Nonno non cè più
Chiara aveva appena varcato la soglia del suo appartamento a Milano, rientrata stremata dallennesima trasferta lavorativa. Non aveva fatto in tempo neanche a togliersi il cappotto o a posare la valigia, che il cellulare squillò.
Era sua madre, la voce di Luciana Pellegrini era agitata ma Chiara, annebbiata dalla stanchezza, non diede molto peso alla cosa.
Chiaretta, amore, sei tornata a casa?
Ciao mamma. Sì, sono appena arrivata. Letteralmente ora ora. Ma che succede, perché mi chiami?
È una cosa buona che tu sia tornata, intendo.
Il tono di Luciana lasciava intendere che voleva comunicarle qualcosa dimportante, ma stava rimandando le parole, forse perché non sapeva da dove cominciare, forse per altro.
Summerà qualche pettegolezzo del palazzo e non vede lora di farmelo sapere, pensò Chiara spazientita. Ma adesso, quello che voleva più di ogni altra cosa era gettarsi sul letto e dormire, dopo una notte insonne in treno.
Nel compartimento accanto, un gruppo di ragazzi aveva festeggiato tutta la notte, cantando stonati canzoni con la chitarra. Una di queste era anche su di lei, ironicamente:
Mele e pere fiorivano,
sorvolavano le nebbie sul Po.
Scendeva Chiara alla riva,
là, sullalta riva, lassù
Se fosse stata di buon umore, forse avrebbe sorriso. Invece sperava solo che si rompessero le corde della chitarra, ma niente.
Mamma, ti chiamo tra poco, adesso mi sistemo e riposo un po. Poi chiacchieriamo, ok?
Temo che non sarà possibile, sospirò la madre.
Non ho capito. Che cosa non sarà possibile? Solo allora Chiara si rese conto che qualcosa, nella voce di sua madre, era profondamente diverso.
Non potrai riposarti.
E perché mai? Sono stata in trasferta una settimana. Ne ho tutto il diritto. Al massimo, non starò certo ad accogliere ospiti, tanto meno farò visite. O devo aspettarmi sorprese? Spero tu non stia per piombare qui allimprovviso
Chiaretta Nonno non cè più
Chiara impallidì, stringendo forte il telefono, e si lasciò cadere pesantemente sul divano. Proprio non se laspettava.
È stata la signora Maria Teresa, la vicina, a chiamarmi stamattina. Era andata a portargli il latte, ha trovato Cesare già… steso sulluscio, con una mano al petto. Non respirava più e, secondo me, era lì tutta la notte. Bisogna andare in paese, dobbiamo organizzare il funerale e Maria Teresa mi ha detto che i vicini ci aiuteranno Chiara, mi senti?
La notizia aveva stordito tanto la ragazza che riuscì solo a mormorare un debole Sì.
Maria Teresa ha avvisato anche i parenti di nonno, ma nessuno vuole venire alla funzione. Hanno detto che se avesse lasciato loro qualcosa in eredità, forse ci avrebbero pensato; così però non ne vale la pena di spendere soldi e tempo. E la casa, capisci, ormai non interessa a nessuno, a nessuno serve
Luciana si interruppe per un attimo, poi riprese:
A dirla tutta, nemmeno io ho voglia di tornare in quel borgo. Cesare stesso mi disse che non voleva più vedermi nella sua casa, nemmeno al suo funerale. E io gli promisi, ricordi? E manterrò la parola. Quindi posso solo contare su di te, figlia mia. Ci andrai tu a salutarlo almeno nel suo ultimo viaggio?
Seguì silenzio.
Chiara lo lasciò scivolare, lo sguardo fisso sulla mensola dove riposava una lettera del nonno, lultima, spedita almeno un mese prima a giudicare dal timbro postale.
Non aveva fatto in tempo a leggerla, proprio perché era via per lavoro. Negli ultimi sei mesi era partita già tre volte, e non era nemmeno sicura sarebbe stata lultima. Lazienda per cui lavorava aveva aperto una nuova filiale a Torino: un compito da sistemare e solo a lei affidavano quei viaggi, perché gli altri avevano sempre problemi salute, figli, famiglia Lei era senza impegni.
Chiaretta, la voce della madre riemerse nuovamente dal telefono non vorrei che la gente pensasse che ci siamo dimenticate del nonno. Era difficile da sopportare, è vero. Ma era pur sempre una persona. E voi, tra laltro andavate daccordo. Che dico a Maria Teresa? Ci vai tu?
