Notte italiana, una donna, un gatto e il frigorifero

Notte, donna, gatto e frigorifero

Non guardarmi così!

Caterina lanciò uno sguardo tanto severo al gatto quanto riusciva. Sollevò perfino il sopracciglio, anche se sua madre le aveva sempre proibito di fare così, dato che quelle sue sopracciglia folte e unite al centro del naso un tempo le donavano unaria davvero minacciosa. Le aveva ereditate dal padre, mentre avrebbe voluto quelle sottile e perfettamente sagomate come la mamma. Ma ormai da anni Caterina aveva sistemato quelle sue sopracciglia a modo e aveva anche accumulato qualche primavera sulle spalle. Il gatto, tuttavia, sapeva tutto questo e ignorò il suo broncio, seduto sul davanzale a fissarla tra lo stupito e il sdegnato, gli occhi verdi e misteriosi che brillavano ogni tanto nella luce fievole della lampada in corridoio, che a fatica filtrava fino alla cucina. La porta, lasciata socchiusa da Caterina come via di fuga illusoria, sbatteva piano ogni tanto per gli spifferi, ma non si chiudeva mai del tutto a tagliarle i ponti per tornare alla realtà. Per questo Caterina si irritava con la porta; avrebbe voluto che si richiudesse e le concedesse il diritto legittimo di aprire unaltra portaquella del frigorifero.

Caterina si sistemò meglio per terra, appoggiata alla parete dove stava ormai da più di unora, e di nuovo fissò il frigorifero cercando di ipnotizzarlo con lo sguardo.

Ben sapeva, anzi, conosceva a memoria il contenuto del frigorifero, fino allultima fetta di salame, visto che era sempre lei a fare la spesa per la famiglia. E spesso marito e figli la prendevano affettuosamente in giro per le sue scelte insolite:

Ma perché hai comprato i capperi, Caterina? Chi li mangia, qui da noi? rideva suo marito Andrea, rigirando il vasetto tra le dita. E ora come li mangiamo?

Buoni sono rispondeva lei.

Va bene, dai, allora inventa qualcosa per usarli senza farci stare male.

Così Caterina inventava, creando piatti strani e originali perché seguire pedissequamente una ricetta le veniva impossibile. Allinizio tutta la famiglia scrutava sospettosa i suoi manicaretti, ma poi finiva per ripulire ogni piatto e chiederne ancora.

Tutti tranne Caterina.

Lei proprio non riusciva a mangiare ciò che cucinava. Le bastava preparare, inventare, immaginare; quando finalmente serviva il suo capolavoro, ecco che qualcosa di invisibile dentro di lei scacciava ogni appetito. Come la voce di una nonna mai esistita, che borbottava cose incomprensibili e sorrideva beffarda lasciando Caterina a fissare il piatto vuoto. Alla fine la nostra protagonista cedeva alla tentazione di qualcosa di semplice, pronto e di conforto: salame e formaggio, focaccina, biscotti e cioccolatini che a volte rubava di nascosto perfino al figlioletto più piccolo, convincendosi che i biscotti per bambini fossero più sani e così la coscienza non la tormentava troppo. Si ripeteva che doveva pur pensare un po alla propria salute.

Salute che non abbondava mai.

Non era grassa, anzi. Tutto quello che mangiava lo bruciava nelle infinite corse quotidiane tra i figli, il marito, il gatto e la casa stessa, che reclamavano ciascuno la loro dose di attenzioni. Poi il lavoro, che rispettava e talvolta perfino amava, a seconda di quanto le permettesse di stare al centro del suo vero interesse: prendersi cura dei suoi cari.

Mai si sarebbe lamentata della propria salute: sin da piccola la madre le aveva insegnato una lezione semplice.

Passerà da solo!

Proprio così diceva la madre di Caterina quando lei le si presentava con qualche malanno.

Caterinella, non fare la sceneggiata! Non hai la febbre! Misurata? Brava! Bevi una tazza di tè con un po di marmellata di fragole e coricati! Vedrai che passa

Questa frase magica laveva accompagnata per tutta linfanzia, a tal punto che era cresciuta convinta che la salute si sarebbe sistemata da sola e non cera bisogno di farne un dramma.

Forse anche per questo, nonostante studi e ragioni logiche, dopo il primo parto non diede importanza ai segnali strani del corpo. Pazienza! Non cè tempo! Passerà!

