Lultimo passeggero dellautobus
La torcia era piccola, non più lunga di un dito, appesa a un cordino intrecciato. Allinizio non lavevo nemmeno notata. Prima ho notato luomo.
Era una notte di marzo. Linea undici, capolinea Officine e ritorno. Autobus vuoto, lampioni spenti sul marciapiede, odore di gasolio, gomma e un accenno di caffè dal mio thermos. Facevo quel turno da ormai quattro anni, e continuavo a preferire la notte al giorno.
Di notte non cera quasi nessuno sullautobus. I ragazzi ubriachi dopo la discoteca in via Roma sempre un casino, ridevano fortissimo, rovesciavano bottiglie e poi, dopo due fermate, sparivano. Infermiere di ritorno dal secondo turno silenziose, si sedevano, chiudevano gli occhi e si lasciavano cullare fino alla loro fermata. Guardiani notturni. Tassisti con la macchina rotta. Tutti passavano, nessuno rimaneva.
Ma lui sì. Lui si faceva ricordare.
Un uomo sulla sessantina, basso e robusto, giubbotto scuro col cappuccio. La gamba destra si apriva un po più della sinistra, come chi è abituato ai pavimenti storti. Sempre lo stesso posto: terza fila a destra, accanto al finestrino. Pagava sempre in contanti, mai bisogno di resto. Scendeva solo al capolinea, e poi tornava indietro. Sempre seduto, mai una parola.
La prima volta che lho notato era linizio di marzo. Il cielo era pesante, basso, la città fuori sembrava ancora più grigia di notte che di giorno. Ma lui, in quellautobus grigio, sembrava un piccolo punto giallo sempre a rigirare qualcosa tra le dita.
Poi ho iniziato a contarle: cinque notti di seguito, poi due senza di lui, altre cinque di presenza. Sembrava avesse un orologio interiore. Pareva che prendere lautobus di notte fosse il suo vero lavoro.
Non dormiva, non leggeva, non guardava il cellulare. Mai una cuffietta, mai un giornale. Solo a fissare il finestrino, a rigirare quelloggetto minuscolo. Dallo specchietto vedevo la fiamma spenta e riaccesa, quel punto di luce gialla andava e veniva come una lucciola impazzita in cerca di una via duscita.
Avevo quarantaquattro anni. Ai quarantacinque mancava poco, ma ormai ero abituata che nessuno me li chiedeva più. Bastava guardarmi: mani larghe e un po rovinate dal volante, unghie tagliate tonde, spalle un po curve a destra per labitudine di premere il pulsante che apre la porta. Deformazione professionale. Anche a casa, a volte, mi scoprivo con la spalla destra leggermente più bassa.
Dodici anni sola. Mio figlio, Mattia, ventidue anni, lontano con la ragazza dallaltra parte di Torino. Telefona la domenica, quando si ricorda. Non lo rincorro più. Non per orgoglio ma perché, se chiamo io, lui risponde: «Ma tutto ok?» con quellansia strana nella voce. Come a dire che sentir la mamma non è mai un buon segno. Così ci siamo abituati a non sentirci. O era solo diventata labitudine?
Lex marito si era dileguato quando Mattia aveva dieci anni. Con una certa Rita della contabilità si era portato via le sue giacche dal corridoio e, per qualche motivo, anche il bollitore. Lappartamento era stato diviso: a lui un bilocale, a me un monolocale in via Garibaldi, terzo piano senza ascensore. Mi ero detta: va bene così. E poi, alla fine, non era nemmeno stato uno sforzo. Senza di lui la vita era diventata solo più silenziosa. E il silenzio è durato dodici anni.
Da allora, la parola amore mi faceva lo stesso effetto di unicorno. Suona poetico, ma dai non esiste. Le amiche mi raccontavano dei mariti: io sorridevo e annuivo. Film damore? Spento a metà. Non mi offendevano, ormai non ci credevo più. Come la storia di Babbo Natale: da bambina ci credi, ma poi vedi tuo padre in vestaglia con la barba di cotone e capisci come stanno davvero le cose.
