La Straordinaria Vita

UNA VITA INCREDIBILE

Ah, guarda, ti devo raccontare della meravigliosa vita della nostra amica Eugenia, quella strana girandola che è passata sotto i nostri occhi negli ultimi anni. Al matrimonio della nostra amica, la dolce Eugenia, abbiamo fatto festa per due giorni di fila: allegria, buon vino a fiumi e pance piene. Il marito, Matteo, era uno spettacolo. Aveva lo charme di un giovane Alessandro Gassmann e una semplicità che, con quella bellezza da cinema italiano anni ’60, ti fa sospettare che la vita a volte esagera. E noi, tutte le amiche e cugine, facevamo le finte distratte mentre in realtà lo studiavamo come un quadro ai Musei Vaticani: occhi azzurro cielo, ciglia da sogno, quelle folte e lungo che parevano messe apposta per farci rosicare (ma perché Madre Natura regala certe fortune agli uomini?). Mento deciso, naso elegante, pelle morbida e un po scura, insomma, un uomo da calendario. E il colpo di grazia: quasi due metri di altezza con delle spalle che parevano quelle di un nuotatore olimpico. Se Eugenia non fosse stata la nostra, ci saremmo graffiate tutte in una catfight degna dei grandi drammi a ripetere la scena davanti al buffet.

Ma come hai fatto a beccartelo tutto per te, ‘sto capolavoro di bellezza? le chiedevamo, ognuna provando a fare la faccia più sfortunata possibile, sperando almeno in qualche parente single tutto da scoprire.

Ragazze, smettetela, davvero! ci diceva ridendo. Lho scelto per la sua semplicità. Matteo viene da un piccolo paese in Toscana, è stato cresciuto dalla nonna, sa lavorare la terra, sempre con le mani in pasta. Ci siamo conosciuti quando i miei hanno comprato una casetta in campagna lì vicino. Matteo è dolcissimo, affidabile, con un cuore grande. Casa sempre in ordine, mamma mia! E mi ci sono volute settimane per convincerlo a venire a Firenze con me. Una faticata infinita, credetemi!

Matteo, una volta trasferito in città, si è dimostrato un campione anche con la nuova famiglia: si è dato da fare, ha imparato su vini buoni, profumi, politica, arte, arte moderna addirittura, viaggi, Borsa Italiana, sport, e in un attimo ha perso pure quellaccento toscano che lo rendeva così tipico. Si è seduto al volante della macchina che il suocero ci ha gentilmente lasciato, ed è perfino riuscito a trovare lavoro nello studio del padre di Eugenia. E chi ha regalato casa ai neo-sposi, non ve lo dico, capiteci voi.

Dopo un anno di matrimonio, ecco che scopriamo la vera passione di Matteo: i calzini bianchi. Solo calzini candidi come latte, sempre indossati ovunque, anche a casa, anche nelle pantofole, addirittura dentro gli stivali di gomma quando pioveva. E la povera Eugenia, che i calzini bianchi proprio non li digeriva, si piegava a lavare il pavimento due volte al giorno e comprare candeggina a litri. Da lì in poi, il soprannome Calzino gli è rimasto attaccato addosso!

Quando Eugenia scopre del tradimento, è incinta allottavo mese. Anche lamante è incinta, pure lei quasi agli sgoccioli. Matteo-Calzino viene buttato fuori di casa in meno di ventiquattro ore: licenziato, rinnegato, pianto e maledetto. Poi sono iniziati quei giorni appiccicosi e infiniti dellautunno in cui Eugenia non faceva altro che guardare il soffitto, sdraiata su quel letto troppo grande tutto per lei:

Piangerò più tardi diceva. Ora non posso, che fa male al bimbo.

Sembrava Lenin sul letto, immobile, mentre noi amiche facevamo i turni vicino a lei, offrendo silenzi pieni daffetto. Un dolore così grande che avresti voluto strappare tutte le pagine al libro del destino. Ma lunica cosa da fare era esserci, tacere, aspettare.

Quando la bimba è nata, abbiamo fatto chiasso: palloncini, urla, abbiamo quasi assaltato le infermiere supplicando di brindare tutti con un po’ di liquore, portando Eugenia fuori in mezzo allaria di festa. Il neo-nonno era incontenibile: commosso, la sera prima aveva dato il meglio scrivendo Grazie per la nipotina! con il gesso gigante sotto la finestra dellospedale e tentato pure di fare una serenata. Per fortuna, la guardia giurata lo ha fermato, ma la notte lha passato ad ascoltare il repertorio ubriacandosi con lui in portineria, fuori dai problemi.

