La nuora scomoda

Lorenza, hai letto la lista almeno? Te lho data apposta, cè scritto tutto, la voce di Signora Nunzia risuonava come se parlasse a una che proprio non capiva le cose semplici. Cè scritto: cotechino con tre tipi di carne. Tre. Non due, non una. Tre.

Signora Nunzia, sì che lho letta. Ma volevo proprio parlarle di questo. La festa per il settantesimo è tra una settimana e io pensavo…

Tu pensavi. Mia suocera lasciò quella parola in sospeso come un severo rimprovero. Tu pensavi, e io ti dico. Cotechino con tre tipi di carne, torta rustica ai funghi e una alle verdure, pesce in carpione, insalata mimosa, insalata russa, quella con i surimi, uova ripiene, crespelle con ricotta, anatra con mele renette, rotoli di patate, torta di ricotta, torta millefoglie e torta Pan di Spagna. Questo è il minimo, Lorenza. Il minimo. Arrivano quaranta persone.

Tenni la cornetta in mano, lo sguardo fisso fuori dalla finestra. Al di là dei vetri cadeva una pioggia pesante di novembre, troppo grigia e troppo invadente, come questa conversazione.

Va bene, signora Nunzia. La richiamo, va bene?

Non perdere tempo. Manca pochissimo a sabato.

Appoggiai il telefono sul tavolo e rimasi qualche secondo a guardarlo. La lista, scritta a caratteri grandi e imperiosi, era lì, sotto la saliera. La rilessi. Quattordici portate. Accanto a ognuna, una specifica: fatto in casa, niente supermercato, come laltra volta, ma meglio.

Come laltra volta. Quando la festa era quella di Rosa, la cognata. Preparai per tre giorni, senza quasi dormire; la sera del secondo giorno le gambe non mi reggevano più e le mani, a furia di lavare piatti e tagliare verdure, avevano mille tagli e screpolature. Matteo, mio marito, tornava a casa, si serviva direttamente dalla pentola e si sdraiava davanti alla TV. Chiese se serviva aiuto una volta. Risposi: Ce la faccio. Annui, se ne andò. Senza cattiveria. Solo così.

Alla festa, Nunzia assaggiò il cotechino, mi richiamò e mi disse piano, quasi senza espressione: Un po troppo sale. Solo quello. Gli ospiti chiedevano il bis, dicevano che certi rustici non li mangiavano da anni. Nunzia annuiva e diceva: È la nostra tradizione. Di me non parlò mai.

Lì, in cucina, pensavo che per Nunzia tradizione voleva dire una cosa precisa: la nuora cucina, la nuora pulisce, e la nuora deve essere grata di stare a tavola.

Il telefono vibrò. Rosa.

Lory, hai parlato con mamma? Dice che eri strana.

No, ero solo stanca.

Eh, ma la festa è tra una settimana, bisogna fare la spesa. Posso venire mercoledì a tenerti le buste. Silenzio. Anzi, no. Ho lestetista mercoledì. Giovedì?

Non ti preoccupare, Rosa. Faccio da sola.

Come vuoi. Però mamma vuole proprio lanatra con le renette, non altre mele. Eccole danno la nota aspra, lo sai.

Lo so.

E il cotechino devessere trasparente come lultima volta. Non opaco.

Chiusi gli occhi. Cotechino con tre tipi di carne, renette per lanatra, due torte, quaranta persone.

Va bene, Rosa. Ho capito.

Misi via il telefono e mi alzai. Dovevo iniziare la cena. Matteo sarebbe arrivato alle sette, affamato, e se non trovava niente ci sarebbe stato quello sguardo interrogativo e: Non hai preparato nulla? Non rimprovero. Piuttosto lo stupore di chi arriva in stazione e non trova il treno.

Aprii il frigo. Sfilai il pollo, cipolla, carote. Pentola sul fuoco. I movimenti erano quelli abituali, quasi automatici. Diciannove anni di questa routine.

Avevo conosciuto Matteo a ventisei anni. Sempre allegro, portava allegria ovunque. Nunzia, la prima volta che mi vide, disse: Si vede subito che sei una brava ragazza. Lo presi per un complimento. Solo dopo capii che significava stai zitta e fai.

Mi sposai a ventotto. Il primo anno non fu male. Poi nacque Carlo. Poi Carlo crebbe e andò a studiare a Firenze. Poi rimasero la casa, la cucina e quella lista di piatti.

Il brodo bolliva. Abbassai il fuoco e andai in sala. Volevo sentire la voce di mia madre, chiamarla, ma il telefono squillava già.

Era lei.

