Ultimo desiderio
«No, non tornerò più a casa…», sospiravo pesantemente, piegato dal dolore. «E non rivedrò più Lucia. Volevo chiederle di sposarmi, ma non ho fatto in tempo… Perché mi sta succedendo tutto questo?»
«Non si angustiare così», mi sorrise linfermiera, notando come fossi impallidito mentre lambulanza mi consegnava al pronto soccorso. «Andrà tutto bene.»
«Ne dubito…», risposi con voce rauca.
Poi, in silenzio e con il terrore negli occhi, osservavo mentre mi preparavano alloperazione.
*****
Non ho mai avuto simpatia per gli ospedali.
Fin da bambino, li evitavo come la peste. Lì mi facevano sempre soffrire, e nessuno pensava mai a scusarsi per quelle sofferenze dellanima.
«Ma che piangi a fare, Giovanni?», mi diceva la caposala mentre mi prendeva il sangue dal dito, cercando di rassicurarmi. «Sei grande ormai, tra poco andrai a scuola… E piangi come una bambina! Non ti vergogni?»
In lacrime, cercavo di svincolarmi, rimanendo imprigionato sul lettino, perché scappare dallambulatorio era impossibile. No, non mi vergognavo affatto. Mi sentivo solo ferito e umiliato.
Quando tornavo a casa dalla pediatra con mia madre, giuravo solennemente che mai più sarei messo piede in un ospedale.
«Meglio morire che tornare lì dentro!», dichiarai una volta.
«Giovanni, non devi dirlo!», cercava comunque di tranquillizzarmi mia madre. «I medici lavorano apposta per aiutare le persone a stare bene, per farle vivere il più a lungo possibile. Sono bravi, non devi aver paura.»
«Bravi certo…», sbuffai, guardando il dito che pareva aver perso mezza vita. «Curassero se stessi e mi lasciassero in pace!»
Non serve raccontare di come urlai quando, di forza, mi portarono dal dentista per togliere un dente. Gridai così tanto che mi sentirono anche giù per strada, attraverso la finestra chiusa.
Insomma, ricordi poco piacevoli.
Non cera dunque nulla di sorprendente che crescendo evitassi ospedali, dottori e tutto ciò che era medicina.
Ma a volte il destino decide per te. Un giorno mi toccò finire in ospedale con lappendicite.
Il dolore era talmente forte che Lucia, la mia compagna con cui dovevo uscire a cena, non ebbe altra scelta che chiamare il 118.
«Non serve, passerà…», la supplicai.
«Ma sei matto? Ti vedo che stai malissimo! Sembra proprio appendicite. Lho avuta anchio, proprio così.»
E così, contro la mia volontà, mi ritrovai ricoverato allOspedale Civico di Firenze.
Vi lascio immaginare il panico.
Pensare ai chirurghi che armeggiano con il mio mondo interiore mi creava depressione. Quando vidi due portantini sfilare davanti a me spingendo una barella coperta da un lenzuolo, fui pervaso da uno sconforto totale.
«È finita…», sospirai tra me e me, piegato dal dolore. «Non vedrò mai più Lucia, volevo chiederle di sposarmi, e non ci sono riuscito… Perché mi capita tutto questo?»
«Non si preoccupi», sorrise ancora una volta linfermiera, accorgendosi di quanto fossi diventato pallido. «Va tutto bene.»
«Ne dubito…»
«Non dica così. È unoperazione semplice e siete arrivato in tempo. Se aveste atteso ancora, ci sarebbero potute essere complicazioni.»
Loperazione andò effettivamente per il verso giusto. Nessuna delle disgrazie che tanto temevo si verificò. Nemmeno dolore ho sentito. Per la prima volta, unesperienza positiva in ospedale. Inaspettato…
Mi addormentarono direttamente in sala operatoria, e al mio risveglio era tutto finito. La sera stessa, mi spostarono in una stanza normale.
Dormii per ore senza interruzioni, svegliandomi solo per cambiare la flebo, per poi sprofondare di nuovo in un sonno profondo.
La mattina dopo…
…mi accorsi che nella stanza cera un uomo anziano che non conoscevo.
«Ci mancava solo questa», pensai, contrariato. «Ora si attacca a parlare della sua vita…»
In quel momento non avevo voglia di conversare con nessuno. Cercavo solo silenzio, tranquillità e che nessuno mi desse fastidio.
