese altro. Lo apprezzai.
Aveva un cellulare vecchio, di quelli che non fanno più da tre anni. Piccolo, sbeccato agli angoli. Dallo 0 al 5% ci vogliono quaranta minuti lo sapevo, ne ho uno identico.
Non sarebbe ripartito presto, insomma.
Presi anchio la tazza e chiesi:
Ha mangiato qualcosa?
Stamattina.
Solo stamattina?
Credevo di star fuori solo poche ore.
In frigo cera una minestra avanzata farro e patate. Misi a scaldare. Non insistette con non serve, non si disturbi semplicemente aspettava. Anche questo era il modo giusto.
Mentre la zuppa cuoceva, tacemmo. Non a disagio solo silenzio. Fuori la tempesta continuava il suo monotono sottofondo, Gina russava piano sul calorifero, in cucina la luce era gialla e calda. Mi parve stranamente naturale uno sconosciuto in casa, ma tutto era silenzioso, senza rovistii emotivi. Di solito infastidisce. Stavolta no.
Misi su lacqua ancora dopo mezzora.
Fuori la bufera non mollava. Mangiammo in silenzio, più perché era inutile affrettarsi che per mancanza di argomenti.
Qui è molto tranquillo, disse.
Sempre tranquillo. Tranne quando cè il vento.
Io intendo dentro. Annuii verso la sala. Niente radio, niente TV.
Ho una radio. Minuscola, sul davanzale. La accendo ogni tanto.
Capisco. Fece una pausa. A Milano non so lavorare senza cuffie. Sento i vicini attraverso i muri, mi disturbano.
Lavorare, dice scrivere?
Sì.
Cosa scrive?
Narrativa. Guardò nella tazza. Gli ultimi due anni li ho passati su un romanzo. Tanto.
Succede.
Lho consegnato questautunno. Adesso non so che fare.
Quella sensazione la conoscevo. Non la mia la loro. In otto anni di lavoro lavevo vista in tanti autori: quando la bozza va via, rimane il vuoto, e non sai che fartene. Alcuni ricominciano subito, altri vagano come smarriti per settimane, molti spariscono. Ognuno a modo suo.
Passerà, gli dissi.
Lo so. Ma intanto non passa.
Gina scese dal calorifero, gli annusò la mano, poi tornò al posto suo. Enrico la seguì con lo sguardo.
È un buon segno? chiese.
Medio. Se rimaneva, ottimo.
Lavorerò sulla reputazione, rispose serio.
Sorrisi.
Posso chiedere una cosa? disse poi.
Prego.
Perché il due gennaio?
Non capii subito.
Dice il termine di consegna. Lei, al telefono, diceva il due. Ma oggi è il trentuno dicembre. Sta editando nella sera di Capodanno, e avrebbe altri due giorni. Perché?
Domanda precisa. Troppo, per uno appena entrato dalla tempesta, che dovrebbe pensare alla macchina rimasta nel fosso.
Abitudine, dissi.
Quale?
Non rimando mai le cose quasi finite.
Mi guardò. Non era scettico, ma capì che non era tutta la storia.
E poi qui non ha senso aspettare, aggiunsi. Non festeggio quasi il Capodanno. Meglio lavorare che fissare lorologio.
Capisco, rispose. Senza compassione, solo registrò il dato.
Anche questa era la risposta giusta.
Tacemmo. Fuori il vento sbatteva le persiane di casa Fabbri quei vicini erano partiti a novembre e non sarebbero tornati fino a primavera. Era un rumore fastidioso, ci avevo fatto labitudine, ma ora mi sembrava più forte.
Stava lavorando quando sono arrivato, notò Enrico. Non era un modo per introdurre una domanda, più una constatazione.
Sì.
Cosa fa?
Editor. Narrativa.
Interessante.
Di solito sì.
Mi guardò un po più a lungo del normale.
Le piace lavorare sui testi altrui? Non la opprime?
Pensai.
Se il testo è brutto, sì. Se è buono, no. Al contrario: ti viene voglia di renderlo ancora migliore. È un po come restaurare: la struttura cè già, togli solo il superfluo.
Annuii di nuovo, per sé, non per me, forse per una riflessione intima.
E non ci resta male? chiesi.
Per cosa?
Se la editano, se tagliano ciò che lei ha scritto.
Ah No. Solo se tagliano qualcosa di veramente necessario.
E come si fa a saperlo?
Se dopo che la togli fa male era necessaria. Se non senti nulla allora si poteva togliere.
Lo guardai. Era una definizione limpida, scrittoria: roba da chi ci è passato tante volte.
Ha avuto una brutta esperienza con gli editor?
