La nuora scomoda

Francesca, hai letto davvero la lista che ti ho dato? Te lho data apposta, è tutto scritto lì, la voce di Giuseppina Barbieri suona come se stesse parlando con qualcuno di un po tardo di comprendonio. Cè scritto: gelatina di tre tipi di carne. Di tre, non di due, né di uno. Tre.

Giuseppina, lho letta. Ma volevo proprio parlarti di quella cosa. Il compleanno è tra una settimana e pensavo…

Pensavi. Una pausa, con la parola pensavi sospesa nellaria come un rimprovero. Tu pensavi, ma io ti dico. Gelatina di tre tipi di carne, torta rustica ai funghi e cavolo, pesce in carpione, insalata russa, insalata mimosa, quella coi surimi, uova ripiene, crespelle con panna acida, anatra alle mele, rotoli di patate, sformato di ricotta, torta millefoglie e torta Latte dUccello. Questo è il minimo, Francesca. Minimo. Verranno quaranta persone.

Francesca tiene la cornetta e guarda fuori. Fuori una pioggia scrosciante bagna i marciapiedi di novembre; la giornata è pesante e fuori luogo, come questa conversazione.

Ho capito, Giuseppina. Ti richiamo più tardi, va bene?

Non tirarla per le lunghe. Entro sabato manca tempo davvero.

Lascia il telefono sul tavolo della cucina, rimanendo immobile per qualche secondo a fissarlo. La lista, un foglio a quadretti scritto con la grafia esigente della suocera, è proprio lì, schiacciata dalla saliera. Francesca lo prende, lo rilegge: quattordici piatti, per ognuno una precisazione fatto in casa, non di supermercato, come laltra volta, ma meglio.

Come laltra volta. Era il quinto anniversario di matrimonio di Chiara, la cognata. Francesca aveva iniziato tre giorni prima. Tre giorni quasi senza dormire; i piedi che la sera del secondo giorno erano ormai due sassi, le mani scavate di tagli da troppi lavaggi. Marco, in quei tre giorni, tornava, assaggiava qualcosa al volo e si sdraiava a guardare la TV. Una volta aveva chiesto: Serve aiuto? Francesca aveva risposto: No, ce la faccio. Lui aveva annuito ed era andato via. Senza cattiveria, solo era così.

Alla festa, Giuseppina aveva assaggiato la gelatina, chiamata Francesca e detto piano, quasi senza tono: Troppo salata. Tutto qui. Ospiti che avevano chiesto il bis, non mangio una torta rustica così da anni. Giuseppina annuiva e diceva: È la nostra tradizione. Mai una parola su Francesca.

Adesso, seduta in cucina del loro appartamento in via degli Artigiani dove vivono da diciannove anni Francesca riflette che tradizione, per Giuseppina, è una cosa molto precisa: la nuora cucina. La nuora pulisce. La nuora è grata dessere invitata a tavola.

Il telefono vibra. È Chiara.

Fra, hai parlato con la mamma? Dice che eri strana.

Stanca, solo un po. Niente di che.

Vedi? Ma il compleanno è fra una settimana, bisogna già comprare tutto. Mercoledì vengo con te al supermercato, ti aiuto con le buste Una pausa. Anzi, no, mercoledì ho la manicure. Giovedì?

Chiara, faccio da sola.

Guarda tu Solo, la mamma vuole proprio lanatra con le mele della tradizione: quelle renette, non golden. Le renette danno acidità, lo sai.

Sì, lo so.

E la gelatina, che sia trasparente. Laltra volta un po torbida, eh.

Francesca chiude gli occhi. Gelatina trasparente di tre carni. Mele renette per lanatra. Due torte. Quaranta invitati.

Va bene, Chiara. Ho capito tutto.

Rimette il telefono in tasca, si alza. Deve iniziare a preparare la cena. Marco arriva alle sette, affamato; se non trova la cena pronta, seguiranno occhiate interrogative e il fatidico: Non hai cucinato nulla oggi? Non è un rimprovero, solo unautentica perplessità, come chi arriva alla fermata dellautobus e non trova il pullman.

