Nel giorno dell’anniversario della tragedia, vide dei lupi nella neve. Quello che fece fu un vero miracolo…

Nel giorno dellanniversario della tragedia, vide lupi nella neve. Quel che fece fu davvero un miracolo

Elisa afferrò più forte il volante della sua Fiat 500 bianca mentre la bufera trasformava lAutostrada del Sole tra Firenze e Napoli in un tunnel di caos bianco. I tergicristalli faticavano, strisciando rapidamente sul vetro contro la neve sempre più fitta. Era il 5 febbraio. Esattamente tre anni da quel giorno.

Elisa ripeteva ogni anno questo pellegrinaggio. Guidava per due ore da Siena fino al piccolo crocifisso di legno che Matteo, il suo ex marito, aveva inchiodato a quella quercia maledetta. Poggiava dei girasoli ai piedi della croce, piangeva venti minuti nel vento freddo dellAppennino, poi tornava indietro, odiando se stessa un po di più ogni volta.

Le mani le tremavano quando il navigatore segnalò lavvicinarsi di quellincrocio tra Cetona e San Casciano. Lì era finito tutto. Lì, al chilometro 264, suo figlio di sette anni, Tommaso, aveva esalato lultimo respiro. Tre anni prima, una lastra di ghiaccio trascurata dagli addetti alla manutenzione aveva spedito la loro auto contro un vecchio faggio. Limpatto era stato dal lato passeggero. Il lato di Tommaso. Il lato che Elisa, da madre, non era riuscita a proteggere.

Ma questanno sarebbe stato diverso.

Proprio lì, nel punto dove aveva perso suo figlio, Elisa avrebbe trovato unaltra madre che stava morendo nella neve. Unaltra famiglia distrutta da quella stessa curva, e dovette compiere una scelta impossibile.

In quellincidente Elisa se lera cavata solo con qualche graffio. Tommaso spirò dopo tre ore in terapia intensiva a Chiusi, mentre lei gli stringeva la mano piccola, supplicando Dio di poter prendere il suo posto. Portate via me, rimettete indietro il tempo. Qualsiasi cosa, ma non questo.

Poi, tre anni dinferno. Psicologa, la dottoressa Loredana, che faceva domande gentili a cui Elisa non sapeva rispondere. Tre anni in cui Matteo ripeteva: Non è colpa tua, Eli, prima di andarsene, incapace di reggere il peso della sua tortura interiore. Tre anni convinta che sì, la colpa era sua. Era lei al volante. Era lei che non aveva visto il ghiaccio.

La neve aumentava. Elisa accostò alle 16.14lora esatta dellincidente. Afferrò il mazzo di girasoli dal sedile. Tommaso li adorava. Quando abitavano alle porte di Siena, li coglieva nellorto e li regalava alla mamma, tra sorrisi sdentati che scioglievano il cuore.

Si avvicinò alla croce, le scarpe scricchiolavano sullo strato fresco di neve, il fiato le usciva a nuvole. Ed eccoli: venti metri più in là, dove un tempo le sirene dellambulanza squarciavano il silenzio.

Qualcosa si muoveva tra le dune bianche. Un lupo.

Era grande, argenteo, sdraiato su un fianco. Due piccoli cuccioli le si stringevano al ventre, tremando. Il respiro della lupa era irregolare. Elisa si bloccò, osservando con la lucidità strana che arriva solo sotto shock.

Impronte profonde portavano dal bosco allasfalto e si interrompevano bruscamente. Macchie di sangue spiccavano sul bianco, già coperte da nuova neve. Si vedeva dove il corpo era stato trascinato verso la cunetta. Elisa capì: il maschio era stato investito proprio lì. La lupa lo aveva trascinato lontano dalla strada, ma ormai lui era morto. E ora lei cercava di scaldare con le ultime forze i suoi figli, nello stesso luogo in cui Elisa aveva perso tutto.

Due madri, due tragedie, stesso chilometro, stesso giorno.

Elisa cadde in ginocchio. I girasoli le scivolarono dalle mani. I cuccioli, fratelli maschi di forse otto settimane, cercavano ancora disperatamente latte, ma la madre non reagiva più. Il loro guaito era appena percettibile fra i soffi del vento.

La lupa sollevò la testa con enorme fatica. I suoi occhi incontrarono quelli di Elisa. Non cera paura né rabbia, solo rassegnazione. Stava morendo, e lo sapeva.

