Il giro del mattino Sulla porta dell’ascensore qualcuno aveva di nuovo attaccato con lo scotch un f…

Il giro del mattino

Ricordo ancora come, tanti anni fa, sulle porte dellascensore compariva spesso un foglio attaccato con quel nastro adesivo ormai esausto: NON LASCIARE SACCHETTI VICINO ALLA TUBATURA DEI RIFIUTI. Bastava un soffio e quellavviso si sarebbe volato via. La luce nellandrone vacillava, tanto che quelle lettere sembravano a tratti dure come un rimprovero, a tratti sbiadite, proprio come le discussioni che scoppiavano nella chat del condominio.

Giuseppina Ferri rimaneva lì, le chiavi in mano, ascoltando il rumore ritmato del trapano che dal sesto piano stonava improvvisamente per poi ricominciare. Non era tanto il suono a irritarla, quanto il fatto che tutto finisse sempre in tribunale. Qualcuno scriveva in chat in maiuscolo, qualcuno ribatteva in modo pungente, altri spedivano foto delle scarpe degli altri davanti alle porte come prova del declino morale del palazzo. E di tutto ciò sembrava si pretendesse la sua partecipazione, quando lei desiderava solo un po di silenzio, dentro e fuori.

Rientrata in casa, poggiò la borsa della spesa sul tavolo, ancora col cappotto addosso, e aprì il gruppo della chat. In cima, limmancabile: CHI HA PARCHEGGIATO STANOTTE NELLAREA DEI GIOCHI?. Poi una foto di una ruota sopra il marciapiede. Subito dopo: E CHI È CHE NEMMENO SALUTA NELLE SCALE?. Giuseppina scorse i messaggi, avvertì quella solita ondata dirritazione e si sorprese a pensare quanto fosse stanca di assistere alle beghe altrui e, a volte, di alimentarle suo malgrado.

Il mattino dopo, la sveglia interna di Giuseppina, quella che funziona anche senza orologio, la fece alzare col buio. In casa si sentiva fresco, i termosifoni sibilavano piano. Si mise su una felpa, trovò in un angolo le scarpe da ginnastica che aveva acquistato per camminare e che quasi non aveva mai indossato, e uscì sul pianerottolo. Odorava di condominio, polvere e vecchia vernice, più qualcosa di neutro difficile da descrivere.

Davanti allascensore, Giuseppina si fermò davanti al tabellone degli avvisi: controlli ai contatori, un gatto smarrito, la convocazione per lassemblea dei condomini. Tirò fuori dalla borsa un foglio preparato la sera prima e lo fissò con due puntine.

Passeggiate del mattino attorno allisolato. Senza chiacchiere e senza impegni. Chi vuole, alle 7:15 giù allingresso. Si fa un giro e ognuno poi a casa sua. Giuseppina F.

Si stupì di come aveva scritto tutto con tale leggerezza. Non un diventiamo amici, non proviamo ad essere umani, solo passi.

Alle 7:12 era già davanti alla porta delledificio, controllando che il gas fosse chiuso e le finestre serrate. Teneva le chiavi e il telefono, in testa aveva il berretto. Si preparava già al gesto di andarsene dopo pochi minuti, fingendo indifferenza.

La porta dellandrone sbatté piano e uscì una donna sui quarantacinque, capelli raccolti ordinati e laria di chi si sta già preparando al dolore.

Lei… è qui per il foglio? domandò sistemandosi la sciarpa.

Sì, sono Giuseppina.

Ornella. Ho la schiena a pezzi, il medico dice di camminare. Ma da sola mi annoio, confessò la donna, quasi giustificandosi: Non sono una gran chiacchierona.

Non serve, rispose Giuseppina.

Dopo poco arrivò un uomo curvo, giacca scura, lo sguardo di chi non sa mai bene se è il caso di salutare.

Buongiorno. Alessandro. Quinto piano.

Sesto, puntualizzò Giuseppina distinto, ricordando dove abitano tutti. Subito si corresse: era il solito impulso di mettere le cose a posto.

Alessandro sorrise sornione.

Sesto allora. Ho sbagliato.

Il quarto fu un uomo alto, intorno ai sessanta, berretto sportivo, il passo che ricordava ancora le corse in stadio. Non chiese nulla, si posizionò accanto.