Varie. Rifletté. Uno mi ha massacrato il primo libro. Era una storia di un vecchio e il mare; è diventata la storia di un manager e lufficio. Esagero, ovvio, ma la sostanza è quella.
E accettò?
Avevo ventinove anni. Pensavo che sapessero meglio di me.
Poi?
Poi ho capito che saperne di più non vuol dire avere ragione. Sono cose diverse.
Annuii. Era vero. Un editor può conoscere il mestiere meglio dellautore ma non sentirne la voce. E quella è la cosa più importante.
***
Fuori ormai era notte davvero nessuna luce intorno, la tempesta si era fatta densa, e il lampione arrivava a malapena a tagliare il buio.
Enrico sorseggiava il secondo tè. Gina era scesa ancora una volta dal calorifero, gli era passata accanto e stavolta non si era fermata solo un controllo e via. Avevo notato che lui non la chiamava mai. Bravo: non tollerava chi cerca di imporsi.
Posso? Indicò la libreria.
Certo.
Si alzò, si avvicinò. Tre mensole: gialli di là, narrativa qui, il resto un po mischiato. Guardò in silenzio, senza toccare, solo leggendo le costole. Tornò al tavolo.
Molti gialli, osservò.
Mi rilassano. Lì si risolve tutto.
Nella vita no?
Raramente.
Prese la tazza.
Mi racconta il romanzo? chiese.
Non capii subito lintento.
Quello che sta editando.
Perché?
Curiosità. Alzò appena le spalle. Lei ha detto che un buon testo è come un restauro. Vorrei capire come la pensa lei.
Strana conversazione. Non sgradevole solo insolita. Uno sconosciuto al mio tavolo della cucina, la tazza che scalda le mani, ti chiede del tuo lavoro. Non ricordavo lultima volta che qualcuno mi aveva chiesto sul serio, non per cortesia, ma per vero interesse.
Il romanzo parla di una persona, iniziai. Fa a lungo una cosa convinto sia giusto. Poi scopre che aveva solo paura di cambiare. È una storia sulla differenza tra abitudine e scelta.
E alla fine?
Se ne va. Non dalla gente da se stesso, da quello che era prima. Per me è il finale migliore per questa storia.
Enrico stette zitto.
Le piace quel finale?
Sì. Anche se lautore ne voleva un altro.
Quale?
Il ritorno. Il protagonista tornava a ciò che aveva lasciato.
E lei lha convinto a cambiare idea?
Ho fatto una nota. Lautore ha deciso da solo. Posai la tazza. È giusto così. Io posso solo suggerire. Il testo è suo.
Abbassò lo sguardo. Nella sua pausa cera qualcosa di denso, riflessivo non un cortese silenzio.
Perché per lei andare via è il finale migliore? chiese.
Perché tornare risponde alla domanda dove. Andarsene risponde a chi sei.
Mi guardò.
Sono sue parole o dal testo?
Mie. Dalle note al testo.
Ancora silenzio, e non lo forzai.
Edita da tanto?
Otto anni.
E pensa sempre così del finale?
Non sempre. Solo quando la storia è vera. Una storia falsa può finire in mille modi, tanto non convince. Una vera ti porta inevitabilmente al solo finale possibile, e leditor deve evitare di rovinarla.
Enrico si persi a guardare fuori. A lungo come se pesasse qualcosa.
Non devessere facile disse.
Cosa?
Leggere gli altri, per loro, non per sé.
Pensai.
A volte. Se lautore resiste. Se non sa cosa sta facendo. Ma questo no. Questo ascoltava.
Il suo attuale?
Sì.
In che senso ascoltava?
Presi la tazza, pensai un attimo. Non sulla storia quella lavevo già raccontata. Su altro, su ciò che più mi aveva colpito.
Cè una frase, dissi. Lho cambiata, lautore ha acconsentito. Ma continuo a chiedermi se ho fatto bene.
Come era prima?
Parlavano della tempesta. Lautore aveva scritto lungo, spezzava il ritmo. Ho tagliato più precisa, ma qualcosa si è perso.
Cosa?
Ecco, non so. Qualcosa che non si spiega. Il vivo.
Legga la sua versione.
Lo guardai. Era una richiesta strana non priva di senso.
La bufera non sceglie. Semplicemente resta quando tutto il resto va via.
Enrico tacque.
A lungo capivo che era successo qualcosa. Non nella stanza in lui. Guardava il tavolo e lo teneva con troppa compostezza, troppo immobile segno che la frase non la stava solo valutando. La riconosceva.
Cè qualcosa che non va? chiesi.
No. Pausa. Io lavevo scritta diversa. La bufera non decide dove andare sa soltanto che resta solo ciò che non teme il freddo.
