LUltima Richiesta
«No, non tornerò mai più a casa», sospirava con sofferenza Giovanni, contorcendosi per il dolore. «E non vedrò più Caterina. Volevo chiederle di sposarmi, ma non ci sono riuscito Perché proprio a me tutto questo?»
«Su, non faccia così», gli sorrise linfermiera, vedendo quanto fosse pallido il ragazzo appena portato durgenza al Pronto Soccorso. «Andrà tutto bene.»
«Ne dubito», balbettò piano Giovanni.
Poi osservava in silenzio, con occhi spaventati, i preparativi per loperazione che lo attendeva.
*****
Giovanni non aveva mai sopportato gli ospedali.
Era una sorta di fobia nata già da bambino, quando andava spesso a fare esami e vaccinazioni e nessuno sembrava curarsi dei suoi dolori emotivi.
«Ma insomma, smettila di piangere, Giovannino!», sorrideva la giovane infermiera che gli bucava il dito per il prelievo. «Sei già grande ormai, tra poco vai a scuola! Che vergogna piangere come una bimba!»
Lui la fissava fra le lacrime, cercando di divincolarsi inutilmente, e continuava a piangere. Non si vergognava affatto, semplicemente gli faceva male, era offeso.
Al ritorno a casa dalla pediatra con la mamma, dichiarava sempre che mai più avrebbe messo piede in un ospedale.
«Piuttosto muoio, ma lì non ci torno!», sentenziava Giovanni.
«Ma dai, amore», cercava di rassicurarlo sua madre. «I dottori sono lì per aiutare, vogliono che tu stia bene e che le persone vivano a lungo. Devi fidarti di loro.»
«Sì, li vedo proprio che si sforzano», singhiozzava lui, guardando il dito martoriato. «Si curino da soli, io non voglio saperne!»
Serve davvero dirvi come sia andata la visita dal dentista, quando dovettero togliergli un dente? Urlò così forte che si sentiva dalla strada, finestra chiusa o no.
Bei ricordi, insomma. Decisamente non i suoi preferiti.
Così, crescendo, Giovanni aveva sviluppato una vera e propria avversione per tutto ciò che era collegato agli ospedali e ai dottori.
Li evitava come la peste, se poteva.
Ma, come spesso accade, la vita trova il modo di coglierti di sorpresa: una sera fu colto da un dolore lancinante alladdome. Doveva uscire a cena con Caterina e invece finì ricoverato allOspedale Civile di Firenze, con unappendicite acuta.
«Lascia stare lambulanza, passa da solo…», la pregava.
«Ma sei fuori? Si vede che stai male! Magari è lappendicite, ci sono già passata», aveva ribattuto Caterina, senza possibilità di replica.
Finì così in sala operatoria, suo malgrado.
Non serve che vi racconti la sua angoscia mentre immaginava i chirurghi rovistare nel suo mondo interiore.
Quando vide gli inservienti trasportare in silenzio una barella con un corpo coperto da un lenzuolo, fu sopraffatto dal senso di disperazione.
«È la fine, non tornerò mai a casa e Caterina non la rivedrò più. Eppure volevo chiederle di sposarmi. Non ho fatto in tempo»
«Ma smetta di preoccuparsi così, su», insistette linfermiera, sempre sorridendo.
«Operazione semplice», spiegò quella, «e lei è arrivato presto, per fortuna. Se avesse aspettato ancora… ci sarebbero stati problemi.»
Tutto andò per il meglio. Fu sedato, poi risvegliato già in camera, il peggio alle spalle. Quella notte dormì quasi senza interruzioni, tranne che per cambiare la flebo.
Al mattino, Giovanni si rese conto che in camera con lui cera un uomo anziano.
«Ecco adesso mi toccherà sentirmi raccontare la sua vita», pensò, poco allettato dallidea. Voleva solo silenzio e pace.
Decise di non chiamare nemmeno Caterina, solamente le scrisse un messaggio per dirle che stava bene.
Aveva organizzato la proposta nei minimi dettagli: tavolo prenotato in una trattoria a Oltrarno, i suoi musicisti preferiti e lanello portato dal cameriere nel dolce.
Voleva che fosse speciale.
Ma la vita aveva deciso altrimenti. Invece di discutere del matrimonio, era lì a dormire in una stanza di ospedale insieme a un estraneo.
Il vecchietto non lo disturbò molto. Si limitava a borbottare sottovoce ogni tanto, cercando di chiamare qualcuno: il figlio. Poi la batteria del cellulare morì e, avendo dimenticato il caricabatterie a casa, rimase in silenzio.
Nessuno tra il personale aveva un caricabatterie così vecchio per il suo Nokia.
Dopo aver visto luomo piangere davanti al telefono spento, Giovanni sentì una stretta al cuore. Aveva pensato male di lui quando invece era solo un padre preoccupato.
Alla fine si alzò, sedette accanto a lui e gli chiese come stava.
