Due colonne
Giorgia si era già tolta gli stivali e aveva messo a bollire lacqua per il tè quando, allimprovviso, il telefono vibrò: un messaggio su WhatsApp dalla sua capa, la signora Bianchi. Puoi coprire domani il turno di Sara? Ha la febbre e non trovo nessuno. Le mani di Giorgia erano ancora umide; lasciò le impronte sullo schermo. Si asciugò in fretta sullo strofinaccio e guardò il calendario sul cellulare: proprio il giorno dopo aveva pianificato lunica serata tutta per sé voleva dormire presto, non rispondere a nessuno, prepararsi in silenzio per la relazione del mattino, con la testa che già pulsava di stanchezza.
Cominciò a digitare: Non posso, ho Ma si bloccò. La nausea familiare del senso di colpa già saliva: se rifiuti, lasci tutti nei guai. Vuol dire che non sei affidabile. Cancellò e scrisse solo: Sì, vengo. Inviato.
La teiera cominciò a fischiare. Si versò il tè in una tazza, si sedette sullo sgabello vicino alla finestra e aprì la nota sul telefono che chiamava semplicemente Cose buone. Cera già la data, un punto: Sostituito Sara al lavoro. Aggiungeva sempre un piccolo più alla fine, come se questo potesse equilibrare la bilancia.
Quella nota viveva con lei da quasi un anno. Aveva iniziato a scriverla a gennaio, quando dopo le feste la casa sembrava più vuota che mai e Giorgia sentiva il bisogno che i giorni lasciassero un segno. Allora aveva annotato: Accompagnato la signora Ninfa dal medico. Ninfa, quella del quinto piano, scendeva con fatica, stretto al petto un sacchetto con le analisi; lautobus la spaventava. Le aveva suonato il citofono e detto: Giorgia, tu hai la macchina, mi ci porti? Sennò non ce la faccio in tempo. Così Giorgia laveva accompagnata, aspettandola in macchina mentre faceva le analisi, poi laveva riportata a casa.
Durante il viaggio di ritorno, si era sorpresa irritata: era in ritardo per il lavoro, nella testa già si affollavano le lamentele di chi si lamenta sempre di medici e file. Questa irritazione le sembrò vergognosa, la inghiottì con un caffè preso veloce al bar dellENI. Sul diario digitale, però, lo scrisse con cura, come fosse un gesto puro, senza sbavature.
A febbraio il figlio, Marco, era partito per lavoro e le aveva portato il nipotino per il weekend. Tanto tu sei a casa, non ti pesa, aveva detto lui, senza nemmeno chiederlo. Il piccolo era vivace, rumoroso, chiedeva sempre guarda!, dai!, giochiamo!. Giorgia lo amava, ma la sera le mani le tremavano dalla fatica, in testa un ronzio, come dopo un concerto troppo rumoroso.
Mise il nipotino a dormire, lavò i piatti, raccolse i giochi in una scatola che, al mattino dopo, sarebbe stata di nuovo rovesciata. La domenica, quando Marco venne a riprenderselo, Giorgia disse: Sono stanca. Marco sorrise, come fosse una battuta: Sei la nonna, dai. E le diede un bacio sulla guancia. E nel diario di Giorgia venne fuori: Ho tenuto il nipote per due giorni. Con un piccolo cuore accanto per illudersi che fosse per amore, non solo per dovere.
A marzo la cugina, Annamaria, telefonò chiedendo una mano: Mi servono dei soldi per le medicine, tu capisci. Giorgia capiva. Fece un bonifico, senza chiedere quando li avrebbe riavuti. Poi rimase seduta in cucina, a calcolare se sarebbe bastato fino allaccredito dello stipendio, rinunciando al cappotto nuovo che desiderava da mesi. Non era un lusso; il vecchio ormai lucido sui gomiti. Aiutato la cugina, scrisse. Quello che aveva rinviato per sé, non lo mise: le sembrava una sfumatura inutile.
A aprile, al lavoro, scoprì Marta appena ventanni, gli occhi gonfi chiusa nel bagno che piangeva in silenzio: il fidanzato laveva lasciata, si sentiva sola al mondo. Giorgia bussò: Apri, sono qui. Si sedettero sulle scale odorose di vernice fresca e Giorgia ascoltò i racconti ripetitivi del dolore fino a che fu buio, saltando la ginnastica che il medico aveva prescritto per il mal di schiena.