Sì, mamma. Certo che vado. Solo Chiara si alzò, prese in mano la lettera sulla mensola, la rigirò tra le dita, poi la ripose.
Mamma, come è potuto succedere? Stava benissimo, a Capodanno era in forma, sembrava stare bene.
Ma cara non ne ho idea, rispose la madre incerta. Alla sua età… Molti uomini ormai nemmeno ci arrivano alla pensione, mentre Cesare aveva passato gli ottanta. Ha avuto la sua parte. Possa riposare in pace.
Chiara si sentì mancare. Aveva sempre amato suo nonno, forse era lunica a rimanere in contatto con lui. Né parenti né mamma frequentavano più Cesare.
La storia era nota. Tra Luciana e suo suocero cera una vecchia inimicizia: Cesare non le aveva mai perdonato la morte di Andrea, suo unico figlio e padre di Chiara, e le dava la colpa daverlo logorato fino a condurlo alla morte prematura. Anche Luciana aveva premuto su Andrea perché cambiasse lavoro, accettasse turni pesanti; perché, diceva lei, bisognava sistemare casa, comprare la villetta, vivere meglio. Ma Andrea, che era insegnante, si era adattato a lavorare lontano, tornando solo mesi dopo con regali e qualche risparmio in più.
Finché, a forza di correre e di faticare, il cuore aveva ceduto, lasciandolo solo in una camera dalbergo.
Ricordava bene Cesare al funerale: non piangeva, urlava come un lupo ferito. Era uno spettacolo straziante e tutti i presenti condividevano il dolore: I genitori non dovrebbero seppellire i figli.
Da quel giorno, strappò ogni rapporto con Luciana, e le vietò di mettere più piede nella sua casa di paese.
Pace, non è che ci tenessi così tanto, aveva risposto Luciana, io non ho colpa. Un uomo deve portare i soldi. Se Andrea aveva problemi di cuore, non me ne ha mai parlato.
Cesare trattenne la rabbia solo a stento per non scagliarle contro un ceppo che aveva sotto mano.
Il legame con la nipote, invece, resistette. Chiara, che da piccola passava le vacanze da lui ogni estate, da grande continuava a scrivergli. Si scrivevano vere lettere, sì, perché Cesare rifiutava cellulari, tablet e computer. Questo era uno dei motivi per cui molti lo giudicavano un po matto, sia parenti che compaesani.
Ha perso la testa, poveruomo bisbigliavano le signore in piazza. Prima morì la moglie, poi il figlio come non impazzire?
E negli ultimi mesi, la voce su Cesare era cresciuta: si diceva parlasse spesso. Ma non con i vicini, e nemmeno da solo. Con un gatto. Un gatto nero che nessuno aveva mai visto.
Dopo la telefonata, Chiara rimase immobile a fissare il nulla, poi scoppiò a piangere.
Voleva tanto rivedere il nonno quellestate, ma lavoro e imprevisti avevano sempre rimandato la visita. Il capo, a ogni suo lamento, rideva:
Guarda, Chiara Pellegrini, per legge non sei obbligata, puoi sempre dimetterti. Ma dove lo trovi un posto pagato così bene?
In effetti, lo stipendio era alto e forse per quello aveva sempre sopportato tanto.
Col tempo, pensava, le trasferte finiranno e tornerà alla sua vita normale. Ma sotto sotto, sentiva amaro in bocca per quel poco rispetto umano. Anche lei aveva diritto a una vita privata, e pure a una pausa.
*****
Al cimitero tutto seguì il rito: dopo il minuto di silenzio, quando il coperchio di legno, rivestito di velluto scuro, fu inchiodato, gli uomini con le corde calarono la bara nella fossa.
Restava solo buttare una manciata di terra sopra, poi i becchini avrebbero chiuso la tomba.
Fiori freschi, corone. Una nuova tomba. È tutto qui? faticava Chiara a credere. Ieri cera il nonno, oggi non più
Cera ancora il pranzo funebre: si sarebbero bevuti fiumi di grappa, recitando discorsi, ricordando Cesare. E proprio quei racconti avrebbero permesso a suo nonno di continuare a vivere, nella memoria di chi lo aveva conosciuto.
Quando tutto finì, i compaesani salutarono Chiara, uno a uno, e tornarono alle rispettive case.
Poco dopo, rimase sola. Una solitudine amara e lancinante.
