La rivolta tardiva

Ribellione tardiva

Capisci cosa stai facendo? La voce di Lucia era calma, quasi neutrale. Proprio quella tranquillità era più inquietante di qualsiasi urlo. Capisci cosa significa per tutti noi?

Gabriella stava in piedi davanti alla finestra, guardando fuori. Una pioggia sottile dautunno bagnava la strada, i passanti si affrettavano sotto gli ombrelli, senza incrociare gli sguardi.

Capisco cosa significa per me, rispose finalmente.

Per te. Lucia ripeté quella parola come se la soppesasse. Sei sempre così: per te. E noi?

Siete adulti.

Mamma, hai sessantuno anni.

Lo so quanti anni ho, non ricordarmelo ogni volta.

Lucia si lasciò cadere sul vecchio divano. Quel divano era lì da una vita, sopravvissuto a più di un trasloco. Gabriella lo fissò con affetto e un pizzico di rassegnazione: quante volte aveva pensato di buttarlo e ogni volta rimandato? Troppo familiare, troppo vivo. Buttare quel divano le sembrava come sbarazzarsi di un vecchio amico un po impiccione.

Hai pensato a cosa dirà la gente? chiese la figlia.

No, ammise Gabriella. Non ho pensato.

E stavolta diceva la verità.

***

Tutto iniziò a marzo, quando Gabriella Saraceni ex professoressa di italiano e lettere, ora pensionata con un piccolo lavoro part-time in un laboratorio per bambini della biblioteca civica decise di passare un fine settimana dallamica a Orvieto.

Lamica, Vera Marchi, vegetava lì ormai da otto anni. Dopo la morte del marito aveva smollato tutto e aveva comprato una casetta fuori città, con tanto di orticello, dicendo che finalmente respirava. Gabriella andava a trovarla una volta lanno, destate. Ma stavolta qualcosa era diverso. Un tarlo dentro le diceva: Vai adesso. Non aspettare lestate. Ora.

Marzo, a Orvieto, era umido e silenzioso. Qua e là il cielo prometteva tempesta. I campanili delle chiese sembravano strofinare il cielo pallido. Gabriella camminava tra i vicoli e pensava che era tanto che non sentiva un simile silenzio. Ma non era vuoto: era proprio silenzio. Aveva capito lì la differenza.

Vera la accolse sulla soglia, vestita come una montanara.

Finalmente! esclamò. Ho già scaldato le polpette.

Sedute in cucina, con una tazza di tè in mano, Vera raccontava delle sue beghe di vicinato, dellorto, dei suoi pazzi progetti.

Ho deciso di prendere una capra, annunciò Vera.

Una capra? fece Gabriella, sbalordita.

Sì. Latte fresco, formaggino fatto in casa. Non sarà mica più difficile che sopravvivere in questa vita.

Vera, tu le capre le hai viste solo nei cartoni!

Appunto per questo: sono curiosa di conoscerle dal vivo! rise Vera, riempiendo ancora le tazze. E tu invece? Ti vedo un po appassita, scusa la franchezza.

Gabriella guardò le sue mani. Mani normali, invecchiate, venose.

Sto bene.

Stare bene non è una risposta. È successo qualcosa?

Niente di particolare. Sempre la solita storia.

E questa è già una notizia inquietante, sentenziò Vera. Quando è tutto sempre uguale è quello il vero problema.

Gabriella restò zitta. La sera avanzava blu fuori dalla finestra, mentre giù in strada si accendeva il primo lampione.

Lindomani Vera la portò al mercato. Non al supermercato, proprio al mercato degli addetti ai lavori, con le signore col fazzoletto sulla testa che vendevano cavoli fermentati e calzini fatti ai ferri. E fu lì, davanti al banco dei porcini secchi, che Gabriella rivide Niccolò.

Allinizio non laveva nemmeno riconosciuto: trentacinque anni passano, eccome se passano. Ma quellatteggiamento, il modo di infilare le mani nelle tasche, era rimasto lo stesso.

Si fermò.

Si fermò anche lui.

Gabriella? azzardò incerto.

Niccolò.

Per qualche minuto dissero solo questo. Poi Vera trovò dimprovviso da esaminare dei calzini a fondo scala, lasciandoli soli a respirare lodore di funghi secchi e terra bagnata.

Vivi qui? chiese Gabriella.

Da due anni, sì. Tu?

Di passaggio. Sto da unamica.

Capito.

Di nuovo silenzio, ma non imbarazzato. Un silenzio come se entrambi sapessero che la fretta, almeno per quel momento, era fuori moda.