Ma i piccoli avevano una chance.

Elisa pensò: poteva correre in macchina e chiamare i soccorsi o i forestali. Con la nevicata, forse sarebbero arrivati in due o tre ore. Ma in quel gelo, i lupi sarebbero morti prima.

Poteva andarsene. Fingere di non aver visto. Non è affar mio, non è responsabilità mia.

Poi Elisa notò una cosa che la spezzò: le tracce nella neve raccontavano altro. La lupa regalava ai piccoli una speranzaaveva trascinato la cucciolata verso le auto, verso il genere umano. Aspettava che qualcuno intervenisse. Come Elisa anni prima aveva sperato di vedere una mano salvare Tommaso.

Stavolta Elisa agì senza pensarci. Corse in macchina, accese il motore e alzò il riscaldamento al massimo. Dal baule prese una coperta termica e un vecchio plaid che teneva per le emergenze.

Si avvicinò alla lupa, che non mosse un muscolo. Quando Elisa prese tra le braccia il primo cuccioloduro come pietra, con il nasino blula lupa chiuse gli occhi. Prendili, sembrava dire.

Li avvolse nella coperta e li adagió sul sedile posteriore della Fiat, proprio sotto la bocchetta del riscaldamento. Poi tornò dalla madre.

La lupa pesava almeno quarantacinque chili. Elisa una sessantina: provò a sollevarla, senza riuscirci. Le zampe penzolavano, pesanti. La lupa emise un gemito, ma non si oppose.

Elisa capì: la bestia voleva essere portata via. La trascinò nella neve, centimetro dopo centimetro, tra lacrime che si univano ai fiocchi sul viso.

Andiamo! Dai! urlava Elisa al vento, alla lupa, a Dio, a Tommaso, al mondo. Resisti, ti prego!

Ci vollero quindici minuti di puro inferno. Quando la lupa fu finalmente sollevata sul sedile della macchina, Elisa crollò esausta sul volante con le mani ancora tremanti, a cercare la chiave d’accensione.

Nel retrovisore vide la lupa voltare la testa verso i piccoli. La lingua secca li sfiorò appena. Gli occhi si chiusero.

Elisa premette lacceleratore, diretta non verso Siena, ma nella direzione oppostaverso Chiusi, dove conosceva una clinica veterinaria sempre aperta.

Durante il viaggio nella tempesta mormorava: Resistete, vi prego, resistete, non lasciatemi. Non sapeva se si rivolgeva ai lupi, al fantasma di Tommaso o a se stessa. Due volte rischiò di uscire di strada sul ghiaccio, ma riuscì a mantenere il controllo.

Ripensò al momento in cui Tommaso era morto: il suono del monitor che diventava un sibilo continuo.

Elisa aveva passato anni credendo di non meritare più nulla. Ma mentre trascinava quella lupa morente sulla neve, davanti ai resti del suo stesso trauma, qualcosa in lei si era incrinato. Sapeva che se quei lupi fossero morti, lei avrebbe smesso, stavolta per sempre, di lottare.

Il dottor Vittorio Giannini stava chiudendo la clinica privata ai margini di Chiusi quando udì lo stridio dei freni fuori dal cancello. Erano le sette di sera. Vide Elisa scendere trafelata dalla Fiat.

Aiuto! Presto!

Aprì il portellone e restò senza fiato: una lupa e due cuccioli.

Sa che devo chiamare la forestale? disse, mentre già afferrava la barella. Sono animali selvatici.

Lo so! gridò Elisa, aiutandolo a trascinare la lupa Ma prima li salvi.

Le quattro ore seguenti furono un turbine. Vittorio lavorava come un chirurgo. La temperatura corporea della lupa era appena 32 gradi. Era scheletrica, la pelle attaccata alle ossa, esausta e disidratata. Probabilmente non si nutriva da giorni.

Tutte le energie erano andate in latte per i cuccioli. Vittorio attaccò flebo, la fasciò di coperte, collegò i monitor. I piccoli non stavano meglio: ipoglicemia e ipotermia. Il più piccolo, grigio chiaro, respirava maleprincipio di polmonite.

Elisa non lasciò mai la sala visite. Seduta sulle mattonelle, scrutava ogni respiro dei lupi. Quando la lupa ebbe una convulsione violenta, Elisa afferrò il braccio del medico.