Francesca apre il frigo. Prende un pollo, cipolla, carota. Mette la pentola sul fuoco. I gesti sono automatici, ormai li fa uguali da diciannove anni.

Ha conosciuto Marco a ventisei anni. Lui era allegro, brillante, faceva ridere tutti con le sue storie. Al primo incontro, Giuseppina disse: Brava, Francesca, si vede subito che sei una ragazza in gamba. Lei lo prese per un complimento. Poi capì che significava solo: Non discute mai.

A ventotto si sposa. Il primo anno ancora va. Poi nasce Andrea. Poi Andrea cresce e va a studiare fuori. Rimangono solo questo: lappartamento, la cucina, il foglio a quadretti con la lista.

Il brodo inizia a bollire, Francesca abbassa la fiamma e va in salotto. Vuole chiamare sua madre, solo per sentire la voce. Ma il telefono squilla prima.

È sua madre.

Fra, puoi venire oggi?

Cosa è successo?

Tuo padre sta male. Abbiamo chiamato lambulanza. Siamo in ospedale ora.

Francesca si sta già infilando il cappotto, poi si ricorda del brodo. Torna, spegne i fornelli. Scrive a Marco: Papà sta male, sono dai miei, cena sul fuoco. Prende la borsetta, esce.

Fuori è freddo e umido. Prende un taxi e guarda fuori i fari sfuocati delle auto. Giovanni Barbieri. Papà. Settantadue anni, cuore di ferro, mai lamentato. Io vi sopravvivo tutti. Francesca ci aveva sempre creduto. Sperava tanto fosse vero.

In ospedale un odore di detersivo e corridoi bianchi. La madre è in sala dattesa, piccola nel cappotto, la borsa stretta al petto.

Mamma.

La madre si gira. Gli occhi asciutti, ma così stanchi che a Francesca manca il fiato.

Hanno detto pressione troppo alta. Qualcosa alla testa. È caduto in corridoio. Io ero in cucina, torno e lui era a terra.

E ora?

Lo tengono sotto controllo. Il medico ha detto di aspettare.

Restano a sedere sulle sedie dure. La madre tiene la mano di Francesca, piccola e fredda. Francesca si rende conto che non tornava lì da quasi tre settimane. Mai tempo. La spesa, cucinare, pulire, le liste di Giuseppina.

Dopo unora e mezza esce il medico. Giovane, stanco, con gli occhiali.

Si è stabilizzato. Sospettiamo unischemia cerebrale. Servono altri esami. Almeno una settimana qui.

Starà bene? chiede la madre.

È presto per dirlo. Vediamo nei prossimi giorni.

Francesca riaccompagna la madre, prepara il tè e le resta accanto finché non si assopisce sulla poltrona. Poi si siede nella cucina della casa dinfanzia, ascoltando quel silenzio morbido, come la vecchia coperta sul divano. Sul davanzale i gerani della mamma, sempre fioriti. Al muro una foto di lei bambina che tiene la mano di papà.

Rientra che è già mezzanotte passata.

Marco non dorme. Sta sul telefono ma, entrando, lo posa.

Come sta?

Male. Forse unischemia.

Ah, ok, annuisce. Hai cenato almeno?

No.

Cè il pollo in pentola, lho scaldato. Prendilo.

Francesca prende. Mangia in piedi, davanti al lavello: non ha la forza di mettere la tavola. Poi va a letto. Non dorme a lungo. Fissa il soffitto, pensa alla faccia di papà, alle mani di mamma, al profumo della cucina di quellappartamento.

Al mattino chiama Giuseppina.

Francesca, so che ieri sei uscita per tuo padre. Marco dice che è grave. Spero tu capisca che mancano sei giorni al compleanno.

Giuseppina, papà è in ospedale.

Eh, ho sentito. Ma lospedale è vicino, no? Tu mica stai male. Quando pensi di iniziare a cucinare?

