Anche io ho provato quella sensazione di mancare il respiro

Anchio non respiravo

Domenica sera, mentre Caterina metteva le camicie stirate in ordine sul letto, Giulio mi disse quella cosa, sedendosi in bilico sul bordo del materasso. La voce era la stessa di uno che ti avvisa che nel lavandino perde acqua.

Cate, non respiro più.

Lei non alzò lo sguardo. Pose la camicia appena piegata sulla pila e ne prese unaltra.

Perché?

Per tutto. Questa routine. Ogni giorno sempre uguale. Sveglia, colazione, lavoro, casa, cena, dormire. Un giro che non si ferma mai.

Caterina piegò con cura le maniche, sistemò il colletto. Lei aveva cinquantun anni, io cinquantatré. Ventisei trascorsi in questo appartamento a Via dei Tigli, dove era cresciuto nostro figlio Matteo, ora da cinque anni a Milano con telefonate solo nelle feste comandate.

E che vorresti fare? chiese, senza emotività.

Voglio andare via.

Questa volta, si fermò. Non per paura, ma per quella curiosità distaccata di chi ascolta quello che già si aspettava.

Andare dove?

Prendere un piccolo appartamento, stare da solo. Respirare.

Va bene, disse, prendendo unaltra camicia.

Evidentemente, mi aspettavo altro. Mi sporsi un po in avanti.

Non vuoi dirmi niente?

Cosa devo dire, Giulio? Sei adulto. Se vuoi andare, vai.

Non farai scenate?

Piega la camicia, la appoggia e finalmente mi guarda in faccia.

No. Ma ho solo una condizione.

Quale?

Non mi chiamare per domande domestiche. Dovè questo, come si fa quello, dove ho messo quellaltro. Se vai, te la cavi tu.

Rimasi in silenzio.

Solo questo?

Solo questo.

Onestamente, non sapevo che farmene. Mi ero preparato alle lacrime, ai rimproveri, alle mani che ti trattengono mentre ricordano gli anni, il figlio, cose che non si fanno. Avevo già le risposte pronte in mente. Invece lei continuava a stirare.

Daccordo, dissi allora. Allora preparo le mie cose.

Prepara.

Andai nello sgabuzzino. Rimasi lì un po, a fissare gli scaffali. Poi cominciai a infilare nella borsa jeans, magliette, calzini. Presi il rasoio, il caricabatterie, quel libro che non avevo mai letto. Uscendo, Caterina era già in cucina, il rumore delle stoviglie.

Vado, dissi in direzione della cucina.

Buona fortuna, rispose lei.

La porta si chiuse dietro di me. Rimasi sul pianerottolo un attimo, aspettando. Niente. Nessun passo, nessuna voce. Solo silenzio.

Premetti il pulsante dellascensore.

***

In due giorni, tramite un collega, trovai una casetta in affitto. Un bilocale vicino, quarto piano, finestre sul cortile. Il padrone, un anziano con baffi curati, mi fece vedere la casa in fretta, prese i soldi per due mesi anticipati millequattrocento euro totalizzati in un attimo e se ne andò. Cera un divano letto, un tavolo, due sedie, il frigorifero che odorava di tempi socialisti, una vecchia cucina a gas, tende color mostarda.

Posai la borsa, mi sedetti sul divano e guardai intorno. Un silenzio assoluto. Nessuno nella stanza vicina, nessuna televisione, nessuno che mi chiamava per cena. Mi sdraiai, mani dietro la testa, e pensai: eccola la libertà.

I primi due giorni furono quasi piacevoli. Dormivo quanto volevo, mangiavo quello che capitava, cibo preso distrattamente allEsselunga. Gira per casa in calzini, totale autonomia. Alla sera chiamavo Carlo, il mio amico dinfanzia: rideva, diceva che avevo fatto bene, che era ora.

Ma al terzo giorno mi accorsi di non avere più nemmeno un paio di calzini puliti.

Guardai la lavatrice: piccola, tonda, incassata tra lavabo e bidet. Aprii lo sportello, diedi unocchiata dentro. Poi lo richiusi. Poi lo riaprii. Polvere per il bucato? Ricordavo che il padrone aveva detto qualcosa del mobiletto sotto la vasca. Trovai il detersivo: Per colorati e bianchi. Ne versai ad occhio in uno scomparto che mi sembrava il giusto. Selezionai il programma, schiacciai avvio.

