Non ti odio affatto

Non ti odio

Eppure, nulla è cambiato

Valeria giocherellava nervosamente con il bordo della manica della giacca, fissando il paesaggio che scivolava oltre il finestrino del taxi. Le strade fuori le erano note fin da bambina: quelle stesse vie dove correva con Filippo, ridendo e facendo progetti per il futuro. Sette anni. Sette anni interi senza mettere piede a casa.

Siamo arrivati, interruppe gentilmente il tassista, riportandola alla realtà.

Il taxi si fermò senza scosse davanti allingresso di un vecchio condominio di cinque piani. Valeria controllò istintivamente di avere il telefono in borsa, tirò fuori alcune banconote in euro, pagò e scese. La portiera si richiuse alle sue spalle e lei rimase un attimo immobile, inspirando laria della sua città natale. Era diversa, davvero diversa non come quella grande metropoli in cui ormai viveva. Ogni odore, ogni suono le risvegliava qualcosa nel profondo: laroma dellerba appena tagliata dal parco vicino, un vago sentore di pane appena sfornato dalla panetteria allangolo, e quello che poteva chiamare solo in un modo: casa. Questo miscuglio di sapori dava una stretta al cuore dolce e dolorosa insieme, come se fosse felice e timorosa davanti a ciò che lattendeva.

Era tornata solo per qualche giorno. Ufficialmente per far visita a sua madre e aiutarla con alcune scartoffie da sistemare da tempo. Ma desiderava anche passeggiare tra i luoghi di sempre, verificare se fossero gli stessi dei suoi ricordi. In fondo, però, sapeva che cera un altro motivo. Forse il più vero: voleva disperatamente rivedere Filippo! E chi sa, magari la vita sarebbe cambiata?

Valeria sapeva che lui viveva poco distante. Non era che seguisse la sua vita non aveva mai chiesto esplicitamente di lui. Eppure, gli amici che incontrava o sentiva sui social a volte finivano per nominarlo. Così apprendeva, a sprazzi: aveva cambiato lavoro e ora aveva una posizione importante, aveva comprato casa, aveva portato la madre a vivere con sé Ogni volta che sentiva parlare di lui, lo immaginava: pensava a come fosse ora, a che cosa facesse, a cosa potesse pensare. Poi però scacciava quegli pensieri per timore di lasciarli prendere troppa parte del suo cuore

**********************

Il giorno dopo Valeria decise di farsi una passeggiata in centro. Niente programmi precisi; voleva solo respirare laria cittadina, rivedere i suoi vecchi luoghi, sentire il ritmo delle strade che un tempo erano la sua vita. Passeggiava senza fretta, sbirciando nelle vetrine dei negozi, sorridendo appena nel ritrovare ciò che credeva dimenticato: il chiosco dei giornali dove comprava i fumetti, la panchina dove si sedeva con le amiche dopo scuola, il bar dove aveva assaggiato per la prima volta il cappuccino, rischiando di rovesciarlo sulla camicetta nuova.

E allimprovviso lo vide.

Filippo camminava dal lato opposto della strada. Non la vide aveva lo sguardo avanti, con la testa leggermente piegata, come assorto nei suoi pensieri. Valeria si bloccò. Dentro le si capovolse tutto e, per un istante, dimenticò persino come si respirava. Era uguale a come lo ricordava: alto, lo stesso passo rilassato e leggero di quando erano ragazzi. Stessa sagoma, stessi movimenti, persino il taglio di capelli.

Senza riflettere attraversò la strada. Il semaforo lampeggiava giallo, un clacson lontano, ma non sentì nulla: le gambe si muovevano da sole, il cuore batteva così forte da farle credere che avrebbero potuto sentirlo tutti.

Filippo! gridò quando lo raggiunse davanti a un negozio.

La voce le tremò; non si era resa conto di essere così agitata. Lui si voltò e nulla. Nessuna gioia negli occhi, né rabbia. Niente.

Valeria? disse, calmo, quasi indifferente.

Quel tono neutro, privo di emozioni la colpì più forte di quanto si aspettasse. Tutto quello che aveva tenuto dentro per sette anni scoppiò improvvisamente. Gli occhi le si riempirono di lacrime, la voce prese a tremare, e non riuscì più a fermarsi.