Non ce lho fatta Non sono riuscita a vederlo unultima volta, sospirò Chiara mestamente.
Per distrarsi, iniziò a riordinare casa: aprì le finestre, lavò a fondo il vecchio pavimento di legno, spolverò ogni angolo, tolse le ragnatele tra le travi, mise gli avanzi in frigo.
Respirava più leggermente.
La casa, solida e spaziosa, aveva quellaccoglienza semplice e severa delle vecchie case contadine lombarde.
Dalla finestra vide il crepuscolo scendere sulle colline. Scese sul portico e respirò a pieni polmoni il profumo dellaria del paese.
Poi, fece il giro dellorto. Lorto era curato, anche se i filari di terra erano spogli: Cesare non aveva piantato nulla quellanno. Forse, intuiva che sarebbe arrivata la fine. Nel frutteto, i meli erano in fiore insieme ai cespugli di ribes e lamponi. Nonno non lasciava mai un angolo incolto, si dava da fare finché ce la faceva.
Chi farà tutto questo, adesso? si domandò Chiara con tristezza.
Sedutasi sotto il melo, chiamò sua madre per dirle che aveva dato lultimo saluto al nonno.
Brava, Chiaretta. Sarà stato anche difficile, ma era pur sempre un uomo.
No, mamma era una persona straordinaria. Ha avuto solo troppa sofferenza. Non portargli rancore. Amava papà più di sé stesso, quello che ti ha detto era solo dolore.
Lascia stare, Chiaretta sospirò Luciana. Non gli porto rancore adesso. Possa riposare. Piuttosto, quando torni? Oggi o domani? Non avrai paura a stare lì da sola?
No, mamma. Mi fermo ancora un po. Mi sono presa dei giorni di ferie, voglio godermi la calma del paese. E tra poco saranno anche i nove giorni. Vieni tu, magari?
Eh che ci vengo a fare così lontano? E poi, ora è la stagione degli orti, sai troppi impegni. E poi non scordarti che qui a paese cè anche la tomba di papà. Tu non ci sei mai venuta dalla sepoltura.
Te lavevo detto che era meglio seppellire Andrea in città. Ma Cesare non mi diede ascolto Oh Chiara! Inizia la mia serie, devo andare. Mi raccomando chiamami se serve.
Chiara sorrisero. Sua madre era fatta così: appena la conversazione diventava impegnativa, trovava una scusa per svicolare.
Tornata in casa, Chiara preparò un tè con foglie di ribes e menta che trovò tra le provviste del nonno, lo sorseggiò e si preparò per dormire.
Da sotto il cuscino estrasse la lettera di Cesare. Laveva letta di corsa appena tornata, ma le aveva lasciato un senso straniante.
Di solito il nonno parlava di sé, invece stavolta la lettera ruotava sempre attorno a un gatto.
Un certo Nerone. Eppure, di gatti il nonno non ne aveva mai avuti; anzi, non aveva mai dimostrato interesse per gli animali.
Decise di rileggerla, in cerca di un significato che le sfuggiva.
Puoi crederci, nipotina, Nerone ama il latte. Mi dicono che ai gatti adulti non fa bene, lui invece si è scolato mezza bottiglia. Toccherà chiedere ancora a Maria Teresa. Chissà come si stupirà, visto che di solito mi bastava una bottiglia per una settimana… E Nerone è così affamato! E ancora non si fida di me, quasi non lo vedo. Giusto unombra nera che scappa verso il fienile. È stato maltrattato, secondo me. Quando vieni, magari riusciamo a prenderlo insieme. Forse tu gli piacerai. Sento il suo sguardo su di me Spero proprio di vederti presto.
Questo era solo uno dei tanti passaggi. Eppure di quel Nerone nessuna traccia. Da giorni Chiara era in casa e in giardino e non aveva visto né sentito nessun gatto.
Eppure, quella sensazione di uno sguardo sulla schiena, che Cesare descriveva nella lettera, laveva avvertita anche lei, soprattutto oggi. Si voltava, e nulla.
Domani, chiederò a Maria Teresa di sto famoso Nerone
*****
Si svegliò allalba.
I primi raggi filtravano timidi tra le imposte chiuse, i passeri cinguettavano, il gallo cantava in qualche aia vicina. Il classico mattino di paese.
Chiara spalancò la finestra e chiuse gli occhi: lasciò che i suoni della natura le colmassero il cuore.