Non sei cambiata, disse lui infine.

Non è vero.

Ma sì, giusto un po. Un pelino.

Gabriella rise. Non pensava sarebbe stata capace.

***

Niccolò Bianchi sì, proprio così si chiamava era stato suo compagno di università, non proprio amico del cuore o fidanzato, ma compagno. Cinque anni nella stessa classe a Lettere a Siena. Poi ognuno aveva preso strade diverse, lui in una città, lei in unaltra, matrimoni, figli. Voci di corridoio dicevano che anche lui si era sposato e aveva avuto una figlia. Stop.

Ed eccolo qui, davanti ai porcini secchi, che la guarda.

Si diedero appuntamento quella sera in un bar del centro. Vera, assolutamente noncurante della cosa, rinneggiò i piani criminali.

Vai pure, tranquilla. Tanto io guardo la fiction. Non farmi la psicodrammatica.

Ma figurati borbottò Gabriella.

Invece lo pensi! disse Vera ridendo. Dai, muoviti!

Il bar era quasi vuoto, arredamento retrò e foto della vecchia Orvieto ai muri. Presero due tè e una fetta di crostata di mele e attaccarono a chiacchierare: vecchi compagni, luniversità, aneddoti semiseri di una vita lontana.

Poi lui disse, serio:

Mia moglie è morta tre anni fa.

Mi dispiace, rispose Gabriella.

Va così. Si sopravvive. Credo che ci si abitui oppure si vive semplicemente in modo diverso.

Capisco.

Parlarono un po ancora. Gabriella pensò a suo marito, Vittorio, che se nera andato nove anni prima con una donna più giovane e nuovamente senza grandi spiegazioni. A lungo aveva pensato dove aveva sbagliato, cosa le mancava, spulciando gli anni come rosari. Poi aveva smesso di chiedersi perché. Aveva continuato a vivere. I figli, i nipoti, il laboratorio in biblioteca, le visite a Vera.

Ogni tanto capita, disse Gabriella solo.

Niccolò annuì, senza insistere. E pure questo fu una carezza.

***

Tornò a casa, a Perugia, pensando che quella con Niccolò era stata solo una piacevole parentesi una rimpatriata, nulla più.

Poi, dopo una settimana, ricevette un messaggio su WhatsApp (che aveva trovato tramite Vera). Ciao, tutto bene? Come sei tornata?

Rispose. E cominciarono a scriversi. Prima di rado, poi quasi ogni giorno. Fu una sorpresa per Gabriella: lei, che rispondeva agli SMS della figlia ogni sei ore, ora controllava il telefono in cerca di Niccolò.

I loro messaggi erano semplici, diretti. Parlavano delle loro giornate. Lui lavorava come restauratore, era alle prese con icone, chiese e tanto legno antico. Le mandava foto: la cattedrale avvolta dalla neve, la gatta sulla finestra, un bicchiere di tè su un tavolo di ciliegio.

Lucia se ne accorse dopo un po.

Mamma, passi troppo tempo col telefono.

Leggo.

Eri quella che diceva che rovina la vista.

Ho cambiato idea.

Lucia la fissò un secondo, ma lasciò correre.

Ad aprile, Niccolò propose di incontrarsi a Perugia.

Devo vedere una bottega di restauro lì da voi, scrisse. Se vuoi, ci beviamo un caffè.

Gabriella sorrise davanti alla tastiera. Se vuoi: uomo serio, cauto.

Certo, vieni pure, rispose.

Si incontrarono ai Giardini Carducci. Tirava un vento gelido, ma la luce ormai era chiaramente primaverile. Gabriella indossava il cappotto buono, grigio, comprato due anni prima e usato due volte.

Lui la aspettava guardando il panorama. Il viso si era fatto più segnato, le mani affondate nelle tasche, proprio come al mercato.

Ciao, disse lui.

Ciao.

Camminarono scambiandosi storie di restauri, bambini creativi e battute sulle bancarelle del mercato. Lei gli raccontò la poesia di un bimbo di otto anni: I libri sono finestre, ma al contrario, perché ci guardi dentro e non fuori. Niccolò si fermò.

Molto vero, disse. Otto anni, davvero?

Sì. Promette bene.

Sai lavorare coi bambini. Si capisce.

Ma se tu non hai mai visto una lezione!

Si sente da come ne parli.

Gabriella lo guardò. Lui osservava il fiume sottostante.

Poi presero un espresso al bar della piazza e lei pensò che era da tanto che non chiacchierava così, senza pensare al tempo che passa o alle cose da fare. Era una sensazione quasi dimenticata.