La macchina fece un rumoraccio.

Unora dopo sfornai i calzini: grondanti acqua, leggermente rosa. Solo allora capii: avevo infilato la maglietta rossa nuova insieme al resto.

Appesi i calzini sul termosifone; si asciugarono il giorno dopo.

Al quarto giorno decisi di cucinare qualcosa di vero. Al supermercato presi petto di pollo, patate, cipolla. Trovai una padella con il fondo rovinato. Versai lolio, che sfrigolò subito troppo; il petto lo buttai intero, e si attaccò immediatamente. Le patate le sbucciai male, perdendo metà della polpa. La cipolla mi fece lacrimare.

Alla fine, nel piatto cera una cosa biancastra e coriacea fuori, semicruda dentro.

Ne mangiai metà, il resto finì nella pattumiera. Ordinai la pizza in un bar vicino.

Dopo una settimana, feci i conti: avevo speso quasi quanto Caterina e io usavamo per la spesa di un intero mese. Dissi a me stesso che dovevo darmi una regolata. Cotto il riso, pensai di aver risolto tutto. Il riso venne bene e per la prima volta mi sentii quasi rassicurato.

Ma la quotidianità avanzava su di me, lenta e inesorabile come la marea.

***

La svolta arrivò il decimo giorno.

Io sotto la doccia, a un certo punto lacqua non andava più giù. Mi abbasso: pozzanghera torbida ai piedi. Spengo tutto, aspetto, lacqua non scende. Toccare lo scarico. Lacqua ferma.

La parola sifone mi rimbombò in testa. Caterina me laveva detta spesso: Bisogna pulire il sifone, sennò lacqua non scarica. Io annuivo e fuggivo in soggiorno.

Mi accovacciai, ispezionai i tubi. Quello bianco di plastica sotto la vasca cedeva facilmente: svitai, e da sotto piombò uno scroscio gelido, improvviso.

Scattai su, scivolai sul pavimento, afferrai lasciugamano subito zuppo. Tentai di riavvitare il pezzo, ma nulla: acqua ovunque, fin sotto il tappeto.

A piedi nudi e gocciolante corsi a cercare il telefono. Panico su come chiudere lacqua generale. Mi ricordai: il padrone aveva parlato di una valvola dietro il lavello in cucina. Corsi, trovai la manopola e chiusi. Lacqua si fermò.

Tornai. Il bagno, degno di unalluvione. Un ricordo della funivia di Livigno, la stessa sensazione.

Mi lasciai cadere in mutande nel corridoio, fissando il muro.

La prima reazione? Chiamare Caterina. Era quasi automatico: lei avrebbe risolto tutto. Stavo già per pigiare il suo nome nella rubrica, quando mi tornò in mente la sua voce: non mi chiamare per domande di casa.

Posai il telefono.

Poi, però, chiamai Carlo.

Caro, tu sai sistemare un sifone?

Cosa?

Il tubo sotto la vasca, perde tutto.

Amico, io chiamo sempre il tecnico. Tieni, ti do il numero di uno bravo.

Il tecnico arrivò il giorno dopo. Smontò, cambiò la guarnizione. Quindici minuti di lavoro. Per tutto chiese più di quanto avrei pensato sessanta euro, così immediato.

Giusto come prezzo? chiesi.

Normalissimo, disse, andandosene.

Richiusi la porta. Mi venne in mente che Caterina non aveva mai chiamato un idraulico per così poco. Faceva tutto lei, in silenzio, senza che me ne accorgessi.

***

Col tempo mi venne una strana idea.

Richiamai Lidia, che ventanni prima era stata una specie di flirt appena prima che conoscessi Caterina. Sapevo fosse separata da anni tramite amici comuni, ogni tanto ci si vedeva a cene. Ma nulla più.

Lidia, ciao. Sono Giulio Fabbri.

Giulio? Da quantè che non ci sentiamo.

Sai, adesso vivo da solo. Ti andrebbe di trovarci a cena, anche solo per parlare?

Rimase in silenzio un secondo.

Da solo da chi?

Separato da Caterina.

Separato, quindi.

Sì, o ci stiamo pensando, insomma.

