Ho avuto una relazione con un uomo (54 anni) durata un anno e mezzo. Mi diceva: Tu sei la mia famiglia. Sono finita in ospedale per tre settimane e lui non si è fatto vedere neanche una volta.
Io ho quarantotto anni, lui si chiama Sergio e ne ha cinquantaquattro. Ci siamo conosciuti su un sito di incontri. Linizio è stato piuttosto romantico: il primo appuntamento labbiamo passato in un caffè raccolto del centro di Firenze, poi già al terzo incontro mi ha portato una torta su ordinazione per il mio compleanno. Sopra cera scritto: A Bianca, da chi è grato che tu sia nata. A quel punto ci conoscevamo appena da tre settimane.
Sergio dava limpressione di essere un uomo generoso, mai ostentando. A volte arrivava con un mazzo di fiori solo per farmi una sorpresa. Propose anche di andare un weekend fuori città a Chianti, per cambiare aria. Una volta mi ha aggiustato il rubinetto in bagno, e in seguito ha pagato il tinteggio per la casa di mia madre. Aveva una piccola officina propria dove riparava elettrodomestici, viveva da solo.
Sei la mia famiglia, Bianchina, mi disse circa dopo otto mesi che stavamo insieme. Mio figlio è cresciuto e vive lontano con la madre. Tu sei tutto quello che ho adesso.
Gli ho voluto credere. Come potrebbe una donna non fidarsi di chi non solo parla con così tanto affetto, ma ti porta una torta col tuo nome e aggiusta il rubinetto senza batter ciglio?
Tre settimane di silenzio: come si ascolta il tradimento senza che nessuno alzi la voce
Quando sono finita in ospedale, la prima settimana non me la sono presa. Pensavo: ha la sua officina, lavora tanto, gli arrivano sempre nuovi ordini. La seconda settimana mi sono sentita a disagio. Alla terza, ho capito chiaramente che non sarebbe venuto.
Nella mia stanza cera una signora anziana, la signora Valentina, settantanni o poco più. Ogni sabato suo marito le portava un mazzo di fiori. Un giorno mi chiese:
Bianca, ma quando viene a trovarti il tuo fidanzato? Non lho mai visto qui.
Ha molto lavoro, risposi.
Lei mi guardò da sopra gli occhiali e sussurrò:
Tutti abbiamo il lavoro, cara. Anche il mio Paolo lavora ancora. Ma attraversa tutta Firenze, prende tre autobus con la schiena malandata perché per lui non venire è impossibile, capisci? Non vorrebbe, è proprio impossibile non venire. Se per un uomo è possibile non venire, allora è possibile anche non restare.
Quella frase mi è rimasta in testa. Più chiara di tante sedute dalla psicologa.
Mi hanno dimessa di mercoledì. La sera stessa, Sergio mi ha chiamato.
Bianchina, ti hanno già dimesso? Che ne dici se passo sabato, ci sediamo e facciamo due chiacchiere?
Sabato. Tre giorni dopo. Ero appena uscita dallospedale, operata, e lui lo diceva come se dovessimo andare semplicemente al cinema.
No, Sergio. Oggi.
Arrivò un paio dore dopo, con fiori, frutta e unespressione piena di scuse. Ci siamo seduti in cucina. Sono andata subito al punto:
Sergio, perché non sei venuto nemmeno una volta?
Bianca, ti chiamavo ogni giorno.
Sì, mi chiamavi. Ma non sei venuto. Tre settimane. Ventuno giorni. Ho avuto unoperazione, lanestesia, i punti, la febbre quasi a trentanove. Ho dormito in un letto freddo aspettando te. E tu chiamavi la sera per chiedermi: Come va?
Volevo venire, davvero. Ma al lavoro ero sommerso: due clienti grossi, un dipendente che se nè andato, facevo il lavoro di tre persone. Non ho avuto tempo.
In tre settimane? Non hai trovato nemmeno unora? Lospedale chiude alle otto. Servono quaranta minuti in macchina. Unora in ventuno giorni non lhai trovata?
Bianca, non capisci in che situazione ero. Era pesante anche per me. Ma non potevo lasciare lofficina.
Non potevi… o non volevi?
Rimase in silenzio. Ed è stato proprio in quella pausa che ho visto la verità che avevo evitato per un anno e mezzo: per Sergio preoccuparsi e stare vicino erano due cose separate. La prima bastava a sostituire la seconda.
Vedi, Bianca, disse poi con voce bassa. Io non sono capace a stare in ospedale. Non riesco a vedere flebo, bianchezza sulle facce. Mi prende unansia tremenda. Mia madre è morta in ospedale, e per tre anni non sono riuscito più a entrare in una clinica. Quando hai chiamato per dirmi dove eri, volevo venire. Ma ogni volta che ci pensavo mi paralizzavo. Rimandavo a domani. Poi ancora a domani. E sono passate settimane.
Ecco la frase che tinge di freddo le mani: non non volevo, non non ti amavo, non non avevo tempo. Ma non so stare vicino quando stai male.
Sergio ho detto lentamente per un anno e mezzo sei stato qui quando andava tutto bene. Il caffè, le torte, le gite. Quando cera da aggiustare casa o aiutare mia madre. Quando ero in salute e bastava la tua compagnia. Ma quando davvero avevo bisogno tu non ceri. Mi hai chiamato, sì. Ma chiamare non è venire. Preoccuparsi non è stare vicino.
So che ho sbagliato.
Non è una colpa, Sergio. Sei fatto così. E forse è peggio della colpa. Perché la colpa si può rimediare. Il carattere, no.
Un mazzo di fiori da uno sconosciuto e una decisione nata in corsia
Quella sera se nè andato. Io sono rimasta in cucina con una tazza di tè, pensando a Valentina e al marito. Tre autobus, la schiena malandata e il mazzo di fiori ogni sabato. Mai una parola solenne tipo sei la mia famiglia. Non serviva: lui cera e basta. Non poteva non esserci.
Ma per Sergio era possibile. Ventuno giorni filati, possibile. In quel possibile cè tutto quello che cera da sapere sulla nostra storia.
Dopo una settimana, Sergio mi ha scritto un messaggio lungo. Tante scuse, promesse di cambiare, parole sullamore e sulla paura che laveva bloccato. Lho letto fino alla fine e per la prima volta non ho sentito niente.
Le parole senza azioni sono come tappezzerie senza muri: belle, ma non ci puoi vivere.
Non gli ho risposto. Non per rabbia o vendetta. Perché finalmente avevo capito. Mi serve un uomo che venga. Non uno che si limiti a una telefonata. Uno che entri nella stanza con una busta di arance, non che allunghi la giornata con una chiamata fatta per abitudine. Uno che non si preoccupa soltanto, ma viene, perché per lui non esserci è diventato impossibile.
La ferita ha guarito piano. Mia madre dice che adesso sembro stare meglio di prima delloperazione. Forse è vero, perché non mi sono liberata solo di qualcosa nel mio addome.
E voglio comunque chiedere una domanda che, credo, tocca tante di noi.
Donne: vi è capitato che un uomo si preoccupasse a distanza, chiamando e scrivendo, ma non venisse nei momenti difficili? Avete mai perdonato, o ve ne siete andate?
Uomini: siate sinceri siete di quelli per cui è impossibile non venire, o basterebbe una telefonata invece di andare di persona?
Non so stare vicino quando stai male è una scusa o una condanna per una relazione?