Alla fine, lui disse:

Mi piacerebbe tornare.

Volentieri, rispose lei.

***

Lucia scoprì tutto a maggio. Non perché Gabriella glielo raccontò, ma perché chiamò fuori orario e la madre non rispondeva, poi si fece sentire un po distratta. Lucia fiutò subito aria di guai.

Dov’eri?

A passeggiare.

Da sola?

Una pausa. Minima, ma Lucia la notò subito.

No.

Ed ecco che cominciò linterrogatorio. Prima sottile, poi sempre più acceso.

Chi è?

Un compagno delluniversità, te lho già detto. Lho incontrato a Orvieto.

Avevi detto un conoscente!

Ho detto la verità.

Mamma, ma…

Lo so quanti anni ho, Lucia.

Silenzio.

Ma cosa volete fare? Solo passeggiate?

Per ora, sì. Passeggiate.

Per ora, ripeté Lucia.

Gabriella non tentò di spiegare: certe cose non si spiegano, le parole suonano sterili o troppo leggere.

Il figlio, Denis, era diverso, più romano ormai che umbro, sposato, figli, telefonava ogni quindici giorni. Quando, schietta, gli disse che aveva conosciuto una persona, Denis chiese solo:

Persona a posto?

Sì.

Ok, allora va bene.

Tutto qui. Gabriella ci pensò a lungo: meglio così o come Lucia? Non trovò risposta definitiva.

***

Lestate passò con un ritmo nuovo. Niccolò visitava Perugia, Gabriella andava a Orvieto. Assaggiarono mercati, musei, bar. Una volta Niccolò le fece vedere la sua officina: ambiente alto con finestre immense e odore di olio di lino e legno vissuto. Le icone allineate come soldati alcune spente, altre che cominciavano a vivere di nuovo.

Non hai paura di lavorare su cose così antiche? chiese lei.

Al contrario. È bello sapere che cerano prima di noi e ci saranno dopo.

Sei credente?

Lui rifletté.

Non saprei come chiamarlo. Ma sento che queste cose sono importanti, non perché lo dice qualcuno.

Gabriella guardò licona che stava restaurando. Il volto era luminoso, semplice.

Mio marito diceva che perdevo tempo con il laboratorio. Con quello che ti danno, sprechi solo le giornate. Ma io

Ma tu?

Non so. Per anni ho pensato che avesse ragione. Fino alla pensione, quasi.

Niccolò non disse nulla. Solo uno sguardo.

Quella sera fecero cena insieme, e Gabriella si sentì placida come da tempo non le succedeva. I problemi cerano eccome: Lucia non chiamava quando sapeva che Gabriella era a Orvieto, silenzi carichi di messaggi. La nipote Sofia, otto anni, le aveva chiesto al telefono: Nonna, quando torni? e lì Gabriella sentì un graffio di colpa. Ma per qualche motivo, quella sera, il graffio pungeva di meno.

Hai mai pensato di trasferirti? domandò allimprovviso Niccolò.

Gabriella alzò lo sguardo:

Dove?

Qui. O in un altro posto. Insomma, cambiare aria.

Parlava misurato, guardando la tazza.

Mi stai proponendo

Niente proposte formali. Solo chiedere se ci hai mai pensato.

La risposta venne lenta.

No. O meglio, ci pensai tanto tempo fa. Ma sembrava impossibile.

Cosa cera di impossibile?

I figli, i nipoti, la casa. Anche il lavoro, piccino. Tutto qui.

I figli sono grandi, ormai.

Cambia poco.

Hai ragione. Era solo una domanda.

Solo una domanda? Ma restò lì, nella testa.

***

Ad agosto Lucia arrivò senza avvisare, valigia in mano e sguardo risoluto.

Bevvero tè in cucina, Lucia guardando fuori e poi chiedendo:

Fai sul serio?

Su cosa?

Su tutto questo. Su di lui.

Non lo so, rispose Gabriella sinceramente.

Mamma, non ti sembra un po strano? Alla nostra età?

Alla tua età o alla mia?

Alla nostra, alla nostra famiglia Papà è ancora vivo, lui…

Papà ha una nuova compagna da nove anni.

Ma siete stati sposati trentanni.

E allora? Cambia eccome.

Lucia tolse la tazza dal tavolo.

Hai pensato a cosa dirà Sofia? Quella capisce!

Sofia ha otto anni.

Appunto. Capisce più di quanto credi.

Sofia capirà quello che sapremo spiegarle.