Posai la tazza.
Piano. Dovevo concentrarmi.
Quella frase era nel manoscritto. In quello stesso manoscritto, che avevo sul tavolo dello studio. Pagina centodiciassette, terzo paragrafo dallalto. Lavevo letta e riletta per tre giorni prima di elaborare una sostituzione. E questa sostituzione non laveva vista nessuno, eccetto me e la redazione. Loriginale solo io e lautore.
Il romanzo non era ancora pubblicato. La frase, inedita.
Lei è E. Lari dissi.
Non una domanda.
Mi guardò diritto.
Enrico Lari, disse. Sì.
Non sapevo che aggiungere. Era strano e insieme naturale, perché in fondo fin dallinizio avevo sentito qualcosa, senza capire cosa. Eravamo seduti insieme da due ore, a parlare di finali e di vuoti, e per tutto il tempo io avevo editato il suo romanzo e lui aveva scritto il suo, e da otto mesi lavoravamo già insieme solo che non lo sapevo.
Ho editato il suo romanzo, dissi. Otto mesi.
Lo so. In redazione parlavano di editor V. Bellini. Fece una pausa. Non conoscevo il suo nome, solo liniziale.
V. Bellini.
Vittorio Bellini. Io.
Ci conoscevamo. Attraverso il testo, le note, gli accettato e non accettato ai margini. Lui aveva accettato il mio finale, rifiutato la correzione del quarto capitolo. Io avevo insistito sul senso della seconda parte aveva ceduto dopo una settimana. Avevamo discusso ogni peggior dettaglio di quel romanzo senza mai esserci visti.
Mi accorsi che lo conoscevo. Non come luomo davanti a me, ma come voce nel testo. Sapevo che scriveva frasi lunghe quando era agitato, secche quando era sicuro. Sapevo che aveva bisogno di tempo per accettare il taglio di qualcun altro non per testardaggine, ma perché rifletteva. Che non aveva paura di dire non accetto e non spiegarne i motivi.
Lui di me, niente: solo una lettera.
Un po’ ingiusto.
E poi venne nella tempesta e bussò alla mia porta.
***
Perché non lo ha detto subito? chiesi.
Cosa? Rimase sorpreso. Non sapevo fossi il mio editor. Ho solo detto scrivo.
E io solo faccio leditor.
Già. Abbiamo lasciato le cose in sospeso.
Aveva ragione. Non dissi mai in quella casa editrice, lui non disse romanzo in revisione da Malinari. Eravamo persone che non amano spiegare troppo. Questo ne era il risultato.
Quella frase che aveva scritto dissi. Lho cambiata, era troppo lunga, non reggeva il ritmo.
Lo so. Sono stato daccordo.
Ma la sua versione era più vera.
Mi guardò.
Davvero lo pensa?
Sì. La mia è più precisa, la sua è più onesta. A volte lonestà conta più della precisione.
Rimase in silenzio a lungo.
Si può ripristinare loriginale? chiese.
È già in redazione. Ci pensai. Ma se lo chiede, lo fanno.
No. Scosse la testa. Lasci la sua. Ha ragione: il ritmo conta.
Non discutii. Per me era importante che lo avesse chiesto.
Il telefono trillò piano 15%. Adesso avrebbe potuto chiamare. Enrico non si alzò.
Ha letto tutto il romanzo? chiese.
Tre volte. Leditor lo fa tre volte: la prima per capire, la seconda per sentire, la terza per lavorare.
E cosa ha sentito?
Posai la tazza e lo guardai.
Che chi lha scritto ci ha messo tempo a capire qualcosa. E finalmente ci è arrivato.
Abbassò gli occhi.
È così, disse piano.
Il romanzo è buono, aggiunsi. Lo dico raramente. È autentico.
Non rispose solo annuì, e capii che per lui contava, anche se non lo sapeva esprimere.
Tacemmo di nuovo, ma era un silenzio diverso non scomodo, non colmo. Uno di quelli che servono a far spazio a ciò che è accaduto.
È sempre stato solo, dallinizio? chiese.
Capivo cosa intendesse. Non questa sera: sempre.
No. Mia moglie è morta cinque anni fa.
Mi dispiace.
Non serve. Scossi la testa. Ormai fa meno male. È solo diverso.
Non disse capisco. La gente spesso lo dice, quasi mai è vero. Lui stette zitto, poi chiese altro:
Perché Montelupo?
Qui è tranquillo. E qui ceravamo insieme. Quindi qui, un po, cè ancora.
Enrico annuì lentamente.
E lei, perché Rocca?