Vittorio, disse asciutto. Io vado comunque a camminare ogni mattina. Pensavo di essere lunico.

Alle 7:16 partirono. Giuseppina aveva scelto un percorso semplice: attorno allisolato, passando davanti al supermercato, attraverso il cortile del palazzo accanto, lungo la scuola, fino a ritornare. Sotto le scarpe la neve era schiacciata e, per tratti, insidiosa. Laria gelida entrava nei polmoni, e per i primi minuti ognuno restò in silenzio, ascoltando il ritmo dei propri passi.

Giuseppina sentiva il corpo che sopponteva, poi si adattava, e nella testa, dove normalmente ronzavano le lamentele degli altri, si faceva spazio una specie di vuoto, non inquietante: un foglio bianco.

Allangolo, Alessandro interruppe:

Credevo scherzaste, niente conversazioni. Qui si parla sempre troppo.

Se cè voglia, si parla, disse Giuseppina. Ma niente resoconti.

Ornella rise piano, ma subito si fermò massaggiandosi la schiena.

Tutto bene? chiese Giuseppina.

Sì, basta andare avanti, rispose Ornella.

Vittorio procedeva regolare, quasi contasse i passi. Verso casa aggiunse:

Così va bene. Senza tutte queste… assemblee. Si cammina e basta.

Quando tornarono, erano le 7:38. Restarono fermi qualche secondo davanti allingresso come dopo una riunione lampo.

Anche domani? domandò Ornella.

Se venite, fece Giuseppina.

Ci sarò, rispose Alessandro, sollevando la mano, invece di salutare a voce.

Il giorno seguente erano in tre: Vittorio mancava, ma cera una nuova: la vicina del quarto piano, Tiziana, circa quarantenne, piumino acceso e lo sguardo storto di chi verifica che non si tratti di una setta.

Sto solo a vedere, disse, senza nemmeno presentarsi.

Faccia, rispose Giuseppina avviandosi, senza attendere spiegazioni.

Tiziana camminava accanto ad Alessandro, in silenzio. Al secondo giro, dopo una settimana, già parlava:

Io, in realtà, sono contraria a questi gruppetti. Dopo si iniziano a raccogliere soldi, chi non versa diventa nemico.

Niente soldi, ribatté Alessandro. Non li sopporto. Dopo il divorzio ho sviluppato unallergia alle casse comuni.

Giuseppina sentì che la parola divorzio galleggiava nellaria, ma non aggiunse nulla. Sapeva quanto facilmente il dolore degli altri diventa chiacchiera.

Le passeggiate continuavano per ripetizione. Alle 7:15 si partiva, alle 7:40 ognuno rientrava. Ogni tanto uno mancava e poi tornava. Ornella si portava sempre una bottiglietta dacqua, Alessandro una mattina arrivò senza cappello e brontolò con se stesso tutto il tempo, ma non si ritirò. Tiziana dapprima restava in disparte, poi si avvicinava sempre più.

Qualcosa, a poco a poco, cambiava nellaria del palazzo. Giuseppina si accorse che la gente aveva ripreso a salutarsi. Non per dovere, ma perché ormai al mattino si erano già visti, senza corazze.

Una sera, tornando dalla farmacia, stanca, con i fogli delle analisi che sbucavano dalla borsa, incontrò Vittorio, combattendo con il pulsante dellascensore che si incastrava sempre.

Non va? chiese lei.

Va, disse lui. Bisogna solo premerlo con decisione.

Premette, lascensore arrivò. Dentro, lampadina accesa e specchio segnato dai graffi. Allora Vittorio, a bassa voce:

Grazie, per queste passeggiate. Pensavo di essere rimasto solo. Con voi va meglio.

Giuseppina annuì, sentendo qualcosa di tiepido nascere in petto e lasciò che vi restasse discreto. Semplice constatazione: qualcuno aveva appena respirato un po più leggero.

Piccoli aiuti iniziarono a sorgere spontanei. Un mattino Alessandro notò che a Ornella si era sciolta una scarpa: con un semplice gesto le fece cenno di fermarsi. Ornella più tardi scrisse nella chat: Grazie a chi mi ha avvisata della scarpa, sarebbe finita male, senza nomi, ma con un sorriso nelle parole.