Rispose in modo un po più cauto. Sì, dai, ci sta.

Ci vedemmo in unenoteca del centro. Lidia: cappotto elegante, taglio corto, in forma. Presi un bicchiere di rosso, qualche parola su amici comuni, poi lei mi disse:

Raccontami di te. Che fai ora?

Sempre in edilizia, capo acquisti.

E vivi dove?

Un bilocale, in Via delle Robinie.

Si sta bene?

Stavo per dire di sì, ma mi scappò:

Così e così. La lavatrice non centrifuga, cucina un disastro.

Lei mi guardava con quellaria a metà tra tenerezza e compassione. Non di quelle che scatta quando hai una storia damore davanti, più la pietà per chi vive male.

La serata finì lì. Qualche domanda su Matteo, sua figlia già sposata, un altro calice. Si congedò dicendo che il giorno dopo si svegliava presto.

Lidia non richiamò. Nemmeno io.

***

Così, in quel periodo, provai anche con gli amici. Chiamai Carlo, che fissò per venerdì, ma solo fino alle otto: Patrizia ha la riunione a scuola. Andrea, invece, accettò ma solo se lo riportavo a casa in macchina, Davide deve andare con la moglie dai suoceri domani.

Ci trovammo in tre in un bar vicino alla metro. Birre, chiacchiere su calcio e lavoro. Ad un certo punto Carlo mi chiese:

Allora, come ti va questa libertà?

Così così, dissi.

Caterina non chiama mai?

Mai.

Lui e Andrea si guardarono un attimo.

Mai del tutto? chiese Andrea.

Mai.

Si scambiarono un altro sguardo. Carlo rigirava il bicchiere tra le mani.

Strano, la mia ci chiamerebbe tre volte al giorno.

Caterina non chiama, ripetei.

O bene o male, disse Andrea, pensieroso.

Male in che senso?

Nel senso che anche lei sta bene senza di te.

Finii la birra. Non volevo parlarne. Anzi, ci pensavo ogni giorno, ma odiavo ammetterlo.

Alle otto meno un quarto Carlo guardò lorologio, si mise il giubbotto, Andrea lo seguì. Mi salutarono ognuno verso la propria moglie e famiglia.

Rimasi da solo davanti al boccale. Ordinai il terzo e aspettai la chiusura.

***

Caterina, invece, i primi giorni provò un po di smarrimento, ma non quello che si aspettava. Non il vuoto, più un improvviso senso di spazio nuovo. Come quando sposti i mobili e non sai ancora se ti piace.

Telefonò alla sua amica Antonietta il secondo giorno.

Se ne è andato, disse.

Come sarebbe andato?

Ha preso in affitto un appartamento. Diceva che non respirava più.

Silenzio, poi un lungo sospiro.

E tu, Cate?

Sinceramente… sto bene. Nemmeno io me lo aspettavo.

Piangi?

No. Non è strano?

Magari dopo succede.

Vediamo.

Anche laltra amica, Luciana, la chiamò. Si conoscevano dai tempi della maternità, venticinque anni di confidenza. Ma Luciana era più diretta:

Finalmente, disse. Te lo dicevo da dieci anni.

Cosa?

Che vivevi come una colf, senza lo stipendio.

Lu, dai, non esagerare.

E quando è stata lultima volta che hai fatto qualcosa per te stessa?

Caterina ci pensò. Non rispose subito.

Lanno scorso, ho tagliato i capelli.

Appunto.

La settimana dopo Luciana la invitò a yoga. Caterina disse di no, poi ci pensò e cambiò idea. Alla lezione, costume da ginnastica mai usato. Scoprì di essere rigida come un manico di scopa.

Tranquilla, disse listruttrice sorridendo. Tutti iniziano così.

Due settimane dopo, già si piegava un po meglio. Tre volte a settimana yoga, dopo le lezioni caffè con Luciana. Era da anni che non chiacchierava così, senza pensare che doveva correre a casa a preparare la cena per Giulio.

La sera leggeva. Prima addormentarsi dopo venti pagine, ora riusciva anche per unora, piano.

Un giorno Matteo la chiamò.

Mamma, papà mi dice che vive da solo.

Sì, è vero.

E voi…?

Così così, rispose. A dire il vero, sto bene.