Il giorno delle dimissioni cera da ridere e da piangere tutti insieme, baciavamo Eugenia, sbirciavamo il neonato, sussurrando che somigliava un poco troppo al nasone greco del padre… Ma Eugenia, neanche allora, una lacrima:

Dopo. Magari poi mi viene tristezza nel latte, chi lo sa…

Eugenia è rimasta chiusa nel suo silenzio altri due mesi. Poi, un giorno, prende e va a cercare Matteo. Senza rape di rabbia, senza cloroformio, ma con una voglia matta di urlargli contro, di svuotarsi; di colpirlo, farlo vergognare, di restituirgli tutto il dolore che la teneva inchiodata a quel letto, e magari incontrare quella donna, guardarla dritta negli occhi e sputarle addosso la sua rabbia, magari, se serviva, anche graffiarle quella bella faccia.

Scopre, dalla chiacchiera delle nonne del cortile mentre passeggiava col piccolo, dove trovare la nuova storia di Matteo: le spie le danno pure un promemoria delle vie e qualche consiglio per una bella vendetta. Eugenia quasi ci ripensa: meglio lasciar perdere. E invece no, va.

Arriva davanti a un vecchio condominio in periferia, parcheggia il passeggino e sincammina. Pensa: magari non cè nessuno, magari sto perdendo solo tempo. Sale il primo piano, il secondo, si convince che forse sarebbe meglio se davvero non trova nessuno. Al terzo sente un pianto disperato di bambino, lassù, allultimo piano. Ci sale con il cuore in gola.

Apre la porta una ragazza magrissima, occhi gonfi, proprio niente a che vedere con limmagine da vamp rubamariti. Mentre Eugenia cerca di capire cosa pensa, il bimbo dentro piange così piano e disperato che fa male perfino a chi ascolta.

Ciao, Eugenia, di Matteo qui non cè traccia, se nè andato due settimane fa sussurra la ragazza seduta per terra, in lacrime.

Il desiderio di urlare passa di botto. Il piccolo piange, la casa è vuota, la mamma giovane sembra persa. Eugenia ha la tentazione di consolarla, ma la rabbia non si smorza del tutto, vorrebbe dirle almeno una frase da commedia napoletana: Se vuoi luomo, almeno porta rispetto!.

Il bambino è asciutto, paonazzo dal pianto, chiede solo da mangiare. La ragazza svuota le crepe della cucina, cerca latte, ha il frigo desolatamente vuoto. Sul tavolo un biglietto agghiacciante, lasciato a metà. Perdona…. Lei, seduta per terra, singhiozza, chiede scusa come a una vecchia amica, spiega che non ha parenti, che deve lasciare casa tra due giorni, che il latte è finito, i soldi manco lombra. Che le dispiace, che si vergogna. E se Eugenia vuole picchiarla, va bene.

Il bimbo si chiama Paolo, ricordalo dice ha nove giorni più del tuo. Eugenia scappa via di corsa, il piccolo a casa deve mangiare fra venti minuti. Ma portarsi dietro due borsoni pesanti della ragazza, più lei stessa, che stringe il figlio addormentato, è unimpresa. E pensa: Dove diavolo lo metto, un altro lettino in casa mia?.

Tre anni dopo, abbiamo fatto festa al matrimonio di Oksana (così si chiamava la ragazza), quattro anni dopo, a quello di Eugenia. Il nuovo marito di Eugenia odia i calzini bianchi, dice che la vita è troppo breve per il grigiore, adora lei, il figlio e pure le due gemelle che sono arrivate nel frattempo. Oksana, invece, è mamma di quattro maschietti e il suo compagno non perde la speranza di avere, almeno una volta, una femminucciaCosì, quando a ogni cena o festa comandata ci trovi tutti insieme, una piccola tribù allargata con bimbi che corrono, piatti che passano di mano e risate a cascata, succede che arrivi anche Oksana con Paolo. Lei porta il dolce migliore, Paolo si siede vicino alle gemelle, e la bimba di Eugenia lo chiama fratellino di cuore. Nessuno chiede più niente di Matteo-Calzino, che ora vive da qualche parte in un altro capitolo, troppo lontano per guastare la compagnia.

Ci scherziamo ancora su: Doveva proprio cadere il fulmine sulla nostra Eugenia?, ma poi guardiamo bene ciò che resta due donne sedute vicine, una famiglia dove anche i cocci si sono incollati, e la vita che, dopotutto, riempie ogni vuoto damore. Un brindisi lo facciamo sempre, e il nonno, oramai imperatore delle feste, urla: Alla vita incredibile che nessuno si perda un giro!. E di colpo pare che tutto abbia avuto, finalmente, il suo senso: il dolore, le sorprese, e quella forza magica di ripartire ancora magari con un paio di calzini colorati ai piedi.

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