Il turno notturno, in fondo, era come un abito su misura: non troppo stretto ma nemmeno abbondante. Niente sorrisi forzati ai passeggeri, niente discussioni per i ragazzi che bloccano il corridoio o per chi mastica panini in fondo. Solo la strada e il silenzio. Era diventata casa mia.
Ma lui luomo delle notti dispari quel silenzio lo rompeva. Non col rumore, ma solo con la presenza. Come un sassolino nella scarpa: piccolissimo, ma non te lo scordi.
Per due settimane ho continuato a osservarlo. Era diventato parte dellarredamento, del giro: Parco sale. Officine ancora seduto. Di nuovo fino a Parco, esce. Mi fa un cenno col capo, io rispondo. E ogni notte, quella lucina.
Ma secondo te sarà un senzatetto? mi domanda la Tamara, la nostra capoturno, prima del cambio.
Tamara era da anni la spina dorsale dellautoparco. Grossa, capelli rossi sempre raccolti con una penna, ne sapeva più lei di tutti sulle nostre vite. Chi aveva divorziato, chi aveva vizi e chi forse li scoprirà. Mi fidavo.
Un senzatetto non spende due euro per un biglietto, le dico. E lui paga sempre. Spiccioli. Mai resto.
Sarà matto?
No. Sta lì, guarda fuori. Mai una parola, mai un gesto. Sembra normale. Viaggia e basta.
Tamara mi versa il tè dal suo thermos con limone e menta, come sempre.
Sarà che la moglie lha cacciato? ipotizza. Litigano, lei lo sbatte fuori, e lui prende lautobus per passare la notte?
Ogni notte? Da un mese? Questa è separazione, non una lite, sbuffo.
Sai che cè, Gina, dice lei. Lamore è quando qualcuno ti aspetta con il bollitore pronto. Il resto sono chiacchiere. O autobus notturni.
A casa nessuno mi aspettava col bollitore. Mi aspettava invece il mio gatto Tito: rosso, tondo, atteggiamento da principe. E solo perché dovevo versagli la pappa.
Eppure la domanda rimaneva: dove andava quelluomo? Da capolinea a capolinea, cinque notti a settimana, ormai da un mese. Perché? Forse soffriva dinsonnia. O era abitudinario, come chi va al lavoro da una vita e poi non smette. Aveva occhi limpidi, calmi lo specchio diceva che sapeva perfettamente dove stava andando.
Così mi sono decisa. Dovevo chiederglielo.
***
Non subito. Mi sono preparata tre giorni, come un esame. Ogni notte lo trasportavo da un capo allaltro e non avevo il coraggio di aprire bocca. Torino è fatta così: si vive fianco a fianco ma ognuno si fa gli affari suoi. Non invadi la vita degli altri, non chiedi. Io in questo ero bravissima.
Eppure, quello sconosciuto aveva scatenato la curiosità. E mi innervosiva questa cosa.
Sale come sempre alla fermata Parco, mezzanotte e quaranta. Spiccioli nel cassetto. Si accomoda terza fila finestrino. Tira fuori dal giubbotto la solita cosa.
Silenzio. Fuori passano lampioni, negozi chiusi, fermate vuote. La città sembra un set lasciato dopo un film: solo noi due ancora in scena.
Aspetto il capolinea. A Officine lautobus ha tre minuti di pausa, come da tabella. Spengo le luci salvo quelle di servizio. Gialla penombra ovunque. Esco dalla cabina.
Lui è sempre lì, con quelloggettino nel pugno.
Scusi, posso farle una domanda?
Alza la testa. Voce bassa, un po roca come pane grattugiato in gola.
Dica pure.
Prende questo autobus tutte le notti. Lho notato. Sempre fino al capolinea, poi indietro. Ma perché?
Ci pensa guardandomi in faccia: nessuna paura, nessuna brutta reazione. Solo valuta se rispondere.
Poi esce fuori:
Vado da mia moglie.
Rimango spiazzata. Guardo lorologio: luna e venti.
Da sua moglie? A questora?
Raffaella fa il turno di notte in fabbrica. Reparto controllo qualità. Io viaggio lì con lei. Insomma, non proprio con lei, ma vicino. Lautobus passa davanti alla fabbrica: le faccio un segnale con la torcia.