Pausa.

State divorziando?

Non lo so ancora. Non ci ho pensato.

Non sei triste?

Sono sorpresa. Non triste.

Altra pausa. Matteo, come da bambino, sempre lento a processare.

Va bene, chiamami se hai bisogno.

Anche tu. Non solo nei giorni di festa.

***

Capitò anche a Caterina quella pausa inattesa, un mattino in cucina. Stava lavando la solita tazza, pensò quasi per caso: ventisei anni. Sono tanti. Più della metà della vita. Dentro cera di tutto, anche il bello: la prima casa ristrutturata insieme, le mani spellate dalla carta vetrata; Matteo con i cerotti verdi; il viaggio al mare quando ridevano tre giorni di fila, e ancora ora non ricordava il motivo, solo che ridevano.

Tutto questo ora restava nel passato, come le foto nellalbum.

Aspettò che il senso di nostalgia svanisse. Arrivò, dopo qualche minuto.

Poi mise la tazza a scolare e si preparò per lo yoga.

***

Eugenio arrivò per caso.

Era il figlio di Maria Grazia, la vicina di sotto: ottanta e passa, memoria lucida e il vizio di fermare la gente sul pianerottolo mezzora. Maria Grazia aveva chiesto a Caterina di cambiare la lampadina nellingresso il figlio quello giusto sarebbe arrivato solo la settimana dopo. Lei la aiutò volentieri, e insieme bevvero un tè.

Entrò Eugenio, non il figlio atteso, laltro, venuto allimprovviso. Quarantotto anni, la barba, bel giubbotto, lo sguardo stanco di chi lavora molto.

Mamma, stai a sfruttare la gente di nuovo? sorrise vedendo Caterina con la lampadina.

È stata Caterina a offrirsi, protestò Maria Grazia dignitosa.

Eugenio mi guardò con riconoscenza.

Grazie mille. Avrei dovuto pensarci io, ma non ci avevo proprio fatto caso.

È niente, rispose Caterina.

Parlarono dieci minuti sulla porta. Eugenio lavora anche lui nelledilizia, ma in unaltra azienda. Caterina accennò al suo lavoro da ragioniera. Lui la salutò, lei tornò a casa.

Tre giorni dopo Eugenio suonò al suo campanello con una scatola di cioccolatini in mano.

È un pensiero, disse timido.

Ma figurarsi, rispose Caterina, ma accettò.

Posso chiedere? disse, restando sulla soglia, Sua marito Giulio lavorava negli acquisti? Avrei una domanda sui fornitori.

Caterina esita, poi: Adesso Giulio vive per conto suo. Le posso dare il suo numero.

Capisco, rispose lui, enigmatico in volto.

Una settimana dopo la richiamò solo per raccontare che aveva trovato da solo un altro fornitore, e chiedere se le sarebbe andato di prendere un caffè come tra vicini. Caterina ci pensò e disse di sì.

Quella volta andarono in una caffetteria. Parlarono di lavoro, della mamma di lui, del quartiere che cambia. Eugenio aveva un modo di ascoltare che non la faceva sentire giudicata, e sapeva prendere in giro sé stesso prima degli altri.

Sposata da tanto? chiese a un certo punto, come per sapere, non per altro.

Ventisei anni o quasi. Ora non so più bene che sono.

Succede, disse lui, senza scavare.

Caterina apprezzò.

Si rividero ancora. Lui non forzava mai le cose: chiamava a volte, domandava come stava. A Caterina piacque proprio questo non-impegno, come una finestra aperta in una stanza dove manca aria da tanto.

***

Intanto, io iniziavo a scoprire dentro di me cose mai notate.

Per esempio, che non so aspettare. Mai aspettato niente: i vestiti puliti comparivano, il cibo pure, se qualcosa si rompeva, si aggiustava per miracolo. Ora dovevo aspettare il bucato che asciuga, lacqua che bolle, il tecnico che arriva. E aspettare che passi linfluenza che mi presi a fine seconda settimana, solo, febbre a trentotto, sudato sotto le coperte e acqua tiepida dal rubinetto.

Oppure mangiare in silenzio. Da ventisei anni avevo sempre qualcuno a tavola: prima Matteo, poi Caterina. Se tacevano, era un silenzio vivo; ora era solo vuoto.