Filippo, io io sono così colpevole, riuscì a dire, cercando le parole. So che non ho nemmeno il diritto di avvicinarmi a te, ma io singhiozzò, cercò di articolare una frase, ma le lacrime le rigavano le guance e non cercò neanche di asciugarle. Ti amo. Ti amo ancora. Perdonami. Ti prego, perdonami!

Parlava di getto e confusamente, come se avesse paura che smettendo di parlare non sarebbe riuscita a continuare. Nella testa turbinavano mille altre spiegazioni, ma ora uscivano solo le parole più vere, quelle che per anni aveva tenuto nascoste.

Lo abbracciò, stringendosi forte a lui, come se così potesse riavere ciò che avevano perso sette anni prima. In quellistante il mondo sparì: niente più rumore di strada, niente passanti, niente tempo solo il calore del suo corpo e la speranza disperata che la ricambiasse.

Filippo non si staccò subito. Per una frazione di secondo, le sembrò che avesse esitato: le spalle gli si rilassarono appena, le mani si alzarono un attimo, come se avesse voluto abbracciarla anche lui. In quellistante una scintilla di speranza la fece quasi tremare: forse si poteva ancora sistemare tutto, forse anche lui aveva custodito nel cuore quei ricordi, forse

Ma lattimo svanì. Filippo le prese le spalle, la allontanò con fermezza ma senza crudeltà. Il viso era tranquillo, quasi impassibile, e lo sguardo duro, quasi freddo. In quegli occhi non cera più il ragazzo con cui rideva e sognava: davanti a lei ora cera un uomo cresciuto che aveva ormai chiuso i propri sentimenti dietro una barriera invalicabile.

Sparisci, le sussurrò piano allorecchio.

Lo disse piano, senza trasporto, come se lei non avesse più alcun peso nella sua vita. Come unestranea.

Ti odio, aggiunse subito dopo, e solo allora nei suoi occhi passò un lampo di vero disprezzo.

Si voltò e si allontanò senza guardarsi indietro. Valeria rimase, come stordita. Intorno la vita continuava: persone che correvano, auto che suonavano al semaforo, risate di bambini in lontananza Qualcuno la guardò di sbieco, forse domandandosi perché una ragazza fosse ferma, livida e con gli occhi pieni di lacrime. Ma lei non vide nulla.

Solo il suono dei suoi passi che si spegnevano e il proprio respiro, spezzato e irregolare. Ogni secondo era uneternità, mentre la mente rimbalzava su un unico pensiero: È finita. Per sempre.

Valeria si avviò piano verso casa. I piedi sembravano non volerla reggere, ogni passo faticoso, eppure camminava a testa bassa, lo sguardo fisso davanti a sé senza vedere davvero nulla. Nella mente nulla, nessun pensiero, nessuna emozione, solo il vuoto e leco insopportabile delle sue parole.

Entrata nellappartamento della madre, non tentò neanche di spiegare. Si infilò in cucina, si sedette e fissò il vetro della finestra. La mamma, vedendo il suo volto bagnato e lo sguardo perso, non le chiese nulla: sospirò appena, come se si aspettasse quella scena da tempo, e andò a mettere su il bollitore. Il rumore noto dellacqua che bolle, il profumo del tè tutto pareva così normale, così distante dal terremoto nel cuore di Valeria. Ma quella semplice normalità laiutò a rimettere insieme almeno un pezzo.

Non mi ha perdonata, sussurrò Valeria, stringendo la tazza calda tra le mani. Il vapore le faceva il solletico al viso, ma lei quasi non se ne accorgeva. Le dita si stringevano forte, come per trattenere qualcosa che sfuggiva, lo sguardo perso nelle ombre ambrate del tè.

La madre le si sedette accanto, senza dire nulla, le accarezzò la spalla con la solita delicatezza come quando Valeria tornava bambina a casa con le ginocchia sbucciate o dopo un litigio tra compagne. Quel gesto, così semplice, la fece sentire minuscola e fragile, come se tutte le decisioni adulte degli ultimi anni si fossero dissolte.

Lo sapevi che sarebbe finita così, disse piano la madre, non giudicando, solo con una lieve tristezza.

Lo sapevo, annuì Valeria, senza distogliere lo sguardo dalla tazza. La voce era piatta, ma si sentiva la fatica di chi si è ripetuto quella frase tante volte. Ma speravo. Sciocco, vero?