E che le spiegheremo?

Gabriella fissò sua figlia. Lucia ricordava in modo impressionante suo padre: stessa bocca ferma, stesse sopracciglia scure. Una volta la cosa la faceva sorridere; ora le lasciava una strana malinconia.

Le diremo che la nonna ha conosciuto una brava persona, rispose. E basta.

E poi?

E poi vedremo.

Vedremo! Tu dici sempre così quando vuoi chiudere una discussione!

No, replicò Gabriella. Lo dico quando davvero non so cosa succederà. Ed è onesto.

Lucia restò in piedi, in silenzio. Poi disse piano:

Ho paura che tu te ne pentirai.

Potrei pentirmi anche di restare ferma dove sono.

La figlia la guardò.

Che filosofia! La filosofia non consola, mamma.

Non consola neanche me, ma ci vivo lo stesso.

Lucia prese il treno della sera. Si abbracciarono strette. Negli abbracci di madre e figlia cè sempre qualcosa di feroce e tenero insieme. Il timore che, a stringere troppo, si spezzi qualcosa.

***

Settembre piombò freddo, ruvido. Gabriella era pensionata già da sei anni, ma il laboratorio in biblioteca la teneva ancora in movimento. Ogni settimana i bambini leggevano, disegnavano, mettevano in scena. Una piccola stanza, scaffali bassi e cuscini vissuti sul pavimento.

La responsabile della biblioteca, Tamara Adami, sessantacinquenne robusta e dalle opinioni nette, sapeva di Niccolò. Non perché lei le avesse detto qualcosa, ma perché la vedeva cambiata. Più attenta a se stessa. Non egoista centrata.

Ti succede qualcosa, constatò Tamara, un giorno.

Sì, ammise Gabriella.

Bella cosa?

Non lo so ancora.

Meglio di niente, fidati. Anche noi, come i fiumi: scorriamo senza sapere bene dove.

Gabriella rise.

A settembre Niccolò propose di andare qualche giorno a Arezzo per una mostra sulle pergamene antiche. Due camere separate in hotel, musei la mattina, serate tranquille. Una sera, a cena vicino allArno, Niccolò le disse:

Voglio che tu sappia una cosa.

Cioè?

Non voglio metterti fretta, né pressioni. Se ti senti sotto pressione, non è per colpa mia.

Gabriella lo fissò.

Lo so.

Non essere gentile, prendila come verità. Non sono un ragazzino, Gabriella. Ho sessantatré anni: non aspetto risultati. Mi basta che ci sei.

Non rispose subito. Fuori, il fiume scorreva scuro.

È difficile crederci, disse poi.

Perché?

Perché ho imparato che certe parole nascondono attese, desideri.

Qui no.

Ok. È solo che sono abituata al contrario.

Annì. Finirono il vino e uscirono. Lei si tirò su il bavero, lui camminava di fianco: nessuna mano intrecciata, solo presenza.

***

A ottobre arrivò il discorso che Gabriella temeva. Stavolta fu lei a chiamare Lucia.

Voglio dirti una cosa. Niccolò mi ha proposto di trasferirmi a Orvieto con lui. Ci sto pensando.

Silenzio.

Dici sul serio.

Sì.

Vi conoscete da sette mesi.

Da otto.

Mamma! Otto mesi! Ti rendi conto?

Sì. Sono comunque otto mesi.

Non sono niente! Non lo conosci davvero!

Conosco abbastanza.

Cosa, scusa? Che ti piace? Che stai bene? Le persone cambiano, mamma! Tutto cambia!

Lucia.

Cosa?

Anche tuo padre è cambiato. Siamo stati sposati trentanni.

Pause di silenzio.

Non è giusto, mormorò Lucia.

Non voglio essere ingiusta. Voglio solo essere onesta.

Anche Denis chiamò, ovviamente briffato da Lucia.

Mamma, ma davvero vuoi trasferirti?

Ci sto pensando.

Lui come si comporta? Tutto ok?

Sì, normale. Lavora, tiene bene la casa. È una persona seria.

Vendi lappartamento?

No, lo affitto.

E se dovessi tornare indietro?

Denis.

Che cè? È una domanda!

Se serve torno. Ma stavolta vorrei provare a non pensare subito a se poi.

Pausa.

Va bene. Però chiamami ogni tanto.

Lo farò, promesso.

Gabriella restò a lungo alla finestra. Pioggia autunnale, il lampione che oscillava. Le pesava non che avesse paura, ma che stava, forse per la prima volta, prendendo una decisione tutta sua, non perché inflitta dalla vita, ma proprio desiderata come una ragazzina testarda.