Cominciai a cenare col televisore acceso. Un poco aiutava.

Intorno alla terza settimana chiamai Matteo.

Ciao, figlio.

Ciao, papà. Come stai?

Così, lavoro, sono in Via delle Robinie.

Lo so, me lha detto la mamma.

E lei?

Matteo ci pensò un po troppo prima di rispondere.

Dice che sta bene. Va a yoga, vede le amiche.

Ingoiai la notizia.

Non le manco?

Papà, mi chiami per sapere se mamma ti pensa?

Macché. Chiedevo e basta.

Sta bene. Anche tu. E questa è una cosa buona.

Rimasi un attimo a fissare il telefono. Non era rabbia, era un altro sentire, come quando entri in una stanza e non sai perché ci sei.

***

Al ventitreesimo giorno incontrai in ascensore una vicina, giovane, che avevo già visto. Lei si presentò:

Nuovo inquilino?

Temporaneo, risposi.

Separato?

Era diretta.

Già.

Capita. Quarto piano, giusto? Quello con le tende gialle?

Sì.

Danilo il padrone affitta solo a single. Dice, zero rogne.

Si scese insieme lei abitava al primo. Veterinaria, aveva un gatto, fiori alle finestre.

Una volta la aiutai con le borse pesanti. Mi offrì un tè, la casa profumava di cannella. Pulita, calda, ordinata. Mi ritrovai a pensare: Qui perfetto, la mia cucina invece è ancora piena di piatti sporchi.

Altro che nuova vita. In ascensore altre volte, due chiacchiere davanti alle cassette delle lettere; non successe nulla, né poteva, perché io ero come un discorso lasciato a metà.

Un giorno mi chiese:

Resterai ancora qui?

Non lo so.

Hai laria di chi non ha deciso dove vuole andare.

Credo di sì.

Attento a non perderci troppa vita, così. Io dopo il divorzio rimasi impantanata due anni, poi mi chiesi: perché li ho sprecati?

Non la dimenticai più.

***

Trentunesimo giorno: al mercato presi dei fiori. Senza motivo, solo perché vidi i crisantemi, grossi e bianchi, quelli che Caterina preferiva. Li presi e andai in Via dei Tigli.

In metro li tenevo stretti. Pensavo a cosa dire, come avrebbe aperto lei la porta; la immaginavo sorpresa, forse contenta. Ventisei anni, insomma, ci sarò pur sempre io.

Suono il campanello. Nuovo pulsante, ci faccio caso.

Dentro dei passi. Poi due voci: la sua, e una maschile.

Mi paralizzo.

La porta si apre a catena, anche lei nuova. Il viso di Caterina compare nella fessura; mi guarda, guarda i fiori. Esprime calma.

Giulio.

Catera, sono passato.

Vedo.

Ho… sollevo i crisantemi.

Mi guarda ancora, senza odio, senza pianto, senza nessuna delle reazioni che mi aspettavo.

Giulio, non apro.

Perché?

Ho cambiato la serratura.

Lo vedo. Ma perché?

Dietro di lei passa unombra maschile. La seguo con lo sguardo.

Chi è?

Non sono affari tuoi, disse semplice.

Caterina, aspetta. Ho capito tante cose.

Cosa?

Bocca aperta, chiusa, riaperta.

Che con te stavo bene. Che non ho apprezzato abbastanza. Che ho sbagliato tutto.

Pausa. Lei mi fissa oltre la catena.

Giulio, tu hai capito che stavi bene. Ma non perché. Ti manca la mano che ti stira le camicie, non me.

Non è giusto.

Forse no. Ma è vero.

Ventisei anni, Cate.

Lo so. Ci sono stati. E tanti belli. Ma non ne voglio altri ventisei così.

Non posso avere unaltra possibilità?

Mi guardò a lungo. Poi:

Sai qual è la cosa più buffa? Anchio ho ricominciato a respirare. Anchio non respiravo più. Solo che non te lho mai detto.

Rimango lì, coi crisantemi in mano.

Caterina.

Vai, Giulio. Chiama Matteo, parlaci. Non di me, di voi. Parlatene.

La porta si richiuse. Silenziosamente. Scattò la serratura.