Faccia qualcosa!

Già fatto! rispose lui, iniettando altre medicine. In quindici anni di carriera non aveva mai incontrato una donna disposta a tutto per tre lupi selvatici appena trovati.

Alle 23.30 il monitor si stabilizzò. A mezzanotte e un quarto i piccoli smisero di tremare. Alluna di notte la lupa aprì gli occhi, vide Elisa, vide i cuccioli sistemati nella cuccia riscaldata, poi richiuse le palpebre: questa volta, per dormire.

Vittorio si sedette accanto a lei per terra, entrambi svuotati. Le porse un bicchiere dacqua.

Domani chiamo il Centro Recupero Fauna Selvatica di Siena. Li trasferiranno lì. Ma non può tenerli: sono predatori.

Elisa guardò la lupa.

Dovevano solo sopravvivere, tutto qui.

Perché lo ha fatto? domandò il medico, con voce più gentile. Molti sarebbero passati oltre.

Elisa rimase in silenzio, poi disse:

Mio figlio è morto su quella curva, tre anni fa. Lo guidavo io.

Vittorio rimase in silenzio.

Non sono riuscita a salvarlo, sussurrò Elisa. Ma loro potevo.

Il mattino dopo, Chiara del centro di recupero arrivò alle nove. Pragmatica, disse:

Signora Elisa, il protocollo è chiaro. Gli animali selvatici vanno portati in centro specializzato. Veterinari, recinti, minimo contatto con umani, per poterli liberare un giorno.

No, replicò Elisa, non adesso. La madre è debole, il piccolo ha la polmonite. Muoversi ora potrebbe ucciderli.

Vittorio intervenne:

Ha ragione. Consiglio almeno 72 ore di stabilizzazione.

Chiara sospirò, abituata agli umani che si affezionano agli animali salvati.

Va bene, tre giorni, poi dovranno venire via. Nessun vizio, nessuna confidenza: più sono indipendenti, più hanno chance di sopravvivere.

Elisa annuì.

In quei tre giorni, ci fu un cambiamento. Elisa non tornò a Siena. Affittò una stanza in un albergo vicino alla clinica, passava 16 ore lì, aiutando il personale come infermiera. Elisa imparò a nutrirli con latte di capra, vitamine, glucosio. Ogni quattro ore dava loro il biberon. Li battezzò mentalmente: il più grande, scuro e vivace, lo chiamò Cenere; il più piccolo, chiaro e fragileEco. La lupa divenne Luna.

Il secondo giorno Luna si mise in piedi. Il terzo mangiò carne cruda per la prima volta.

Ma ci fu un momento che quasi spezzò Elisa: mentre teneva Eco in mano, il cucciolo si addormentò fidandosi completamente di lei. Ad Elisa tornò in mente Tommaso a tre mesi, addormentato sul suo petto. Stesso peso, stesso calore, stessa fiducia.

Elisa pianse a lungo. Luna la osservava senza un suono.

Alla fine dei tre giorni, Chiara tornò con il furgone.

È ora, signora Elisa.

Elisa pensava di essere pronta, ma quando Luna e i figli vennero messi nelle gabbie di trasporto, la lupa per la prima volta si agitò. Si rannicchiò nel fondo, guaì. I piccoli, sentendo la paura, guairono anche loro.

Elisa si avvicinò. Luna annusò le sue dita tra le sbarre.

Ce la farai, sussurrò Elisa. Li crescerai forti. E un giorno tornerete liberi.

Chiara la toccò sulla spalla.

Ha fatto qualcosa di incredibile. Ora però devono separarsi dalluomo.

Elisa non rispose, osservando il furgone dissolversi nella notte.

Vittorio si affacciò alla porta.

Un caffè? O qualcosa di più forte?

Vorrei ubriacarmi, ammise Elisa. Ma torno a casa.

A Siena il suo appartamento nel centro storico serbava ancora ogni traccia di Tommaso. La sua cameretta era intatta: muovere un giocattolo era un tradimento. Elisa custodiva il dolore come una ferita sempre fresca.

Provò a riprendere una vita normale. Il negozio di articoli darredo in via Banchi funzionava grazie alle dipendenti, ma bisognava esserci, firmare, fingere interesse per nuovi vasi. In terapia, la dottoressa Loredana chiedeva Comè andata lanniversario? e Elisa mentiva: Tutto normale.

