L’ospite d’inverno

Ospite dinverno

In campagna, dinverno, fa buio presto. E quando cè la neve, le tenebre arrivano ancora prima. Alle sette di sera già non si vedeva più nulla fuori dalla finestra, solo il bianco confuso della tormenta e fiocchi di neve che si attaccavano al vetro per poi scivolare giù lentamente.

Ero seduto al tavolo a correggere un manoscritto.

Il lavoro non era urgente la consegna era fissata per il due gennaio ma non sopporto rimandare. E poi, cosaltro avrei dovuto fare la notte di Capodanno, se sono da solo, il paese più vicino si trova a settanta chilometri e sono dieci anni che non possiedo nemmeno una televisione?

La casa a SantAndrea lavevo comprata ventanni fa con mia moglie. Allepoca ci sembrava una soluzione per lestate, una casa in campagna, aria buona. Poi Anna è venuta a mancare, e la città non mi è più servita. Così mi sono trasferito qui definitivamente con il portatile, i manoscritti, e la mia gatta, Fiorenza, che dormiva beata sopra il termosifone, ignara della bufera fuori.

I vicini mi hanno guardato con compassione i primi due anni, poi hanno smesso. Si sono abituati. Marco Bellini il revisore, quello che vive nella casa con le persiane azzurre, quello che esce per la posta o per andare al negozio ogni tre giorni. Non disturba nessuno, non aspetta nessuno. Un buon vicino.

Sul tavolo cera la bozza stampata. In cima il nome dellautore: E. Marino. Ci ho lavorato sopra otto mesi. Otto mesi di correzioni, discussioni via casa editrice, risposte con una nota accettato o non accettato, e di nuovo giù a lavorare sul testo. Lautore non lo conoscevo. Solo il cognome, solo liniziale, solo il manoscritto: trecentottanta pagine su un uomo che cammina troppo a lungo in una direzione sbagliata, e alla fine lo capisce.

Un romanzo eccellente.

Ne ho revisionati tanti, e il valore lo avverto. Questo era vero. Aveva una voce viva non costruita, non imparata. O si ha, o non si ha, e non la si può insegnare a nessuno. Penso che lautore lo sapesse, e ne avesse persino paura.

Il telefono squillò alle sette e mezza.

Marco, allora, ma quando lo consegni? era Patrizia dalla redazione. Aveva la voce un po colpevole chiamava la notte di San Silvestro, lo sapeva.

Il due.

Ma dai, lasci perdere… anche dopo lEpifania va bene. Sono giorni di festa…

Il due, ho ripetuto deciso.

Sapeva che era inutile insistere.

Ma sei da solo lì? Di nuovo?

Con Fiorenza.

Marco

Patrizia

Lei rise e si congedò. Io tornai al manoscritto, trovai la pagina questione e fissai ancora una volta il paragrafo che da tre giorni non mi dava pace.

Pagina centodiciassette. Terzo paragrafo dallalto. Cera una frase che sentivo fuori luogo, ma non capivo il perché. Non si trattava delle parole, né del senso era il ritmo. La frase era troppo lunga, e pesava sul testo. Ci avevo provato cinque volte a modificarla, e per cinque volte lavevo cancellata.

La sesta andò meglio.

Annotai, rilessi, rimasi soddisfatto e chiusi il portatile. Mancavano ancora due ore allo scricchiolio.

Sentii bussare verso le nove e mezza.

Non alla finestra alla porta.

In un primo momento pensai al vento. Però il vento non bussa: pressa, sibila, ma non picchia così tre colpi e altri due dopo.

Fiorenza aprì un occhio e lo richiuse subito.

Mi alzai. Andai alla finestra, spostai la tenda e guardai il portichetto. Cera qualcuno. Solo, nessuna macchina solo neve tuttintorno, lui al centro di tutto quel bianco, in cappotto logoro che non teneva più il freddo. La lampada sul cancello oscillava, ma si vedeva bene: non sembrava una minaccia, solo qualcuno infreddolito che non aveva altro posto dove stare.

In campagna non si chiude la porta in faccia a nessuno. Soprattutto con la bufera.

Presi la giacca e andai ad aprire.

Buonasera, disse subito. Voce rauca, un po affaticata. Scusi lora, il cellulare mi si è scaricato, la macchina mi è finita fuori strada, ho visto la luce.