Alza la mano. Cè la torcia piccolo affare di plastica, basico, giallo. La superficie smangiata dal tempo. Doveva averlo strizzato ogni notte, per mesi.
Questa qui, mi fa vedere.
Io mi accomodo sui sedili davanti. Le gambe pesanti, dopo sei ore di guida.
Quindi, ogni notte si fa il viaggio, arrivi al capolinea, lampeggi a sua moglie dalla finestra e poi torni indietro?
Sì.
Sempre?
Cinque notti la settimana. Il suo turno è cinque giorni sì, due no. Nei giorni liberi sto a casa io, anche lei.
Resto in silenzio. Anche lui. Fuori, il capannone delle Officine, mattoni vecchi, tubi arrugginiti lungo i muri. Però al terzo piano le finestre sono accese: turno di notte.
Ma perché? domando.
Lui mi guarda come se avessi chiesto perché si respira.
Lei non lavrebbe fatto?
No. Mio ex marito non si alzava nemmeno dal tavolo quando tornavo con le borse della spesa. Una volta ho bussato con una busta in bocca le mani occupate lui apre e fa: Che ci hai messo tanto a fare?. E via, davanti alla TV. Zero aiuto.
E questo qui attraversa la città ogni notte, solo per accendere una torcia.
Mi chiamo Giulio Peretti, esclama lui. Ma tutti mi dicono Peretti.
Gina, rispondo. Gina Petroni.
Lui annuisce, gli occhi fissi alle finestre della sua Raffaella.
Siamo sposati da venticinque anni. Ci siamo messi insieme nel 2001, a trentatré anni lei, trentasei io. Tardi, sì. Prima non era mai andata bene. Io facevo il tornitore al reparto attrezzi, lei controllo qualità. E niente: ci siamo incrociati lì. Sono andato in prepensionamento quattro anni fa, lavoro pesante. Ma lei continua. Da tre anni fa il notturno: paga il 40% in più, stiamo mettendo da parte per la casetta in campagna, a Chieri. Sei filari di terra, una staccionata e meli. Raffaella sogna le fragole.
Parla senza patetismo, senza commiserarsi. Solo come se raccontasse il tempo o lorario dei treni.
Il primo mese che faceva il turno di notte non chiudevo occhio. Invece di dormire, pensavo: e se si fa male? È buio, è freddo. Si fa quasi trecento metri da sola. Se la importunano? Niente telefono in reparto, nemmeno un sms.
Fa una pausa, si massaggia il ginocchio.
Poi ho pensato: passa l11 davanti alla fabbrica. Posso salire, almeno sto vicino. Non proprio vicino, ma lì. Una volta a settimana le lampeggio.
E lei ha capito?
Macché. Io lampeggiavo, lei zero, non capiva. Riflesso del vetro, pensava. Una sera sono tornato e le ho detto: Guarda che sono io, che lampeggio. Dopo la mezza. Quando vedi passare l11, vedi me. Ha guardato. Al mattino mi chiama: Sei tu quello col lucino giallo? Sì, la rassicuro. È scoppiata in pianto. Poi mi ha detto: Continua, mi raccomando.
Un nodo alla gola. Mi stava venendo da ridere per la stranezza, ma alla fine ho solo tossito. Va a spiegare certe cose
E dopo?
Dopo aspetto lì, finché non vedo spegnersi tutto. Poi torno e vado a dormire. Alle sei mi sveglio a prepararle la colazione. Le piace lavena con luvetta, e il tè con la menta che cresce sul balcone.
Mi è venuto in mente il bollitore della Tamara. Ma qui era molto di più. Cera la torcia, lautobus di notte, lavena allalba Venticinque anni, la menta sul balcone, la casa a Chieri. E poi: tutto insieme.
I tre minuti di sosta sono scaduti. Sono tornata in cabina e ripartita, portandomi dietro Giulio Peretti col suo lucino in mano.
Guidavo verso il centro e mi chiedevo: mai successo nella mia vita? Mai mandato un segnale a nessuno? Mai ricevuto? Mio ex si è preso il bollitore, a me è rimasto Tito e il turno notturno.