Era uno strano sentimento. Quasi spaventoso.

Scrisse a Niccolò: Sto pensando. Dammi ancora un po di tempo.

Risposta immediata: Prenditi tutto il tempo che vuoi.

***

Vera chiamava ogni settimana restando imparziale. Mai un trasferisciti né un stai attenta. Solo: Come va?, aneddoti sulla capra finalmente presa.

Come si chiama? chiese Gabriella.

Prospera.

Prospera? Sul serio?

Certo! Un nome dalta nobiltà! Capisci il personaggio.

Vera, sei sempre imprevedibile.

Meglio o peggio?

Decisamente meglio, rise Gabriella.

Senti, ma tu lo sai che più invecchiamo più ci pensiamo sopra alle cose? Magari è saggezza, magari solo fifa camuffata.

Manco Tamara trova le parole come te.

Un complimento?

Un dato di fatto.

Gabriella rimise giù la cornetta pensierosa. Vera aveva ragione: questa paura non era per Niccolò, ma appunto per sé stessa. Troppo a lungo aveva vissuto come moglie, madre, professoressa. Quando tutte queste etichette erano diventate opzionali, lei non sapeva più bene chi fosse.

Il laboratorio era la prima cosa scelta solo per sé. Ora questa sarebbe la seconda.

***

A fine ottobre, sorpresa: telefonò la ex suocera, la madre di Vittorio, Antonia Marchetti, ottantadue anni e la parlantina da vecchia leonessa.

Lucia mha raccontato, tagliò corto.

Raccontato cosa?

Del tuo amico. Che magari vai via.

Gabriella non rispose subito.

E lei cosa pensa?

Che te lo sei meritato. Mio figlio non ti apprezzava come doveva, lho sempre saputo. Non te lho detto prima, ora te lo dico.

Antonia

Non interrompere, sono grande abbastanza ormai. Vai. Vai pure. I nipoti stanno bene. Lucia si arrabbia perché ha paura di perderti, ma non è compito tuo recitare la custode a oltranza.

Mi vedono.

Ti vedono come nonna, come mamma, come la persona sempre disponibile. Ma come persona?

Gabriella tacque.

Appunto. Fatti sentire. Non sparire come i maschi della mia famiglia!

Dopo quella telefonata, Gabriella guardò a lungo fuori dalla cucina. Gli alberi senza foglie, il grande vuoto silenzioso.

Nel profondo sentì che ogni persona la vedeva in modo diverso: Lucia come madre da avere sottobraccio. Denis come pilastro sicuro. Tamara come una collega sensibile. Antonia come una persona, punto.

E Niccolò? Forse solo lui la vedeva proprio comera, senza ruoli e recite. Come una donna incontrata per caso al mercato di Orvieto, fuori dal tempo.

***

Novembre portò il primo nevischio e una telefonata di Sofia.

Toccò a lei chiamare (evento raro; di solito era Lucia a passare il telefono).

Nonna, sono io.

Sofia? Da dove chiami?

Dal tablet della mamma. Nonna, te ne vai via?

Gabriella si sedette.

Hai ascoltato le conversazioni degli adulti?

Un po. Mamma parlava con zio Denis. Ma te ne vai?

Non so ancora, tesoro.

Se ci vai, ci vieni a trovare?

Certo che sì.

Promesso?

Promesso.

Pausa.

Ma lì è bello?

Dove?

Dove forse vai.

Molto. Ci sono chiese bianche e la neve dinverno. E un fiume.

Come qui?

Più piccolo.

Ah, ok. Nonna?

Sì.

La mamma ha paura che ti ammali e noi non ti vediamo più.

Un piccolo colpo al cuore. Più forte di quanto si aspetti.

Dille che sto benissimo e conto di rimanerci a lungo.

Lei lo sa, solo che ha paura.

Lo so, lo so anchio.

Di cosa hai paura tu, nonna?

Gabriella ci pensò su.

Di molte cose. Ma tutti hanno paura.

Mi avevi detto che anche i coraggiosi hanno paura, solo vanno avanti lo stesso.

Lhai ricordato!

Io ricordo tutto, concluse Sofia, trionfante. Ciao, devo scappare sennò la mamma si accorge.

Sofia?

Sì?

Ti voglio bene.

Anchio, ciao!

***

A metà novembre Gabriella partì per Orvieto. Una settimana intera, non solo il weekend. Avvertì Tamara, chiese a unamica di pensare al condominio.