Lorenza, la sua voce era sottile, con una nota difficile da ignorare riesci a venire oggi?

Che succede?

Papà non sta bene. Abbiamo chiamato il 118. Siamo in ospedale.

Avevo già la giacca addosso quando mi ricordai del brodo. Tornai in cucina, spensi il fuoco. Mandai a Matteo un messaggio: Papà male, vado dai miei, cena è pronta in pentola. Presi la borsa. Uscii.

Fuori era buio e umido. Cercai un taxi e per tutto il tempo fissai i fari sfuocati delle macchine. Nicola, papà. Settantadue anni, cuore forte, mai una lamentela. Diceva: Vedrai che vi seppellisco tutti. Volevo che fosse vero. Volevo crederci.

La stanza dospedale odorava di disinfettante. Mamma era lì, vicina alla finestra, il cappotto ancora addosso.

Mamma.

Si voltò. Gli occhi asciutti ma profondi, tanto che mi strinsero lo stomaco.

Dicono pressione altissima. Qualcosa alla testa. È caduto nel corridoio. Non cero in cucina, lho trovato lì.

Come sta ora?

Lo stanno visitando. Dobbiamo attendere.

Restammo sulle sedie rigide. Mamma mi teneva la mano, piccola e fredda. Pensai che erano tre settimane che non passavo di lì. Sempre di corsa. La spesa, la cucina, le pulizie, i menù di Nunzia.

Dopo unora e mezza uscì il medico, giovane, stanco.

Situazione stabilizzata, disse. Ma sospettiamo ischemia. Servono altri esami, resterà almeno una settimana.

Tornerà normale? chiese mamma.

È presto per dirlo.

Accompagnai mamma a casa. Preparammo un tè finché non si addormentò sulla poltrona. Poi rimasi da sola in cucina. Lì regnava una pace come solo nel nido. I gerani di mamma sempre in fiore, la vecchia foto appesa: io a sette anni, la mano di papà nella mia.

Tornai a casa dopo mezzanotte.

Matteo era sveglio. Seduto a letto con il cellulare. Appena mi vide, lo chiuse.

Come sta?

Male. Sospettano ictus.

Oh, rispose. Hai almeno mangiato?

No.

Cè il pollo in pentola. Scaldato. Prendilo.

Lo mangiai in piedi, senza forza per apparecchiare. Poi andai a dormire. Restai a fissare il soffitto pensando al volto di papà, alle mani di mamma, al profumo di quella cucina.

La mattina dopo mi chiamò Nunzia.

Lorenza, ho saputo che ieri sei andata via. Matteo diceva che tuo padre sta male. Sei consapevole che mancano sei giorni alla festa?

Nunzia, papà è in ospedale.

Lho sentito. Ma lospedale è vicino, no? Tu non sei ammalata. Quando pensi di iniziare a cucinare?

Sentii dentro un rallentamento, qualcosa di fermo e lucido, come acqua che smette di scorrere.

Non lo so ancora.

Cosa vuol dire non lo so? La sorpresa nella sua voce era tipica. Lorenza, è il mio settantesimo. Succede una sola volta, capisci?

Capisco. Anche papà è unico.

Silenzio.

Dico solo che farai in tempo. Non devi stare in ospedale tutto il giorno. Visiti e poi sei libera.

Non risposi. Salutai. Posai il telefono.

Matteo era in cucina, beveva il caffè.

Ha chiamato mamma?

Sì.

E allora?

Chiedeva della cucina.

Lui annuì, sorseggiando. Poi disse:

Dai, Lory, è il suo compleanno. Capisci. Quaranta invitati. Non si può più annullare.

Non ho detto di annullare.

Ecco. Visita tuo padre, ma puoi cucinare lo stesso, no?

Lo guardai. Era chinato sul telefono, la fronte corrugata. Forse per quello, non per le mie parole.

Matteo, se fosse tua madre in ospedale?

Alzò gli occhi.

Che centra ora…

Solo una domanda.

È diverso.

Perché?

Perché è mia madre.

Mi vestii e andai in ospedale.

Papà era in una stanza condivisa. Era addormentato, mi strinse il cuore. Linfermiera disse che riposava. Mi sedetti accanto, osservando il suo volto. Le rughe, le mani grandi che un tempo mi costruivano uccellini di legno, che mi avevano afferrata quando cadevo dalla bici.

Si svegliò. Mi vide. Abbozzò un sorriso incerto, come chi deve ancora capire se sta sognando.

Sei venuta.

Certo. Come stai?

Un po la testa gira. Roba da poco.

Non è poco, papà.

Be vedremo.