Ma non cera tristezza. Solo una sana sorpresa. Può succedere. Non nei film, ma proprio sull11, da Parco a Officine. Un uomo vero, una torcia vera. E una moglie che guarda fuori in cerca di quella lucina.
Alla fermata Parco, lui è sceso. Mi ha fatto il solito cenno.
Lho guardato camminare verso casa passo tranquillo, un po incerto, giubbotto scuro. Un pensionato qualunque. Eppure, no.
***
La notte dopo ho fatto apposta: ho rallentato davanti alla fabbrica. Non alla fermata, un po oltre, dove la strada passa proprio sotto le finestre del terzo piano. Tanto, a quellora nessuno controlla
Giulio Peretti tira fuori la torcia. Tre lampeggi brevi. Tre lunghi. Altri tre brevi. Precisi, rapidi, quasi militari. Un rituale da tornitore, abituato ai riflessi.
Guardo nello specchietto, poi in avanti. In alto, nel terzo piano, nel vetro più a sinistra, cè luce. Un piccolo segnale, giallo, intermittente. Tre brevi, tre lunghi, tre brevi.
Raffaella risponde.
Mi si ferma il respiro: vedo due lucine comunicare cento metri di buio tra loro. Mattoni, vetro, aria di marzo. Ma i fasci gialli si sfiorano.
Una torcia. Una finestra. Due persone che si cercano anche se separati dal buio. Non una di quelle cose che trovi nei film smielati questa è roba che ti fa prudere il naso e vuoi distogliere lo sguardo, per non sentirti unintrusa.
Al capolinea scendo dalla cabina.
È il vostro codice segreto? domando.
Giulio è lì, la torcia in tasca.
Nostro, sì. Non è codice Morse, non sono mica radiofonista. Me lo sono inventato io. Tre brevi, come il cuore che batte. Tre lunghi, tipo abbraccio. Altri tre brevi come dire Ti lascio andare. Raffaella si mette a ridere, Sei un romantico. Io romantico? Solo che mi manca. Sempre, anche se è lì, dietro al muro. Lei ha capito subito: ora, tutte le notti, ci diamo il cambio.
Da quanto?
Un anno. Tutte le notti. Anche con la neve. A gennaio cerano meno venti; ho aspettato quaranta minuti a freddo perché lautobus era in ritardo. Ma alla fine ci sono riuscito. Lei mi ha chiamato: Ti ho visto: stasera sette minuti dopo il solito. Ho contato.
Un anno. Cinque notti su sette. Più di duecentocinquanta viaggi. Per pochi secondi di luce.
Prima avrei detto: matto. O fissato. O uno che non ha di meglio da fare. Invece, ora niente. Le parole suonano spente, dopo aver visto quella luce.
Sono tornata al posto guida. Giulio Peretti era lì, con la solita espressione serena: per lui bastava quello, ogni notte.
Per qualche giorno ho osservato bene: sarà vero, o si illude? Magari lei non guarda neppure dalla finestra? O ormai è solo abitudine, senza sentimento? Un rito a vuoto?
Ma dopo qualche notte lho vista: quando passavo davanti alla fabbrica, in controluce un volto di donna. Capelli castani raccolti. E una torcia piccolina gialla identica alla sua.
Aspettava davvero. Ogni notte lasciava il tavolo, si avvicinava al vetro, attenta alla luce.
Poi autobus in panne. Qualcosa nei freni o nel compressore non ci ho nemmeno provato, chiamato subito la riparazione. Tamara mi assegna una camioncino sostitutivo, un vecchio minibus pieno di attrezzi, sedili traballanti, un riscaldamento solo per il posto del conducente.
Giulio arriva puntualissimo, vede il camioncino, resta interdetto ma sale. Si siede davanti, perché dietro cè solo confusione.
Il viaggio è ancora più scomodo del solito; sembra un frullatore. Ma Giulio tiene stretta la torcia, lo sguardo dritto come stesse andando in Ferrari.
Al capolinea usciamo entrambi per sgranchirci. Notte daprile fa ancora freddo sopra la fabbrica le finestre accese.
Lui lampeggia, lei risponde. Tutto da copione.
