E così ci siamo conosciuti…

Ed ecco che ci siamo conosciuti…

Marco, che succede? domandò Martina dopo qualche minuto di silenzio. Sembri un fantasma, hai il viso pallido… Tutto bene davvero?

Sì, sì, tutto a posto, rispose Marco, sforzandosi di sembrare più rilassato di quanto fosse. Appoggiò la forchetta, prese il bicchiere di succo di mela e lo avvicinò alle labbra, sfruttando ogni secondo per rinviare la risposta.

*****

Marco arrivò davanti al portone del palazzo, afferrò la maniglia di ferro e già stava per tirarla, ma allultimo secondo cambiò inspiegabilmente idea.

Entrare… non ne aveva proprio voglia.

Sapeva che lo attendevano, si ricordava della promessa fatta a Martina, quella che sarebbe passato a trovarla, ma lagitazione gli fermava qualsiasi slancio.

Si vergognava pure di se stesso: trentacinque anni e le ginocchia tremano come uno studente alle prese con linterrogazione a sorpresa. Eppure mancava solo lultimo metro: aprire la porta, salire al terzo piano, il famoso interno 9…

E invece, niente. Paralizzato dalla paura, come se qualche strega gli avesse lanciato il malocchio.

L’unica voglia: girare i tacchi e infilarsi dalla parte opposta della città, non importa dove. Basta che sia lontano da qui.

E chi me lha fatto fare? borbottò sottovoce, arretrando di un passo. Tanto è chiaro che non gli piacerò…

Fece ancora qualche passo indietro, poi sollevò lo sguardo: la luce accesa al terzo piano spiccava come un faro nella sera. Sembrava quasi che risplendesse proprio per lui, per guidarlo e impedirgli di perdere la strada. Come se servisse, visto che già era arrivato a destinazione. Solo che ora lidea di entrare lo terrorizzava.

A trattenerlo cera ormai un solo pensiero: cosa avrebbe pensato Martina, dopo averlo aspettato per ore, sapendo che lui se la dava a gambe? Lei che laveva invitato, praticamente supplicato.

E lui glielo aveva promesso.

*****

Ieri sera Martina laveva avvisato, con quella tipica frase che di solito precede il disastro: «Marco, non spaventarti, ok? Allora… domani i miei vorrebbero conoscerti».

Martina, che qui in Italia si chiamerebbe solo così, era la sua ragazza.

Lui era con lei al tavolino di una trattoria a Trastevere: cenetta, chiacchiere, le classiche discussioni su cosa fare il weekend. Poi, la bomba. I suoi, cioè la madre Paola Bianchi e il padre Vincenzo Rossi, volevano vedere in faccia luomo che frequentava la loro unica figlia. Allimprovviso si sentì più sudato del cacio sui maccheroni.

Certo, nulla di così sconvolgente. Anzi, a pensarci bene è quasi scontato in Italia: i genitori la benedizione la devono dare! Sarebbe strano il contrario.

Peccato che…

…Marco era sicuro che avrebbe fatto fiasco. O, almeno, lo temeva. A ragione.

Perché Paola Bianchi aveva fatto carriera tra i banchi delluniversità, dal professore semplice fino alla presidenza di facoltà, per poi passare a un super incarico al Ministero dellIstruzione. Il marito, Vincenzo, era partito come ingegnere in una grossa impresa edile, era diventato vice-direttore, e alla fine aveva aperto la sua azienda. In città lo conoscevano tutti; il sindaco lo salutava personalmente.

E anche Martina, a trentanni passati, aveva già uno stipendio da sogno come direttore legale in una società finanziaria di Milano.

E Marco?

Marco era un semplice sistemista in una piccola software house, senza laurea né grandi ambizioni. Lo pagavano abbastanza, sì, ma senza progetti di crescita allorizzonte.

Come poteva presentarsi ai genitori di una tale primadonna?

Forse vi chiederete come mai una come Martina si fosse mai accorta di uno come Marco… Diciamo pure: puro caso.

Era successo quel giorno in cui Marco decise di prendersi una pausa e di farsi una camminata ai Giardini Pubblici. Coincidenza volle che Martina fosse lì a sua volta con due amiche. Proprio mentre queste ultime si allontanavano alla ricerca di un gelato al fiordilatte, Martina rimase a proteggere gelosamente una panchina e telefonare a casa, come ogni brava figlia italiana.

Non si accorse che stava per essere travolta da uno scavezzacollo in monopattino elettrico (naturalmente ubriaco come un alpino). Marco, da vero cavaliere, la prese per un braccio e la salvò in extremis: il tipo passò a razzo, mancata collisione per un pelo.

Martina, stizzita: «Ma si può?!»