Con il secondo figlio fu molto più dura; Caterina si faceva una fatica immane a svegliarsi con le urla del bimbo, ma di lamentarsi con Andrea, suo marito, non se ne parlava. Che madre sarebbe stata se non si occupava nemmeno del figlio?

Andrea, intuitivo, capì senza che lei dovesse spiegare.

Dai, Caterina, ci penso io! prendeva in braccio il figlioletto e scacciava anche laltro dalla stanza. Ci pensiamo noi, uomini! Tu devi riposare.

Caterina piombava nel sonno profondo, dormendo per ore, salvo risvegliarsi più stanca di prima, divorata dal senso di colpa verso marito e figli.

Che donna ero io, se non servivo a nulla?

Bastava che si fermasse a riflettere sullorigine di quel suo sentirsi sempre diversa, e tutto sarebbe stato chiaro. Come poteva sentirsi adeguata una donna cresciuta sotto il mantra: tu sei un po diversa

Mamma e nonna le avevano assegnato questo ruolo.

Stai dritta, Caterina! Non ti rannicchiare come una chiave di violino! Schiena dritta! sgridava la nonna, signora Adele, agitando le mani curate.

Mamma, credi che non ci abbia provato? Ma tu puoi dirle quanto vuoi, lei non ascolta! Tutti i bambini sono a posto, lei no! E poi, io devo nascondere la roba da mangiare, mangia tutto! Ho provato anche a punirla, niente! Non funziona!

Così Caterina, mingherlina come un gattino, si accomodava dritta dritta, piangeva nella minestra e non osava più alzare gli occhi da tavola.

Già da adolescente, plagiata dallidea della magrezza come modello familiare, scandagliava i vecchi album di foto. Nelle immagini, sua madre era paffuta e sorridente, piena di brufoli, con una vita meno sottile della sua attuale. E Caterina non capiva: perché tutte quelle critiche?

Un giorno lo chiese direttamente.

Guarda che non ti capisco più, Caterina! Guardati allo specchio! Chi ti sposerà mai? Io ho capito la lezione, grazie a tua nonna, che mi costringeva a stare a dieta e nemmeno cucinava a mio padre per non tentarlo!

Mamma, ma quando è che il nonno ha lasciato la nonna?

Ma che domande fai? Non centra nulla! Loro avevano i loro problemi, come io e tuo padre! Non sempre si può andare daccordo.

Ma come si può non capire una persona dopo tanti anni insieme?

Caterina, basta! Vai a fare qualcosa!

E Caterina sapeva già cosa fare. Indossava le vecchie scarpe da ginnastica e andava al campetto della scuola. Durante il giorno non correva; aspettava che i ragazzini finissero di giocare a calcio e lasciassero il posto al tramonto, e allora, da sola, percorreva qualche giro, brontolando per la propria pigrizia.

Durante queste pause, prese la sua decisione: se non sarebbe mai stata bella, allora sarebbe stata utile. Aveva capito che chi vale qualcosa, viene apprezzato indipendentemente dallaspetto. Bastava essere indispensabile.

Mamma, voglio fare il medico.

E con la tua testa? Caterina, ma hai idea?

Studio bene, dai!

Vabbe, se proprio vuoi, essere medico è una professione dignitosa.

Così divenne medico, e pure in gamba. Vita privata quasi assente, tantissimo tempo speso nello studio e nella carriera. E la madre, stavolta, non si intrometteva, presa dalla malattia della nonna Adele. Ma mai per troppo a lungo.

Non si troverà mai marito! brontolava la nonna. Così la nonna si preoccupò personalmente di far comparire la classica mediatrice di matrimoni.

Da dove venisse questa donna nessuno lo capì, una napoletana bassa, scura e logorroica che, però, il suo lavoro lo fece bene.

Vostra figlia è una perla! Bella e intelligente! Vedrete che problemi non ce ne saranno!

Sentendo queste parole, Caterina spalancò gli occhi. Bella? Proprio lei? Un po di chili li aveva persi, la pelle migliorata, ma di certo non si considerava bella.

Lo spasimante si presentò presto. Quando Caterina lo vide, riuscì a fatica a non scoprirsi troppo fredda: basso, impacciato, occhi dappertutto tranne che su di lei.

Caterina, educata, fece buon viso a cattivo gioco, per non disprezzare il lavoro di chi le voleva bene. Il tè di presentazione andò tranquillo; stabilirono un primo appuntamento, a cui Caterina arrivò in inevitabile ritardo. Quando giunse allappuntamento il ragazzo era già andato via, lasciando un biglietto: Non cercarmi.