Rimasi due ore. Poi chiamai mamma: Papà è vigile, ha parlato. Lei rispose: Meno male, con una voce che mi fece venire le lacrime.

Per tornare presi lautobus. Guardai i vetri appannati. Pensai che quello era il vero importante. Papà in ospedale. Mamma sola. E la lista della suocera con le renette e il cotechino trasparente non contava davvero. Era una verità così evidente che quasi non capivo come non lavessi mai vista. O forse sì, solo che non me lero mai permessa.

La sera Matteo arrivò allegro, portò il pane, raccontò del lavoro. Io lo ascoltavo, annuivo. Poi dissi:

Non preparerò io la festa.

Si fermò, posò il bicchiere.

Cosa?

Non lo farò. Papà in ospedale, mamma da sola. Non posso stare in cucina tre giorni.

Lorenza, usò il mio nome per intero, come quando si arrabbiava. Sono quaranta persone. Mamma ci tiene. È il suo compleanno.

Matteo, mio padre ha avuto un ictus.

Capisco. È grave, ma ci sono i medici. Non è che debba stare lì sempre.

Non starò tre giorni in cucina per quaranta persone mentre mio padre sta così.

Si alzò, fece avanti e indietro.

Mamma non può annullare la festa. Le invitate sono fatte. Rosa lo ha già detto a tutti.

Ordinate un catering.

Un catering? Lo disse come se avessi proposto qualcosa di blasfemo. Mamma vuole tutto fatto in casa. La conosci.

Sì, la conosco.

Mi guardò. Nei suoi occhi qualcosa di smarrito. Non rabbia, ma come chi si trova davanti a un oggetto familiare che di colpo non funziona.

Dai, Lory, pensa. È una volta sola. Papà in ospedale, tu lo visiti, ma puoi cucinare, giusto?

No.

No?

No, Matteo.

Se ne andò in sala. Dopo poco mi chiamò Rosa.

Lory, che storia è? Matteo dice che ti rifiuti di cucinare? Sono quaranta persone, lo capisci?

Capisco.

È il compleanno di mamma! Settanta anni! Non conta proprio nulla?

Conta. E mio padre sta male, e conta anche questo.

Ma la festa non la rimandi!

Rosa, potete ordinare i piatti. O cucinare voi. I ricettari ve li do.

Silenzio. Poi:

Non cuciniamo mica come fai tu.

Imparerete.

Misi via il telefono. Le mani non tremavano. Mi colpì: non avevo paura. Pensavo che avrei avuto paura, che avrei vacillato. Invece solo quella calma ferma della mattina.

Il giorno dopo, di nuovo in ospedale. Papà stava un po meglio. Già seduto, mangiava la semola, storceva il naso, ma mangiava. Gli portai il brodo fatto da mamma. Lo bevve tutto. Questo sì.

La sera restai in cucina con mamma. Stanza piccola, tende a fiori, frigorifero vecchio con la maniglia rotta. Odore di pane e menta secca che mamma raccoglie in campagna ogni estate. Quel profumo era il mio. Non quello della cucina dove sudi tre giorni per una lista senza mai un grazie.

Come va, Lory? chiese mamma.

Sto bene. Ce la faccio.

Da Matteo tutto a posto?

Sua madre festeggia sabato.

E ci vai?

Forse. Ma non cucino.

Ci pensò. Poi, con cautela, come chi chiede qualcosa da tempo e non trova il coraggio:

Lorenza, ma tu lì stai bene?

Alzai lo sguardo.

In che senso?

Mi sembri sempre stanca, sempre di corsa, mai un minuto di pace. Anche adesso, hai già guardato il cellulare due volte.

Guardai il telefono. Vero.

È labitudine.

Capisco, disse mamma. Poi non aggiunse altro. Mi versò il tè.

Mercoledì chiamò Nunzia. Voce particolare, quella dei casi gravi. Bassa, quasi tremante.

Lorenza, parliamo da adulte.

Dica, signora Nunzia.

So che tuo padre non sta bene. Mi dispiace. Ma capisci che aspetto da ventanni questo giorno? Ho settantanni. Non ne avrò un altro di settantesimo.

Rimasi zitta.

Non ti chiedo di lasciare tuo padre, continuò. Chiedo solo quello che sai fare. Cucini meglio di tutte. Lo sai. È il tuo modo di stare in famiglia, no?

Signora Nunzia, dissi calma, ho capito qualcosa in questi giorni. Il mio contributo alla famiglia non sono i cotechini e le torte. Mio padre è in ospedale e io voglio stare vicino a lui.

Staci pure. Chi te lo impedisce? Al mattino vai in ospedale, la sera cucini. Non chiedo limpossibile.