Qualcosa dentro Francesca si fa lento e lucido. Come lacqua che smette di scorrere.

Non lo so ancora.

Come non lo sai? Nella voce di Giuseppina lincredulità tipica di quando riceve risposte inaspettate. Francesca, questo è il mio settantesimo. Capisci? Settanta. Una volta nella vita. Capisci?

Capisco. Mio padre è uno solo, anche lui.

Silenzio.

Beh, dice infine Giuseppina, sono sicura che farai tutto in tempo. Non devi stare sempre in ospedale. Una visita e sei libera.

Francesca non risponde. Si congeda, chiude la chiamata.

Marco fa colazione. Lei lo guarda.

Ha chiamato tua madre?

Sì.

Che voleva?

Chiedeva della cucina.

Annuisce, sorseggia il caffè. Poi dice:

Fra, è il suo compleanno. Quaranta persone. Non si annulla.

Non voglio annullarlo.

E allora? Visita tuo padre, ovvio. Ma puoi cucinare, no?

Francesca lo fissa. Marco guarda il telefono, la fronte appena corrugata non per lei, ma per quello che legge.

Marco, se fosse tua madre in ospedale?

Alza gli occhi.

Che centra?

Solo una domanda.

Sarebbe diverso.

Perché?

È mia mamma, lo dice come fosse sufficiente.

Francesca si veste e va in ospedale.

Trovare il padre a letto con altri tre pazienti. È senza conoscenza, un nodo alla gola. L’infermiera rassicura: sta solo dormendo. Francesca si siede, lo guarda. Le mani grandi, nodose. Queste mani le hanno intagliato gli uccellini in legno da piccola. Queste mani una volta lhanno afferrata al volo dalla bici che cadeva.

Papà apre gli occhi, la guarda. Sorriso prudente.

Sei venuta.

Certo. Come stai?

Mah, gira la testa, niente di che.

Non dire scemenze, papà.

Vedremo.

Resta con lui due ore. Poi chiama la mamma: è sveglio, parla. Menomale, risponde la madre, e a Francesca vengono i lucciconi.

Torna col bus. Il finestrino appannato, la mente chiara: questo conta, adesso. Papà in ospedale, mamma da sola. Quella lista con la renetta della suocera e la gelatina? Nulla. E la lucidità di questo pensiero la sorprende.

La sera Marco torna allegro, porta il pane, racconta del lavoro. Lei ascolta, annuisce. Poi dice:

Marco, non cucino per il compleanno.

Si ferma. Posa il bicchiere.

In che senso non cucino?

Che non cucino. Papà è in ospedale, mamma ha bisogno di me. Non posso stare tre giorni ai fornelli.

Francesca, ora la chiama per intero, così fa quando è arrabbiato. Quaranta persone, ospiti e mamma vuole festeggiare. È importante.

Ho capito. Mio padre ha avuto unischemia.

Okay, ma i medici sono lì. Non vuol dire che devi stare sempre lì.

No. Vuol dire che non cucinerò dodici piatti per quaranta persone mentre papà è in ospedale.

Marco si alza, gira per la cucina.

È tutto organizzato, non puoi rifiutarti adesso. Chiara ha avvisato tutti.

Ordinate dal catering.

Dal catering? Lo dice come se fosse una bestemmia. Mamma vuole cucina di casa. La conosci!

La conosco, risponde Francesca. Fin troppo.

Marco la guarda. In quello sguardo qualcosa è cambiato, un senso di smarrimento, come di fronte a un oggetto che non funziona più come sempre.

Dai, pensaci. Capitene una volta sola nella vita. Papà è in ospedale, ok, ma tu puoi cucinare?

No.

No?

No, Marco.

Va in camera. Dopo poco chiama Chiara.

Francesca, che succede? Marco dice che ti rifiuti di cucinare! Siamo impazziti? Quaranta persone! Lo capisci?

Lo capisco.