Caterina non resistette e rise: Non ci pensavo nemmeno!

Sentì come un peso sollevarsi dal cuore finalmente aveva una scusa ufficiale per resistere alle pressioni materne. Era stata mollata ancor prima diniziare. Era perfino normale che una ragazza si facesse attendere! E poi, chi avrebbe voluto un marito nervoso e fragile? No, meglio così.

Il cameriere, accortosi del suo disappunto, si avvicinò.

Mi scusi, lei è Caterina? le sorrise così apertamente che Caterina ricambiò senza accorgersene.

Sì, sono io.

Le hanno lasciato un biglietto. Il giovane era nervoso. Se nè andato. Questo è per lei.

Caterina, dopo la risata, guardò più a fondo il cameriere. Chiese:

Come si chiama?

Andrea.

Mi dica, Andrea, la faccio pena?

No, perché? Andrea si era fatto serio.

Perché, se la risposta è no… lo guardò attenta, a caccia di tracce di quel non proprio come gli altri che in tanti le avevano attribuito. Laspetto stasera davanti al parco, vicino alluniversità di medicina.

Conosco il posto! Grazie! Andrea le sorrise, e in quel momento lei credette alle sue parole.

Di quel primo appuntamento Caterina ricorderà sempre ogni singolo dettaglio; parlavano, ridevano, scoprivano passioni comuni: il jazz, lodio per la ricotta, il sogno di adottare un gatto, la comune avversione per i cani (troppo impegno), il desiderio di costruire una casa e una carriera utile agli altri. Insomma, sembravano nati per stare insieme.

Caterina e Andrea si frequentarono per più di un anno.

E la madre di Caterina continuava a insistere:

Non è il ragazzo giusto per te!

E perché no, mamma?

Perché… tentennava.

Fa il cameriere?

Esatto!

Ma lo sai che Andrea studia, che il bar è solo un lavoretto. E poi, che cè di male nel lavorare come cameriere?

Ha la mamma malata, si occupa anche della sorellina piccola! Vuoi davvero prenderti questa croce?

Non ti sembra, mamma, che sia proprio il contrario? Significa che sarà un uomo pronto a prendersi cura anche di me, se servirà.

Caterina! Ma che discorsi sono?

Mamma, sto solo imparando a volermi bene, ok? Non sei sempre stata tu a dirmi che dovevo sistemarmi? Andrea mi ha già fatto la proposta. Che vuoi ancora?

Solo che tu pensassi un po più a te stessa…

Lo sto facendo.

Il matrimonio dovettero rimandarlo. La mamma di Andrea, infatti, peggiorava:

Caterina, non so cosa farò senza mamma…

Educare Irina. Semplice, no?

Ce la farò?

Alternative non ce ne sono.

Quando ogni tentativo di cura fu vano, Caterina e Andrea, senza grandi annunci, semplicemente andarono in Comune e si sposarono, con la piccola Irina come testimone.

Siamo una famiglia, adesso? chiese Irina scandendo ogni parola.

Sì.

Anchio?

Tu la prima.

Meno male.

In quei giorni la suocera di Caterina espresse la sua infinita gratitudine.

Grazie, ragazza mia, grazie di cuore per Irina e Andrea… Scusa se ti lascio questa responsabilità. Vorrei tanto restare vicina alla mia bambina ancora a lungo…

Non pensare a questo! rispondeva Caterina accarezzando quelle mani deboli. Qui si deve guarire, non dispiacersi.

Grazie, Caterina, sei proprio il sole della casa…

La mamma di Andrea se ne andò un mese dopo il matrimonio. Caterina organizzò il funerale, cercando di dare coraggio a Irina.

Ora la mamma non soffre più? Irina tremava vicino a Caterina.

Non più, tesoro. Ora non piangerà più.

E niente più punture?

Nessuna.

Caterina stessa si sorprendeva a piangere come una bambina. In poco tempo, quella donna le era entrata nel cuore.

Quando la madre di Caterina scoprì che la figlia si era sposata senza avvisarla, soffese profondamente:

Ma io ti ho cresciuto per vedere il tuo matrimonio, e tu manco mi hai avvisato? Doveva essere una festa!

Ma lo sai perché…

Non voglio sentire ragioni! Lunica figlia che ho si sposa e me lo dice così! Stop!

Caterina allora decise di lasciare che il tempo sistemasse le cose.

