La felicità si nasconde nei piccoli gesti della vita quotidiana

La felicità sta nelle piccole cose

Questa notte, nella trattoria più in voga di Firenze, la Stella d’Oro, si erano dati appuntamento i laureati dellAccademia delle Belle Arti. Dieci anni erano trascorsi da quel giorno in cui, stringendo i diplomi tra le mani tremolanti, si erano guardati lun laltro pieni di timore e adrenalina, sognando futuri indistinti, chiedendosi cosa avrebbe riservato loro il destino. Ora, con unagitazione non diversa, riemergevano dal tempo per osservarsi, notare i dettagli cambiati, scoprire cosa fosse diventato ognuno. Chi arrivava da Roma, chi aveva portato il compagno, chi era solo, ma sorridente, pronto a tuffarsi nel mare onirico della memoria.

In una stanza col soffitto affrescato, riservata proprio per loro, Anita, la migliore amica di Raffaella, la aiutava a sistemarsi. Chiuso lultimo bottone sullabito di mussola celeste pallido, posava le dita per levare pieghe invisibili, con la cura di chi sa che nella leggerezza dei dettagli si cela la danza della perfezione. Labito si muoveva con Raffaella, come un sogno liquido, accompagnando ogni respiro.

Sinceramente, Raffaella, sono sorpresa che tu abbia accettato, disse Anita corrugando appena la fronte. I ricordi non devono essere tutti piacevoli, per te. Solo pensare a Davide, con il suo modo pressante di corteggiarti Scommetto che ci sarà anche lui!

Raffaella scosse appena la testa, scostando una ciocca castana caduta sugli occhi, e abbozzò un sorriso che odora di ricordi. Negli occhi le scintillava lattesa vedere i compagni, riassaporare anni verdi, osservare chi avesse trovato fortuna o ancora vagasse. Quanto a Davide Ormai erano passati anni, no? Anche la nostalgia più accesa, pensava, appassisce tra le pieghe del tempo. Sarà imbarazzato anche lui.

Perché no? rispose, sfiorando labito con la mano. Quel contatto dava quiete, come il suono attutito della pioggia nei sogni. Mi incuriosisce vedere come siamo cambiati. E anche Francesco insisteva dice che vuole proprio conoscere i miei ex compagni.

Anita alzò le spalle, andò verso larmadio e prese un paio di scarpe celesti, decorate con microscopiche perline: le fece ruotare tra le dita, come se ne scrutasse la melodia, e lanciò a Raffaella unocchiata sorniona.

Sei proprio fortunata con Francesco, rise, con quella dolce ironia che hanno solo le amiche di una vita. È davvero un tesoro, quelluomo.

Raffaella rise, infilò le scarpe e sentì un piccolo slancio di coraggio salirle lungo la schiena, un brivido di altezza sotto il tacco basso, una sicurezza nuova.

È gentile, davvero, disse con schiettezza, guardando Anita. E mi ama. Mi ama davvero, puoi crederci?

Allora forza, andiamo. Sennò ci perdiamo i gossip migliori! sbottò Anita, e uscirono nel corridoio, mentre la realtà si sfumava in un sogno popoloso, fatto di volti noti e di voci che affioravano da ogni angolo.

Raffaella sentiva uno strano batticuore crescere dentro. Da anni non vedeva alcuni compagni, e la mente dava vita a collage surreali: qualcuno era diventato un regista famoso, un altro gestisce uno studio di restauro in centro, altri ancora sono sposati, con figli E cè poi chi è rimasto identico a comera, quellinquieto giullare capace di far ridere anche i gessi delle statue, o la timida ragazza sempre rannicchiata con un blocco da schizzi sulle ginocchia.

Fu proprio negli specchiere dorate del salone, tra lodore di focaccia appena sfornata e il chiacchiericcio, che Raffaella vide unaltra compagna, Lucia. In un abito che sembrava cucito con pezzi di luce, Lei, radiosa, agitava una mano per attirare attenzione.

Eccoti! gridò Lucia, stringendola in un abbraccio profumato di ricordi. Pronta? Qui non si capisce più nulla, è tutto un turbine!

Non appena Lucia si staccò e girò la testa verso la porta, Raffaella seguì lo sguardo: Davide era appena entrato, come se la trattoria fosse un teatro dove fosse il protagonista indiscusso. Nellabito blu notte, il tessuto lucido, il taglio perfetto, Davide pareva fluttuare. Al braccio una donna altissima, platino, rivestita di seta tempestata di paillettes, tra i capelli una nuvola doro.

Con passo rallentato, Davide sembrò osservare tutti come a misurare chi avesse il sogno più bello cucito addosso. I suoi occhi incontrarono quelli di Raffaella, il tempo si arrese si fece denso , e una piccola piega sulle labbra fu la sua dichiarazione di guerra sommessa, prima di avvicinarsi.

Raffaella, disse. Il tono era sobrio, quasi dozzinale, ma negli occhi brillava una nota trattenuta, come se avesse elaborato quel momento durante innumerevoli notti insonni. Che piacere vederti.

