Uscire dalla cucina: un nuovo inizio fuori dai fornelli

Uscita dalla cucina

Signora Vera, di nuovo ha messo la pentola al posto sbagliato, disse Gabriele, il giovane cuoco dalle mani sempre umide, indicando lo scaffale sopra il lavello. Qui va la roba pulita. Lo sporco di là.

Gabriele, lavoro qui da tre mesi. So dove sta il pulito e dove lo sporco.

Bene, allora la sposti.

Vera spostò la pentola senza aggiungere nulla. Non aveva più la forza per discutere; le energie se nerano andate insieme alla sua vecchia vita, alla poltrona da caporedattrice e alla lampada dal paralume verde che le era così cara, insieme allo studio che aveva dovuto affittare ad altri per poter pagare le cure, le iniezioni e la badante di sua madre.

La serata al ristorante LImpero scorreva come sempre. Dal salone filtravano voci, risate, il tintinnio dei bicchieri e il profumo di carne pregiata con salsa al Barolo. Vera era lì, davanti a un grande lavello in acciaio, a lavare piatti che le venivano portati a pile, ancora caldi, con avanzi di cibo che lei non poteva permettersi. Le mani erano arrossate dallacqua, il grembiule bagnato fino ai fianchi.

Pensava al suo album. Lo teneva nellarmadietto dello spogliatoio, piccolo, a spirale, con una copertina morbida color dellerba secca. Lo aveva comprato in febbraio con gli ultimi euro dellacconto; senza quello non ce lavrebbe fatta. Senza quello rischiava di impazzire o di dimenticare chi fosse realmente. Una lavapiatti di cinquantasette anni? Sì, ora sì, ma solo fuori, perché dentro era altro.

Di notte, nella stanza in affitto su via Garibaldi, quando il termosifone borbottava come se fosse vivo e i vicini urlavano oltre la parete, sedeva al tavolo, accendeva la lampada e disegnava. Così, solo per sé. Le sue mani, stanche dallacqua calda, tornavano improvvisamente sicure, precise. Disegnava strade, passanti, la vecchietta col cane che vedeva tutte le mattine allentrata, il ramo coperto di brina fuori dalla finestra, il viso della cassiera del supermercato di fronte, tanto affaticato quanto gentile. Le linee fluivano lievi, senza sforzo, come se le mani si ricordassero tutto anche quando la mente non ci credeva più.

Per quasi ventanni aveva lavorato come illustratrice. Prima in una piccola rivista, poi nelleditore Meridiana, dove si occupavano di libri per bambini. Vera amava inventare conigli e volpi che erano quasi umani, con le loro paure e caratteri. Amava larrivo delle copie autoriali e la sensazione di avere tra le mani un libro illustrato da lei.

Poi venne la crisi. Prima diminuirono le tirature, poi sciolsero il reparto, poi arrivò il fatidico: «Signora Vera, la stimiamo molto, ma». Dopo quel ma non succede mai nulla di buono. A quarantiquattro anni si ritrovò senza lavoro, senza sicurezze e con la sensazione che il pavimento le stesse scivolando via.

Il matrimonio si stava già sgretolando. Il marito, Andrea, era un bravuomo, ma troppo debole nei momenti cruciali. Quando cerano soldi, era gentile e generoso. Quando finirono, iniziò a irritarsi, poi a lanciare rimproveri, infine a tornare tardi. Vera cercava di non vedere, ma alla fine non poteva più ignorare. Si lasciarono senza liti, semplicemente troppo stanchi per urlare.

Poi si ammalò la madre.

Ictus. Lato sinistro. Prima la clinica, poi a casa, poi di nuovo la clinica. Vera attraversava ogni giorno la città per prendersene cura, pagare la badante, le medicine, le terapie. Il lavoro da freelance rendeva poco e male. Lo studio era ormai un lusso. Dovette rinunciare. Era necessario trovare un impiego fisso, uno stipendio ogni mese. Quel che trovò, accettò.