Lo guardai. Alto, quasi toccava larchitrave. Il cappotto a quadri, fradicio. In una mano portava gli occhiali, nellaltra niente: né borsa né zaino. Le lenti appannate, le stringeva per quello.

Entri, gli dissi.

Entrò senza fretta, con garbo, come chi sa bene di essere ospite inatteso e desidera dar meno fastidio possibile.

La macchina è lontana? chiesi, mentre si sfilava la sciarpa.

Duecento metri sulla strada. Ho sbagliato il solco, sono rimasto bloccato. Sospirò. Il caricabatterie lho lasciato a casa, il navigatore mi ha prosciugato tutto.

Capisco.

Mentre lui si toglieva il cappotto nellingresso, misi lacqua per il tè. Quando tornai vidi che aveva ancora gli occhiali in mano non si erano asciugati. Li infilandoli solo quando riuscì a scaldarli ben bene con il palmo.

Appendili lì. Dissi, indicando il gancio a lato dello specchio.

Grazie. Appese il cappotto e finalmente si rimise gli occhiali. Eugenio.

Marco. Feci un cenno verso la cucina. Si accomodi.

In campagna tutti conoscono tutti. Il paese più vicino è San Damiano, sei chilometri di campo più in là. Qualche casa abitata, villeggianti destate, dinverno quasi solo silenzio. I nostri paesi sono separati da un filare di pioppi vecchi e da una strada malandata.

Lei viene da San Damiano? domandai, mentre si sedeva.

Sì. Ho acquistato una casa in autunno, sono venuto qui per la prima volta con la neve. Sorrise amaramente. Non avevo pensato che dinverno qui cambia tutto.

Non ha controllato le previsioni?

Sì Dicevano deboli nevicate.

Deboli in pianura e in campagna sono cose diverse.

Ora lo so.

Gli portai la tazza. Ben calda, tè scuro, nessuna domanda. Lui lafferrò a due mani e stette lì alcuni secondi, in silenzio.

La macchina non è un problema, disse. Verranno a recuperarla domani. Devo solo poter chiamare.

Le do il caricatore. Indicai la presa accanto al frigo. Cè il cavo.

Si alzò, collegò il telefono e si rimise seduto, riscaldandosi di nuovo la tazza tra le mani.

Vive qui da molto? domandò.

Da cinque anni, stabilmente. Prima soltanto durante lestate.

Non le manca la città?

Assolutamente no.

Non chiese altro, e apprezzai.

Aveva un telefonino vecchio di quelli che non fanno più da anni. Piccolo, i bordi consumati. Per passare dallo zero al cinque per cento serviva quasi unora lo sapevo dal mio identico.

Quindi non se ne sarebbe andato a breve.

Presi la mia tazza.

Ha fame? chiesi.

Ho mangiato stamattina.

Stamattina?

Credevo di partire e tornare in poche ore…

In frigo avevo la minestra avanzata dal giorno prima, di orzo e verdure. La scaldai. Lui non protestò, non disse non cè bisogno né non si disturbi rimase seduto e aspettò. Anche questo era giusto.

Mentre la zuppa si scaldava, tacemmo. Non era imbarazzo era solo silenzio condiviso. La tormenta continuava la sua nota lunga fuori, Fiorenza russava dolcemente sul termosifone, la luce in cucina calda e gentile. Pensai che era curioso un estraneo nella tua cucina e silenzio, e non dà fastidio. Di solito invece dà fastidio.

Dopo mezzora rimisi a bollire lacqua, per altro tè.

La bufera non si fermava. Mangiammo la minestra parlandoci pochissimo, ma non per mancanza di argomenti: non cera fretta di dire nulla.

È molto tranquillo qui, osservò.

Sempre. Tranne quando soffia il vento.

No, intendo dentro la casa. Accennò alla stanza. Niente radio, niente tv.

Ho una radio piccola, sul davanzale. La accendo ogni tanto.

Capisco. Si fece pensieroso. A Milano non posso lavorare senza cuffie. Sento tutto, le pareti sottili, gente che parla. Mi disturba.

Lavorare scrivendo?

Esatto.

Cosa scrive?

Prosa. Negli ultimi due anni un solo romanzo. Molto tempo.

Capita.