È il compleanno di mamma! Settanta anni! Non ti importa?

Mi importa. Ma mio papà sta male, anche questo conta.

Ma il compleanno non si può rimandare!

Ordinate, cucinate voi. Vi do le ricette.

Silenzio. Poi:

Non sappiamo farle come te.

Si impara.

Spegne il telefono. Le mani ferme. Si aspettava paura, ma no. Dentro solo quella calma immobile, precisa.

Il giorno dopo di nuovo in ospedale. Papà un pochino meglio. Seduto, mangia la semola, si lamenta ma la finisce. Qua si mangia come allasilo. Francesca ride. Porta il brodo della mamma, in un thermos. Papà lo beve tutto. Ecco, questo sì.

Poi in cucina con la mamma, tè e chiacchiere. Cucina piccola, tendine a fiori, il frigorifero che si tiene per miracolo, profumo di pane e di menta secca, quella che si raccoglie destate allorto. Questo è il profumo della sua infanzia. Non quello di una cucina dove si sgobba per tradizione.

Come va, Fra?

Va. Tengo duro.

Marco, tutto bene?

La suocera compie settantanni sabato.

Vai?

Forse. Ma non cucinerò.

La mamma tace. Poi chiede con cura, come chi ci pensa da tempo e non osa:

Francesca, tu là ci stai bene?

Francesca la guarda.

Perché?

Ti vedo sempre stanca, di corsa. Mai rilassata. Anche adesso, hai già guardato il telefono due volte.

È unabitudine.

Capisco versa solo altra tisana.

Mercoledì richiama Giuseppina. Questa volta la voce è bassa, quasi tremante.

Francesca, parliamo da adulte.

Sì, Giuseppina?

Capisco tuo padre ha problemi. Mi dispiace, davvero. Però io ventanni ho aspettato questa festa. Ho settantanni, sono una donna anziana. Non avrò un altro settantesimo.

Silenzio.

Non ti chiedo di lasciare tuo padre, prosegue Giuseppina. Ti chiedo solo di fare ciò che sai fare meglio di tutte. È il tuo contributo alla famiglia, no?

Giuseppina, Francesca parla piano, questa settimana ho capito che il mio contributo non sono gelatine e torte rustiche. Mio padre è ricoverato e io voglio stargli vicino.

Stagli vicino. Ma puoi andare in ospedale di mattina e cucinare la sera. Non è difficile.

Per te. Io invece non posso fingere che vada tutto bene quando non è così.

Il silenzio è lungo.

Sei sempre stata un po complicata, conclude la suocera, quasi come una constatazione.

Può darsi.

Marco è molto dispiaciuto.

Lo so.

Dice che sei cambiata.

Forse sì.

Saluta. Le mani non tremano.

Giovedì mattina, prepara una valigia piccola. Cambio dabiti, caricatore, necessaire, carta didentità. Non ci pensa sopra, semplicemente lo fa. Manda un messaggio ad Andrea: Nonno sta meglio. Starò dai nonni qualche giorno. Sto bene. Andrea risponde subito: Mamma, ti chiamo stasera, tutto ok?. Tutto ok, un bacio.

Quando Marco esce, lascia un biglietto in cucina: Sono dai miei, ti chiamo.

Si ferma, osserva la cucina: diciannove anni. Quel tavolo, quei fornelli, quellodore daltri mattini.

Esce. Fuori non piove più, aria tagliente e cielo blu-grigio di fine autunno. Va verso la fermata e pensa: diciannove anni sono tanti, quasi metà della vita. Ed è strano realizzare che per metà vita si è convinta di meritare solo quanto le veniva dato, niente di più.

A casa dei suoi laccoglie profumo di menta e la luce calda dal corridoio. La mamma apre, vede la valigia, non chiede nulla. Si fa da parte, poi la abbraccia. Stretta, forte. Francesca, tra quelle braccia, sente che qualcosa dentro, molto teso da troppo tempo, si allenta un po.

Resterai?