Ma sentiva dentro un vuoto nuovo. Non il dolore per il figlioqualcosa di più tagliente: la mancanza di Luna, Cenere e Eco.

Li ho salvati, ma ora mi sembra daver perso di nuovo qualcuno, confidò Elisa dopo un mese. Sono pazza?

Non sei pazza, rispose piano Loredana. Hai proiettato il tuo bisogno di redenzione su di loro. Salvarli era salvare te stessa.

Passarono cinque settimane. Una sera, mentre Elisa cenava sola in cucinalennesima insalata da supermercatoarrivò una chiamata da numero sconosciuto.

Pronto, signora Elisa? Sono Chiara, del centro faunistico.

Il cuore di Elisa si fermò.

Mio Dio, comè Eco? È tornata la polmonite?

No, no, rassicurò Chiara. Sono vivi e stanno bene. Ma cè un problema.

Che problema?

Luna non si integra. Abbiamo altri lupi, ma lei è aggressiva, difende i figli, non accetta la compagnia. Sono solo loro tre.

Cosa significa?

Che non sono liberabili in natura. Una femmina sola con due piccoli pochi margini di sopravvivenza. Serve un branco.

E allora?

Resteranno in rifugio tutta la vita. Mai più boschi, mai più libertà.

Elisa deglutì, stringendo il telefono.

Perché me lo dice?

Cè unalternativa. Fuori regolamento. Ma lei è lunica che può aiutarci.

Quale?

Rewilding assistito. Immissione dolce. Serve una figura di riferimento temporanea: vivere con loro nei boschi per qualche mese.

Perché io?

Perché Luna si fida di lei. Lha vista con i cuccioli. La considera zona sicura. La seguirà, potrà insegnare ai piccoli ciò che Luna non riesce a trasmettere.

Vuole che allevo i lupi? Elisa rise, nervosamente.

No, selvatici. Insegni loro a cacciare, evitare luomo, vivere senza di lei. È un esperimento. Riusciranno? Libertà. Falliscono? Rifugio per sempre.

Dove?

A pochi chilometri dal Parco delle Foreste Casentinesi. Un vecchio casale di un guardiacaccia. Niente elettricità, solo generatori. Solo lei e i lupi. Quattro a sei mesi.

Ho un lavoro, una casa, una vita ma le parole suonarono vuote nella sua bocca.

Lo so, è un grande sacrificio. Ci pensi.

Quando si parte? chiese Elisa.

Il casale nel Casentino era a tre ore dalla strada asfaltata più vicina. Elisa arrivò lì a inizio marzo con Luna e i piccoli, ormai quattordici settimane, già grandi come cani medi.

Chiara rimase tre giorni per insegnarle il protocollo:

Eviti il più possibile il contatto: niente carezze, niente parole dolci. Lei è solo fonte di cibo, non unamica. Si abitueranno che gli umani equivalgono a mangiare, ma sarà temporaneo. Devono imparare a trovarlo da soli.

Elisa annuì. Sarebbe stato più difficile del previsto.

Le settimane iniziali furono massacranti. Si svegliava alle cinque, indossava gli scarponi e portava i resti danimali che i guardiacaccia lasciavano a un chilometro dal casale. Luna, prima, mangiava solo se Elisa lasciava il cibo fuori dalla porta. Poi, man mano Elisa nascose il cibo tra i cespugli e sotto le felci. Luna doveva fiutare, risvegliare listinto di predatrice.

Un mattino di fine marzo, Elisa osservava col binocolo dalla collina. Luna insegnava a Cenere e Eco a seguire una traccia. I piccoli si distraevano, inciampavano, ma Luna li rimetteva in riga con un colpo di muso e un brontolio basso. Elisa sorrideva, nascosta tra i pini. Non era la loro madrema vederli imparare era come assistere a una nuova nascita.

Ad aprile tutto cambiò.

Una sera, rientrando col buio, Elisa udì lululato. Non era lamento: era trionfo.

Corse, e col visore notturno vide Luna coi piccoli intorno a una lepre. Cenere aveva sbagliato il salto, ruzzolando fra i cespugli. Ma Ecoil fragile Ecoattese, valutò il momento e catturò la preda. La prima caccia vera. Luna ululò di gioia. Elisa, tra i tronchi, pianse di sollievo.