Lho consegnato in autunno. Ora non so che fare.

Quella sensazione la conoscevo bene. Non mia ma daltri. In otto anni ne avevo visti tanti di autori: quando finisci un romanzo, resta il vuoto e non sai cosa farci. Alcuni iniziano subito un altro, altri vagano smarriti per qualche settimana, altri semplicemente se ne vanno. Ognuno a modo suo.

Passa, gli dissi.

Lo so. Ma per ora ancora no.

Fiorenza scese dal termosifone, gli annusò la mano e se ne andò. Eugenio la seguì con lo sguardo.

È un segno buono? chiese.

Mediocre. Se restava, buono davvero.

Mi impegnerò, rispose con aria seria.

Sorrisi.

Posso chiedere? proseguì poco dopo.

Prego.

Perché proprio il due?

Non capii subito.

La scadenza, spiegò lui. Al telefono ha detto il due. Ma oggi è il trentuno. Sta lavorando il testo a Capodanno, anche se ha ancora due giorni. Perché adesso?

Domanda precisa. Troppo per uno appena fuggito dalla tormenta, con più pensieri per lauto che per altro.

Abitudine, risposi.

Quale?

Non rimandare mai quello che è quasi finito.

Mi guardò. Non mi credette non perché pensasse che mentissi, solo intuì che non era tutta la storia.

E poi… non avrebbe senso aspettare qui. Non festeggio il Capodanno. Meglio lavorare che contare i minuti.

Giusto, disse lui. Non compatì: solo raccolse linformazione.

E anche questo mi piacque.

Restammo in silenzio. Fuori il vento sbatteva le imposte della casa dei vicini erano andati via a novembre, non sarebbero tornati prima di primavera. Di solito ci facevo poco caso, ma quella sera sembrava più forte.

Quando sono arrivato, stava lavorando, disse Eugenio. Non era davvero una domanda, più una constatazione.

Sì.

Di cosa si occupa?

Revisore. Letteratura contemporanea.

Interessante.

Quasi sempre.

Mi fissò più a lungo del solito.

Le piace lavorare con testi altrui? Non pesa?

Ci pensai.

Quando il testo è brutto, pesa. Se è buono allora è il contrario. Ti viene voglia di farlo migliore. È come restaurare: la struttura cè, tu pulisci soltanto ciò che è superfluo.

Lui annuì piano. Un cenno fra sé, non per me ma per pensieri suoi.

E lei si offenderebbe? chiesi.

Offendermi? E per cosa?

Se le tagliassi qualcosa. Dalla sua opera.

Ah, disse lui. No. Solo se togliessero qualcosa di importante.

Come riconoscere limportante?

Se dopo il taglio qualcosa fa male, era importante. Se non fa male, poteva anche uscire.

Lo guardai. Era una bella formula. Di quelle che uno scrittore può pensare soltanto vivendo esperienza di editoria.

Ha avuto revisioni brutte in passato?

Varie. Rifletté. Uneditor mi tolse talmente tanto dal primo libro che non era più il mio. Era una storia di un vecchio e il mare, ne uscì una di un manager in ufficio. Esagero, ma il senso è quello.

E accettò?

Avevo ventinove anni. Pensavo che loro sapessero meglio.

E dopo?

Ho capito che più esperto non significa ragione. Non sempre, almeno.

Annuii. Era la verità. Un revisore può conoscere meglio il mestiere ma non sentire la voce autentica. Il secondo è più importante.

***

Fuori era scesa la notte vera le luci ormai ingoiate dalla bufera, nemmeno il faro del cancello rischiarava più.

Eugenio si servì un altro tè. Fiorenza scivolò nuovamente davanti a lui, senza fermarsi. Notai che non cercò di richiamarla: giusto, non ama essere chiamata.

Posso? fece un cenno verso la libreria sotto la finestra.

Ma certo.

Si alzò, studiò i libri. Tre ripiani: gialli separati, narrativa altrove, il resto sparso. Lesse i dorsi degli spessi volumi. Poi tornò al tavolo.

Tanti gialli, commentò.

Per rilassarmi. Lì tutto si risolve.

E nella vita?

Meno spesso.

Prese la tazza.

Mi parli del romanzo, disse.

Non afferrai subito a cosa si riferisse.

Quello che sta revisionando.

Perché le interessa?