«Non riesco a parlare con mio figlio, Marco», diceva con voce tremolante. «Lui sa che sono qui, le infermiere lhanno chiamato quando mi hanno ricoverato. Ma non vuole rispondermi. Sei mesi fa abbiamo litigato. Lui voleva che andassi in una casa di riposo per poter vendere la casa di famiglia, ma io non potevo lasciare tutto soprattutto non sono i muri che contano.»
Raccontò che giorni prima era finito in ospedale per un infarto, che lavevano stabilizzato ma serviva unoperazione urgente, fissata per dopodomani.
«Ho paura di morire prima delloperazione», sussurrò.
Giovanni provò a rincuorarlo. «Sono qui per curarci e aiutarci a vivere di più», disse. «Ieri mi hanno tolto lappendice e sono ancora qua!»
Lanziano sorrise debolmente. Poi aggiunse: «Mi preoccupa solo la mia cagnolina, Nocciola. Sta fuori, in strada. Ho provato a chiedere a mio figlio di occuparsene almeno lui, magari a portarla in una buona famiglia, se non la vuole. Nessun vicino può prendersene cura, hanno già animali loro. Almeno lascerei a mio figlio anche la casa, quella che vorrebbe vendere. Ma non risponde».
Giovanni ascoltò la storia: la trovò sei mesi prima, nel giorno del suo compleanno, la moglie era mancata da tempo, e quella mattina gli era apparsa in sogno, sorridente, con una cagnolina al guinzaglio. Quello stesso pomeriggio Giovanni trovò Nocciola legata alla ringhiera sotto la pioggia vicino al mercato. Nessuno sapeva di chi fosse. Aspettò per ore che qualcuno venisse a riprendersela, poi, al buio, la portò a casa.
Aveva messo annunci ovunque, ma nessuno aveva mai reclamato la piccola. Ormai era parte della sua vita, più di unamica, un vero senso quotidiano.
Quella sera Giovanni pensò a lungo alluomo e alla sua cagnolina lasciata fuori ad aspettare.
“Ma come si fa ad essere così insensibili, da lasciare il proprio padre e perfino una povera bestiola senza una risposta?”, pensò.
Quella notte sognò Nocciola, la cagnolina sola e smarrita, che camminava per strada con gli occhi tristi, e lui la seguiva instancabile. Perché? Perché era giusto così.
Fu svegliato dai rantoli delluomo, che cercava disperatamente aria e si teneva una mano sul petto.
«Devo chiamare il dottore?» domandò Giovanni, già in piedi.
Lanziano gli fece cenno di no, con fatica: «No, dopo chiama mio figlio, Marco, il numero è sul foglietto sul comodino, digli di venire, se può. Voglio salutarlo. E, se non può, digli almeno di trovare una casa per Nocciola. Voglio andarmene con la certezza che starà bene».
Giovanni allora, le mani tremanti, prese il foglietto, chiamò. «Pronto, Marco? Sono il compagno di stanza di suo padre»
Mentre Giovanni parlava, il vecchio bisbigliò: «Mi chiamo Pietro Corsi»
«di Pietro Corsi sta poco bene, chiede di vederla»
«Sta per morire?», domandò luomo, sorpreso. Poi chiese dove si trovasse esattamente: terzo piano, stanza 314 dellOspedale Civile.
Terminata la chiamata, Giovanni si precipitò a chiamare linfermiera. Spiegò tutto, tornò in camera.
Ma il cuore di Pietro Corsi si fermò prima che il medico e linfermiera arrivassero.
Controllarono il polso, la carotide, le pupille. Capirono subito. Uscirono in silenzio.
Dopo una ventina di minuti, entrò la squadra di servizio con la barella. Le stesse ombre che Giovanni aveva visto allarrivo.
*****
Il giorno dopo, Marco arrivò in ospedale.
«Tuo padre è morto praticamente fra le mie braccia», spiegò Giovanni.
«Beh, almeno così», rispose secco. «Senza soffrire troppo. Meglio per tutti, direi. Meno problemi. Ho famiglia, lavoro, non cè mai tempo per niente»
«Le ha lasciato una richiesta. Tenga, si prenda cura della sua cagnolina, Nocciola», insistette Giovanni.
«La sua cagna? Giusto, quella randagina che trovò e per cui rifiutava la casa di riposo. Glielho detto che sarebbe stato meglio. Ma non ha mai voluto ascoltarmi.»
«Questa era la sua ultima richiesta, davvero non può esaudirla?», chiese Giovanni.
Marco lo guardò senza rispondere, prese il vecchio Nokia di Pietro e il foglietto con il numero, gli unici oggetti ancora sparsi, e se ne andò senza salutare.
Giovanni restò a lungo seduto, pensieroso.
Che peccato, pensò, Pietro aveva solo settantasette anni; tante persone vivono fino a cento. Avrebbe potuto farcela. E Nocciola? Chi si occuperà di lei ora?