Mi sono separato due anni fa. Casa a Milano, vuota. Quei pochi secondi. Perciò la casa nuova. Cambiare tipo di vuoto.
Sorrisi. In modo inatteso aveva reso in parole quel che non ero mai riuscito a spiegare a chi mi domandava perché mai vivere da solo in campagna.
Esatto, dissi.
Lei capisce?
Molto bene.
Sorrise, e stavolta vidi davvero la differenza.
Nel quarto capitolo, lei ha tolto un monologo, disse.
Già.
Perché?
Il protagonista ribadiva cose che il lettore già sapeva. Era superfluo.
Mi dispiaceva.
Lo so. Lha scritto nei commenti.
E voi avete risposto: capisco, ma no.
Perché lo capivo, ma non era sufficiente. Lo guardai. Avere pena per una frase non è un argomento.
Tirò un po il fiato.
Aveva ragione, disse. Senza quel brano è più forte. Lho capito dopo.
Lo capiscono sempre dopo.
Non le dà fastidio?
Cosa?
Che ringrazino dopo, mai subito.
Pensai.
No. Basta che il testo sia buono. Quando uscirà, penserò accettato, e mi basta.
Mi guardò a lungo. Non come uno sconosciuto, come chi un po già ti sa.
Mi sono sempre sembrati impersonali, gli editor, disse.
E dovrebbero esserlo. Il testo non parla di noi.
Ma lei non lo è.
È un problema, risposi.
No, disse lui. No.
***
Venticinque a mezzanotte.
Mancano quindici minuti a Capodanno, disse Enrico.
Lo so.
Fuori, la bufera sera fatta lieve, solo spruzzi di neve sui vetri, niente vento. Il lampione immobile. Continuava a nevicare, ma piano, come se tutto volesse tornare a casa.
Ha altro oltre al tè? chiese.
Ho del vino. Bianco, aperto da Natale.
Va bene?
Secondo me sì.
Ok.
Mi alzai, presi la bottiglia dal frigo. Due bicchieri normali, niente calici, non ne uso. Versai poco.
Brindiamo a cosa? chiese.
Al nuovo anno.
Troppo generico.
Allonestà. Che a volte conta più della precisione.
Mi guardò. E non abbassai gli occhi per la prima volta, non li abbassai, anche se altre volte quella sera mi era venuto spontaneo.
Daccordo, disse.
I rintocchi li sentii dalla radio quella piccola, vecchia, lì sul davanzale dove laveva sistemata Antonella il primo anno. Non lho mai spostata, solo cambiato le pile. A mezzanotte, borbottava di feste in case altrui, una consuetudine oramai per me.
Oggi era diverso.
Brindammo, senza parole. Gina si mosse sul calorifero, sbadigliò con un suono lieve e riprese a dormire. Fuori, la neve ora scendeva lenta fiocchi grossi, quasi senza vento.
Il telefono vibrò: trenta per cento.
Enrico lo guardò. Poi guardò fuori. Poi me.
Il carro attrezzi non verrà di notte, disse.
No. Fino a domattina, nulla.
Ha un posto dove farmi dormire?
Annuii.
Il divano dello studio. Cè il manoscritto, ma lo sposto.
Non lo tolga. Non disturbo.
Non disturbo. Giusta parola non starò tranquillo, non non la disturberò. Non disturbare. Come chi ha capito che cè un piccolo spazio prezioso che non vuole calpestare.
Daccordo, dissi.
Mi alzai a rimettere su il tè. Solo per fare qualcosa con le mani.
Vittorio, disse Enrico.
Mi voltai.
Sono quasi contento che la macchina sia finita nel fosso.
Lo guardai. Era seduto al tavolo, bicchiere tra le mani, onesto, semplice, senza sorrisi o introduzioni.
Io non so ancora se lo sono, confessai.
Lo so. Annuì. È normale.
Il bollitore fischiava.
Versai acqua calda nelle tazze la sua, la mia. Gliela posai davanti. Ringraziò, prese la tazza.
Fuori la neve cadeva lenta. La bufera era finita.
Ma lui non se ne andava.
E io non chiesi quando lo avrebbe fatto.
Il manoscritto era lì, nella stanza accanto pagina centodiciassette, terzo paragrafo dallalto. Lì cera la sua frase, nella mia stesura; e nella sua testa, la sua frase originale. Entrambe parlavano della stessa cosa. Di ciò che resta, quando tutto il resto va via.
Forse questa era la verità.
E io, con la tazza in mano, lui di fronte, e fuori nessuna tempesta, solo neve lenta e un anno nuovo già iniziato, capii che il vero lavoro, come la vera vita, si fanno sempre in due. Magari senza saperlo.