Forse per lei non è impossibile. Per me sì. Non posso fingere che sia tutto a posto quando non lo è.

Una lunga pausa.

Sei sempre stata un po complicata, concluse. Non con rabbia. Solo come dire il tempo.

Forse.

Matteo è triste.

Lo so.

Dice che sei cambiata.

Può darsi.

Chiusi. Le mani ferme.

Giovedì mattina preparai una borsa leggera: un cambio, il beauty, il caricabatteria, i documenti. Non ci pensai troppo, lo feci. Scrissi a Carlo: Meglio per il nonno. Sto qualche giorno dalla nonna. Tutto ok. Rispose subito: Mamma, chiamo stasera. Stai bene davvero? Davvero. Un bacio.

Quando Matteo uscì, lasciai un biglietto sul tavolo: Sono dai miei. Ti chiamo.

Rimasi un attimo sulla soglia della cucina. Diciannove anni. Questo tavolo, questa cucina, questo odore di una mattina che non era mia.

Chiusi la porta. Scese. Andai fuori.

Non pioveva più. Faceva freddo e laria al mattino aveva quel colore azzurro-grigio che solo lautunno sa avere. Andando verso la fermata, pensavo che diciannove anni sono un sacco. Quasi metà vita. E che per metà vita ho creduto di meritare solo quanto mi veniva dato. Non di più.

A casa dei miei cera odore di menta e di luce calda. Mamma mi aprì, vide la borsa e non chiese nulla. Mi abbracciò. Forte, breve. Rimasi in quellabbraccio e sentii che qualcosa, stretto dentro da tempo, si scioglieva un poco.

Rimani? chiese mamma.

Qualche giorno. Se posso.

Ma certo, mi riprese un po bonaria. Questa è casa tua.

Rimasi quattro giorni dai miei. Ogni mattina andavamo in ospedale. Papà stava meglio. Sbuffava per le flebo, chiedeva da mangiare cose serie. Il medico era cauto ma ottimista, serviva riabilitazione.

Quattro giorni in cui dormii come da ragazza: senza sveglie, finché non mi svegliavo da sola. Mangiavo la cucina di mia madre: grano, minestrone, torta di mele renette portate dallorto. Una torta semplice, niente decorazioni, solo sua. Mi vennero le lacrime a tavola.

Che hai?

Niente. Buonissimo.

Mamma annuì, senza chiedere altro.

Matteo telefonò il venerdì sera. La voce tirata.

Quando torni?

Non lo so.

Domani è la festa. Tutti in famiglia.

Lo so.

Mamma è nel panico. Rosa in cucina fa pasticci.

Ordinate qualcosa. Lho già detto.

Mamma è offesa, lo capisci?

Capisco. Mi dispiace. Io sto qui.

Pausa lunga.

Sei cambiata, disse. Una via di mezzo fra rimprovero e smarrimento.

Probabile, dissi.

Sabato alla festa non andai.

La mattina portammo a papà il brodo e il panino fatto da mamma prima dellalba. Papà mangiò tutto, disse che la mamma si era corrotta, che sarebbe tornato presto a cucinare lui. Mamma rise. Quelle battutine tra loro erano in fondo il modo di volersi bene. Oltre i settantanni, ancora così.

La sera, mi sedetti in poltrona a leggere. Mamma sferruzzava. Fuori cadeva la neve, calma e silenziosa. Il cellulare vibrò: Rosa scrisse che era stata una catastrofe, con pochissimo da mangiare, vergogna. Nunzia, niente messaggi. Matteo un solo: E allora?

Posai il telefono e ripresi il libro.

Dopo qualche giorno tornai nellappartamento. Cerano le mie cose, i miei documenti, la mia vita concreta. Papà era in reparto, la mamma se la cavava.

Matteo era in cucina. Mi guardò. Anche lui, in fondo, sembrava cambiato.

Possiamo parlare? chiese.

Certo.

Parlammo a lungo. Tranquillamente, senza discussioni. Forse per la prima volta dopo anni, senza parlare solo di lavoro o cena. Gli dissi che ero stanca. Che ero stata una funzione, non una persona, per diciannove anni. Ero la comoda, ma a un prezzo che nemmeno sapevo spiegare. Matteo ascoltava. A volte provava a giustificarsi, a dire che non era mai stato in cattiva fede, che la madre era fatta così. Io non litgai. Spiegai solo la mia visione.

Vuoi il divorzio? chiese a un certo punto, diretto.

Esitai.

Voglio solo vivere diversamente. Che nome abbia, non lo so.

Annuì. Si servì da bere.

Chiamo Carlo.

Va bene.