Niccolò la prese alla stazione. Andando verso casa raccontava inutilità restaurative, mentre lei guardava dal finestrino i campi coperti di brina. Si ritrovava su quella strada che in marzo la riportava da Vera. Cerchio chiuso.

Abitarono fianco a fianco per una settimana, nel casale di Niccolò con i pavimenti di legno e le finestre che fischiavano al vento. Gabriella cucinava ogni tanto, lui rifaceva i letti. Colazione in cucina, mentre fuori i fiocchi scendevano orizzontali.

Un giorno lei domandò:

Non ti dà fastidio vivere in due?

Come?

Lo sai dividere gli spazi. Sei solo da otto anni.

Rifletté.

Era più stretto quando vivevo costretto. Questa è altra cosa.

Costretto soprattutto da cosa?

Lavoro pesante. Uneternità in cantiere servivano soldi, famiglia. Poi ho mollato tutto, ho studiato restauro dopo i quarantanni. Tutti dicevano fossi matto.

Ma tu?

Lho fatto lo stesso, sorrise. Mia moglie mi ha sostenuto. Era una che aiutava tutti.

Raccontami, disse Gabriella.

Anna. Era silenziosa, non muta. Una che calmava laria solo entrando in una stanza.

Ti manca.

Sì, lo disse piano. Ma questo non vuol dire che non posso… andare avanti.

Capisco.

Anche per te è così?

Gabriella pensò a Vittorio. A quanto stava in ansia più che in pace con lui. Un po rimpiangeva unidea più che una realtà.

Diverso, ma capisco.

E tacquero insieme. Ed era un bel tacere.

***

Giovedì, quinto giorno, Lucia chiamò.

Gabriella uscì in cortile. Il cielo era sgombro, prime stelle.

Sei ancora lì? domandò Lucia.

Sì.

Quanto ti fermi?

Fino a domenica.

Silenzio.

Posso chiederti una cosa, sincera?

Certo.

Perché lo fai? Vuoi dimostrare qualcosa a te stessa? O a noi?

Gabriella scrutava le stelle.

No. Solo vivermi diversamente, come non ho fatto prima.

Prima vivevi male?

Non male, solo non davvero come avrei voluto.

Cosè che ti mancava?

Gabriella fece fatica a rispondere. Cosè che mancava, quando hai un tetto, figli, lavoro, amici? Nessun grande dramma, ma una sensazione: vivere un po fuori da sé, come su una panchina a guardare la propria storia che passa.

Mi mancavo io, rispose alla fine.

Cioè?

Quello che ho detto, Lucia.

Lucia meditò.

Sarai felice? chiese. Non sarcastica, ma vera.

Non so. Però voglio provarci.

Va bene, disse Lucia. Va bene.

Non era unapprovazione. Ma neanche una disfatta.

***

Domenica Gabriella era in partenza, in piedi nellandrone col trolley.

Hai deciso? chiese Niccolò.

Quasi.

Quasi è buono o cattivo?

Quasi vuol dire che manca poco.

Niccolò assentì.

Hai paura di sbagliare?

Sì.

Posso dirti una cosa?

Dimmi.

Gli errori peggiori sono quelli che non si provano, mai quelli che si fanno e non vanno. Io preferisco sbagliare, piuttosto che non tentare affatto.

Gabriella lo osservò.

Lo fai apposta?

Cosa?

Dire sempre la cosa che mi frulla in testa e non dico mai.

Lui rise. Un viso sereno quando rideva.

Non lo faccio apposta, accade.

Gabriella tornò a casa. Il suo appartamento la accolse con la solita silenziosa stabilità, lo stesso odore, il solito lampione dalla finestra. Mise via la valigia, preparò il tè, si sedette al tavolo.

Cera un libro aperto al centro. Su una pagina una frase: La solitudine non è condanna, è solo una condizione da portare. Letta mille volte; ora la sentiva per la prima volta.

Richiuse il libro.

Poi, telefono: A gennaio vengo. A lungo. Vediamo.

Risposta: Ti aspetto.

***

Dicembre passò in una specie di limbo. Gabriella continuò con il laboratorio, le visite, i riti quotidiani. Ma dentro, qualcosa era già cambiato.

Lucia chiamò a inizio mese.

Non hai cambiato idea?

No.

Lappartamento lo affitti?

Sì. Sto vedendo con lagenzia.

Ok. Mamma posso chiedere una cosa?

Dimmi.

Non pensi che magari è solo entusiasmo per una novità? Poi magari svanisce…

Lucia.

Eh?

Ho sessantun anni, non diciottenne. Di illusioni qualcuna me la sono già tolta.