Nemmeno a Lucia scrissi subito. Solo un messaggio: sto meglio, non preoccuparti, e via il telefono sotto il cuscino.
E pensavo a quanto fosse stato sfortunato il momento del mio ricovero.
Con Lucia convivevo da oltre un anno, e proprio la sera precedente volevo farle la proposta di matrimonio. Avevo prenotato un tavolo in un ristorante elegante, organizzato con il musicista perché suonasse il suo brano preferito. Il cameriere avrebbe dovuto portarle il piatto con lanello.
Tutto doveva esser perfetto.
Ma il destino volle diversamente. Invece di parlare di nozze con la mia ragazza, ero in un letto dospedale con uno sconosciuto.
Con mia sorpresa, però, il vecchietto non mi tormentava di chiacchiere.
Solo un saluto. Poi, per tutto il giorno, tentava di chiamare qualcuno. Quando pure la batteria del telefono morì, dai suoi occhi scivolarono lacrime silenziose. A vederlo così, provai una certa vergogna per i giudizi affrettati che mi ero fatto.
Dopo qualche minuto, mi sedetti sul bordo del letto. «Tutto bene, signore?», chiesi.
«Non riesco a chiamare mio figlio…», rispose tristemente.
«Luca non sa che è in ospedale?!»
«Certo che lo sa», ribatté. «Linfermiera lo ha avvisato quando sono stato ricoverato. Ma non vuole parlarmi. Litigammo sei mesi fa, poco prima del mio compleanno. Voleva portarmi in una casa di riposo, per vendere la casa. Io, invece, non volevo, non per la casa…»
Luomo mi raccontò di aver avuto un infarto pochi giorni prima.
«Lintervento è tra due giorni…», sospirò. «E io temo di non farcela nemmeno fino al tavolo operatorio.»
«Coraggio!», cercai di confortarlo. «I medici ci sono per aiutarci, vedrà che andrà tutto bene. Ieri mi han tolto lappendicite, eccomi qui!»
Lui sorrise, lasciando perdere la differenza tra cuore e appendice.
«È che mi è rimasta solo la mia cagnolina, fuori. Avrei voluto chiedere a Luca che se non torno, si occupasse di Briciola o trovasse qualcuno che la adotti. I vicini hanno già altri animali. Il figlio potrebbe prendersene cura, daltronde è lui che erediterà la casa. Ma non risponde alle chiamate. E anche quando linfermiera lo ha chiamato, lui niente. Un figlio così…»
«Capisco…»
«Mi preoccupo per Briciola. Che farà senza di me? Chi le darà da mangiare?»
Pensai che fosse davvero strano. Con unoperazione imminente, il suo pensiero principale era la sua cagnolina.
Ma quando mi raccontò di come si erano incontrati, cambiai idea. Capivo che quella cagna era tutto per lui.
«Lho trovata proprio il giorno del mio compleanno, sei mesi fa. Luca non mi ha fatto neanche gli auguri, nessun altro parente, mia moglie… pace allanima sua, è morta cinque anni fa. Proprio la notte prima di quel compleanno, lho sognata con un cane al guinzaglio, sorrideva e mi salutava. Poi, uscendo di casa, ho visto una cagnolina legata al cancello sotto la pioggia. Ho aspettato che qualcuno la recuperasse, ma nessuno è tornato. Nessuno la voleva.»
«E allora lha portata a casa?»
«Certo! Non potevo lasciarla così. Anche se sembra una follia, penso sia stato un regalo di mia moglie dal cielo. Sapeva che ero solo… mi ha mandato unamica.»
«Tutto può essere nella vita», risposi, sebbene non ci credessi, solo per sostenerlo.
«Briciola è più di un amico, più di un cane. Lei è diventata la mia ragione di vivere in vecchiaia.»
Quella sera riflettei a lungo su questo, su Luca che ignorava le chiamate del padre, incapace di prendersi cura del cane.
Poi mi addormentai e sognai una piccola meticcia dal musetto triste, proprio come aveva descritto. La seguivo per strada senza sapere il perché.
Mi svegliai di soprassalto. Il vecchio ansimava, boccheggiando e premendosi il petto.
«Vuole che chiami il medico?!» Saltai in piedi, preoccupato.
«No, lascia stare… prima… chiama mio figlio, Luca. Ho scritto il suo numero su quel foglio, lì sul comodino. Digli di venire, se riesce. Se non viene, almeno che si occupi di Briciola. Così morirò tranquillo, sapendo che starà bene e non sarà abbandonata.»