Poi capì il pericolo sfiorato il monopattinista si spiaccicò contro un bidone e proseguì rocambolescamente la sua avventura. Martina guardò Marco con occhi nuovi. Da cosa nasce cosa: mentre le amiche facevano la fila gelato-cono, lei e Marco intanto si scambiarono i numeri. E da allora, sei mesi praticamente in simbiosi.

Ricordando lepisodio, Marco si bloccò di nuovo davanti a quella difficile cena genitori-figlio della patria, terrorizzato di essere additato come lennesimo scroccone. Da giovane aveva già avuto una storia simile, persa proprio per quella ragione. Adesso temeva il bis con Martina.

Marco, che hai? Martina, con la sua insistenza tutta italiana, non mollava. Hai le mani fredde, hai la faccia da impiccato…

Tutto bene, davvero, non ti preoccupare, rispose lui. Spostò la forchetta, prese il succo per la centesima volta.

Allora, ci vieni o no?

Eh? Dove?

Ma da me, tesoro! sorrise lei. La mamma cucinerà le sue lasagne fornarine, mio padre ha portato una bottiglia speciale da Montalcino. Lunica cosa che devi fare è dire sì. Vieni?

Ecco… fece Marco, grattandosi la nuca. Ma i tuoi… Secondo me non mi vedono proprio come il genero ideale. Io non sono nessuno, nemmeno il pezzo di carta… Lavoro con i computer, ma chi vuoi che me lo riconosca come mestiere? I tuoi vorrebbero un manager, uno che magari possa darvi la villa al mare… Insomma, io sono un normale!

Piantala, rise Martina, stringendogli la mano. Sono persone normali pure loro. Fidati di me: domani sera alle sette ti aspettiamo, non fare tardi.

Uhm… annuì Marco, ma dentro di sé era tutto fuorché convinto.

*****

Il grande giorno era arrivato.

Marco davanti al portone di Via Mameli 21, ore 18:55, un freddo modello tramontana da manuale, e lui… bloccato.

Aveva delle intenzioni serie con Martina, magari anche da metter su famiglia (che poi… in Italia o ti sposi o rimani fidanzato a vita, e la suocera te lo ricorda ogni dieci minuti). Ma non si sentiva ancora presentabile: gli avevano promesso un trasferimento nellIT di una filiale importante tra qualche mese; lì sì, avrebbe avuto una scusa per tirarsela un po’.

Chissà, magari a quel punto i signori Rossi-Bianchi gli avrebbero dato quantomeno il beneficio del dubbio.

Mentre già pensava alla fuga, la vibrazione del telefono lo riportò sulla terra.

Era Martina.

Pronto Marco! voce squillante. Qui è quasi tutto pronto. La mamma sta impiattando, papà si attarda in centro col traffico. Tu dove sei?

Ciao, Martina… rispose con un filo di voce. Io, ecco, sono…

Non sento bene, sei vicino? Stai arrivando, vero?

Sì, quasi… solo che…

Amore! Se inizi ancora con quelle storie di ieri, lascia perdere subito. Fidati, andrà tutto benissimo. Vuoi che scendo io?

No, no, lascia stare! quasi urlò Marco, già temendo che davvero sbucasse giù.

Allora ti aspetto. Ci vediamo tra poco!

Piazzò il telefono in tasca e cominciò a massaggiarsi la tempia, cercando una scusa decente per defilarsi. Ma nulla. Il panico restava.

“Adesso arriva pure Vincenzo Rossi, non mi manca che incontrarlo davanti al portone!”, pensò. Decise di circumnavigare il palazzo.

Per calmarsi, chiese una sigaretta al primo che vide. Non fumava quasi mai, ma stavolta…

Così, allangolo della casa popolare, Marco osservava il nulla: a destra due bidoni Amiu, a sinistra unarea dove fino a poco prima stavano i box delle macchine, ora spianato per un nuovo palazzo.

Uno spettacolo, insomma. Tra tutto, una scena però attirò la sua attenzione: un cane marrone fulvo, disteso sulla terra gelata. Di solito cani randagi fanno paura, di certo una grattatina di zampa non la rifiutano, ma alle volte scattano. Qui nulla.

Il cane manco lo guardava, immobile, si direbbe rassegnato.

“Meglio che non mi azzanni”, pensò. E invece nulla.

Si avvicinò per curiosità. Il cane, niente, così fermo che Marco ebbe quasi paura che fosse…

Amico, tutto a posto? provò a chiamare. Zero risposta.

Si fece coraggio, si abbassò. Il cane respirava, ma pianissimo, tanto freddo e tanta fame da sembrare un palo del telegrafo buttato lì.

“Se non lo scaldo subito, non passa la notte”, pensò Marco. Il resto fu istintivo. Prese il cane in braccio come un pacco e decise di portarlo in un portone per scaldarlo vicino ai termosifoni, poi magari una chiamata a una clinica veterinaria 24h.