Essere adulti non vuol dire essere immuni.

Protegge però, almeno un po.

Ma se lui si rivela diverso?

Sempre se. La vita è tutta un se, anche da giovani. Anche tu quando ti sei sposata…

Avevo ventisette anni.

E allora?

Silenzio.

Va bene, disse Lucia infine. Mi aiuti a mettere in ordine prima che parti?

Lunga pausa.

Certo che aiuto, rispose Lucia.

***

Gabriella festeggiò il Capodanno a casa di Lucia, con Sofia, il genero Andrea e pure Denis arrivati da Roma. Tutti parlavano sopra gli altri; i bambini saltellavano, i grandi sgranocchiavano.

Sofia seduta accanto a Gabriella, bisbigliava:

Questo lha fatto la mamma, quello lhanno comprato ma lei dice di no.

Sofia, non devi fare la spia!

Io non spio, aggiorno.

Mezzanotte: Lucia solennemente annunciò:

La mamma parte per Orvieto a gennaio.

Detta così, era solo una notizia.

Andrea annuì. Denis chiese:

Quanto stai?

Vediamo, rispose Gabriella.

Denis fece un sorriso appena.

Sofia, già mezza addormentata:

Nonna, vai via davvero?

Vado, sì.

Devi tornare a trovarci, promesso.

Certo che torno.

Ok, e si riaddormentò.

Gabriella la guardava e pensava: questa è la vita. Bambini che dormono, figli adulti col bicchiere in mano, il solito divano logoro. E, a distanza, un uomo che le aveva scritto ti aspetto.

***

Quindici gennaio, telefonata a Tamara.

Tamara, vorrei lasciare il laboratorio.

Pausa.

Quando?

A febbraio, così trovate una sostituta.

Vai via?

Sì.

Posso chiedere dove?

Orvieto.

Ah. Da lui?

Da lui. E anche un po da me.

È la miglior risposta. Troviamo una sostituta. Sarai difficile da rimpiazzare, però.

Grazie, Tamara.

In bocca al lupo, Gabriella. Di cuore.

Lultimo giorno i bambini fecero una maxi-cartolina. Ognuno disegnò un pezzetto. Il bambino-poeta disegnò una finestra con le tendine e sotto scrisse: Per guardare dentro.

Gabriella piegò il foglio e lo mise in borsa.

***

Il ventitré gennaio si trasferì. Niccolò le prese la valigia, la mise in una stanzetta che aveva arredato per lei. Sul davanzale, una piantina di geranio.

Dove lhai trovata?

Comprata. Serve un po di colore, no?

Ottima idea.

Gabriella si avvicinò al vetro. Il giardino imbiancato, il silenzio totale. Una recinzione, orti, tetti.

Allora, prime impressioni? chiese lui.

Chiedimelo tra un mese.

Ok.

Gabriella si voltò.

Niccolò.

Sì?

Grazie per non avermi messo fretta.

Lui rifletté.

Grazie a te per essere venuta.

***

Tre mesi dopo. Gabriella si abituava piano. Orvieto era piccola, il che aveva lati belli e altri meno: qui tutti si conoscevano, lei era la nuova osservata con discreta curiosità.

Vera la introdusse a un gruppo di lettrici locali. Una di loro signora arzilla di nome Nives le propose di gestire il circolo letterario.

Non so se sono capace.

Capace?! Vieni a vedere, se ti stufi te ne vai!

Gabriella andò. E si divertì.

Con Lucia telefonate una volta a settimana. Pian piano, Lucia aveva allargato il discorso: Come va il circolo? E Niccolò? Cosa leggi di bello? Unattenzione nuova, più dolce, come gli occhi che si abituano a una luce mai vista.

Sofia le mandò una lettera vera, con francobollo. Dentro, due chiesette disegnate e un fiumiciattolo. Nonna, vengo a trovarti alle vacanze di Pasqua. Vera mi ha raccontato di Prospera, la capra! Gabriella rispose per lettera anche lei.

***

Aprile, finalmente Lucia arrivò. Sola, per un giorno.

Entrò in casa. Sguardo su pavimento, geranio, tavolo vicino alla finestra.

Niccolò offrì il tè e si dileguò in bottega.

Sedute.

È bello qui, disse Lucia, sorpresa.

Sì.

Piccino, certo.

Ma silenzioso.

Non ti manca Perugia?

Sì, ma soprattutto voi, Tamara, la passeggiata. Ma va bene così.

Lucia rigirava la tazza tra le mani.