A casa si sdraiò sul divano e sentì la schiena protestare. Avrebbe voluto arrabbiarsi con Marta, ma la rabbia era per se stessa: perché non so dire ho bisogno di andare a casa? Nel diario scrisse: Ho ascoltato Marta, lho confortata. Metteva i nomi perché, con i nomi, era più caldo. Ancora una volta, niente a fianco: Saltato per me.
A giugno, diede un passaggio a Sofia, la collega, con le borse della spesa fino alla casa in campagna: la macchina di Sofia era in officina. Sofia litigava a viva voce col marito al telefono, tutto il tempo, e nemmeno chiese se fosse di strada. Giorgia guidava in silenzio. Lunica cosa fuori posto fu la frase di Sofia, scendendo di corsa e salutandola così: Grazie, tanto era di strada. Non era di strada. Giorgia fece il giro nel traffico, arrivò a casa tardi, quella sera non fece neppure in tempo a passare dalla madre, che poi si offese.
Sul diario scrisse: Accompagnato Sofia in campagna. E la parola di strada la ferì più di quanto si aspettasse, restò a fissarla sullo schermo fino a che non si spense.
Ad agosto, nel cuore della notte, telefonò la madre. La voce sottile e agitata: Non sto bene, la pressione, ho paura. Giorgia balzò dal letto, si mise una giacca, chiamò un taxi e attraversò la città svuotata dalla calura. In casa della madre trovò una calura folle, il misuratore di pressione sul tavolo, le pillole sparse sul piattino. Segnò la pressione, diede i farmaci, rimase lì accanto finché la madre non si addormentò.
La mattina dopo andò diretta al lavoro. Sullautobus si addormentava in piedi, temendo di mancare la fermata. Nel diario aggiunse: Notte dalla mamma. Aveva messo un punto esclamativo, poi subito tolto sembrava troppo.
Allautunno la lista era diventata lunga, come uno scontrino che si arrotola. E più cresceva, più Giorgia aveva la sensazione di non vivere, ma solo di fare rendiconti. Come se lamore le fosse dato contro una ricevuta, e lei raccogliesse quelle ricevute nel telefono per poter rispondere, se mai qualcuno chiedesse: E tu, cosa fai davvero?
Provò a ricordare quando su quella lista ci fosse stato scritto qualcosa per sé. Non per, ma a favore. Erano tutti gesti per altri, per il loro dolore, le loro richieste, i loro progetti. I suoi desideri apparivano come capricci da nascondere.
A ottobre successe una scena non rumorosa, ma che le lasciò dentro un taglio sottile. Era andata a casa di Marco per portare dei documenti stampati. Marco, in piedi allingresso, cercava le chiavi parlando al telefono. Il nipote correva urlando che voleva vedere i cartoni. Marco, coprendo la cornetta: Visto che sei qui, puoi andare tu al supermercato? Serve latte e pane, io non faccio in tempo.
Guarda che sono stanca anchio, disse Giorgia. Marco non la guardò neppure; scrollò le spalle: Ma puoi farlo. Tu puoi sempre. E tornò immediatamente alla telefonata.
Quelle parole erano una sentenza, non una richiesta. Giorgia sentì dentro risalire una rabbia calda e, insieme ad essa, vergogna. Vergogna perché desiderava dire no. Vergogna perché volevano che fosse sempre disponibile.
Eppure andò al supermercato. Comprò latte, pane, pure mele il nipote ne va matto. Lasciò le borse in cucina, sentì un Grazie, mamma neutro come una firma. Sorrise e se ne andò.
A casa, nel diario, scrisse: Comprato la spesa a Marco. Si fermò a lungo a guardare quella riga. Le mani tremavano dalla rabbia, non dalla stanchezza. Allimprovviso lo capì chiaramente: quel diario non era più un appoggio. Era diventato un guinzaglio.
A novembre si prenotò dal medico: la schiena faceva troppo male, stare ai fornelli diventava insopportabile. Scelse sabato mattina, così non avrebbe dovuto chiedere permessi. Il venerdì sera telefonò la mamma: Domani passi da me? Devo andare in farmacia e sono sola.
Domani ho il medico, disse Giorgia.
Silenzio, poi la risposta: Va bene. Allora non servo più a nessuno.
Quella frase funzionava sempre. Giorgia finiva per giustificarsi, promettere, rimandare sé stessa. Aveva già pronta la replica: Passo dopo il dottore, ma si fermò. Non era ostinazione, solo stanchezza: aveva finalmente visto che anche la sua vita pesava.
Mamma, passo dopo pranzo. Ho bisogno anchio di andare dal medico.