Carlo arrivò due settimane dopo. Come fa lui: senza preavviso, con la borsa e la serietà che ha nei momenti decisivi.

Come stai, mamma?

Bene, Carlo. Davvero.

Papà dice che si è complicato tutto.

Si è fatto onesto. È diverso.

Si fermò tre giorni. Parlammo. Si arrabbiò con me, poi con il padre, poi si calmò. Quando partì, mi abbracciò forte:

È la prima volta da anni che non sembri stanca.

Si vede?

Molto.

Il divorzio fu semplice, senza litigi. Matteo rimase in casa. Io presi le mie cose e tornai dai miei, in attesa di sistemarmi. Mamma non fece domande, stirò le lenzuola nuove e mise sulla mensola il mio uccellino di legno, quello che papà aveva intagliato. Lo vidi al primo ingresso, presi in mano. Leggero, segnato dai colpi di coltello.

Papà fu dimesso allinizio di dicembre. Camminava lento, con il bastone, ma camminava. Davanti alla porta, mi guardò:

Siamo tutti a casa.

Per Capodanno eravamo in quattro: io, mamma, papà e Carlo, venuto apposta. Addobbammo lalbero, guardammo film vecchi e mangiammo il minestrone e la torta rustica di mamma. Una torta semplice, fatta solo per noi. Aiutare mamma a farla, insieme sul tavolo infarinato, era felicità. Così si cucina per le persone. Non per la lista. Non per la tradizione. Per la gente che ami.

A febbraio presi un monolocale con vista su un cortile silenzioso, alcuni tigli. Piccolo, quasi senza mobili, profumo di vernice e di nuovo. Entrai con le prime scatole e rimasi a guardare il panorama. Poi mi affacciai, guardando il cortile.

Rosa richiamò in marzo. Suono offeso, ma anche conciliante.

Lory, come va? Sai, qui… mamma sta male, ma non lo dice, la conosci.

Sì.

Allora? Che farai ora?

Vivo bene, Rosa. Tranquilla.

Non potresti venire ogni tanto? Almeno alle feste. Noi non riusciamo.

Sorrisi. Anche se non poteva vedermi.

Ci penserò. Vedremo.

Meno male che sai fare il cotechino. Abbiamo provato ma non viene mai come il tuo.

Ti mando la ricetta per messaggio. Limportante è filtrare il brodo due volte, con la garza. Prova.

Sul serio?

Sul serio. Bisogna solo provare.

Mandai la ricetta. Rosa rispose con una faccina sorpresa. Non richiamò.

Papà migliorava piano. Entro primavera abbandonò il bastone, reclamava un ritorno in campagna. I medici restii, lui testardo: se ne andò in maggio. Lo accompagnai io. Aprimmo la casa di campagna, accendemmo il camino. Sul portico, seduti con le tazze, cera il profumo di sambuco.

Papà, ti ricordi quando facevi per me gli uccellini di legno?

Certo, tu li perdevi sempre.

Uno non lho mai perso. È qui.

Lo so, rispose. Lo dice tua madre. Ci pensò su. Sei stata forte, Lory.

Perché?

E basta, posò la tazza e guardò la siepe La vita è lunga. Bisogna spenderla per conto proprio.

Annuii. Oltre la vigna sbocciavano fiori, profumo di terra bagnata e qualcosa di dolce. Nessun rumore. Solo, in lontananza, una tortora.

A primavera ho ripreso a lavorare. Già facevo la contabile a mezza giornata, poi Nunzia diceva che la famiglia era più importante e Matteo era daccordo. Ora trovai un posto in uno studio piccolo, ambiente sereno. Le prime settimane è stato strano, poi mi sono ritrovata. Di nuovo ho la sensazione di avere del tempo mio.

Ogni fine settimana passo dai miei. Qualche volta resto a dormire. Con mamma prepariamo torte, senza lista, senza numeri. Solo una, con quello che cè. Papà dispensa consigli non richiesti, mamma risponde che ce la fa anche senza. Luccellino resta lì.

Una sera, estate ormai, Carlo chiamò solo per sentirmi.

Come va, mamma?

Davvero bene, Carlo.

Sai, sono felice per te. Sei tutta unaltra persona.

Diversa, sì.

Migliore, volevo dire.

Risi.

E tu come te la cavi?

Bene. Con gli amici stiamo progettando qualcosa per lestate, vorrei tornare ad agosto.

Lo ascoltavo e guardavo dal mio monolocale i tigli, frondosi, il cortile denso di verde.

Torna, dissi. Faccio il minestrone.

Quello di nonna?

Il suo. Non ne esistono migliori rispose Carlo. Promesso.

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