Lestate si affacciò. La distanza tra Elisa e i lupi crebbe, come doveva essere. Luna smise di avvicinarsi al casale. Anche i giovani dormivano sempre più lontano. Cacciavano da soli. Se Elisa lasciava qualcosa, spesso non veniva nemmeno toccato.

Una sera di novembre, con la prima neve sullAppennino, Elisa vide Luna una volta ancora: ferma sul margine del bosco, fissava la donna come una vecchia amica in procinto di partire per sempre.

Elisa alzò la mano. Luna si girò e si perse tra gli alberi.

Elisa rimase sola nella radura e, per la prima volta da mesi, pianse apertamente. Si era concentrata tanto sul renderli selvatici da non realizzare che questo significava perderli. Non ci sarebbero stati ritorni, né notizie. La sua missione era stata solo essere ponte tra gabbia e selva.

Linverno in montagna fu duro, ma i lupi divennero una vera famiglia. A gennaio Chiara arrivò per la valutazione finale. Due giorni di osservazioni.

Sono pronti, disse scaldata dalla stufa Luna è in forma, i maschi sono predatori veri. Evitano luomo tranne lei. Ma tra poco se ne andrà e il problema svanirà. Sta a lei scegliere dove liberarli.

Elisa rispose senza esitazione.

So esattamente dove.

5 febbraio.

Quattro anni senza Tommaso. Un anno dal ritrovamento di Luna.

Elisa ripercorse lAutostrada del Sole. Tre gabbie nel baule: Luna, Cenere, Eco.

Si fermò al chilometro 264, sempre quel punto. Stesso bosco. La croce era un po più scura, ma solida.

Aperse i box e indietreggiò. Luna uscì per prima. Inspirò. Riconobbe il luogo dove aveva perso tutto e dove una sconosciuta, nella neve, aveva scelto la compassione. Cenere ed Eco la seguironoormai due lupi giovani e forti.

Voltarono lo sguardo verso Elisa. Nei loro occhi cera intelligenza, memoria e forse anche gratitudine. Elisa proiettava di certo emozioni umane, ma le sentiva vive.

Avrebbe voluto ringraziarli, dire vi amo, mi avete salvato quanto io ho salvato voi. Ma rimase in silenzio: non le appartenevano più.

Luna fece un passo verso il bosco, poi si voltò ancora. I suoi occhi incontrarono quelli marroni di Elisa. Poi ululòun suono che esplose nellaria, mescolando bellezza e dolore. Cenere ed Eco si unirono, il loro canto si innalzò nel cielo di febbraio.

Poi scomparvero. In un battito dali, inghiottiti dal bosco.

Elisa rimase sola sulla strada mentre la neve iniziava a cadere. Si avvicinò alla croce, posò nuovi girasoli come ogni anno. Ma stavolta aggiunse una statuetta di legno con tre lupi, che aveva scolpito nelle lunghe sere in casale. La mise accanto ai fiori per il figlio.

Tornando in auto, sentì di nuovo lululato. Lontano, ma chiaro. Tre voci: Luna, Cenere, Eco. Le dicevano che stavano bene. Le dicevano addio.

Elisa si sedette, avviò il motore. Per la prima volta in quattro anni, passando davanti al chilometro 264, avvertì non solo dolore, ma qualcosa daltrofragile, nuovo e spaventoso: pace.

Non tornò subito a Siena. Si fermò in unarea di servizio, ordinò un caffè e rimase a guardare il vuoto. Avrebbe voluto chiamare Chiara, ma preferì restare lì, negli echi di lupi e di ricordi.

Più tardi, tornò a casa. Davanti alla porta della stanza di Tommaso, per la prima volta in quattro anni, abbassò la maniglia. Lodore la colpì subito: matite, carta vecchia, quellaroma dinfanzia inconfondibile.

Sedette sul letto piccolo, circondata dai giocattoli. Stavolta pianse, ma erano lacrime diverse: non la disperazione delle prime fasi del lutto, ma un pianto mite e purificatore.

Sussurrò nel vuoto della stanza:

Ti amerò sempre, Tommaso. Mi mancherai sempre. Ma ora devo provare a vivere.

Lindomani Elisa chiamò al negozio per prendersi ancora una settimana. Si recò al canile comunale fuori Porta Romana. Camminò fra i box. In fondo vide un vecchio cane, meticcio di labrador col muso bianco e occhi tristi e saggi.