La madre se ne andò in ottobre, silenziosa, nel sonno, come stanca di tutto. Vera rimase sola, con debiti, una camera in affitto e pile di piatti del ristorante da lavare, cinque giorni su sette.

Ecco perché era finita lì.

Signora Vera, cè di nuovo una montagna, gridò Gabriele dal fondo della cucina.

Arrivo.

Prese il vassoio e lo portò al lavello.

Quella sera i clienti de LImpero erano i soliti. Signore in abito elegante, uomini in giacca e cravatta, gruppetti di ragazzi rumorosi e sicuri di sé, qualche coppia daffari che mangiava fissando lo smartphone. Vera non vedeva nulla di tutto ciò, era nascosta dalla porta metallica. Ma sentiva le voci, le risate, il tintinnio, i toni che talvolta si sollevavano se qualcosa non andava.

Un cliente veniva quasi ogni settimana. Vera lo conosceva solo perché Sveva, la cameriera, una volta nellarmadietto disse:

Quello al tavolo sei mangia sempre da solo. Ordina sempre la stessa cosa, mangia piano, mai sul telefono. Guarda fuori dalla finestra, strano.

Forse è solo solo, aveva risposto Vera.

Anche io sono sola, ma almeno esco con le amiche.

Vera non discusso. Sapeva che solitudine assume mille forme. Si può essere soli per mancanza di compagnia, o perché la persona che ci ascoltava davvero non cè più.

Il cliente del tavolo sei arrivava il mercoledì e il venerdì. Ordinava agnello o manzo, un calice di rosso, ogni tanto una zuppa. Lasciava una mancia generosa ma discreta, appoggiando le banconote accanto al conto. Si chiamava Alessandro Romano. Questo Vera lo avrebbe saputo solo dopo. Prima continuava a lavare piatti e pensare al suo album.

Quel venerdì era una sera come tante. Vera era davanti al lavello, lacqua bollente le faceva bruciare gli occhi. Gabriele al telefono in fondo, la lavastoviglie rombava, dal salone arrivavano le voci.

Poi qualcosa cambiò.

Non improvvisamente, ma come se nel brusio si fosse infilato altro. Vera non seppe dire subito cosa, sentì solo che qualcosa non andava. Poi un urlo, breve, spaventato. Poi le voci che salivano di tono, agitate. Poi un urlo vero e proprio.

Si asciugò le mani sul grembiule e uscì.

La porta metallica verso il salone era socchiusa. Vera la spinse.

Al tavolo sei sedeva un uomo non più giovane, dalle spalle larghe, in giacca scura. Era evidente che qualcosa non andava. Non era svenuto, ma il volto era cambiato, i gesti tesi: cercava di portare le mani alla gola. Vera riconobbe immediatamente quel movimento: una volta, tempo fa, lo aveva visto fare al vicino di stanza di sua madre in ospedale.

Accanto due camerieri si battevano sulle spalle senza capire che fare. Lamministratrice, Marina, teneva la mano davanti alla bocca e ripeteva: «Chiamate lambulanza, chiamate!». Alcuni clienti si alzarono dalle sedie.

Vera attraversò ogni cosa senza pensarci. Arrivò al tavolo sei, si mise dietro luomo, lo abbracciò, trovò subito il punto giusto sopra lombelico, chiuse il pugno e spinse. Una volta. Di nuovo. Era alto e pesante, dovette quasi aggrapparsi con i piedi al pavimento. Ancora. Luomo tossì, qualcosa saltò fuori, riprese a respirare, prima affannato, poi meglio, infine normalmente.

Vera lasciò la presa e fece un passo indietro.

Tre secondi di silenzio. Poi tutto il salone si animò di colpo. Marina corse dalluomo con assicurazioni, Sveva portò lacqua, un cliente del tavolo accanto iniziò ad applaudire e altri si unirono.

Vera restò lì, al centro del salone, con il grembiule bagnato e le mani arrossate, senza sapere bene che fare.

Lei lei è un medico? chiese Marina.

No. Lavo i piatti.

Si voltò e tornò in cucina.