Un giorno Tiziana lasciò un sacchetto di sale grosso per spargere sui gradini ghiacciati dellentrata.

Non per tutti, spiegò, appoggiando il sacco al muro. Lo faccio per me, per non rompermi losso del collo.

Grazie lo stesso, disse Giuseppina.

Spargendo il sale insieme, Tiziana si pulì le mani sui guanti e brontolò:

Vabbè, dato che ci siete…

Nella chat le lettere maiuscole si erano fatte più rare. Non sparite, ma rare. Le discussioni su rifiuti e parcheggi restavano, ma tra i messaggi a volte spuntava: Cerchiamo di parlare senza urlare, si può trovare un accordo. Non più uno slogan, ma ricordo di essere capaci di parlare.

Una questione sorse a fine novembre, con i lavori in casa al sesto piano: viveva lì un giovane, Andrea, con il suo cane. Non era la prima ristrutturazione, ma questa volta il trapano si faceva sentire anche la sera. Il solito giro di lamentele: Basta così, Abbiamo figli, Non ci pensate proprio?. Tiziana, decisa: So chi è, fa sempre così, se ne frega.

Il mattino dopo Ornella camminava come se ogni passo fosse pesante tanto quanto il suo fastidio.

È lui, disse mentre passavano vicino alla scuola. Sta sopra di me. Ieri fino alle dieci e poi a letto a sentire ancora il trapano in testa.

Alessandro mugugnò:

Secondo legge, fino alle undici, purché…

Non ora la legge, interruppe secca Ornella. È rispetto, non legge.

Tiziana, di solito tagliente, ora era serissima.

Bisogna farlo smettere. Serve una raccolta firme, chiamare i carabinieri. Solo così capirà.

Giuseppina percepì che il gruppo, caldo fino al giorno prima, stava tornando a essere un fronte da condominio. Paura non del rumore, ma di quanto velocemente tornassero su noi contro di lui.

Le firme si fanno dopo, disse. Prima, si parla.

A lui? Tiziana si fermò. Davvero?

È una persona, rispose Giuseppina calma. Non siamo una commissione.

Alessandro la fissò, curioso:

Vuoi andare tu?

Giuseppina non aveva nessuna voglia. Quello che desiderava da sempre era che tutto si calmasse. Ma capiva: se montava la caccia alle streghe, quei giri mattutini sarebbero diventati unassemblea di scontenti. Tutto si sarebbe spento.

Vado io. Ma vorrei qualcuno con me. Non la folla.

Alessandro assentì.

Verrò.

Quella stessa sera salirono al sesto piano. Giuseppina aveva scritto ad Andrea in chat, breve: Ti posso parlare un minuto? Sono Giuseppina del palazzo. Andrea rispose dopo dieci minuti: Certo, venite pure, sono a casa.

Davanti alla porta, dei sacchi di calcinacci ben chiusi: già questo era un dettaglio. Non una discarica plateale, solo un mucchietto temporaneo. Giuseppina bussò. Il trapano taceva.

Andrea aprì in maglietta, le mani impolverate. Dal corridoio sbucò il suo cane, marroncino, e tornò subito indietro.

Buonasera, disse lui cauto. Che succede?

Non vogliamo litigare, fece Giuseppina (pensando a quanto quella frase suonava stupida), solo parlare del lavori.

Alessandro in silenzio al suo fianco.

Mi sforzo di finire entro le nove, rispose in fretta Andrea. Ma la squadra cè solo di giorno, io lavoro e dopo mi arrangio. Devo finire.

Comprendiamo, disse Giuseppina, ma sopra di te cè Ornella. La schiena non le permette di riposare con rumore fino a tardi.

Andrea sospirò.

Non lo sapevo. Credevo fosse come sempre: scrivono in chat, ma dal vivo mai nessuno.

Giuseppina fu sfiorata dal rimorso: era vero che nessuno parlava davvero in faccia.

Facciamo così, propose. Tu ci dici in quali sere hai bisogno di andare oltre. Gli altri si organizzano. Ma nelle altre, si finisce prima. E i sacchi, non lasciarli la notte.

Andrea guardò i sacchi.