Non è sciocco, rispose dolcemente la madre. Hai scelto tu questa strada. A Filippo hai fatto così tanto male che cè voluto tanto per riprendersi era come come Kay nella fiaba, nessuno è più riuscito a toccare il suo cuore.

Valeria sospirò profondamente, posò la tazza e si appoggiò allo schienale. Davanti agli occhi le riaffioravano le scene di sette anni prima.

Allepoca sembrava tutto semplice, così chiaro. Aveva ventidue anni quelletà in cui il futuro è luminoso, e ogni problema sembra superabile. Cera Filippo buono, affidabile, un ragazzo vero su cui contare. Non era un tipo da grandi parole, ma i suoi gesti valevano più di ogni promessa: pronto ad aiutare tutti, attento anche alle piccole cose.

Ma cera un ostacolo o, meglio, qualcosa che lei viveva come tale. Filippo lavorava come operaio in un cantiere, studiava da privatista, sognava unattività tutta sua. Era serio, aveva le idee chiare, ma ci voleva tempo e Valeria non aveva più voglia di aspettare.

Non desiderava la ricchezza, no. Anelava più che altro alla stabilità: lavoro, una casa, la possibilità di costruirsi una vita. Ma con Filippo tutto pareva troppo incerto: lavori occasionali, studio serale, sogni che restavano, per ora, solo sogni.

Poi lo zio di Milano le offrì un lavoro in azienda. Lei accettò subito, di slancio, senza esitare. Era unopportunità concreta che non voleva lasciarsi sfuggire.

Cera unaltra verità, quella che Valeria cercava di nascondere a se stessa. Quando arrivò a Milano e iniziò il nuovo lavoro, conobbe Marco. Era un uomo daffari, il doppio degli anni di lei, autorevole e abituato a ottenere ciò che voleva. Si conobbero quasi per caso: durante un evento aziendale lei si sentiva a disagio, lui le si avvicinò con educazione, conversò a lungo.

Allinizio erano piccoli gesti di cortesia: fiori in ufficio, brevi bigliettini (Alla più bella), inviti a cena nei ristoranti eleganti dove Valeria aveva solo sognato di entrare. Mostre, teatri, regali raffinati: foulard di seta, gioiellini, scarpe col tacco. Ogni dono era accompagnato da parole di incoraggiamento: meritava una vita migliore, doveva imparare ad accettare quello che il destino offriva.

Allinizio lei si schermiva, si sentiva in imbarazzo, provava a rifiutare. Marco insisteva con gentilezza, ribadendo che era solo unattenzione, conquistato dalla sua intelligenza e dal suo sorriso. Piano piano Valeria si lasciò sedurre. Era facile farsi trascinare da quelle luci: serate eleganti, viaggi in taxi di lusso, shopping senza pensare al prezzo. Sembrava un sogno.

E così, tra le luci e le cene, accettò di frequentarlo. Non era innamorata la sicurezza e la leggerezza di quel mondo la stregarono. Con lui non cerano preoccupazioni per il domani, dubbi per laffitto o per un nuovo vestito per una riunione importante: Marco pensava a tutto, creava attorno a lei unatmosfera protetta.

Quella vita le piacque tantissimo. Tanto da dimenticare di colpo il ragazzo innamorato che aveva lasciato nella sua città. Anzi, iniziò a disprezzarlo, dicendo che Filippo non sarebbe mai stato capace di costruire nulla.

Una volta tornò nella vecchia città. Non per Filippo, non per spiegare o salutare. Voleva altro mostrargli la vita che ora conduceva, dimostrare che era davvero allaltezza. In fondo sperava che lui capisse che aveva fatto bene a scegliere quella via, che sera liberata da quella precarietà.

Si organizzò nei minimi dettagli. Scelse il bar più elegante del corso quello dove Filippo passava per un caffè dopo lavoro. Indossò labito costoso che Marco le aveva regalato elegante, la valorizzava. Allanulare brillava un anello importante, il suo nuovo orgoglio. In mano una borsa nuova, appena comprata in centro.