Davide, rispose Raffaella. La sua era una vera risata, anche se in fondo le si alzava una nebbiolina di disagio e curiosità. Piacere, davvero. Come stai?

Un sorriso, il gesto distratto del pollice sul bavero, monogramma quasi invisibile: sembrava quasi un rito diniziazione. Osservava come se volesse che tutti si accorgessero di quel dettaglio, che portasse rispetto all’abito come si fa col tempio.

Più che bene ormai, rispose, con una nota così marcata che sembrava lo dicesse più a sé stesso che a lei. Lavoro in unagenzia importante, mia moglie fa la modella, casa in Piazza della Signoria Tutto al meglio.

La bionda, perfetta, sollevò appena le sopracciglia: il suo sguardo posato su Raffaella era un bisturi lieve, pungente, il modo di chi è diventato maestro nel valutare cose e persone a colpo docchio.

Che bello, rispose Raffaella, schermandosi da quella sfida silenziosa con la gentilezza che non cede al gioco. Sono felice per te, davvero.

Davide socchiuse gli occhi, come se cercasse dietro la cortina del suo sorriso una qualche nota di invidia o ammirazione.

E tu? Sei ancora insegnante di musica nella scuola elementare? domandò, la voce attraversata da quella strana inflessione ditaliano un po spocchiosa o solo incuriosita.

Sì, sorrise Raffaella, sentendo nel petto un tepore infantile. Adoro il mio lavoro, i bambini sono incredibili e lo staff splendido. Abbiamo appena messo in scena Lo Schiaccianoci, cucendo i costumi a mano, provando per mesi… Quando li ho visti sul palco, gioire così, per me è stato come svegliarmi in una favola.

Nelle sue parole non cera desiderio di primeggiare: solo amore genuino per la quotidianità.

E tuo marito Francesco, vero? proseguì Davide, pronunciando il nome come se avesse strofinato un limone tra i denti. Allena ancora i bambini?

Sì, rispose lei senza ombra di vergogna. Ha un gruppo di bimbi terribili, lidolo delle piccole calciatrici: lo seguono dappertutto, una banda allegra. È paziente, non alza mai la voce, nemmeno quando fanno disastri.

In quella risposta cera tutto il calore del pane caldo, così diverso dallaria che si attorcigliava attorno a Davide. Lui corrugò le sopracciglia, incapace di cogliere la sostanza di tanta contentezza per una vita così semplice.

Capisco, disse. Ma non dev’essere facile andare avanti con quei salari

Raffaella sentì un brivido, ma non lasciò trapelare nulla. Regalò invece un sorriso che, come una coperta nellinverno dei sogni, sapeva portare pace.

Vedi, Davide, noi siamo felici, la voce era chiara, limpida. Francesco è il cuore buono che mi aiuta quando torno stanca, che compra ogni anno i mughetti appena fioriscono e porta il caffè a letto anche la domenica. Se mi ammalo, resta al mio fianco, mi racconta libri e mi imbocca con la marmellata di more che sa che adoro.

Davide esitò, colpito da una risposta inattesa, privata di effetti speciali.

Non pensi che avresti potuto scegliere di meglio? bisbigliò, e in quel sussurro si nascondeva l’incertezza.

Raffaella lo guardò dritto negli occhi, la voce solida:

No, non ho mai rimpianto nulla. Mai!

Di quello che non raccontò, di cui non cera bisogno le serate passate a ridere in un bilocale luminoso, i loro riti silenziosi, la tenerezza del quotidiano rimaneva solo lo sguardo acceso della felicità tranquilla.

Davide si morse la lingua su una replica, mentre in quel momento Francesco si avvicinava. Semplice, in una camicia e jeans, il suo sorriso aveva in sé la calma delle colline toscane. Senza fretta prese la mano di Raffaella:

Scusate, la porto via per un momento?

Davide rimase immobile, sforzandosi di non manifestare quello che covava allinterno una frustrazione cosparsa di invidia, mentre vedeva dissolversi ogni certezza.

Raffaella e Francesco si allontanarono tra i tavoli. Seduti vicino a una finestra dove le luci confondevano città e sogno, lui le prese la mano e nello sguardo scrisse una promessa muta: Sono qui.

Davide sentiva la sala svanire sotto i piedi, come se lui stesso fosse un attore teatrale costretto alla platea. Osservò Raffaella rideva, felice del calore familiare di sempre, gli occhi brillanti come lucerne in tempesta.

Ricordò allora le lettere, i regali, le cene costose: tentativi insistenti, anni prima, di convincerla che felicità e successo parlassero solo la lingua della ricchezza. Ma Raffaella ringraziava e glissava sempre: Scusami, il mio cuore vive altrove.

Davide aveva pensato che a lungo andare Raffaella avrebbe scelto la spettacolarità al posto della tenerezza. E invece ora, tra vestiti perfetti e una moglie che splendeva come una statua, sentiva in petto solo gelo e vuoto, come una scatola da cui qualcuno aveva rubato la sorpresa.