Le mani tremavano un po mentre si risciacquava. Gabriele la guardava a bocca aperta.

Cosè successo?

Un uomo si era strozzato. Ora sta bene.

Lha salvato lei?

Su, Gabriele, finisci di guardare. Cè piatti da lavare.

Prese la spugna e tornò al lavello. Ce nera davvero tanto.

Dopo una ventina di minuti, la porta della cucina si aprì. Era strano: i clienti là dentro non dovevano entrare. Marina stessa lo ricordava spesso. Ma luomo in giacca scura lo fece, guardò in giro e domandò:

Scusate, cerco la donna che… che mi ha aiutato poco fa.

Gabriele indicò Vera.

Luomo si avvicinò al lavello. Vera stava terminando una ciotola e non si voltò subito. Quando lo fece, lo vide a pochi passi: alto, robusto, sui cinquantanni inoltrati, capelli scuri con qualche filo dargento, un volto segnato, poco portato al sorriso. Occhi grigi, un po infossati. Un uomo che aveva sofferto per settimane, forse mesi.

Lei è Vera? Me lhanno detto.

Sì.

Lui rimase in silenzio per un attimo, come cercando le parole. Poi disse semplicemente:

Voglio ringraziarla. Non so come, solo grazie.

Non deve, va bene così.

No, non va bene. Potevo si fermò, si passò una mano sulla fronte. Voglio dire, se lei non fosse intervenuta così in fretta.

Chiunque sarebbe uscito. Bisognava solo sapere cosa fare.

Ma ci è riuscita lei. E lo sapeva.

Vera posò la ciotola sullo scaffale e prese un altro piatto. Lui non si allontanava.

Questo è suo? domandò, allimprovviso.

Si voltò. Lui indicava il tavolino dove lasciava le sue cose durante le pause. Sopra cera lalbum. Vera lo aveva portato quella sera, sperava di disegnare fra una tornata e laltra, ma non aveva fatto in tempo.

Sì.

Posso?

Fece spallucce. Lui prese lalbum, aprì la prima pagina. Cera la vecchietta col cane, la stessa del portone. Vera laveva disegnata per diverse notti, aggiungendo ogni volta dettagli una ruga, i grossi scarponi, il modo in cui teneva il guinzaglio, con labitudine di chi lo fa ogni giorno.

Luomo sfogliò le pagine in silenzio. Una, poi unaltra.

Cera il ramo gelato, un ragazzino sullaltalena, catturato dalla fantasia anche se Vera laveva inventato. Uno schizzo del mercato, veloce ma vivo. Tanti studi di mani, in varie pose, perché le aveva sempre disegnate, dai tempi dellAccademia; era il suo esercizio.

Lui guardava a lungo, muto.

È unartista, disse. Non chiese. Affermò.

Lo ero. Ora lavo piatti.

Perché?

Vari motivi.

Annuì. Guardò ancora la pagina del mercato, richiuse lalbum, lo rimise a posto. Rimase lì. Vera pensava che sarebbe andato via, avrebbe ringraziato di nuovo e basta. Ma invece disse altro:

Mi chiamo Alessandro Romano. Faccio larchitetto. Ho una proposta per lei, ma prima le chiedo: davvero non può fare questo, annuì verso lalbum, di mestiere?

Vera lo fissò. Gabriele, dallaltro lato della cucina, pelava patate fingendo indifferenza ma ascoltava tutto.

Dipende. Che intende per mestiere?

Lavorare. Essere pagata per i disegni.

Guardi, Alessandro, lei oggi ha rischiato grosso, forse le conviene tornarsene a casa a riposare.

Mi riprenderò. Ma prima: vuole lavorare? Un lavoro vero, secondo la sua specialità?

Cera qualcosa nella sua voce non pressione, non arroganza. Solo sincerità, trasparente.

Dipende di che lavoro si tratta, disse Vera.

Prese un biglietto da visita, semplice, bianco, con nome e numero.