Appena Filippo entrò, Valeria lo vide subito. Era seduta vicino alla vetrina, rise sonoramente alla battuta del suo accompagnatore, si girò perché Filippo la vedesse. Si incrociarono con lo sguardo. Nei suoi occhi lesse smarrimento, dolore, incredulità quello che lei aveva sempre voluto ignorare. Ma invece di esitazione o imbarazzo, Valeria lo sfidò a guardarla.

Allepoca le parve di aver vinto. Aveva dimostrato a sé e a lui che la strada scelta era quella giusta. Non più chiacchiere sul futuro, ma sicurezza e benessere. Era convinzione, soddisfazione, meritava davvero tutto quello.

Ma quando Filippo uscì dal bar e lei rimase a sorridere per cortesia tra anello e borsa nuova, la risata si spense. Guardò quellanello, la borsa, il suo compagno, intento a parlare di affari, e sentì solo un vuoto immenso. Tutto oggetti di valore, gesti cortesi, attenzioni parve improvvisamente lontano, falso. Continuò a sorridere, ma dentro una voce sussurrava: Ne valeva la pena?

**********************

Fu una vittoria amara Valeria lo capì solo col tempo. Allinizio Marco era ancora il gentile uomo generoso: cene, fiori, complimenti. Poi qualcosa si spense, come una candela alla fine.

Prima i dettagli: invece di parole tenere, osservazioni fredde. I regali diventavano banali: Vai in quel negozio, scegli tu qualcosa. Poi arrivarono i giudizi pungenti. Allimprovviso lui criticava il suo aspetto: Forse dovresti curarti di più, il modo di parlare: Ridi troppo forte, suona volgare, le amicizie: Ancora quei vecchi amici del paese? Non pensi sia ora di farti una nuova cerchia?

Sempre meno tempo insieme. Marco spariva per giorni, a volte settimane, lasciandola sola nellappartamento grande che pagava. Le serate passavano tra il ticchettio dellorologio e il riordinare abiti nellarmadio. Durante i rari confronti, le diceva seccato:

Hai avuto quello che volevi cosa vuoi ancora?

Valeria cercava scuse. Ha unattività impegnativa, è stressato. O: Deve solo riposare. Si ripeteva che era una fase, che tutto sarebbe tornato come prima, che lei stava chiedendo troppo. Ma ormai sapeva che non era quello: era diventata una delle tante donne nella sua vita brillante, bella, ma ormai scontata.

Iniziò a sopportare. Sopportava il suo silenzio, le assenze, lo sguardo distante. Sopportava per non ammettere con sé stessa di essersi sbagliata. Ammettere che quella vita patinata era solo una scatola vuota, che aveva tradito lunico uomo che laveva amata davvero. Che Filippo, coi suoi sogni, era quello che la stimava per ciò che era dentro.

Anche la ricchezza aveva perso fascino. I vestiti eleganti erano solo vestiti nellarmadio. I gioielli restavano nella scatola, i ristoranti alla moda lannoiavano, il profumo costoso le causava nausea.

È così che finì a guardare fuori dalla finestra, domandandosi: E se Ma si fermava, paura. Perché la prossima domanda era: E adesso che farò?

Durante quelle sere solitarie, quando la città si spegneva, Valeria pensava che tutti i sogni di stabilità erano vani. Anche avendo una bella casa, tutto era niente senza qualcuno con cui condividerlo.

Pensava a Filippo: alle sue mani forti, segnate dal lavoro, eppure così calde al suo sorriso timido, alle parole semplici sui progetti comuni. Il suo modo tranquillo, reale, di rendere tutto più vero, più facile.

************************

Il terzo giorno decise di andare al parco dove andavano insieme. Eccola, la panchina sotto il grande acero: quante volte a parlare di tutto e ridere del nulla. Si ricordò quando Filippo le disse, fissando le foglie che cadevano: Vorrei che un giorno avessimo una casa con grandi finestre, dove il sole entra ogni mattina, dove ci sia sempre luce e felicità. Lei aveva solo sorriso, pensando fossero sogni; ora quelle parole avevano un sapore diverso.

Si fermò a respirare laria fresca, tentando di raccogliere i pensieri. Allimprovviso sentì una voce familiare:

Valeria?

Si voltò. Davanti a lei cera Matteo, un vecchio amico suo e di Filippo. Sorpreso, le sorrise sinceramente.

Non mi aspettavo di vederti qui, disse, sollevando le sopracciglia. Come va?