Quella notte Giovanni sognò Pietro, che vagava per le vie di Firenze chiamando la sua cagnolina, ma non la trovava mai. E piangeva, e anche Giovanni, nel sogno, piangeva come non ricordava da anni.
Continuò a sognarla anche a casa, e Caterina lo notò subito.
«Tutto ok?» gli chiese.
«Sì, sì penso solo a una cosa Il mio compagno di stanza, Pietro Gli è rimasta solo una cagnolina e un figlio che non si è mai fatto vedere nemmeno in fin di vita. Quando è arrivato, Pietro non cera già più. Gli ho parlato della cagna, ma non credo che gliene importi. Gli interessava solo ereditare la casa. Ho sentito che parlava col notaio Mi dispiace per Nocciola, non lho mai nemmeno vista, eppure mi pesa questa storia.»
«Andiamo a vedere dove abitava?», propone allora Caterina. «Se la cagnolina è ancora lì, la prendiamo con noi.»
«Ma dici davvero? Tu che di animali non parlavi mai?»
«Certo! Sarebbe bello. Un amico in più in casa nostra.»
«Già», sorride Giovanni. «Però lindirizzo non lo so.»
«Nessun problema, lasciami fare. Ma prima passiamo in negozio a prendere del cioccolato e del buon caffè.»
Infatti, grazie a una confezione di cioccolato e una lattina di caffè, la signora dellaccettazione che inizialmente tergiversava per la privacy accettò di scrivere lindirizzo su un foglietto, dopo aver sentito la ragione di Giovanni.
Dopo circa tre quarti dora, Caterina e Giovanni arrivarono in periferia, in una piccola via di Sesto Fiorentino.
Ninte cane allorizzonte.
Dalla casa accanto uscì una donna di mezza età, chiedendo se cercassero qualcuno.
«Conosceva Pietro Corsi?», domandò subito Giovanni. «E la sua cagnolina Nocciola?»
«Certo, poveretto. Un uomo doro. La sua cagnetta non si è mossa dalla porta per giorni. Ha pianto tutte le notti da quando Pietro non è più tornato. Marco, il figlio, lha portata via dicendo che avrebbe trovato qualcuno a cui lasciarla, ma io non ci credo. Non sapeva nemmeno carezzarla, gli animali non li ha mai sopportati.»
Fece vedere una foto di Nocciola sul suo cellulare.
«Ma questa è un corgi! Un amore!» esclamò Caterina.
Ringraziarono la signora e ripartirono, entrambi molto tristi. Forse ormai era troppo tardi. Avrebbero dovuto pensarci prima.
Per sicurezza, girarono alcune vie nei dintorni chiedendo in giro ma, niente. Provò a chiamare Marco, ma trovò solo la segreteria e i messaggi tornarono indietro.
«Speriamo almeno che stia bene», sospirò Caterina.
E fu allora che il destino intervenne.
Un ingorgo sulla superstrada li costrinse a prendere una strada secondaria. Dopo qualche minuto, videro sulla corsia una piccola cagnolina, proprio come quella della foto.
«Giovanni, secondo me quella è Nocciola!», disse Caterina, rallentando.
Si fermarono e si avvicinarono cauti. Più si avvicinavano, più ne erano certi.
«Nocciola!», chiamò Giovanni.
La cagna drizzò le orecchie, si voltò, esitò. Poi, avvicinandosi piano, avanzò fino a lui, annusando la sua mano.
Colse subito il profumo di Pietro. E Giovanni capì immediatamente il valore di quellincontro.
La piccola corgi si lasciò accarezzare, e nella profondità dei suoi occhi passarono lacrime sincere, colpite dal pressante desiderio di sentirsi finalmente a casa.
Caterina, emozionata, li guardò e pianse anche lei.
In poco tempo risalirono in auto tutti insieme, avviandosi verso casa, finalmente felici.
Giovanni e Caterina erano sollevati: avevano mantenuto la promessa fatta a Pietro, anche se probabilmente Marco non avrebbe mai onorato la richiesta del padre.
E Nocciola era finalmente al sicuro, in una vera famiglia.
***
«A volte i figli», borbottò Giovanni quella sera, «Non capiscono il valore di un affetto. Spero che almeno la vita gli insegni qualcosa».
«Meglio non pensarci», rispose Caterina. «Noi abbiamo fatto la cosa giusta. E Nocciola ora ha una casa.»
Guardò la cagnolina addormentata sul divano: sembrava sorridere nel sonno.
Giovanni pensò che il destino sapeva cosa faceva.
Quella sera, prese coraggio e fece a Caterina la proposta che aveva tanto rimandato. Non serviva il ristorante, bastava il presente.
Lei disse sì.
A volte la felicità ci trova quando meno ce laspettiamo, a patto di essere disposti ad aprire il cuore e tendere una mano, proprio come avevano fatto con Nocciola.
In fondo, la vita ci regala occasioni, ma spetta a noi coglierle davvero, qui e adesso.