Mi chiami domani. O le posso telefonare io se mi dà il numero. Le spiego. È una cosa seria, non solo per ringraziarla. Mi serve davvero uno sguardo come il suo.

Che sguardo?

Guardò ancora lalbum.

Quello.

Si congedò quasi inchinandosi, uscì. Gabriele lo seguì con lo sguardo, poi guardò Vera.

Mica male, disse.

Sbuccia le patate, replicò Vera.

Prese il biglietto e lo infilò nella tasca del grembiule. Le mani di nuovo bagnate. Dal salone ricominciò il consueto brusio di sempre.

Quella notte faticò a dormire. Stesa sul letto, fissava il soffitto ascoltando il borbottio del termosifone. Pensava a tutto e niente. Allalbum. A come lui aveva sfogliato le pagine. Era tanto che nessuno guardava i suoi disegni con attenzione sincera e silenziosa, non di circostanza. Non laveva elogiata. Aveva solo osservato, e qualcosa nel suo volto cambiava mentre guardava.

La mattina dopo, sabato, prese il biglietto e lo tenne a lungo in mano. Poi chiamò.

Lui rispose subito, come se aspettasse.

Buongiorno, signora Vera.

Come fa a sapere il mio secondo nome?

Lho chiesto allamministratrice. Ieri. Mi racconta di sé, se vuole? Io le spiego il progetto.

Vera raccontò. In breve. Leditore, le illustrazioni, la crisi, la madre, il divorzio. Lui ascoltava, senza interrompere. Poi toccò a lui.

Lo studio di architettura laveva aperto dodici anni prima, dopo aver lasciato una grossa società. Lavoravano pochi, realizzavano progetti di ogni tipo, da case a spazi pubblici. Un anno prima avevano vinto la gara per riqualificare il parco urbano lungo il Tevere, un progetto importante. Avevano fatto tutto secondo norma, eppure qualcosa non andava.

I disegni sono morti, spiegò. Tecnicamente corretti, ma non ci si vede la vita. Mancano le persone, laria. Ci servono tavole vive, illustrazioni capaci di far vedere al comitato che il posto è già reale: che qui siedono le nonne, là giocano i bambini, là qualcuno legge al fresco. Capisce?

Capisco.

I disegni che ho visto ieri: lei ci riesce. Riesce a dare vita.

Vera restò in silenzio, poi chiese:

Le tempistiche?

Quattro settimane. Presentazione davanti alla commissione. Se va bene, si parte coi lavori. È un parco vero. La gente ci andrà davvero.

Qualcosa dentro di lei rispose. Ne fu sorpresa anche lei.

Va bene, disse. Quando posso vedere i vostri progetti?

Anche oggi, se vuole.

Lo studio di Alessandro Romano era in un palazzo antico in centro, terzo piano, scala di legno con corrimano bianco. Grandi stanze, soffitti alti, pareti tappezzate di disegni e modelli sugli scaffali. Profumo di carta, matite e caffè.

Cerano quattro persone. Un ragazzo con cuffie enormi sempre addosso; una donna di quarantanni, severa, taglio corto, si chiamava Natalia, faceva i calcoli; un anziano, Vittorio, montava i modelli; uno più giovane, Sergio, si occupava della parte digitale.

Alessandro mostrò i disegni del parco. Li mise sul grande tavolo, li fissò con righelli pesanti, poi iniziò a spiegare: questo è il viale principale, qui la fontana, lì larea giochi, le panchine, gli alberi.

Vera provava a vedere tutto quel reticolo non come linee, ma come vita vera. Qui alle sette del mattino un vecchio col cane. Lì a mezzogiorno una madre con il passeggino. Lì di venerdì due amici seduti a guardare il fiume.

Posso andarci? chiese.

Sulla riva? Certo. Vuole ora?

Sì.

Andarono insieme. Bastavano quindici minuti a piedi. Durante il tragitto quasi non parlarono. Vera portava lalbum con sé. Alessandro camminava con la tipica lentezza di chi è abituato a osservare.