La madre sospirò, come se lavessero lasciata al gelo. Va bene, disse, e in quel va bene cera tutto: dispiacere, pressione, abitudine.
Quella notte dormì male. Sognò corridoi pieni di porte che si chiudevano davanti a lei mentre cercava di portare cartelle da una parte allaltra. Al mattino preparò la colazione, prese le sue compresse, uscì. In sala dattesa, ascoltando i discorsi sulle pensioni, le analisi, non pensava al verdetto del medico, ma solo che stava facendo qualcosa finalmente per sé e che questo la spaventava.
Dopo la visita andò dalla madre, prese i farmaci in farmacia, salì al terzo piano. La madre la guardò in silenzio; poi, alla fine, domandò: Comè andata?
Bene, rispose lei, senza aggiungere niente, senza scusarsi. Ne avevo bisogno.
La madre la fissò, come se per la prima volta vedesse una persona e non una funzione. Poi si voltò, andò in cucina. Tornando a casa, Giorgia sentiva nel petto uno strano alleggerimento. Non gioia, ma spazio.
A dicembre, ormai alla fine dellanno, Giorgia si sorprese a desiderare il weekend non come riposo, ma come opportunità. Il sabato mattina Marco scrisse ancora: Puoi prendere il piccolo per qualche ora? Abbiamo da fare. Le dita le vennero istintive su sì.
Sedeva sul bordo del letto, il cellulare caldo tra le mani. In casa era silenzio, rotto solo dal riscaldamento. Si ricordò che aveva progettato quella giornata: voleva andare in centro, al Museo Poldi Pezzoli, vedere quella mostra che rimandava da mesi. Voleva solo camminare tra i quadri e stare zitta, senza che nessuno la chiamasse per calzini o cena.
Scrisse: Oggi non posso. Ho dei miei programmi. Premette invio, subito pose il telefono a faccia in giù, come per resistere meglio alla risposta.
Dopo poco arrivò: Va bene. Poi ancora: Ce lhai con me?
Giorgia prese il telefono, lesse e sentì il solito impulso di spiegare, giustificare, accomodare. Avrebbe potuto spedire righe su righe: sono stanca, ho bisogno anchio di vita. Ma sapeva che tante spiegazioni diventano solo baratto, e lei non voleva mercanteggiare su sé stessa.
Rispose: No. È solo importante per me. E basta.
Si preparò con calma, come se stesse andando a un appuntamento importante. Spense il ferro, chiuse le finestre, prese il portafogli, la tessera, il caricatore. Alla fermata dellautobus, circondata dalla gente con le borse della spesa, sentì per la prima volta che non aveva nessuno da salvare, almeno per un po. Era insolito, ma non spaventava.
Al museo si fermò a lungo davanti alle tele: guardava le mani, i volti, la luce sulle finestre dipinte. Sentiva che stava imparando a coltivare attenzione non sulle richieste altrui, ma sulla propria esistenza. Si prese un caffè al bar piccolo, comprò una cartolina col ritratto preferito e se la mise in borsa: il cartoncino spesso era piacevole tra le dita.
Tornata a casa, il telefono ancora in borsa, non lo prese subito. Prima si tolse il cappotto, lo appese, si lavò le mani, mise a bollire lacqua. Poi si sedette e aprì la nota Cose buone, andò giù fino alla data del giorno.
Rimase un po a fissare la riga vuota. Poi toccò il più e scrisse: Sono andata al museo da sola. Ho scelto me stessa.
Si fermò. Le sembrò troppo forte scrivere scelto me stessa, come se accusasse qualcuno. Allora cancellò e riformulò: Sono andata al museo da sola. Mi sono fatta del bene.
Poi fece una cosa mai fatta prima: in cima alla nota creò due colonne, separando la lista. A sinistra: Per gli altri. A destra: Per me.
Nella colonna Per me cera solo quella frase. Ma guardandola, Giorgia sentì dentro di sé raddrizzarsi qualcosa, come la schiena dopo una seduta dal fisioterapista. Non doveva dimostrare niente a nessuno. Doveva solo ricordare che esisteva.
Il telefono vibrò ancora. Lei non si affrettò. Si versò il tè, ne bevve un sorso, poi controllò il messaggio. La madre: Come stai?
Giorgia rispose: Bene. Domani vengo io a portarti il pane. E, dopo una pausa: Oggi ero impegnata.
Inviò, e lasciò il telefono sul tavolo con lo schermo verso lalto. In casa era tranquillo, ma ora il silenzio non la schiacciava. Era come uno spazio rimasto finalmente libero, per lei sola.