Ma il distacco durò anni…

Certo, Caterina continuava a visitare la madre, ad aiutarla con la casa e la salute, ma i rapporti erano tanto freddi da sembrare formali. Quanto provasse a ricucire, le cose non cambiavano.

Alla fine cedette.

Mamma, hai altri figli?

Ma che domande sono?

Allora perché sembra proprio che tu stia per perdere anche me? Non te lho mai chiesto, ma… perché non mi hai mai davvero voluto bene?

Questa domanda piegò persino la severa Anna.

Ma certo che ti voglio bene, Caterina Solo che non mi hanno insegnato a dimostrarlo. La nonna diceva che non si devono coccolare i figli, bisogna parlare loro da grandi. Altrimenti non sono pronti alla vita cattiva. Non bisognava essere troppo chiocce. E mi sono sforzata. Forse ho perso più di quello che ho guadagnato… Sei diventata grande da sola… E forse ora mi spiace… Ma ho paura che urli e tu non mi sentirai…

Quelle parole lasciarono Caterina inquieta. Temeva di commettere gli stessi errori coi propri figli; per quanto Irina e i due maschietti la cercassero sempre, lei dubitava comunque di riuscire a dar loro quellamore e quel supporto che forse, in fondo, era la cosa più importante.

Andrea se ne accorgeva e cercava di parlarle, ma Caterina credeva fosse una questione solo sua.

Per questo, ormai adulta e madre, Caterina finiva spesso per sedersi a notte fonda davanti al frigorifero, in compagnia del gatto, che era ormai più di un amico peloso. Anni di digitare il codice di accesso alle cose buone di notte, nel silenzio della cucina, la confortavano più di qualsiasi carezza.

Analizzava così la sua storia, ripensava a madre e nonna, giungendo alla conclusione che se solo si fosse fatta più sentire, forse sarebbe cresciuta più sicura di sé. Una brava ragazza, sì, ma forse con meno paure e più coraggio.

Questo la rincuorava e turbava insieme: quanta vita ci aveva messo, per capire cose tanto banali?

La porta della cucina si aprì, Andrea entrò senza badare né alla moglie né al gatto, aprì il frigorifero e tirò fuori una forma di pecorino, dei pomodori e un mazzetto di basilico. Si sedette accanto, la abbracciò e le porse un panino fatto lì per lì.

Dai, assaggia!

Andrea, tra poco non entrerò più nemmeno nella mia solita gonna, se continuo a mangiare di notte.

Dai, mordi! Andrea diede il buon esempio, ammiccando al gatto. Tu ne vuoi?

Il gatto, ovviamente, non si fece pregare. Saltò giù e con eleganza accettò il pezzetto di formaggio, accoccolandosi sulle ginocchia di Caterina.

Ti amo lo stesso… Andrea la guardava e sorrideva. Anche se pesassi una tonnellata, non mi importerebbe nulla. Lo sai, vero? Senti, posso chiederti una cosa? Cosa cè che non va?

Caterina finì di masticare, si rifugiò nel collo di suo marito e accarezzò il gatto.

Va tutto bene… rispose infine, e ci credette davvero. Solo, niente tonnellate, Andrea. Sono già una 46, per la mia età va più che bene.

Più che bene! Donna più bella non cè, per me…

Dimmelo più spesso…

E tu allora la smetterai di scappare di notte nella cucina?

Andrea!

Che ho detto? Dai, vieni a dormire, donna mia!

Così Caterina porgerà la mano, lasciandosi aiutare ad alzarsi, e lo abbraccerà forte, ringraziandolo dal profondo senza neanche spiegare. E lì, si prometterà che presto gli racconterà cosa davvero lha tormentata per tutto quel tempo.

Caterina?

Dimmi…

Stiamo aspettando un altro bambino?

Come lo hai capito? Caterina lo guardò sorpresa.

Cara… ma pensi che non ti conosca? Anche queste veglie a notte fonda sono già note. Da quanto?

Tre settimane.

Fantastico! Andrea la strinse, lei gli tampinò la bocca con la mano.

Silenzio! Svegli i piccoli!

Il gatto li scortò fino alla camera da letto, poi tornò tranquillo al suo posto preferito sul davanzale della cucina, a godersi la pace.

Tra non molto, però, la cucina di notte non avrebbe più vissuto la solitudine: Caterina sarebbe stata troppo impegnata, e il gatto avrebbe preferito stare nella stanza dei bambini, vicino alla nuova culla che profuma di latte e tenera vita, piuttosto che accontentarsi di un duro davanzale.

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