La riva era semideserta, era ancora marzo, alberi spogli e terra grigia; il Tevere scorreva scuro, calmo. Rari passanti. Dove sarebbe sorto il parco cerano solo due vecchie panchine verdi e due alberi. Il terreno era malridotto.

Vera si fermò. Si guardò intorno. Tirò fuori lalbum.

Ora disegna? chiese Alessandro.

Solo uno schizzo. Voglio ricordare il profumo di qui.

Lui la guardò sorpreso.

Il profumo?

Sì. Il fiume, la terra, le foglie marce. Si sente poi nel disegno, anche se senza volerlo.

Lui tacque. Vera tracciava linee rapide: la riva, gli alberi, un uomo in bici, due bambini con la madre.

Alessandro si voltò a fissare lacqua. Aveva quellaria di chi sta pensando a tuttaltro. Non triste, ma chiuso in se stesso.

Sua moglie amava questi posti? domandò Vera, senza alzare lo sguardo. Poi si frenò. Scusi.

No, va bene. Lei amava il mare. Diceva che il fiume è un po malinconico, troppo lento. Pausa. Galina è morta otto mesi fa. Cancro. Rapido, quattro mesi.

Mi dispiace.

Già.

Non ne parlarono più. Vera disegnò. Alessandro restò vicino. Un vento freddo soffiava dal fiume, ma sentiva già odore dacqua, non più di ghiaccio.

Poi tornarono allo studio, presero un caffè e Alessandro spiegò ciò che serviva. Una serie di tavole, una ventina, che raccontassero tutte le aree del parco, tutti i momenti della giornata, con persone vere, non pose da catalogo ma scene di vita. La commissione doveva crederci.

Capito, disse Vera. Datemi una settimana per le prime cinque tavole.

Daccordo.

Tornò a casa, stanza in affitto su via Garibaldi. Termosifone che borbottava. Tazza di tè dal mattino. Appoggiò lalbum, prese la matita, e si chiese da dove iniziare.

La prima tavola era pronta a notte fonda. Il viale allalba, un uomo anziano con il cane, lontano una sagoma nella nebbia. Alberi con foglie tenere, ombre leggere. Una donna su una panchina con un libro, serena, appagata della mattina.

Il giorno dopo la mostrò a Alessandro, che la studiò a lungo.

Ecco, disse alla fine. È proprio questa.

Anche Natalia, la donna severa, si avvicinò. Stette in silenzio.

Bene, commentò, semplice.

Vera provò una sensazione sconosciuta da tempo. Non esattamente gioia, ma qualcosa vicina: soddisfazione, la precisione di un colpo andato a segno.

Le due settimane seguenti lavorò ogni giorno. Andava sulla riva la mattina, con qualsiasi tempo. Rimaneva ore a osservare. Abbozzava. Poi la sera, a casa o in studio, rifiniva. Alessandro arrivava a vedere, a volte dava un suggerimento: Questo albero un po più qui, secondo il piano. Oppure taceva, il che valeva quanto parlare.

Cominciarono a parlare anche daltro, oltre il lavoro. A volte facevano una passeggiata sulla riva, se lui era libero. Andavano lenti. Alessandro raccontava come erano nate le idee per il parco, il senso dei sentieri, il perché delle curve, la posizione delle panchine. Parole vive, senza burocratese. Vera ascoltava con piacere perché capiva che lui ci teneva. Non per abitudine, ma davvero.

Sa qual è la differenza tra uno spazio pubblico ben progettato e uno sbagliato? le chiese una volta.

Quale?

In quello buono la gente sceglie dove stare, perché proprio lì si sente bene. Non che non ha alternative, ma perché qui va meglio. Se la panchina è in ombra, uno pensa: ecco il posto. Questo vuol dire che lo spazio funziona.

Vera lo guardò.

E ci pensa da tanto?

Dal terzo anno duniversità. Un professore ci disse: larchitettura non è edifici. È come luomo si sente vicino alledificio. Lho scritto e non lho più dimenticato.

Un grande professore.

È morto anni fa. Ma ricordo la voce.