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La serata scivolava tra chiacchiere, voci argentine e profumo di cantucci. Qualcuno raccontava aneddoti universitari intorno a un tavolo di legno: lezioni saltate per correre ai concerti, panini nascosti nelle borse, risate tra scapigliature e gessetti. Via via tutti si lasciavano andare, scambiando foto dei figli, ricordando viaggi, vantandosi di nuovissimi progetti. Tutto aveva il ritmo tranquillo delle sagre estive.

Davide, ostentando partecipazione, cercava ancora Raffaella con lo sguardo. La vedeva danzare, una poesia destate tra le braccia di Francesco. Rideva per qualche sussurro, quella risata argentina che suonava di libertà sotto la luna.

Perché non ha scelto me? si domandava, in un loop sterile e inquieto. Avrei potuto portarla a Capri, regalarle borse firmate, offrirle serate in galleria, farle incontrare i miei illustri amici. Eppure ha preferito un allenatore in jeans.

La verità, lo sapeva, era altrove. Non era questione di stipendi, né di paillettes. Era il gesto nascosto, che si accende solo nel buio: il calore del latte caldo portato a letto, la carezza del mattino, la fedeltà quasi infantile nella semplicità di un amore cucito addosso come una coperta.

Quando le luci si abbassarono e arrivò tempo dei saluti, Davide restò piegato sulla giacca, osservando Francesco che avvolgeva Raffaella in una sciarpa colorata, con la goffaggine tenera di chi non si cura dei presenti. Un attimo dopo stavano già abbracciati, e nella complicità intima di quel gesto era nascosta una storia che nessun abito firmato avrebbe potuto raccontare.

Perché? continuava a ripetersi Davide. Perché non io?

La realtà, nello specchio dingresso, gli restituiva un volto impeccabile e stanco. Lo sguardo era vuoto, incapace di riempire la forma imposta dalluomo di successo.

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Raffaella e Francesco camminavano nella notte silenziosa. I lampioni gettavano su Via dei Servi isole di luce dorata, tra le ombre allungate dei cipressi e le auto dormienti. Il vento di maggio soffiava come un presagio gentile tra i capelli di lei, sparigliando i pensieri nei suoi sogni.

Stai bene? domandò Francesco, stringendole la mano, la voce una carezza di pane allolio.

Benissimo, rispose lei, e dagli occhi le sgorgò il riflesso caldo dei lampioni. Ora sì, sono davvero in pace.

Il resto era una nuvola dissipata: le domande di Davide, le sue autocelebrazioni tutte cose distanti, come il rumore di treni in una stazione onirica. Raffaella si abbandonava alla concretezza dellattimo: il suono dei passi, la presenza rassicurante di Francesco accanto.

Davide disse piano Francesco, scegliendo le parole con la stessa attenzione di chi cammina su un ponte sospeso. Sembrava volesse dimostrare ancora qualcosa.

No, ha solo paura di ammettere che non sono più una sua possibilità. Che sono felice qui, ora, con te rispose Raffaella. Alcuni non riescono proprio a capire che la felicità è fatta dei piccoli riti: parole sussurrate la mattina, un abbraccio dopo il lavoro. Non di soldi, non di sorprese teatrali.

Francesco si fermò, le prese il volto tra le mani. Quel gesto aveva il calore dellestate, e a Raffaella parve che il tempo vacillasse, come nei sogni quando tutto finalmente si sistema al proprio posto.

Ti amo, disse piano lui. E non mi importa del parere del mondo. Abbiamo noi, e questo mi basta.

Lei respirò il suo odore la colonia, il pane appena sfornato, le ginestre in fiore : quel profumo che era casa. Nientaltro esisteva: la gioia semplice, il conforto di una presenza, il battito di due cuori che si riconoscono al primo tocco delle dita.

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Davide rientrò che era quasi lalba: lorologio segnava le 2:00. La casa, moderna e perfetta, accoglieva con la sterilità di un sogno già vissuto. La moglie dormiva di là, laria satura di silenzio.

Nel suo studio accese una sola abat-jour. Aprì una bottiglia, versò il whisky in un bicchiere di cristallo, ma lo lasciò lì, immobile come una pozza di tempo. Guardò la vecchia foto della laurea, un ridicolo teatrino di sorrisi impolverati. Raffaella, al centro, sorrideva vera, i capelli sciolti e la felicità a illuminare il bianco e nero dellistantanea. Davide era in disparte, in giacca e cravatta, lo sguardo carico di malinconia, già allora.

Rimase a fissarla a lungo, sfiorando la figura di Raffaella come a volerla risvegliare, piegando la notte sul sogno di unesistenza che non è mai stata possibile.

Cosa ho sbagliato? sussurrò nella penombra. Nessuna risposta arrivò dagli oggetti perfetti della stanza.

Ripose la foto e rimase seduto, con lo sguardo fisso tra i riflessi dei vetri e i lampioni immobili della città, domandandosi, nel suo sogno senza risveglio, che cosa valesse davvero la pena trattenere della vita se non quellistante minuscolo in cui, senza rumore, qualcuno ci sorride e ci fa sentire a casa.

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