Mi trovai a pensare se fosse meglio chiamare subito il medico o esaudire il suo desiderio. Le mani mi tremavano mentre chiamavo Luca.
«Pronto? Luca? Sono il compagno di stanza di suo padre…»
Solo allora realizzai che non sapevo il nome del vecchio. Non ci eravamo nemmeno presentati.
«Mi chiamo Vincenzo Bartoli…», mormorò lui.
«…di Vincenzo Bartoli», continuai. «Sta male, chiede di lei, vorrebbe vederla.»
«Sta morendo? E qual è lospedale? Il Civico, vero?»
«Sì», confermai, «Terzo piano, stanza 314.»
Che emozione! Dettai anche lindirizzo, lasciai il telefono e corsi dalla caposala. Per fortuna, non dovetti rincorrerla a lungo. Balbettai la situazione e tornai dal vecchio.
«Come si sente, Vincenzo? Linfermiera chiama subito il medico. Tenga duro! Suo figlio ha detto che viene. Vincenzo, mi sente? Mi ascolta? Non chiuda gli occhi…»
Il cuore di Vincenzo si fermò prima che il medico riuscisse ad arrivare.
Il dottore gli tastò il polso, la carotide, guardò le pupille, poi uscì senza dire altro. Dopo una ventina di minuti arrivarono i portantini, quegli stessi che avevo visto durante la mia prima notte.
*****
«Suo padre è morto letteralmente tra le mie braccia», dissi a Luca il giorno seguente.
«Meglio così», mi rispose freddamente. «Almeno non ha sofferto e non ha dato fastidio a nessuno. Sa quantè dura avere un genitore vecchio e malato? Io ho famiglia, lavoro… meno male che è andata così.»
«Vincenzo ci teneva molto che si prendesse cura di Briciola», aggiunsi.
«La cagna? Ah già, quella che aveva trovato per strada… Ma chi la vuole? Per colpa sua non è andato in casa di riposo… Ero certo li sarebbe stato meglio. Almeno lì lo avrebbero controllato. Non mi ha mai ascoltato.»
«Era il suo ultimo desiderio», risposi fissandolo negli occhi. «Non è così difficile, soprattutto ora che la casa è tutta sua.»
Luca mi lanciò uno sguardo freddo, non rispose. Prese il cellulare vecchio del padre e il foglio con il suo numero, e se ne andò sbattendo la porta.
Mi distesi sul letto, pensieroso. Mi dispiaceva davvero per Vincenzo. Aveva settantasette anni, poteva viverne altri, magari fino a novanta. Ma il destino aveva deciso diversamente.
Il destino è proprio strano. E ora quella cagnolina era sola, senza padrone. Chissà che ne sarebbe stato di lei.
«Dubito che Luca esaudirà davvero lultima richiesta del padre. Venderà la casa e Briciola… resterà per strada. Se proprio andrà bene, qualcuno la sfamerà, altrimenti…»
Quella notte sognai Vincenzo che vagava per le strade della città chiamando la sua Briciola, invano, in lacrime. Pure io piangevo guardando, anche se non ricordavo nemmeno più da quanto tempo le lacrime non mi scendevano dagli occhi, da quando promisi a me stesso di non piangere più come un bambino.
I sogni continuarono anche dopo il mio rientro a casa, tanto che Lucia si accorse del mio turbamento.
«Giovanni, va tutto bene?», mi chiese.
«Sì, sto solo pensando.»
«A cosa?»
«Cera questo signore in ospedale con me… Insomma, era un anziano, Vincenzo. Lo hanno ricoverato per un infarto, dovevano operarlo, ma non hanno fatto in tempo. Gli è rimasta solo una cagnolina. Di parenti aveva solo il figlio, con cui però non parlava più. Vincenzo lo ha cercato continuamente, ma lui non rispondeva mai. Quando è venuto, ormai era troppo tardi. Ho cercato di dirgli della cagna, ma si vedeva che non gli importava. Era più interessato alla casa che a tutto il resto. Era già lì a sentire lagenzia per venderla. Mi dispiace solo per la cagnolina. Chissà dovè… Mi dispiace davvero.»
«Andiamo a vedere?», propose Lucia. «Se è ancora fuori casa, la adottiamo noi.»
«Sul serio? Non ti dispiace?»