Così discorrevano spesso, di cose piccole e vere. Vera raccontò come aveva iniziato a illustrare libri per bambini, i personaggi inventati. Cera una volpe che adorava, tanto che ne aveva fatto un grande ritratto solo per sé, perduto dopo un trasloco. Alessandro la ascoltava e sorrideva, non per scherno, ma con calore.

Anche io ho un progetto preferito, disse. Una casetta in campagna fatta quindici anni fa. Niente di che, ma venne perfetta. La ricordo meglio dei lavori grossi.

Perché?

Non so. A volte il piccolo coglie meglio il senso del grande.

Un giorno, dopo una camminata, si fermarono in un bar. Ognuno prese una cioccolata calda. Alessandro guardava fuori dalla finestra e disse:

Non mi sembra sia fatta per lavare piatti, lei.

Non ho mai detto che mi piaccia.

Allora perché tutto questo tempo? Poteva cercare altro da illustratrice.

Potevo. Ma non cè sicurezza: oggi un incarico, domani niente. Avevo dei debiti.

Ora?

Quasi finiti.

Lui annuì.

Sa che ha lasciato LImpero?

Ho chiesto un periodo di aspettativa non retribuita. Fino al termine del progetto.

E poi?

Vera guardò la tazza.

Vedremo. Magari qualcosa salta fuori. Ora sa che so disegnare.

Lui tornò a guardare fuori. Voleva aggiungere qualcosa, lo sentiva, ma taceva.

Il lavoro procedeva bene. Le tavole crescevano di numero. Vera aveva trovato il ritmo: una cima la mattina, il tavolo di lavoro durante il giorno, la sera controllava i risultati. Disegnava persone vere: una giovane coppia in panchina, una nonna a dare da mangiare ai piccioni, adolescenti in bici, padroni col cane la domenica mattina, una mamma con passeggino sotto il ramo fiorito.

Alessandro talvolta osservava e diceva:

Può avvicinare questa donna alla fontana, qui cè la panchina.

Daccordo.

Qui preferirei il tramonto. Fari accesi. Abbiamo progettato una luce particolare.

Mi mostri il modello.

La indicava sulla tavola tecnica, lei annuiva e ridisegnava. A volte discutevano.

Alessandro, secondo il piano questallea va dritta. Ma chi la percorre vede sempre lo stesso panorama. Secondo me deve curvare.

Lui guardava i disegni.

Non si può per motivi tecnici. Le tubazioni sono dritte lì sotto.

Ma almeno gli alberi, li mettiamo irregolari?

Lui taceva. Poi:

Chiedo a Natalia.

Natalia disse che si poteva. Si ripianificò tutto il giorno per quei pochi alberi. Ma la passeggiata, nel disegno di Vera, sembrava vera, con ombre diverse, la sensazione di una sorpresa dietro la curva.

Ecco, disse mostrandoglielo.

Alessandro guardò a lungo.

Avevi ragione, disse.

In studio la accolsero con discrezione. Sergio, il ragazzo con le cuffie, una volta la osservò allopera, poi chiese:

Sempre a mano? Mai digitale?

So farlo anche anche su tablet. Ma non è lo stesso.

Perché?

La mano sente la carta. Mi fa ragionare.

Lui annuì, come segnandosi la lezione.

Vittorio, il modellista, un giorno le portò il tè senza dire una parola. Era la miglior lode.

Cera anche dellostacolo. Tre tavole proprio non uscivano. Larea giochi, che doveva sembrare allegra e viva, veniva sempre fredda, noiosa. Vera rifaceva, strappava, ricominciava. Poi capì: disegnava bambini che non conosceva, solo della fantasia.

Sabato mattina andò nel cortile vicino casa, alla vera area giochi. Sedette e guardò. Unora, poi unaltra. I bambini urlavano, litigavano, cadevano, si rincorrevano. Le mamme chiacchieravano sorvegliando con la coda dellocchio. Un piccolo di cinque anni costruiva una torre di sabbia come se fosse un dovere universale.