Ricordò quando, da bambina, costruiva con il nonno le cassette per gli uccelli. Ricordò che avrebbe voluto parlare con la vicina del misterioso gatto.
Ma che gatto dici? si stupì Maria Teresa.
È quello che mi chiedo anchio, sospirò Chiara. Nerone. Nelle ultime lettere non fa che scrivere di questo gatto, ma mai un accenno prima…
Ah… ora capisco! Maria Teresa si batté la fronte. Un mese fa Cesare ha cominciato a parlottare con qualcuno in cortile. Lho sentito: lo pregava di farsi vedere. Mi sono affacciata e non cera nessuno. Il giorno dopo lo stesso. Poi quasi ogni giorno lo sentivo chiacchierare con quel suo ‘amico invisibile’… parlava della vita, della moglie, del figlio… E sempre lo chiamava Nerone. Non sono solo io, anche altri lo sentirono passare. Nessuno però ha visto un gatto nero da lui. Eppure, ero spesso lì: latte, dolci, chiacchiere Chiedevo, lui scherzava: Appena lo prendo, ve lo presento! Secondo me Cesare aveva perso la testa. Ma se ci fosse stato un gatto, qualcun altro lavrebbe notato, no?
Già rifletté Chiara. Ma io non credo che nonno fosse pazzo. Non era il tipo. Magari cera davvero un gatto bravissimo a nascondersi. Oppure qualcosa ci sfugge. In paese non sono spariti gatti, vero?
Proprio no, rispose pacifica Maria Teresa E, fra laltro, gatti neri qui non ne vivono proprio!
Dopo la visita alla vicina, Chiara tornò a dare una sistemata al cortile. Ma il pensiero correva sempre a Nerone, il gatto del mistero.
Ma se davvero cera, che fine ha fatto?
Intanto, dagli anfratti tra i cespugli e i fienili, un paio di occhi neri osservavano silenziosi la ragazza: era proprio Nerone.
Da quando Chiara era arrivata, aveva iniziato a fidarsi di lei. In mezzo a tutta quella gente, solo Chiara gli appariva familiare cera qualcosa in lei che somigliava al nonno.
Lui non si lasciava mai avvicinare, ma la seguiva ovunque andasse, silenzioso.
E Cesare aveva ragione: temeva luomo, aveva imparato da piccolo a rifuggire le persone, a tornare nei nascondigli, dopo legnate, sassi e spaventi.
Si era spostato di paese in paese in cerca di un riparo. Solo quando incrociò Cesare capì che non tutti gli uomini erano uguali: negli occhi di quel vecchio vide una dolcezza che gli altri non avevano. E lascoltava, il suo racconto, i ricordi, le confidenze. Era addolorato per luomo.
Ma non si era mai lasciato avvicinare; ora però qualcosa era cambiato. Aveva quasi trovato il coraggio di uscire allo scoperto, ma Cesare era morto allimprovviso.
Quel giorno sentì odore di morte. Corse alla porta, chiusa. Corse alla finestra, chiusa pure quella. Restò tutta la notte fuori dalla porta, miagolando appena.
Ora Nerone osservava la ragazza. Il suo istinto diceva che poteva fidarsi, che qualcosa di lei era familiare. Ma non era ancora pronto a mostrarsi.
Finché, proprio il giorno dei nove giorni, distrattamente, fu sorpreso mentre lo fissava e Chiara lo notò.
Quel giorno, il cortile era ancora pieno di gente. Nerone rimase nascosto nellerba. Ma a funerale finito, e quando il silenzio scese sul cortile, si rilassò un attimo di troppo e fu visto.
Eccoti qua! esclamò felice Chiara. Quindi era vero, nonno raccontava la verità! Vieni qui, che ci conosciamo!
Ma appena lei mosse un passo, Nerone sparì di nuovo.
Ma come sei timido, Nerone disse Chiara sorridendo, tastando tra gli arbusti. Domani devo tornare a Milano, e tu ancora ti nascondi. Dai, non avere paura, non ti farò niente!
Proprio allora Maria Teresa stava portando dei panzerotti per Chiara, da portare in viaggio. Sentì la ragazza parlare da sola, e incuriosita sbirciò da sopra la siepe: vide Chiara, ma il gatto restava invisibile.
Ma guarda te prima il nonno, ora lei che parla con un gatto che non esiste Saranno i nervi, pensò la vicina mentre tornava a casa, dimenticandosi dei panzerotti.