Sfortuna, tutti i portoni erano chiusi; tipico dei condomìni milanesi ben frequentati.

Mentre correva verso il prossimo, col telefono che vibrava allimpazzata (Martina, senza dubbio), passò nuovamente davanti al portone di Martina. Guardò in alto, alla finestra. Pensò che forse lei avrebbe davvero aiutato, ma non osava presentarsi a casa dei futuri consuoceri con un cane moribondo.

Arrivato in fondo allisolato, una macchina elegantissima si infilò nel cortile. Gli proiettò gli abbaglianti in faccia. La portiera si spalancò: un uomo distinto gli chiese:

Tutto bene, giovane? Serve una mano?

Ehm, sì… ho trovato questo cane in fin di vita. Cè una clinica veterinaria qui?

Uhm, qui vicino non credo, ma ne conosco una e ci lavora un mio caro amico. Dai, sali che ti accompagno!

Marco quasi non ci credeva, ma non cera tempo per lapplauso. Salì in auto: il sedile di eco-pelle costava più del suo stipendio mensile.

Il conducente prese il telefono: Tesoro, scusami ma ho avuto un contrattempo, arrivo in ritardo. Come? Non lo hai visto nemmeno tu? Ma hai provato a chiamarlo? Vabbè, se sento o vedo qualcosa ti chiamo io!

Spero di non creare problemi, mormorò Marco.

Proprio no, sorrideva il guidatore. Pensiamo al cane, ora.

In dieci minuti erano fuori dalla clinica. Il dottore li aspettava già alla porta, venuto fuori apposta per la segnalazione dellamico altolocato.

Il cane fu portato subito dentro. Marco restò seduto in sala dattesa, finalmente poté controllare il cellulare: decine di chiamate perse e messaggi da Martina. “Marco, dove sei? Tutto ok?”

Avrebbe dovuto richiamare, ma non trovava le parole. Pensava solo al cane, si sentiva in qualche modo responsabile.

Nemmeno il tempo di ringraziare il benefattore dalla macchina di lusso, che quello era già sparito.

*****

Erano passati almeno quaranta minuti. Marco fissava la porta del box operatorio come se bastasse lo sguardo a risolvere il dramma. A un certo punto, però, sentì voci vive allingresso. Una in particolare…

Era Martina! Seguita nientemeno che da una signora bionda (la madre!) e dal pilota che poco prima laveva soccorso: ovvero… il padre!

Vincenzo abbracciò Marco con la pacca sulla spalla di circostanza, ridendo: Ecco finalmente il celebre Marco dal cuore buono!

Martina lo stringeva e lo rimproverava: Ma perché non mi hai detto nulla? Tho chiamato venti volte!

Scusa, non volevo dar fastidio… si schermì lui. Pensavo che…

Sciocchino che sei! rise Martina. Da noi se porti una bestiola salvata, cè quasi una benedizione papale. Tre dei nostri gatti li ha raccolti la mamma in strada!

Ma davvero?

Sì, davvero!

Paola si avvicinò: Posso stringerti la mano, Marco? Un uomo che salva un cane per noi vale doppio. Se vuoi portarlo su da noi, cè posto. E noi insieme festeggeremo questa amicizia, e anche il nostro incontro.

Ci conti, fece il veterinario uscendo. Il cagnone, adesso che si riscalda e mangia qualcosa, non ha nulla che non una grande mancanza damore.

*****

Fu così che Jack sì, ormai chiamato alla milanese Jack entrò nella cerchia degli amici e futuri parenti. Si stabilì a casa di Martina, dove le tre gatte lo accolsero con leggera sufficienza. Sulla tavola, lasagne (quelle vere), Brunello (collezione privata), Parmigiano da grattare e brindisi su brindisi.

Marco, alla fine, si sciolse e capì di aver trovato una famiglia di gente semplice e simpatica, non le cariatidi che temeva. Gentili, ironici, perfino un po sognatori. Insomma, cittadini italiani veri.

Qualche giorno dopo Jack si rimise e Marco decise che lo avrebbe portato a vivere con sé.

Che fai, parti e mi lasci pure tu? domandò Martina, con la valigia in mano sulla porta.

Be, potresti venire tu… rispose Marco, un po spaesato.

Sul serio! Tanto ormai mamma e papà hanno già deciso: vogliono i nipotini e io qui non posso più starci, dicono che bisogna rilanciare la natalità italiana.

Marco non resistette e scoppiò a ridere, seguito da Martina e, ovviamente, da Jack che scodinzolava come un pazzo.

Non aveva ancora capito bene cosa succedesse, forse, ma sentiva che finalmente qualcosa di bello, caldissimo e buono lo attendeva.

Ecco, questa è la storia.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

17 − 15 =

E così ci siamo conosciuti…