Valeria esitò un attimo, cercando le parole. Voleva rispondere con leggerezza, ma la voce vacillò, per quanto tentasse di mascherarla.

Bene, cercò di sorridere, e il sorriso fu più naturale del previsto. Sono venuta a trovare mamma.

Matteo annuì, le lanciò uno sguardo attento, ma non insistette. Indicò una panchina.

Sediamoci? Ero qui a camminare senza meta.

Valeria accettò, e si incamminarono lentamente. Matteo raccontava della sua vita, delle novità in città. La sua voce, amichevole, la mise a suo agio. Valeria ascoltava, di tanto in tanto rispondeva, ma dentro di lei si faceva strada il pensiero di quanto tutto fosse strano: era tornata e la sua vita le si ripresentava, pezzo dopo pezzo.

Matteo fece silenzio, poi chiese piano, senza forzare:

Hai visto Filippo?

Valeria abbassò lo sguardo sulle foglie. Ci mise un po a rispondere aveva ancora dentro la scena dellincontro, lo sguardo gelido, quelle parole dure. Alla fine lo ammise:

Sì. Ieri.

E? domandò Matteo, schietto.

Non vuole più sapere di me, sospirò Valeria, con fatica. Il tono era piatto, ma si sentiva la sofferenza dietro ogni sillaba. Mi odia.

Matteo sospirò e sedette accanto a lei appoggiando i gomiti alle ginocchia, guardando la stradina che si perdeva tra le foglie dorate. Restò in silenzio qualche istante, poi disse sottovoce:

Ha sofferto molto. Sei sparita allimprovviso, Valeria. Nessuna chiamata, nessuna lettera. È stato un colpo durissimo per lui.

Valeria strinse le mani. Lo sapeva, lo capiva, ma sentirlo dire da altri faceva male come non aveva mai previsto.

Sì, sussurrò, sempre a testa bassa. È colpa mia.

Matteo la guardò, ma senza giudicare, continuò con calma:

Ha provato a dimenticarti. Ha iniziato a vedere qualcunaltra, ma niente di serio. Dice che non riesce ad amare nessuna come te. Stava proprio male, eh. E dopo la tua scenata temevo non ce la facesse a rialzarsi.

Valeria annuì in silenzio. Immaginava Filippo che tentava di ricominciare, di non pensare più a lei, che ogni volta rabbrividiva nel sentire una voce simile. E tutto questo la faceva soffrire ancora di più non solo perché lui aveva sofferto, ma perché la causa era proprio lei.

Non pensavo sarebbe stato così, mormorò, quasi a sé stessa. Pensavo di fare la scelta giusta. Desideravo solo sicurezza.

Matteo non ribatté. Rimase solo lì, presente. Nel parco il vento muoveva le foglie, da lontano le voci dei bambini giocavano tra le aiuole. La vita seguiva la sua strada.

Valeria si morse il labbro, cercando di contenere le lacrime, ma invano. Tutto dentro si accartocciava in unamara consapevolezza: non si poteva più recuperare nulla, non si poteva riportare indietro il tempo.

Non gli chiedo di perdonarmi, balbettò, cercando le parole. Volevo solo che sapesse che mi dispiace davvero! Ogni giorno mi pento di quello che ho fatto. I ricordi non mi lasciano mai in pace! Ripenso sempre a comeravamo e a come ho distrutto ogni cosa.

Matteo la fissò con attenzione. Non aveva fretta di rispondere, si capiva che soppesava ogni parola.

Forse non serve che lui lo sappia, disse infine sottovoce ma fermo. Lascialo stare, non tornare più: peggiori solo le cose. Per anni è rimasto a leccarsi le ferite. Ora, in qualche modo, aveva ricominciato a vivere. Il tuo ritorno gli ha solo riaperto vecchie ferite! Ieri mi ha chiamato non lo sentivo così disperato da tanto. Non rovinargli la vita, per favore.

Valeria si morse le labbra con forza ma non ribatté: lui aveva ragione! Quel ritorno improvviso, la pretesa di cercare Filippo, avevano solo risvegliato il dolore. Voleva rimediare, invece aveva ferito di nuovo

*************************

La sera Valeria restava seduta alla finestra, nella casa della madre. Le luci della città si accendevano piano: gialle, arancioni, bianche, creavano una trama irregolare, brillante. Ma a lei non importava nulla. I pensieri si rincorrevano fotogrammi di un vecchio film che non riusciva a fermare.