Giulio, venticinque anni non è troppo lunga? Raffaella non si è stufata?
Peretti sorride, strofina le mani per il gelo.
Si stanca, certo. Ma resiste. Anche io sono stanco. Abbiamo la nostra età. Le ginocchia vanno a singhiozzo, la schiena scricchiola, i denti lasciamo stare. Ma questa è una stanchezza diversa. Mica roba che vuoi mollare da un giorno allaltro. Più che stanchezza, è abitudine. E certe abitudini ti reggono in piedi.
Non è monotonia, allora?
Monotono significa voler smettere. Io ho smesso di fumare: tremendo, tre mesi di agonia. Ma Raffaella non la voglio smettere. Vede la differenza? Ci sono cose che ti consumano. E cose che ti tengono insieme. Lei mi tiene.
E lei?
Spero, risponde. Non lo dice mai esplicitamente. Non sei il mio pilastro, ma per esempio: Giulio, ricordati il pane. Oppure: Spegni la finestra in cucina. Ma lo sento dalla voce. Quando sono lì, respira meglio. Se vado, cambia tono. Alza il muro, insomma.
Rimango muta. Sopra di noi, un lampione ancora acceso: gli altri tutti cotti.
Lamore non è quando il cuore batte allimpazzata, mi fa. È quando lui sa già dove andare. Ci penso poco a sta storia dellautobus: salgo, vado, punto. Come respirare. Provi a smettere di respirare? Non si riesce. Così io: non riesco a non prendere questo autobus.
E se si ammala? O lautobus si rompe di nuovo?
Taxi. Ho duemila euro in una busta, sopra lo specchio, se serve. Se saltano i bus, cammino: quattro chilometri, unoretta. È già successo a novembre, sono andato. Lei mi ha chiesto: Perché zoppichi? ma io neanche zoppicavo solo stanco.
Ridacchia, roca. E io penso: uno che sa esattamente perché vive. Non nel senso grande del termine. Nei piccoli dettagli: la torcia, il bus, lavena allalba. Il pane a casa. Lho un po invidiato. Non per la sua moglie, né per il suo amore ma per la chiarezza.
Ho sempre pensato che lamore fosse roba monumentale. Gesti eclatanti, tramonti, parole che si dicono nei film. Invece una torcia sbrindellata appesa a un cordino e un uomo umile sullundici. E quello era tutto.
Riprendiamo posto sul camioncino. Metto in moto. Giulio infila la torcia sotto il giubbotto, la mano sul cuore lo vedo dallo specchietto.
Viaggiamo in silenzio. Alla fermata Parco, scende, mi fa un cenno. Guardo come si allontana: passo lento, la destra più larga, le mani in tasca. Un pensionato ordinario, eppure no.
A casa mi spoglio, nutro Tito, mi sdraio. Cerco sul telefono Mattia. Guardo il display. Sono le 3:55. Troppo presto per chiamare. Ma il numero resta lì, a brillare al buio finché mi addormento col telefono in mano.
***
Il giorno dopo, chiamo alle due del pomeriggio. Mattia sembra stupito.
Ma? Tutto ok?
Sì sì, non è successo niente. Solo per sentire come stai.
Pausa. Mi sembra di sentirlo frugare col pensiero: la mamma mi chiama solo così?
Mamma, sei sicura che va tutto bene?
Tutto perfetto. Come va con te, con Giulia?
Si lavora. Tutto tranquillo. Ma che succede?
Mattia, è solo che ci tenevo a dirtelo. Sei importante per me. Tutto qui.
Lunga pausa. Me lo immagino in cucina ha sempre risposto lì a fissare il pavimento in imbarazzo.
Anche tu, ma.
Essenziale. Un po brusco, come gli uomini della nostra famiglia: lo era anche mio padre e mio nonno. Mai stati bravi a dirsi cose. Ma a me bastava. Sorrido, chiudo la telefonata.
Poi mi vesto e vado dal ferramenta dietro langolo. Si chiamava Tutto per la casa, sapeva di detersivo e secchi nuovi. Trovo lo scaffale delle torce. Venti modelli: alcune grosse come manganelli, altre minuscole con portachiavi.