Nel pomeriggio, nubi nere oscurarono il sole. Calò un silenzio angoscioso, rotto appena dai versi delle galline di Maria Teresa e da qualche lontano tuono, burbero ma ancora trattenuto.
Si mette male, borbottò Chiara guardando il cielo cupo. Qui tira aria di tempesta.
E davvero, su Montepulciano stava arrivando un temporale furente: vento, e poi acqua a secchiate. Già le prime gocce picchiettavano sui tegoli quando Chiara pensava di trovar riparo per il misterioso Nerone.
Lo chiamò più volte, ma il gatto non si mostrò.
In quel momento, lui era nascosto tra i rami, spiato e terrorizzato dai tuoni. Temendo la tempesta forse più degli uomini.
*****
La pioggia martellava il tetto incessante, a volte lieve, a volte furiosa. Era già buio e Chiara, girandosi nervosamente nel letto, cercava invano di dormire.
Fino a quando Un lampo e subito dopo un tuono così forte da farla balzare a sedere. Mai aveva sentito qualcosa di simile.
Un altro lampo, e sul davanzale, due occhi infuocati la fissavano.
Madonna Santa! gridò Chiara, balzando con tutto il corpo contro la testata del letto.
In pochi secondi, qualcosa di nero e zuppo volò dentro dalla finestrella. Passò rasente alle gambe di Chiara, si infilò sotto larmadio, poi si accovacciò tremante sotto il letto.
Era lui, Nerone.
Con tutta la pazienza possibile, Chiara riuscì a convincerlo a uscire fuori. Lo asciugò con un vecchio asciugamano, poi lo portò con sé sul letto. Il temporale si scatenava ancora oltre la finestra, ma Chiara e Nerone, vicini, si facevano coraggio a vicenda.
Le esplosioni di luce e di rumore sembravano ora molto meno terribili.
*****
Fu svegliata allalba dal rumore di unghie sulla finestra: Nerone.
Luce di sole filtrava dalla finestra e la tempesta era ormai solo un ricordo.
Dove vuoi andare, furbetto? chiese Chiara al gatto nero accovacciato sul davanzale.
Nerone la guardò con aria colpevole, quasi a scusarsi per la paura della notte precedente.
Miao-u-u implorò, graffiando la finestra per uscire.
Eh no, amico mio. Prima una bella colazione, poi decidi tu: resti qui o vieni con me? Anchio credo che nonno vorrebbe che ti portassi con me. Ma la scelta tocca a te. Spero prenderai la decisione giusta.
Dopo averlo saziato, Chiara aprì la porta e lasciò uscire Nerone, e nel frattempo preparò la valigia. Mancavano poche ore al pullman per Milano.
Quando uscì di casa con le borse, sul portico cera Nerone ad aspettarla.
Si avvicinò, si strusciò tra le sue gambe: aveva scelto di seguirla in città. Con lei, si sentiva sicuro. Con lei, il suo mondo si era finalmente aperto.
Lo sapevo che avresti scelto questo, sorrise Chiara.
Quando Maria Teresa, che stava aspettando Chiara per recuperare le chiavi e sorvegliare la casa durante la sua assenza, vide la ragazza col gatto in braccio, si stupì:
Ma quello è il famoso gatto?
Proprio lui, sorrise Chiara. Visto? Non bisogna sempre dubitare delle persone. Nonno era sano di mente. Era solo un gatto schivo, aveva sofferto tanto. Ma ora, va tutto bene.
Sì io avevo davvero pensato che Cesare avesse perso il senno E invece guarda come stanno le cose. Non ti preoccupare, controllerò la casa come fosse mia. Tornerete ancora?
Certo. Io e Nerone torneremo. Non so ogni quanto, ma torneremo.
Bene. Ecco un pacchettino per il viaggio, Maria Teresa le porse una busta con panzerotti.
Grazie di tutto, Maria Teresa. Di cuore
Chiara, seduta sul bus per Milano, guardò le nuvole della campagna, e per un istante le sembrò di scorgerci il volto del nonno. E anche Nerone, accucciato sulle sue ginocchia, parve notarlo, incollato al finestrino.
Quel volto sorrise benigno, quasi a fare locchiolino.
E poi il pullman ripartì, e la nuvola sparì. Forse era solo unillusione. Ma non importava.
Ciò che contava era che Cesare non se nera andato davvero. Viveva, e per sempre avrebbe vissuto, nei ricordi e nei cuori di Chiara e nellanima impavida di un gatto nero finalmente amato.