Li porto via domani mattina in auto. Oggi era tardi.

Bene, disse Alessandro. E gli orari?

Andrea ci pensò.

Fino alle nove posso. A volte, massimo nove e mezzo, ma vi avviso in chat in anticipo. Mai più di una volta a settimana, promesso.

Giuseppina annuì:

E poi… il cane. Quando abbaia la notte…

Andrea arrossì.

Quando esco, sente la mia mancanza. Le comprerò un gioco, così non si agita. E se serve, ditemelo. Non saltate subito in chat pubblica, daccordo?

Uscendo, sulle scale, Alessandro disse lievemente:

Un ragazzo normale. Solo giovane e solo.

In fondo siamo tutti un po soli, rispose Giuseppina, sorpresa di averlo detto ad alta voce.

Il giorno dopo, Andrea scrisse nella chat: Il lavoro continuerà fino alle 21, se servirà di più, avviso. Sacchi li porto via al mattino. Qualcuno reagì, altri tacquero. Tiziana scrisse: Staremo a vedere. Nessuno urlava più in maiuscolo.

Al giro del mattino, Tiziana arrivò con la faccia di marmo.

Allora? domandò. Parlato?

Sì, rispose Giuseppina, resterà entro le nove e avviserà.

Tutto qui? Tiziana voleva una vittoria, la dimostrazione che aveva avuto ragione lei.

Tutto qui. Non dobbiamo vincere niente.

Tiziana sbuffò e riprese a camminare. Dopo qualche passo, senza guardare:

Va bene. Se farà ancora casino, comunque glielo scrivo.

Sì, rispose Giuseppina, ma prima direttamente a lui.

Ornella, vicina, mormorò:

Grazie per non aver scatenato un linciaggio. Non avrei sopportato altro.

Un nodo salì in gola a Giuseppina. Inspirò laria gelata e passò.

Dopo una settimana, Vittorio smise di venire. Giuseppina lo incontrò alle cassette della posta.

Non si fa più vedere, disse.

Il ginocchio, fece lui. Il dottore dice di non forzare.

Mi dispiace.

Ma vi vedo dallalto, aggiunse Vittorio. Apro la finestra e vi guardo. Un po cammino anchio.

Era divertente e tenero insieme.

Quando arrivò Capodanno, le passeggiate del mattino erano diventate una piccola abitudine tra tre: Giuseppina, Ornella, Alessandro. Tiziana si presentava a giorni alterni, magari spariva per dei giorni, poi riappariva a controllare che quel fragile equilibrio reggesse ancora. Andrea, ogni tanto, usciva con loro dopo i giorni di cantiere particolarmente duri: camminava muto, ascoltando il fruscio della neve, poi salutava per primo.

Il condominio non divenne perfetto. I sacchetti vicino ai rifiuti ricomparivano, le auto qualcuno le parcheggiava storto, ogni tanto in chat tornavano antichi contrasti. Ma Giuseppina sentiva che in quelledificio, più che solo nervi tesi, cera memoria di come si potesse stare diversamente.

Gennaio, un normale giorno infrasettimanale, Giuseppina uscì alle 7:14. Alessandro laspettava già sulluscio, tirando su la cerniera.

Buongiorno, Giuseppina.

Buongiorno, Alessandro.

Ornella arrivò, piano, attenta a non scivolare sui gradini spolverati di sale.

Ciao. Oggi la schiena sopporta, e sorrise come chi ha vinto un premio.

Dalla porta spuntò Tiziana, spettinata, senza la solita causticità.

Vengo anchio. Ma niente chiacchiere sulla chat, bofonchiò.

Daccordo, disse Giuseppina.

Si avviarono. I passi si univano, non perfetti, ma sicuri. Allangolo Alessandro aiutò Ornella, che stava per scivolare: tutto avvenne con tale naturalezza che nessuno pensò di ringraziare.

Al ritorno Andrea aspettava fuori con il cane al guinzaglio. Fece un cenno.

Buongiorno. Esco dopo, vado al lavoro. E grazie per avermi parlato, laltra volta.

Giuseppina annuì.

Dopotutto viviamo qui, disse.

Non era uno slogan. Solo un dato di fatto, che finalmente non era più motivo di guerra.

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