Curiosità. Alzò le spalle. Diceva che un buon testo è come restaurare. Voglio capire come la vede.

Era una conversazione strana. Non spiacevole solo insolita. Uno sconosciuto seduto alla tua tavola in cucina, che scalda le mani su una tazza, curioso solo del tuo mestiere. Non ricordavo da quanto nessuno mi chiedesse davvero, per voglia e non per cortesia, cosa pensassi del lavoro.

Parla di una persona, cominciai. Per tanto tempo pensava di agire giusto. Poi capisce che aveva solo paura a vivere diversamente. È una storia sulla differenza fra scelta e abitudine.

E il finale?

Se ne va. Non scappa dagli altri, ma da sé stesso di prima. E secondo me è il miglior finale possibile.

Eugenio rifletté.

Le piace quel finale?

Sì. Lautore allinizio voleva altro.

Cosa?

Il ritorno. Il protagonista che torna dove aveva lasciato.

E lei lo ha convinto?

Ho fatto un appunto. Lautore ha deciso solo. Appoggiai la tazza. È giusto così. Propongo, il testo resta suo.

Abbassò lo sguardo. Un silenzio pieno, pensieroso non solo cortesia.

Perché crede che il distacco sia un buon finale? domandò.

Perché tornare risponde alla domanda dove. Andare via risponde a chi.

Mi fissò.

Sono sue parole o dal testo?

Mie. Annotate proprio in margine.

Si fece silenzioso di nuovo. Non lo incalzai.

Revisione da quanti anni?

Otto.

E pensa sempre così dei finali?

No. Solo se la storia è sincera. Le storie false possono finire come vuoi, tanto non convincono. Quelle vere ti portano inevitabilmente verso un solo esito, e tocca alleditor non rovinarlo.

Eugenio osservò la neve, a lungo, come a pesare qualcosa davanti a sé.

Non deve essere facile, disse.

Cosa esattamente?

Leggere per davvero un altro. Leggere per lui, non per te.

Riflettei.

A volte. Soprattutto se lautore resiste. Se non capisce cosa sta facendo. Ma questo no. Questo ascoltava.

Quello di ora?

Sì.

In cosa ascoltava?

Alzai la tazza e pensai a cosa dire. Non alla trama quella già lavevo detta. Ma a ciò che più mi aveva colpito del testo.

Cè una frase, dissi. Lho cambiata, lautore accettò. Ma ancora oggi mi chiedo se fu la scelta giusta.

Qual era loriginale?

Era sulla bufera. Lui scrisse una frase lunga, appesantiva il ritmo. Io la tagliai. Era più precisa, ma qualcosa si perse.

Cosa?

Proprio non so. Qualcosa di vivo, che non si spiega a parole.

Me la legga come lha sistemata.

Lo guardai. Richiesta strana, ma sensata.

La tormenta non sceglie. Rimane quando tutto il resto sparisce.

Eugenio cadde nel silenzio.

Non uno o due secondi rimase così a lungo, e sentii che qualcosa era cambiato. Non nella stanza in lui. Fissava il tavolo, e dalle mani ferme sulla tazza capii che stava riconoscendo quella frase, non solo pensando.

È successo qualcosa? chiesi.

No. Pausa. Io la scrissi diversa. La tormenta non ha meta, solo la certezza che resta soltanto ciò che non ha paura del freddo.

Appoggiai la tazza.

Lentamente. Bisognava muoversi con delicatezza, mentre dentro tutto si chiariva.

Queste parole erano nel manoscritto. Proprio nel manoscritto che avevo sul tavolo in sala, pagina 117, terzo paragrafo. Lavevo lavorata tre giorni prima di sostituirla. Nessuno tranne me o la redazione aveva letto la versione cambiata. Loriginale solo lautore e io.

Non era mai stato pubblicato. Nessuna citazione in giro.

Lei è E. Marino, dissi.

Non era una domanda.

Mi guardò.

Eugenio Marino, disse. Sì.

Non sapevo cosa rispondere. Era strano e del tutto naturale allo stesso tempo; da subito avevo sentito qualcosa di familiare, senza capire cosa. Due ore al tavolo a discutere di finali e vuoti, e per otto mesi avevo corretto le sue pagine mentre lui scriveva, eppure non ci eravamo davvero mai conosciuti.