Vera disegnò quel bimbo, poi un altro appeso a testa in giù, poi due bambine, poi la mamma che afferrava il figlioletto in fuga e ridevano.

Tre tavole pronte in due giorni.

Alessandro le vide, più a lungo del solito.

Da dove arrivano questi bambini?

Dallarea giochi di fronte casa.

Si vede che sono veri.

Lo sono.

Restava una sola settimana. Le tavole quasi tutte, lo studio preparava la presentazione finale. Alessandro lavorava tanto, spesso fermo fino a tardi; Vera vedeva la luce accesa passando davanti la sera.

Una volta rimasero soli, era tardi. Alessandro era al tavolo grande, Vera terminava lultima tavola. Silenzio, solo lo sfregare della matita e ogni tanto un suo breve sospiro.

Galina vide linizio di questo progetto? chiese Vera senza pensarci troppo.

Ci mise un attimo a rispondere.

Linizio sì. Vincemmo la gara quando già era ammalata. Era felice per me. Diceva: verrà bene, ci porterai a passeggio. Ma non ha fatto in tempo.

Per questo lei era triste? Cenava allImpero da solo, senza assaporare niente?

Lui la fissò.

Lo aveva capito?

Sveva, la cameriera, mi aveva detto che la faceva pena.

Sorrise, amaro.

Non credevo si notasse.

Chi è solo pensa che nessuno lo veda. Ma tutti notano.

Tacque.

Anche lei è sola?

Lo ero. Ora non lo so più. Ora ho un lavoro che mi piace. Conta tanto.

Sì, disse lui. Conta davvero.

Rimasero in silenzio, senza disagio.

Da quando Galina non cè più, disse lui piano, non so più perché fare tutto questo. Progetti, studio, lavoro. Abbiamo sempre lavorato tanto, dicendo: dopo ci penseremo. Ma quel dopo non cè stato.

Capisco. Anchio con mia madre dicevo, dopo.

Anche lei ha perso qualcuno?

Lanno scorso.

Accennò con la testa, senza altre domande. Il gesto di chi comprende senza bisogno di parole.

Quella sera uscirono insieme. Era già buio, laria fresca. Vera abbottonò il cappotto.

A casa a piedi? chiese Alessandro.

Prendo lautobus. Via Garibaldi è lontana.

Laccompagno alla fermata.

Camminarono in silenzio. A metà strada Alessandro disse:

Signora Vera.

Solo Vera.

Vera. Dopo la presentazione, comunque vada, voglio proporle un contratto fisso. Non solo un progetto. Abbiamo altri incarichi in arrivo, ci serve chi ha uno sguardo come il suo. Di vero artista. È una proposta seria.

Si fermò.

Non è per riconoscenza?

Se fosse per quello, le offrirei dei fiori. È per interesse professionale.

Lei rise, piano, ma davvero.

Va bene. Ci penso.

Ma non molto a lungo.

Arrivò lautobus. Salì. Lui la guardava dalla fermata, finché il bus sparì allangolo.

Il giorno della presentazione era un giovedì.

Al mattino, nello studio, cera aria tesa. Natalia verificava i calcoli. Sergio impaginava le tavole digitali. Vittorio portò il modello in scala perfetto, con alberelli di spugna verde. Alessandro andava avanti e indietro, beveva troppi caffè, parlava poco.

Vera guardava le sue tavole per lultima volta. Ventidue tavole. Tutte insieme. Il viale al mattino, la fontana a mezzogiorno, larea giochi, la sera con le lampade, il ragazzo sulla panchina, gli innamorati al fiume, la nonna con i piccioni, la pioggia sotto ai portici, i ciclisti.

È nervosa? domandò Alessandro a bassa voce.

Un po.

Andrà bene. Sono belle.

Le tavole o la commissione?

Le tavole.

Lei sorrise.

La commissione urbanistica riunita in sala grande, con tavolo lungo e finestre alte. Otto membri di varie età, quasi tutti in giacca grigia. Alessandro aprì con i disegni tecnici, preciso. Natalia aggiunse commenti strutturali. Sergio proiettò la versione digitale.