Qualche giorno. Se posso.

Che domande. Questa è casa tua.

Rimane quattro giorni. Ogni mattina in ospedale con la mamma. Papà pian piano migliora. Parla meglio, si arrabbia per le flebo, chiede da mangiare normale. Il medico dice che la prognosi è prudente ma buona; servirà riabilitazione.

Francesca dorme molto. Finalmente. Senza sveglia, senza essere interrotta. Mangia la cucina della mamma: semplice, fatta in casa, senza complessi di menù. Grano saraceno con burro, minestra di verdure, torta di mele renette dellorto. La torta è semplice, ma il profumo le riempie gli occhi di lacrime.

Fra, che hai?

Niente, è solo buonissimo.

La madre annuisce, non chiede altro.

Marco chiama. La prima volta venerdì sera. Voce tesa.

Torni?

Non so ancora.

Domani è il compleanno. Tutta la famiglia qui.

Lo so.

La mamma è nel panico. Chiara ha provato a cucinare, va tutto a fuoco.

Ordinate. Lavevo detto.

Lo sai che mamma ci resta male?

Mi spiace. Ma sono qui.

Silenzio lungo.

Sei cambiata, dice lui. Quasi la stessa frase della suocera, ma diverso il tono: tra accusa e sgomento.

Forse sì, dice Francesca.

Sabato non va al compleanno.

Porta a papà il brodo e un panino che la mamma cuoce allalba. Papà si mangia tutto, loda il panino, dice che appena torna a casa cucina lui, visto che la mamma ha perso la mano. La mamma ride: Vedremo. Francesca ascolta la loro complicità, più che battibecco è dialogo di una vita insieme. Papà e mamma, settantanni, ancora così.

La sera di sabato, Francesca legge in poltrona. Non molto, tiene solo il libro. La mamma lavora a maglia. Fuori scende la neve, ormai vera, di dicembre. Il telefono vibra più volte. Messaggio di Chiara: Un disastro, ospiti senza cibo, che vergogna! Giuseppina non scrive. Marco un solo messaggio: E allora?

Francesca posa il telefono e si concentra sul libro.

Con Marco il chiarimento arriva alcuni giorni dopo, quando deve rientrare vestiti, documenti, la vita pratica è lì. Papà nel frattempo è in reparto, va meglio, la mamma regge bene.

Marco è in cucina. Entra, la guarda: anche lui, in una settimana, è cambiato, come se qualcosa si fosse mosso.

Parliamo?

Sì.

Parlano davvero. Niente urla. Forse la prima volta dopo anni, non a tavola parlando solo del lavoro o della cena. Francesca dice di essere stanca. Non ce la fa più a essere solo una funzione. Diciannove anni a essere conveniente, pagando un prezzo che non ha nome. Marco ascolta. Ogni tanto spiega, non voleva male, è uscito così, lui ha la mamma Francesca non litiga, racconta.

Vuoi divorziare? chiede lui, netto.

Una pausa.

Voglio una vita diversa. Come si chiama, ancora non lo so.

Annuisce, si versa da bere.

Senti, chiamo Andrea.

Va bene.

Andrea arriva due settimane dopo. Senza preavviso, suona e basta, con la valigia grande e la faccia seria.

Mamma, come stai?

Bene, Andrea. Davvero.

Papà dice che insomma, è complicato.

Siamo sinceri, è diverso.

Resta tre giorni. Parlano molto. Allinizio si arrabbia con la madre, poi col padre, poi si calma e le resta vicino. Quando parte, la abbraccia e dice:

Da quanto non ti vedevo riposata così?

Si nota?

Molto.

Il divorzio procede tranquillo, senza scene; come due persone abituate a vivere affiancate, non insieme. Marco resta nellappartamento in via degli Artigiani. Francesca prende le sue cose, qualche scatola, si trasferisce dai genitori finché non trova unaltra sistemazione. La mamma mai una parola di troppo solo la camera pronta, lenzuola fresche e sullalzatina quelluccellino di legno intagliato dal padre tanti anni prima. Francesca lo prende in mano: leggero, liscio, segnato da piccole incisioni.