Ho lavorato sul suo romanzo per otto mesi, dissi piano.

Lo so. Dalla redazione mi chiamavano M. Bellini come revisore. Una pausa. Non sapevo il suo nome. Solo liniziale.

M. Bellini.

Marco Bellini. Io.

Ci conoscevamo. Attraverso le note, i suggerimenti, i accettato e non accettato a margine. Lui aveva accolto il mio finale, rifiutato la correzione al quarto capitolo. Io avevo insistito sulla seconda parte lui aveva ceduto una settimana dopo. Abbiamo litigato sulle decisioni chiave, ma mai ci eravamo visti di persona.

Improvvisamente mi accorsi che lo conoscevo. Non il suo volto, ma la sua voce nel testo. Sapevo che scriveva frasi lunghe nei momenti di tensione, brevi quando era sicuro. Che gli serviva tempo per accettare le modifiche non per ostinazione, ma per riflessione. Che non aveva paura di dire non accettato senza sentirsi in dovere di spiegare.

E lui non sapeva nulla di me, se non una lettera.

Era un po ingiusto.

Poi era arrivato con la tormenta e aveva bussato alla porta.

***

Perché non ha detto subito chi era? chiesi.

Cosa? Sembrò sorpreso. Non sapevo che lei fosse il mio editor. Ho solo detto che scrivo.

E io che revisiono.

Esatto. Annui. Nessuno dei due ha spiegato troppo.

Aveva ragione. Non avevo detto di quale editore, lui nulla del suo romanzo in manoscritti da Malinari. Siamo entrambi tipi da poche parole. Ed eccoci qui.

Quella frase che ha scritto dissi lho cambiata solo perché troppo lunga. Non teneva il ritmo.

Lo so. Lho accettato.

Ma la sua era più sincera.

Mi guardò.

È convinto?

Sì. La mia è più precisa, la sua più vera. A volte, la sincerità conta più della precisione.

Rimase in silenzio.

Posso ripristinare loriginale? domandò.

Ormai il file è in redazione. Ma se chiede, mi ricontatto e la rimettiamo.

No. Scosse il capo. Tenga la sua versione. Ha ragione: serve ritmo.

Non replicai. Ma era fondamentale che chiedesse.

Il telefono segnò quindici per cento. Ora avrebbe potuto chiamare un carro attrezzi. Ma Eugenio restò.

Ha letto tutto il romanzo? domandò.

Tre volte. Un editor legge sempre tre volte: la prima per intendere, la seconda per percepire, la terza per lavorare.

E che ha colto?

Appoggiai la tazza, lo guardai.

Che chi ha scritto ha compreso qualcosa di importante, alla fine. E ci è arrivato piano.

Abbassò lo sguardo.

È vero, sussurrò.

Il romanzo è ottimo, aggiunsi. Lo dico di rado ad alta voce. È autentico.

Non rispose, solo annuì, ed era evidente quanto contasse per lui. Solo che non sapeva esprimersi a parole, magari non laveva mai fatto.

Tacemmo ancora, ma era un silenzio diverso, fitto di significato, carico dintesa.

È sempre stato solo fin dallinizio? chiese.

Capivo a cosa alludeva. Non stanotte in generale.

No. Mia moglie è morta cinque anni fa.

Mi dispiace.

Non serve, scossi la testa. Non è più dolore, è solo diverso.

Non fu tra quelli che dicono capisco quando non è vero. Tacque, e domandò altro:

Perché SantAndrea?

Qui è silenzioso. Qui stavamo insieme, qui cè ancora un po di lei.

Eugenio annuì, lentamente.

E lei, perché San Damiano?

Ho divorziato due anni fa. Lappartamento a Milano, vuoto. Si fermò. Così ho preso casa qui. Perché la solitudine in campagna è più gestibile.

Risi, sorpresa di trovarlo vero aveva espresso proprio quello che non riuscivo mai a spiegare a chi mi chiedeva cosa ci facessi solo in campagna.

Proprio così, dissi.

Lo capisce?

Benissimo.

E abbozzò un sorriso, riservato, ma meno criptico.

Nel quarto capitolo ha tagliato il monologo, ricordò.

Sì.

Perché?

Il lettore già sapeva quel che il protagonista diceva. Era superfluo.

Mi dispiaceva.