«Ma no, anzi. Sarebbe bellissimo avere un cane. Se la perdiamo, chi si occuperà di lei? Meglio noi!»
«Hai ragione», sorrisi e la abbracciai. «Ma come facciamo? Non so lindirizzo.»
«Lo recupero io in ospedale», replicò lei. «Magari passando per il supermercato… Un bel caffè e una scatola di cioccolatini fanno miracoli.»
E infatti, bastò poco a convincere la ragazza della reception a svelarci lindirizzo, grazie al potere della cioccolata e a qualche parola gentile.
Quaranta minuti dopo eravamo davanti alla vecchia casa di Vincenzo. Nessuno labitava più.
Passammo accanto alla recinzione di legno. Nessun cane in vista. Una vicina ci raggiunse:
«Cercate qualcuno? Non abita più nessuno lì.»
«Lo so», dissi. «Ero compagno di stanza di Vincenzo. È morto tra le mie braccia.»
«Poveruomo… Un bravuomo, davvero! Oggi certe persone non ne fanno più di così. E il figlio… neanche un funerale decente ha fatto, pensa solo a vendere la casa. Ora ci sta facendo i lavori, ma ormai se nè già andato…»
«Sapete che fine ha fatto la cagnolina?»
«Briciola? Certo che lho vista, finché non la portarono via. È sempre rimasta davanti al cancello, aspettando Vincenzo. Ho sentito che il figlio la portata via, ma dove non si sa. Non la voleva. Non ama gli animali. Anzi, mi ha detto che forse aveva trovato qualcuno a cui darla, ma mica ci credo tanto… »
«Capisco… Ha una foto?»
La signora estrasse il telefono e ci mostrò una piccola corgi dal viso dolcissimo.
«Che meraviglia», disse Lucia. «Ma che peccato…»
Chiedemmo ancora qualche informazione in giro e, senza successo, ci incamminammo via. Luca aveva già bloccato il mio numero: non riuscivo più a chiamarlo e nemmeno i messaggi arrivavano.
«Speriamo solo che vada tutto bene per Briciola», disse Lucia, stringendomi la mano.
La sorte decise di intervenire di nuovo. Cera traffico e decidemmo di passare dalla tangenziale. A qualche chilometro da lì, Lucia rallentò e indicò il bordo della strada: una cagnolina, uguale alla foto.
«Giovanni, non sarà mica Briciola?»
«Sembra proprio lei… Avviciniamoci.»
Ci fermammo, scendemmo piano.
A ogni passo mi convincevo fosse proprio la nostra Briciola.
«Briciola!», chiamai con voce emozionata.
La cagnolina, spaventata, si voltò di scatto, osservandoci diffidente.
Mi accovacciai, «Briciola, non aver paura. Vincenzo mi ha chiesto di occuparmi di te, va bene se vieni a vivere con noi?»
Allinizio esitò. Poi annusò la mia mano… che sapeva di Vincenzo. Dopo tanti giorni, ancora portavo quellodore.
Briciola scodinzolò e si avvicinò, appoggiando il musetto sulla mia mano. Accarezzandola, sentii scendere una lacrima silenziosa lungo il viso. Anche Lucia si commosse.
Poco dopo, tutti e tre, felici, eravamo in macchina diretti verso casa. Sollevati, grati al destino per esserci presi cura dellultimo desiderio di Vincenzo.
E così anche Briciola aveva trovato la sua nuova famiglia. Finalmente era felice tra persone che non lavrebbero mai abbandonata.
*****
«Che figlio, eh?», dissi a Lucia appena arrivati a casa. «Ha davvero sistemato il cane… Chissà con che coraggio.»
«Lascia perdere, Giovanni. Limportante è che Briciola ora sia con noi. La vita prima o poi dà a tutti quel che meritano… Verrà il giorno anche per Luca.»
«Hai ragione…», sorrisi guardando la cagnolina addormentata, che sognava scodinzolando nel sonno. Sapevo dove correva in sogno e a chi sorrideva…
Salutaci Vincenzo, pensai.
E, attento a non svegliare Briciola, tirai fuori la scatoletta con lanello.
Quella stessa sera, finalmente, chiesi a Lucia di sposarmi. Non nel ristorante elegante, non nel modo speciale che avevo pensato, ma… ho capito che il momento giusto non arriva mai, bisogna crearlo.
Glielho chiesto qui e ora. E lei ha detto di sì, senza esitare.
Ecco la nostra storia.