Lui è a posto? ora la domanda era limpida.

Sì.

Sei felice?

Gabriella rifletté.

Non so se sono felice. Ma sto bene. Davvero bene.

Lucia annuì.

Bene.

Bene che vuol dire?

Vuol dire bene, rispose la figlia alzando gli occhi. Ho ancora timore per te, e ce lavrò sempre.

Lo so.

Ma ci provo, a capire.

E mi basta.

Bevvero tè. Lucia raccontava di Sofia, del lavoro, della macchina che Andrea voleva cambiare.

Si preparò a ripartire. Gabriella la accompagnò fuori.

Aria umida di primavera, odore di terra, alberi con la prima punta di verde.

Mamma, disse Lucia già al cancello.

Sì?

Non capirò mai davvero tutta questa cosa. Forse mai.

Lo so.

Voglio solo che tu sappia una cosa.

Cosa?

Lucia stette in silenzio, poi incontrò il suo sguardo: gli stessi occhi del padre.

Tu sei sempre stata lì. Io davo per scontato di trovarti sempre, al telefono, in casa.

Ti rispondo sempre, Lucia.

Lo so. Ora cambia solo la distanza. Dovrò abituarmi.

Ci riuscirai.

Sicura?

Gabriella ripensò a quel primo giorno in ospedale, Lucia tra le braccia, solo un involto spaventato.

Sì, Lucia. Sei forte.

Non quanto te.

Quanto basta.

Lucia sorrise, labbracciò a lungo.

Ti chiamo appena arrivo.

Ti aspetto.

Ed eccola che si allontanava decisa, spalle dritte, passo veloce. Qualcosa del padre, decisamente.

A metà strada si voltò:

Mamma, il geranio in finestra è fiorito. Lho visto.

Fiorisce, sì.

Ottimo, fece Lucia.

E via.

***

Gabriella tornò in casa. Niccolò trafficava ai fornelli. Lei si piantò alla finestra, la strada deserta, gerani fioriti.

Tutto a posto? chiese lui senza voltarsi.

Sì.

Poi aggiunse:

Lucia è una brava ragazza, solo che ha paura.

Normale, non è facile nemmeno per lei.

Già.

Gabriella si mise a tirar fuori i piatti. Tutto era già abitudine, dopo solo tre mesi.

Niccolò, ti sembra giusto quello che sto facendo?

Lui la guardò.

E tu?

Gabriella pensò.

Mi sembra mio, per una volta.

Allora è la risposta.

Sedettero a tavola. Lultimo nevischio brillava, ma spuntava già il verde.

Gabriella guardava fuori e pensava: ecco. Non la felicità come finale, non la decisione definitiva. Solo un pranzo. Solo una finestra. Solo questo uomo di fronte, con cui si sta bene.

Sarà abbastanza? Non lo sapeva.

Ma la zuppa era calda. Il geranio fiorito. Nella borsa un cartoncino disegnato da un bambino: una finestra attraverso cui si guarda dentro.

***

Sera. Telefonata di Sofia.

Nonna, Lucia ha detto che è stata da te.

Eh sì, è venuta.

Tutto ok?

Siamo state bene.

Ha pianto?

No, tranquilla. Perché lo chiedi?

A volte piange. Pensa che non la sento, ma sento tutto. Piange per te.

Gabriella chiuse gli occhi.

Sofia…

Sì?

Dille che torno presto a trovarvi.

Va bene. Ma da voi è già primavera?

Quasi. Un po di neve cè ancora.

Qua fa caldo. Strano, vero? Stessa Italia, ma il tempo è sempre diverso.

Non è strano. È normale.

Ma ti manchiamo?

Gabriella guardò fuori. Prime stelle.

Tanto, disse. Sempre.

Allora va bene. Perché se manchi vuol dire che vuoi bene.

Non trovò niente da aggiungere.

Ciao, nonna.

Ciao, Sofia.

Chiuse il telefono. In cucina Niccolò canticchiava lavando i piatti. Il geranio scuro nella penombra. Il cane dei vicini abbaiava: suoni nuovi ormai familiari.

E pensò che Sofia aveva ragione: se manchi, ami. Forse è proprio così anche al contrario: se ami, hai malinconia. Ed è giusto così.

Questa, forse, è la vita. Non esattamente come nei romanzi, né perfetta, né lineare. Ma tua. Fatta di distanze e di abbracci, di scelte mezze sbagliate che col tempo sono solo scelte, finalmente tue.

E andò a finire di asciugare i piatti insieme a Niccolò.

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La rivolta tardiva