A inizio dicembre il papà torna a casa. Passi più lenti, appoggiato a un bastone. Sulla soglia si ferma, guarda Francesca:

Ecco, tutti a casa.

A Capodanno in quattro: Francesca, mamma, papà e Andrea di ritorno apposta. Si fa lalbero, si guardano commedie vecchie, la mamma prepara linsalata russa e la torta rustica. Una torta semplice, niente di speciale. Francesca aiuta, fianco a fianco, pensa: è così che si cucina per le persone, non per una lista, non per tradizione.

A febbraio trova un piccolo monolocale: quinto piano, finestra sul cortile con alcuni betulle. Pochi mobili, odore di casa nuova, intonaco fresco, aria sconosciuta. Francesca si ferma un po al centro della stanza, poi va alla finestra; guarda le betulle.

Chiara chiama a marzo, voce offesa e conciliatoria allo stesso tempo una miscela strana.

Francesca, e tu come va? Sai, la mamma insomma, lei ci resta male, anche se non lo ammette.

Lo so.

E ora lì come fai?

Tutto bene, Chiara. Vivo.

Non potresti venire ogni tanto? Almeno per le feste. Non sappiamo fare la gelatina, qui viene sempre torbida.

Lei sorride, anche se Chiara non la vede.

Vedrò, dice. Dipende.

Almeno la ricetta?

Chiara, te la mando. Il segreto è filtrare il brodo due volte nella garza. Prova.

Davvero?

Davvero. Non è difficile. Bisogna solo provarci.

Manda la ricetta. Chiara risponde con una faccina sorpresa, e per un po non si fa più sentire.

Papà migliora a piccoli passi. In primavera cammina senza bastone, brontola coi medici, vuole tornare allorto. Lì va a maggio, quando la terra si scalda. Francesca lo accompagna, apre la casa, accende il camino. Si siedono sulla veranda a prendere il tè nelle tazze azzurre. Oltre la siepe fiorisce il biancospino.

Papà, ricordi quando mi facevi gli uccellini in legno?

Certo. Tu li perdevi sempre.

Uno non lho mai perso. Ce lho ancora.

Lo so. Sorride. Sei proprio brava, Fra.

Perché?

Solo brava. Appoggia la tazza, guarda il biancospino. La vita è lunga. Limportante è non sprecarla.

Francesca annuisce. Intorno odore di terra bagnata e di fiori, silenzio, solo il cuculo si sente in lontananza.

Quella primavera Francesca torna a lavorare. Prima era contabile, poi un lavoro part time per anni Giuseppina diceva che era meglio dedicarsi alla famiglia, Marco annuiva. Adesso un impiego vero, ufficio piccolo, gente serena, lavoro chiaro. Le prime settimane fa fatica a ritrovare il ritmo ma poi si abitua. Finalmente ha la sensazione di vivere le sue giornate.

Nei fine settimana fa visita ai genitori. Qualche volta si ferma la notte. Lei e la mamma sfornano torte rustiche improvvisate, per pochi, solo per loro. Papà siede vicino e dà consigli non richiesti. La mamma risponde che ce la fa anche senza lui. Luccellino in legno è lì, silenzioso.

Un giorno destate Andrea chiama solo per parlare.

Mamma, come stai?

Bene, Andrea. Davvero bene.

Ti vedo diversa, sai? In meglio, dico.

Lei ride.

Andrea, tu tutto a posto?

Tutto bene. Sto organizzando ferie per agosto, magari passo.

Lei ascolta la sua voce e guarda fuori dalla sua finestra. Le betulle sono ormai tutte verdi, fitte, come se il cortile fosse pieno di foglie fin sopra i tetti.

Vieni, dice. Ti faccio il minestrone.

Quello della nonna?

Quello. Nessuno è meglio.

Daccordo, ride Andrea. Così si fa.

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