Poi Alessandro disse:

Desideriamo mostrare una serie di illustrazioni. Visioni di vita vera nel nuovo parco.

Le tavole di Vera furono mostrate una ad una, in silenzio.

Un membro anziano alle sopracciglia folte prese la tavola del viale mattutino e la fissò a lungo.

Sono disegni? Non foto?

Sono disegni. La nostra artista li ha fatti sul posto.

Sono vivi, mormorò luomo sopraccigliuto. Non a nessuno in particolare, ma Vera sentì.

Poi molte domande, tecniche, su costi e tempi. Alessandro rispondeva, Natalia aiutava. Vera era da parte, non chiamata a parlare. Ma alla fine una donna della commissione, sessantenne dai capelli raccolti e filo di perle, chiese di poter tenere la tavola con la nonna e i piccioni; Vera sorrise.

La decisione arrivò subito: progetto approvato. Con qualche aggiustamento sulle tempistiche, tutto accettato.

Alluscita, Natalia strinse la mano ad Alessandro, poi fece lo stesso con Vera. Sergio mormorò Evviva. Vittorio era rimasto in studio, ma mandò un messaggio: Bravi.

Alessandro fu lultimo ad avvicinarsi. Stavano alla finestra del corridoio, fuori la città già primaverile, alberi verdi, gente senza giubbotto.

Ecco, disse lui.

Ecco, rispose Vera.

Andiamo a vedere la riva?

Adesso?

Adesso. Voglio rivedere il posto, dopo tutto questo.

Uscirono a piedi. La città era piena di vita e odore di tigli e asfalto caldo. Alessandro camminava accanto senza fretta. Vera portava lalbum con naturalezza.

La riva li accolse con sole e vento. Il Tevere brillava, sulle panchine cerano persone, passeggiavano con il cane. Il futuro parco era ancora lo stesso: terra grigia, due alberi vecchi. Eppure qualcosa sembrava già diverso, forse la primavera, forse la consapevolezza nuova.

Si fermarono accanto allacqua. Il vento era fresco, Vera abbottonò il cappotto.

Verrà bene, disse lei.

Verrà bene, confermò Alessandro.

Tacciono. Passò una giovane mamma col passeggino parlando veloce al telefono.

Vera, disse lui.

Sì?

Guardava il fiume, non lei.

Ho vissuto tanto tempo con attorno gente, rumore, lavoro. Eppure era vuoto. Capisce?

Capisco.

Queste settimane non so spiegarlo. Ho ritrovato la voglia di venire la mattina. Non per lavorare. Solo per esserci.

Vera fissava lacqua. Il fiume scorreva, indifferente.

Ha detto che a Galina non piaceva il fiume. Troppo lento.

Sì.

A me invece è sempre piaciuto il lento.

Si voltò verso di lei, lo sguardo serio, limpido.

Sono felice che quel giorno sia uscita dalla cucina.

Anchio. Anche se in quel momento pensavo solo che stava soffocando.

Lo so. È anche per quello.

Solo dopo capì che non si riferiva solo a quella sera.

Alessandro, iniziò cauta.

Sì?

Non sono brava con certe conversazioni.

Nemmeno io.

Allora siamo pari.

Lui rise. Per la prima volta Vera lo sentì ridere davvero. Non un sorriso educato, ma una risata piena e calda.

Vera, disse dopo.

Sì?

Posso invitarla a cena? Non allImpero. Un posto normale.

AllImpero si mangia bene.

Sì, ma dopo quella sera non me la sento di guardare la direttrice negli occhi.

Vera pensò a Marina e annuì.

Vero.

Allora accetta?

Vera aprì lalbum. Trovò una pagina bianca. Guardò il fiume, gli alberi, la gente sulle panchine. Cominciò uno schizzo. Lui la osservava.

Accetto, disse, senza alzare gli occhi dal foglio.

Lui non disse nulla. Restò accanto a lei.

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