Rimasi immobile. I crisantemi cadevano lentamente verso il pavimento. Erano ancora freschi, lucidi, ignari di tutto.

Nel pianerottolo silenzio. Da una porta arrivava la TV.

Mi girai e andai verso lascensore.

***

Premetti il pulsante, lascensore arrivò subito. Nel vetro vidi me stesso: un uomo con un mazzo di fiori, giacca buona, stropicciato, lespressione di chi ha appena concluso o iniziato qualcosa.

Fuori, ormai buio, lampioni accesi, gente indaffarata. Camminai verso la metro, i fiori sempre in mano.

Mi fermai.

Su una panchina una vecchina dava da mangiare a dei piccioni da un sacchetto. I piccioni le si accalcavano ai piedi.

Mi avvicinai, posai il mazzo vicino a lei.

Se li vuole, li prenda.

La donna guardò il mazzo, poi me.

Bei fiori. Non li ha voluti?

Non li hanno voluti.

Succede. E tornò ai piccioni.

Mi allontanai. Tutto come sempre: le case uguali, la gente, la vita che prosegue. Da qualche parte Caterina chiudeva la porta dietro di me e tornava alla sua nuova serata, al suo nuovo spazio, che a quanto pare le andava bene.

Da qualche parte Matteo tornava a casa: era ora di chiamarlo, solo per parlare.

Da qualche altra parte, la pila dei piatti sul lavello sotto le tende mostarda cresceva ancora.

Tirai fuori lo smartphone.

***

In metro, fissavo il riflesso scuro nel vetro. Si vede solo la mia sagoma; nientaltro.

È strana la vita, pensavo senza pensare. Solo strana.

Il convoglio andava avanti, le stazioni si succedevano. Intorno a me cera di tutto: giovani, anziani, stanchi, frettolosi, con sacchetti, con libri, col telefono in mano. Nessuno si curava di me, dei miei fiori, dei miei ventisei anni, della porta chiusa.

Scesi alla mia fermata e andai in superficie.

Aria fredda, sapeva di prima neve, anche se ancora doveva cadere.

Diedi unocchiata al cielo, nero e qualunque.

Ripresi la strada di casa.

***

Quella notte non dormivo, fissando il soffitto. Lappartamento era uguale, le tende sbarravano la luce dei lampioni, il frigo borbottava ogni tanto. Tutto normale, come nei trentuno giorni precedenti.

Allimprovviso ricordai una cosa.

Otto, forse dieci anni prima, io e Caterina fummo dai suoi genitori in campagna. La sera, seduti in veranda, tè caldo, fuori la campagna buia. Silenziavamo, eppure era il silenzio vivo di chi sta bene.

Pensai, in quel momento: ecco, qui va tutto bene.

Non lo dissi mai.

Solo pensato, dimenticato subito.

Ora, nel divano della casa in affitto, cercavo il ricordo dellultima volta in cui avevo pensato davvero così. Non la trovai.

Fuori, qualche fiocco. Il primo di quellinverno.

Dentro, nessun rumore.

***

Al mattino mi alzai per il tè. Pensai che dovevo comprare delle tazze decenti: quelle presenti avevano tutte una scheggiatura. Bevevo con fatica.

Poi mi dissi che sarebbe ora di chiamare Matteo.

Poi pensai al lavoro: tra poco scadeva la trimestrale, ero rimasto indietro coi rapporti.

Poi pensai alle parole di Caterina: Anche lei aveva ricominciato a respirare. Anche lei, come me.

Ecco, non lo avevo mai saputo, o non glielo aveva mai chiesto nessuno. Lei era sempre lì, faceva tutto quello che andava fatto, senza che nessuno chiedesse se fosse quello che voleva. Era parte della routine di cui io mi lamentavo, ma forse per lei la routine era la stessa gabbia solo che la viveva stirando le mie camicie.

Il bollitore fischiò.

Versai il tè nella tazza scheggiata e sedetti al tavolo.

Fuori, la neve iniziava a posarsi. Bianca, lenta, si fermava sul davanzale.

Presi il telefono, trovai nella rubrica: Matteo.

Lo rimisi giù.

Poi di nuovo in mano.

Matteo, ciao. Sono papà. Ti ho chiamato così, per parlare. Sei occupato?

No, rispose Matteo, sorpreso. Dimmi papà.