Si domandava come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta. Come avrebbero affittato insieme la prima casa, come Filippo avrebbe costruito il suo lavoro, come si sarebbero presi cura luno dellaltra, tra piccole gioie e battibecchi quotidiani. Si chiedeva quanta felicità aveva perso, quante parole e carezze non aveva dato. Ma il passato non si riprende ora lo capiva più che mai.

Il giorno dopo ripartì. Preparò la valigia senza fretta, come a voler rimandare quelladdio. La mamma la seguiva silenziosa dallo stipite della porta, malinconica ma senza rimproveri.

Stammi bene, le disse quando Valeria era sulla soglia, la valigia alla mano.

Valeria annuì, la baciò sulla guancia, restò un istante a respirare il profumo di casa, e poi si immerse nelle strade.

In stazione prese un biglietto per Milano avrebbe avuto tempo per pensare durante il viaggio. Un paio di giorni in treno, la testa tra la folla sconosciuta Forse, chissà, avrebbe capito come andare avanti.

Il treno partì dolcemente, ondeggiando sui binari. Valeria guardava fuori dal finestrino senza distogliere lo sguardo: scorrevano i profili noti della città i palazzi bassi, i balconi pieni di piante, il cortile dove da bambina giocava, la panetteria luminosa. La gente era indaffarata: sacchetti della spesa, ombrelli aperti anche se il tempo era bello, corse verso la fermata del bus. Tutto familiare, tutto ormai lontano.

Lì, tra quelle vie, tra quelle case, era rimasto luomo che amava più di ogni cosa. Luomo che sorrideva parlando di domani, che sapeva lavorare duro e accarezzarla piano. Luomo a cui non aveva saputo spiegare le sue ragioni, a cui non aveva lasciato un vero addio. E ora sapeva, senza più dubbio, che lo aveva perso per sempre.

*************************

Sei mesi passarono. Valeria continuava a vivere a Milano, andava al lavoro, si incontrava con le amiche per un caffè nei weekend, rispondeva a domande banali sulla salute e sui progetti. Allesterno tutto era come prima: stessi impegni, stessi luoghi, stesse chiacchiere. Ma dentro qualcosa era cambiato per sempre. Non sfuggiva più al passato, non provava a nasconderlo dietro nuove conoscenze o regali costosi. Ora ci guardava in faccia, senza paura: accettava il suo errore, il dolore che aveva causato, il proprio pentimento sincero.

Aveva imparato a svegliarsi con la consapevolezza che la vita va avanti. Aveva imparato a dirsi: È andata così, ho sbagliato, ma ormai non posso cambiare più nulla. E in questa accettazione trovava un sollievo insolito non gioia, ma un lento ritorno a respirare.

Una sera, mentre preparava la cena, il cellulare trillò per un messaggio nuovo. Si asciugò le mani, prese il telefono e vide un numero sconosciuto. Solo una frase: Non ti odio. Ma non posso perdonarti.

Valeria rimase paralizzata. Le dita chiusero il telefono, il cuore le si fermò, poi riprese a battere fortissimo. Si sedette lentamente a terra, il telefono stretto al petto, come per voler ascoltare oltre lo schermo il battito di un altro cuore.

Non sapeva cosa significasse. Non sapeva se fosse un passo incontro o un addio definitivo. Ma, per la prima volta dopo tanto, capì che tra loro qualcosa restava. Un filo sottile, fragile, pronto a spezzarsi, ma comunque un legame. Da qualche parte un uomo pensava ancora a lei. Qualcuno aveva deciso di scriverle, nonostante la sofferenza. Non aveva chiuso del tutto la porta.

Valeria sorrise tra le lacrime. Un sorriso timido, incerto, ma vero. Forse non era la fine. Forse, un giorno, sarebbero riusciti a parlarsi con calma, senza accuse, senza difendersi né accusarsi. Forse avrebbero trovato le parole giuste per andare avanti insieme, oppure separati, ma sereni.

Per ora Le bastava sapere che lui, da qualche parte, pensava ancora a lei. Che era rimasta per lui una parte della sua storia, non solo un errore.

E per ora, questo bastava.

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