Si chiama Bruno, spiegò la volontaria, Il padrone è morto, i parenti lo hanno lasciato. È bravo, ma nessuno vuole i cani vecchi.

Lo prendo io, disse Elisa.

Bruno le diede una routine. Alzarsi, dargli da mangiare, camminare ai giardini di San Prospero. Nessuna urgenza disperata, solo la tranquilla fiducia di un cane anziano. Elisa tornò anche a correre la mattina.

Ad aprile si licenziò dal negozio. Usò i risparmi per iscriversi a un corso di riabilitazione della fauna selvatica alluniversità. Se voleva continuare, doveva sapere cosa faceva.

Studiare fu duro: biologia, etologia, nozioni veterinarie. Elisa seguiva le lezioni a tavola, Bruno dormiva ai suoi piedi. Quando voleva mollare, pensava a Luna che aveva combattuto per i suoi piccoli. Se ce laveva fatta lei, poteva farcela anche lei.

A giugno arrivò la chiamata di Chiara.

Salve Elisa, solo per sentire come va.

Ci sono giorni buoni e giorni no, rispose Elisa. Ma sto cercando di ricominciare.

Vuole sapere dei lupi?

Elisa trattenne il fiato.

Sì.

Non li abbiamo visti. Il che è ottimo: niente incontri con umani, nessun avvistamento nei borghi. Questo vuol dire che evitano l’uomo. Ma i forestali hanno trovato tracce di una femmina con due giovani maschi a cinquanta chilometri dalla zona di rilascio. Hanno cacciato con successo. Stanno bene.

Sono vivi, sussurrò Elisa.

Tutto merito suo, disse Chiara.

Lestate venne lautunno. Elisa finì il primo corso, iniziò a fare volontariato. Conobbe Maria, e una sera di novembre accettò la sua prima uscita con un collega per un caffè. Tornando, si sentì in colpa per aver riso, ma poi guardò la foto di Tommaso e capì: lui avrebbe voluto vederla sorridere.

Arrivò ancora il 5 febbraio. Cinque anni senza Tommaso.

Elisa tornò al chilometro 264. Portava altri girasoli e una nuova statuina di legnoquattro lupi, uno in più a rappresentare Tommaso stesso.

Raccontò al figlio di Bruno, degli studi, di come stava provando a essere umana di nuovo.

Non sto bene, sussurrò al vento Ma sto meglio. Ci provo.

Stava per tornare quando vide, al margine del bosco sullaltro lato della strada, tre sagome. Grandi, color cenere. Lupi.

La centrale era Luna. I due ai lati erano Cenere ed Eco, ormai adulti possenti.

Il cuore di Elisa si fermò. Era impossibile: cinquanta chilometri di distanza, eppure erano lì, nel luogo che per tutti era stato spartiacque tra dolore e speranza.

Luna fece un passo avanti. I figli, ormai lupi fatti e finiti, la seguivano. Guardarono Elisa. La riconoscevano. Ti vediamo. Ti ricordiamo.

Elisa alzò la mano nel guanto, sussurrò tra i rumori dellautostrada:

Grazie.

I lupi rimasero un attimo, poi Luna si girò. Cenere ed Eco la seguirono e svanirono nel bosco come fumo portato dal vento.

Elisa tornò nella sua 500, pianse e sorrideva insieme. Tornò a Siena, da Bruno che laspettava dietro la porta, da una vita piccola ma tutta sua.

Capì che sopravvivere non è un disonore. Che respirare dopo la perdita peggiore non significa tradire; ricostruire sulle rovine è il modo migliore per onorare chi abbiamo amato. Così si dice al mondo: questa persona era importante, questo amore era grande. E io lo porto dentro ovunque andrò.

Allarea di servizio prese un altro caffè, osservando la gente normale coi loro problemi normali. Per la prima volta in cinque anni, Elisa sentì che sarebbe potuta tornare anche lei a esserlo, un giorno. Non sarebbe più stata quella di prima, ma forse questa nuova Elisaferita, ma vivaavrebbe imparato a vivere col dolore, invece di soccombervi.

Pensò a Luna che correva nei boschi, forte e libera. Se Luna aveva potuto, poteva farlo anche lei. Si sopravvive, un passo alla volta. Un respiro dopo laltro.

Elisa finì il caffè e ripartì. Era viva. E per oggi, questo bastava.

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