Ne prendo una piccola, luce gialla, senza cordino. Lo faccio io a casa con la spaghina, come Giulio Peretti. La cassiera una signora paffuta col grembiule blu mi fa:
Vuole anche le pile?
Sì, grazie.
A casa accendo la torcia. Il fascio giallo batte sul soffitto. Tito salta dal tavolo, finisce sotto il letto. Punto la luce al muro. Un cerchio caldo, piccolo, gentile. Come quello visto dal bus.
Provo. Tre lampeggi brevi. Tre lunghi. Tre brevi. Non viene subito: il dito si incastra, il pulsante è duro. Alla seconda esagero coi lunghi. Alla terza quanti erano i corti? Alla quarta volta viene preciso. Il cuore batte. Abbraccio. Lascio andare.
Non so a chi lampeggiare. Forse a Mattia. Forse a me stessa. O solo al buio come faceva Giulio, quando Raffaella ancora non lo sapeva. Una settimana senza risposte, ma lui continuava. Perché non poteva fare altrimenti.
La torcia è finita in tasca al giubbotto. E mi sento meglio, come se avessi finalmente trovato anche io un piccolo codice, tutto mio.
Al mio turno, Tamara di nuovo con il tè e la menta.
Allora, il tuo misterioso passeggero? Sempre con la torcia?
Sempre.
Scoperto dove va?
Eh già.
E allora?
Tamara le dico. Ti sbagliavi: lamore non è qualcuno che ti aspetta col bollitore. Lamore è uno che attraversa Torino per lampeggiare ogni notte. Per un anno. Anche a meno venti. Senza mai lamentarsi.
Lei mi guarda come fossi impazzita. Poi sbuffa:
Gina, ma ti sei invaghita di lui?
No, rispondo. Non mi sono innamorata. Ho solo visto.
Non capisce. Non insisto. Ci sono cose che non si spiegano a parole: le devi vedere alle due di notte, con la città che dorme e due persone che si mandano luci nella notte.
Notte. Autobus. Stavolta il mio, aggiustato. Odore di gasolio, gomma, caffè. Accendo il motore.
Alla fermata Parco, a mezzanotte e quaranta, sale Giulio Peretti. Spiccioli nella cassetta. Terza fila, finestrino. La torcia nella mano. Tutto come sempre.
Il bus scivola per le strade vuote. Semafori lampeggianti in modalità notturna. Nessuna macchina, nemmeno unanima in giro. La città sembra dormire.
A Officine, fermo un po più avanti del solito. Le finestre del terzo piano sono lì, vicinissime.
Giulio tira fuori la torcia. Tre corti, tre lunghi, tre corti.
Aspetto. Un secondo. Due. Tre.
Una luce. Breve, tenue. Tre corti, tre lunghi, tre corti.
Raffaella risponde.
Giulio rimette via la torcia. Si adagia sul sedile. Dallo specchietto colgo un sorriso. Anche in me qualcosa si scalda: non malinconia, non invidia. Solo la sensazione di aver toccato qualcosa di vero.
Torno a stringere la mia torcia in tasca. La tiro fuori, guardo le finestre: la luce si è spenta, Raffaella è tornata al lavoro. Davanti a me solo asfalto bagnato e cielo daprile senza stelle.
Premevo il tasto.
Tre corti. Tre lunghi. Tre corti.
Il fascio giallo si sparge sul parabrezza e sullasfalto. Nessuno risponde. Non importa. Lampeggiare basta a farmi sentire più calda. Come se, da qualche parte laggiù, qualcuno vedesse lo stesso.
Dallo specchietto, Giulio mi guarda. Annuisce. Nientaltro.
Rimetto la torcia in tasca. Riparto. Lo riporto a casa verso la colazione, verso la menta, verso Raffaella che alle sei gli dirà: Giulio, ti ho vista. Stasera hai iniziato due secondi prima.
A marzo non credevo allamore. Ad aprile avevo una torcia in tasca.
E ogni notte, al capolinea di Officine, lampeggiavo nel buio. Tre corti il cuore batte. Tre lunghi abbraccio. Tre corti lascio andare.
Odore di gasolio, gomma, e un po di speranza.