Come va?

Bene, lavoro. Da voi neve?

Proprio adesso inizia.

Anche qui.

Restammo in silenzio un momento. Silenzio buono, vivo.

Papà, disse Matteo. Come stai veramente, tu?

Guardai oltre la finestra. Nevicava, e ancora tutto era incerto.

Sto capendo, risposi.

Ok, disse Matteo. Chiamami quando vuoi.

Lo farò. Anche tu: non solo per Natale.

Promesso, disse lui.

Ci salutammo. Posai il telefono, finii il tè. Il tè andava bene.

La neve, fuori, cadeva.

***

Intanto, dallaltra parte della città, Caterina guardava anche lei la neve dalla finestra. In mano la tazza di caffè. In salotto faceva caldo, silenzio. Eugenio era appena uscito; non restava a dormire, ed era una regola tacita: troppo presto, nessuna fretta.

Pensava a Giulio. Non con rabbia né piacere, solo con quella calma di chi ha condiviso una vita. Lui, davanti alla porta con i fiori, grande e spaesato, con laria di chi la vita lha un po ribaltato ma non del tutto insegnato.

Non era più arrabbiata. Allinizio sì; ma se ne era accorta solo dopo, perché fuori sembrava tranquilla, ma dentro una rabbia sotterranea per anni: che lui non chiedeva mai come stava; che era stanco della routine, ma quella routine laveva forgiata lei, con le sue mani; che per lui era noia, per lei nemmeno il tempo di domandarsi come si sentiva.

Poi era rimasta solo fermezza.

Prese il telefono e mandò un messaggio ad Antonietta: domani yoga? Lei rispose: aspettavo solo che mi scrivessi. Sì.

Caterina sorrise. Appoggiò la tazza.

Fuori continuava a nevicare.

***

Quella sera, chiamai il padrone di casa per prolungare ancora uno-due mesi di affitto.

Va bene, rispose. Ma paghi in anticipo.

Passai in un negozio di casalinghi e presi delle tazze nuove, senza difetti. Due. Poi tornai indietro e ne presi una terza.

Al supermercato comprai verdure, brodo di pollo, patate, carote, cipolla. Cercai la ricetta sul telefono: quattro passaggi, allultimo salare a piacere.

Fissando la pentola, mi chiesi: cosa vorrà dire, a piacere? Aggiunsi un po, assaggiai. Un po troppo saporito, ma tutto sommato buono.

Lo versai nella tazza (ma era meglio nella fondina); trovai la fondina, sistemai il tavolo, mi misi a mangiare.

Era silenzio.

Nel silenzio, il brodo aveva finalmente un sapore.

***

La vita andava avanti: Caterina tra yoga ed Eugenio, senza pressioni, io in Via delle Robinie, qualche cena con Carlo e Andrea, ora senza mogli e con tempi più lunghi.

Non avevamo ancora iniziato le pratiche di divorzio. Non per scelta, semplicemente per stanchezza nel gestirne unaltra.

Un giorno la rividi al supermercato dietro casa, lo stesso di sempre in Via dei Tigli. Era alla cassa dei latticini, io studiavo il kefir con aria seria.

Lei mi si avvicinò da dietro.

Giulio.

Mi voltai. Ci guardammo. Mi parve più leggera, un po dimagrita, lo sguardo vivace.

Ciao, Cate.

Ciao. Tu come stai?

Così. Tu?

Così. Prendi il kefir?

Già. Non so quale scegliere.

Questo qui è buono, disse, indicando una confezione.

Grazie.

Presi quello. Lei il suo. Ci spostammo in corsie diverse.

Alla cassa finimmo quasi in fila una accanto allaltra.

Lei pagò, io pure.

Uscimmo quasi insieme.

Allora, dissi, ciao.

Ciao, rispose lei.

Lei andò a destra. Io a sinistra.

***

Dopo tutti questi giorni, ciò che ho imparato è che la libertà non è una porta che si apre solo per uno. Si può restare senza respiro in due, ed entrambi non accorgersene. Il vero respiro torna solo quando impari che si può stare bene anche da soli, e che il silenzio, quello vero, nasce quando si è pronti ad ascoltare se stessi, anche se ci vuole tempo per scoprirlo davvero.

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