Laveva scritto nelle note.

E lei mi ha risposto: Capisco, ma no.

Perché capivo, ma restava no. Lo guardai. Piangere per una parte tagliata è normale. Ma non basta.

Tacque brevemente.

Aveva ragione, disse. Si sta meglio senza.

Lo capiscono sempre dopo.

Non la irrita?

Cosa?

Che arrivino a ringraziare sempre alla fine, mai subito.

Ci pensai.

No. Limportante è che il testo divenga buono. Quando è pronto, mi basta dire a me stesso accettato e sono soddisfatto.

Mi fissò, a lungo. Non come chi guarda uno sconosciuto, ma qualcuno che ha già imparato qualcosa di te.

Pensavo che i revisori fossero impersonali, disse.

Dovrebbero esserlo. Il testo non è nostro.

Ma lei impersonale non è.

Ed è un difetto, sorrisi.

No, disse lui. No.

***

Venticinque alle dodici.

Il nuovo anno tra quindici minuti, disse Eugenio.

Lo so.

Fuori, la tormenta aveva rallentato, giusto neve sul vetro, niente vento. La lampada sul cancello era ferma. Nevica ancora, ma con pigrizia, quasi anche la bufera volesse rientrare a casa.

Ha qualcosa oltre al tè? propose.

Ho del vino. Aperto da Natale.

Va bene così?

Perché no. Bianco.

Ottimo.

Presi la bottiglia dal frigo. Due bicchieri normali, niente calici: non ne ho. Versai poco per ciascuno.

Un brindisi? chiese lui.

Al nuovo anno, proposi.

Vale per troppo.

Allora alla sincerità. A volte serve più della precisione.

Mi guardò dritto per la prima volta. Contraccambiai lo sguardo la prima volta in tutta la sera che non abbassai gli occhi, seppur per poco.

Daccordo, disse.

Dal vecchio transistor sentii i rintocchi era lì dal primo anno, da quando Anna laveva sistemato sotto la finestra destate. Non lavevo mai messo via, solo sostituito le pile. Mezzanotte lo sentivo sempre biascicare unaltra festa tra le case degli altri, ed era una consuetudine.

Ma stavolta era diverso.

Toccammo i bicchieri. Bevvi in silenzio. Fiorenza si stirò, sbadigliò silenziosa e si acquietò di nuovo. Fuori la neve ormai cadeva lenta, in fiocchi larghi, nessun vento.

Il telefono raggiunse il trenta per cento.

Eugenio lo guardò. Poi guardò fuori. Infine me.

Non verrà nessuno a recuperare la macchina stanotte, disse piano.

No. Fino a domattina niente.

Qui cè un posto dove dormire?

Annuii.

Il divano nello studio. Cè il manoscritto, ma lo sposto.

Non lo tolga, si affrettò. Non mi darà fastidio.

Non mi darà fastidio. Non staro zitto, né non disturberò: proprio non ostacolerò. Come se sapesse che il mio spazio era prezioso, e non volesse occuparlo.

Va bene, risposi.

Mi alzai per mettere ancora lacqua. Un gesto più per fare qualcosa che per vera voglia di tè.

Marco, disse lui.

Mi voltai.

Sono contento che la macchina sia finita nel fosso.

Lo guardai. Era lì al tavolo, la tazza stretta tra le mani, e diceva davvero quel che pensava senza sorrisi, senza infiorettature, diretto.

Io non tanto, ammisi sinceramente.

Lo so. Annui. È normale.

Il bollitore fischiò.

Versai lacqua nelle due tazze: la mia e la sua. Gliela porsi. Ringraziò, la prese.

Fuori, la neve cadeva lenta. La bufera era finita.

Ma lui non se ne andò.

E io non chiesi quando.

Il manoscritto era nella stanza accanto pagina 117, terzo paragrafo. Con la sua frase, riscritta da me. E, nella sua testa, ancora quella originale. Entrambe parlavano della stessa cosa: di ciò che resta, quando tutto il resto se ne va.

Forse questa è la verità.

Rimasi seduto a tavola, tazza calda fra le mani, lui di fronte. E fuori, niente più tormenta solo neve lenta e il nuovo anno che, in silenzio, era già iniziato.

Alla fine, ho capito che la sincerità, a volte, vale più della precisione.

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